Agostino Bonalumi: Ordine-sospensione-disordine…

Manuela Gandini

“Ordine-sospensione-disordine-sospensione-ordine… Oscillazione nella percezione i cui tempi hanno brevità sufficiente a impedire che acquistino valore di interruzione di artisticità (sospensione del giudizio)”. Così scriveva nel 1977 Agostino Bonalumi scomparso la settimana scorsa a 78 anni, coronando in questa dichiarazione il suo pensiero artistico-entropico.

Lo tenne a bottega Enrico Baj, negli anni Cinquanta, mentre studiava disegno tecnico e meccanico. Milano era viva e prolifica, la guerra aveva lasciato traumi, tristezza e volontà di riscossa, imperversavano le pennellate dell’informale: il groviglio entro il quale sprofondare la coscienza per ritrovare un senso, una via, una possibilità. Intanto si formavano nuovi gruppi, per assonanza, per età, per ardore. Erano giovani con la voglia di polverizzare il passato e sondare le dimensioni della vastità dell’universo attraverso l’arte.

Lucio Fontana, alla fine degli anni Quaranta, fonda lo spazialismo. La tela acquisisce una diversa anima, non un luogo di rappresentazione e figurazione, ma l’infinito. Diventa lo strumento con il quale penetrare la materia, studiare i fenomeni del cosmo, sondare gli abissi dell’anima. “E’ l’infinito. E allora buco questa tela che era alla base di tutte le arti ed ecco che ho creato una dimensione infinita”.

In questo clima si formano Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Piero Manzoni, i cosiddetti “tre del colore” e tutti e tre fanno capo alla rivista “Azimuth” insieme a Paolo Scheggi e Gillo Dorfles il quale definisce il loro lavoro: “una dimensione cosmica della realtà”. Nell’irrefrenabile volontà di ricerca, Bonalumi tratterà la tela come luogo, come scultura, come sintesi spaziale, siglando, con i suoi amici, un patto per il progresso sociale.

“Ordine-sospensione-disordine-ordine…”, Bonalumi non smetterà mai di interrogarsi e progettare lo spazio (tela) sul quale corrono luce e forma. Il progetto per lui è un’opera che passa all’altra opera. Con l’utilizzo di sagome di legno retrostanti, l’artista tende la tela formando linee rette che si ripetono con una scansione ritmica: sono le “estroflessioni”.

Rigorosamente monocromi (rossi, blu, bianchi, grigi), i suoi quadri costituiscono una sintesi della razionalità e dell’empirismo. Le forme assumeranno alternativamente un andamento retto o curvilineo e sinuoso. Queste ultime si chiameranno “ pance”. Il suo lavoro è contemporaneamente geometrico e organico, razionale e poetico. Anziché introiettare lo spazio, l’artista crea movimento verso l’esterno, tende a spingersi verso l’alto o l’altro, come un arciere sul punto di scoccare una freccia.

In un’intervista rilasciata a Marco Meneguzzo dichiarava:“Personalmente sono un solitario [...] però non avrei voluto essere un isolato, cosa per cui ho effettivamente sofferto sul piano sia professionale che umano: osservi le cose che accadono o sono accadute nel mondo dell’arte e pensi che forse a qualcuna di queste eri arrivato anche tu, ma poi penso che anche Manzoni, con la sua sostanziale, estrema timidezza, era un solitario, e anche Castellani è un solitario, e allora significa che probabilmente eravamo destinati a questa solitudine”.

A settembre dell’anno scorso “Alfabeta2” gli ha dedicato un numero, pubblicando una varietà di opere che testimoniano la versatilità, l’inventiva e la vitalità della sua ricerca. La sua interpretazione del mondo, coerente e diretta senza mai sbavature, si sviluppa interamente sulle superfici plastiche, sulle ombre e le luci, che l’organismo-opera è in grado di generare.

Il suo lungo percorso espositivo comincia alla Galleria Kasper di Milano (1961), continua con Arturo Schwarz (1965) e si stabilizza con la Galleria del Naviglio che lo terrà in esclusiva. Nel 1970 ottiene una sala tutta per sé alla Biennale di Venezia dove esporrà anche nel 1966 e 1986. Le sue opere sono state acquistate in numerosi musei del mondo.

galleria delle immagini pubblicate

La galleria delle opere di Bonalumi riprodotte sul numero 22 di alfabeta2 (settembre 2012) - l'ebook del numero 22

Come difendersi dall’arte

Tiziana Migliore

Come difendersi dall’arte e dalla pioggia è un libro di Emilio Isgrò che dà la chiave politica della sua ostinata opera di cancellatura. Redattore del Gazzettino in gioventù, Isgrò ha percepito la forza della parola opaca senza più separarsene. L’ha introdotta nel mestiere di poeta visivo che per lui, da allora, è divