Il fascino dell’obbedienza

Collettivo La Boétie

Il vecchio adagio movimentista «chi ha capito e non agisce, allora non ha capito» andrebbe applicato ai lettori del Discorso sulla servitù volontaria. Chi non si sente personalmente tirato in ballo, ingiuriato, accusato dalle parole di Étienne de La Boétie, non ha letto bene le sue pagine o ha scelto di non pagare dazio.

La sua invettiva non lascia infatti margini interpretativi di comodo all'indulgenza autoassolutoria: «O popoli insensati, poveri e infelici, nazioni tenacemente persistenti nel vostro male e incapaci di vedere il vostro bene! […] Colui che vi domina ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi, se voi stessi non foste d'accordo?» Eppure solo pochi tra quanti da mezzo millennio si accostano a questo testo brevissimo e straordinario (militanti, eruditi, filosofi, scienziati politici) evitano la tentazione di chiamarsi fuori; brandendo e deviando quel «voi» - di cui dovrebbero farsi carico in prima persona - contro il bersaglio retorico di turno.

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»Eppure solo pochi tra quanti da mezzo millennio si accostano a questo testo brevissimo e straordinario (militanti, eruditi, filosofi, scienziati politici) evitano la tentazione di chiamarsi fuori; brandendo e deviando quel «voi» - di cui dovrebbero farsi carico in prima persona - contro il bersaglio retorico di turno.

Il libro di Olivieri e Ciaramelli non porrà di certo fine a questa lunga catena di rimozioni, le cui ragioni sono fin troppo evidenti. Alza però di qualche grado il tasso tecnico delle contorsioni necessarie per compierla. Difficile immaginare una dichiarazione d'intenti più esplicita di quella fotografata nella loro copertina: un'ingiunzione a obbedire che si condensa in un gancio sinistro in pieno volto, sferrato - ma serve qualche momento per rendersene conto - dallo stesso lettore che osserva l'immagine.

Negli ultimi anni, man mano che il mito di un po' di “profitto per tutti” (in termini di welfare, sicurezza economica, riconoscimento, beni di consumo) si sbriciolava impietosamente, il sostegno degli svantaggiati al sistema capitalistico è apparso sempre meno spiegabile. Si è così evocata la «servitù volontaria» per decifrare fenomeni di palese autolesionismo: il new management, teso a implicare emotivamente i lavoratori nel loro stesso processo di sfruttamento; le pratiche di cura di sé – alimentari, estetiche, sportive – nelle loro declinazioni più feroci; la distruzione ambientale; l'assoggettamento autonomo a prestiti e mutui; l'ostentata sudditanza a mass media, populismi, berlusconismo.

Gli interpreti, però, hanno letto queste servitù volontarie come «indotte» dall'alto: quasi mai si sono spinti a dire che i soggetti volessero davvero la propria oppressione. Eppure, dove altri sguardi vedevano inerzia e letargo, quest'ipotesi avrebbe permesso di scoprire energia e attività, certo autolesioniste, ma riconvertibili – magari – a fini emancipativi. A questo obiettivo mirano invece Olivieri e Ciaramelli (per i quali «a considerar bene le cose, [...] il modo meno partecipe e meno rispettoso di riferirsi ai comportamenti umani consiste nel vedervi solo l'automatica conseguenza di eventi esterni»). Così, affilati gli strumenti critici con un'analisi rigorosa (anche storico-filologica) del Discorso della servitù volontaria, i due autori si volgono senza scrupoli all'attualità, affrontando le sottomissioni a mafia, disoccupazione, disparità di genere.

È soprattutto sui due piani prefigurati dal termine «depressione» - quello psichico e quello socioeconomico - che la servitù volontaria può a loro avviso parlare alla nostra contemporaneità triste. Patologie depressive e sudditanza politica si rivelano fenomeni affini: fughe dolorose ma rassicuranti dall'azzardo e dall'indeterminatezza di ogni vita libera e aperta all'alterità. Analogamente, sul piano economico, è urgente defatalizzare l'«inevitabilità» della catastrofe economica in atto, smascherando il lato complice del nostro sentirci annientati e immobilizzati: il diffuso sentimento di «impotenza è un modo di interpretare la realtà asservendosi a essa»; un modo apparentemente insensato, ma che in realtà esonera dal dover immaginare un mondo altro.

Manca forse un solo passo all'attualizzazione del testo La Boétie: ed è raffrontare ai gesti dei suoi servi volontari («pali del ladrone che li saccheggia, complici dell'assassino che li uccide e traditori di sé stessi») le nostre infinite pratiche di esclusione e marginalizzazione dei più deboli; violenza domestica, bullismo, stalking, pogrom, piccole persecuzioni quotidiane: versioni moderne di quei meccanismi vittimario-sacrificali su cui da millenni si regge il precario ordine sociale delle collettività umana.

Lungi, con questo, dal reintrodurre linee di demarcazione troppo nette tra buoni e cattivi: ma anzi vedendo in quei gesti il complessivo e assurdo rivolgersi della società contro se stessa. Coglieremmo allora appieno «la verità che – secondo gli autori – siamo tutti convocati ad ascoltare» da La Boétie: e cioè che non esiste potere al di fuori del sostegno attivo dei dominati, ma che - proprio per questo - «per essere liberi basta solo volerlo».

Fabio Ciaramelli, Ugo Maria Olivieri
Il fascino dell'obbedienza
Servitù volontaria e società depressa
Mimesis (2013), pp.132

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Nicolas Martino, L'anarchia selvaggia
«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: "Io, lo Stato, sono il popolo"»... [leggi]

«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”». - See more at: https://www.alfabeta2.it/2013/05/08/lanarchia-selvaggia/#sthash.E6RTqkDP.dpuf
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«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”». - See more at: https://www.alfabeta2.it/2013/05/08/lanarchia-selvaggia/#sthash.E6RTqkDP.dpuf

Soggettività smarrita

Ilaria Bussoni

Nel brutto romanzo di Massimo Lolli, Il lunedì mattina arriva sempre la domenica pomeriggio, un manager di successo del miracolo produttivo del Nord-Est scopre di aver perso il lavoro. Nel tentativo di ritrovarlo ciò che gli si rivela è che tutte le qualità individuali di cui si credeva unico ed esclusivo portatore, e che facevano di lui un brillante, stimato e appagato professionista, sono in realtà più diffuse di quanto non creda.

Andrea Bonin, questo il nome del manager, non viene licenziato perché il suo sapere di esperto del tessile è ormai obsoleto, o perché l’organizzazione del lavoro in cui è inserito richieda una competenza diversa; viene licenziato semplicemente perché ciò che egli ha di più prettamente peculiare da mettere al lavoro – le sue facoltà linguistiche e cognitive – è in realtà facoltà di chiunque altro. Bonin si ritrova disoccupato non per una propria mancanza, ma per l’arbitrio di un capitalismo che riconosce a lui le stesse identiche facoltà che riconosce a tutti gli altri.

Un destino non dissimile da quanto accade al protagonista di Moon, film di Duncan Jones, dove l’unico e imprescindibile addetto della stazione lunare che garantisce la sopravvivenza energetica della Terra intera capisce di essere programmato non solo alla sostituzione bensì alla scadenza biologica. Tanto per Bonin quanto per il tecnico Sam Bell ciò che fa di loro individui assolutamente singolari è ciò che li rende lavoratori sostituibili.

Se il libro di Lolli e il film del figlio di David Bowie fossero volti a dare sostanza narrativa alla descrizione del lavoro di fabbrica, la sorpresa non sarebbe molta: in una catena di montaggio poco importa chi sia a occupare una postazione. Ma che entrambi siano coevi di un capitalismo postindustriale che della portata soggettiva di chi è messo al lavoro – dell’esaltazione assoluta dell’individualità del lavoratore e dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro – ha fatto la propria centralità, questo è certo più paradossale. Ed è proprio a questo paradosso, all’ambivalente relazione tra processi di individuazione, tanto sul piano psichico quanto su quello collettivo per dirla alla Gilbert Simondon, e processi di messa al lavoro e messa a valore che si rivolge l’indagine del libro di Federico Chicchi.

Un’analisi che ha il grande merito di potersi leggere anche come la bella condensazione di un dibattito più che trentennale su assoggettamento e soggettivazione nel passaggio da modelli di controllo e di sfruttamento disciplinari a forme di governamentalità dentro una cornice neoliberista, intesa come ben più di un pensiero economico. Nel contesto della nuova episteme, di una «ragione» di cui il neoliberismo si intuisce sia portatore, e della quale questo libro contribuisce a tracciare i contorni, ciò che va messo a fuoco è anche la portata «volontaria» della servitù al lavoro e l’adesione soggettiva a forme di controllo che giocano sull’ambivalenza tra libertà e giogo, tra godimento e mancanza.

Anche per questo, oltre che per rompere una supposta divaricazione fra tradizioni tutta interna al poststrutturalismo francese, Federico Chicchi fa bene a rivolgersi alla psicoanalisi lacaniana che, a partire dalla clinica della sintomatologia contemporanea (tossicità, dipendenza, angoscia, perversione), ha un punto di osservazione privilegiato proprio su quell’«anima» del soggetto al lavoro, territorio di incursioni di un capitalismo che incentiva, organizza, produce e vende forme di soggettività ma che è anche nucleo di resistenza e pur sempre passibile di desiderio.

Nel ricordare che la crisi del modello estrattivo di plusvalore del fordismo sta anche in quelle «fughe» volte a rivendicare per sé un’«anima» che si trova alienata nel processo produttivo, Chicchi traduce ciò che per Foucault è la resistenza prima del potere e per l’operaismo italiano le lotte prima del capitale.

E forse è proprio quest’irruzione dell’anima, negli anni Settanta vettore della crisi e oggi all’origine della produzione di valore, sulla quale dovremmo soffermarci meglio, per vedere in quali figure della soggettivazione sia rimasta impigliata (il lavoro creativo, il lavoro autonomo, l’imprenditore di sé). Cominciando con una domanda: e se la singolarità, l’irripetibile capacità individuale di cui ci crediamo portatori fosse un effetto ottico del nostro essere assoggettati? Ripartiremmo da ciò che abbiamo in comune.

Federico Chicchi
Soggettività smarrita
Sulle retoriche del capitalismo contemporaneo
Bruno Mondadori (2012), pp. 174
€ 16,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale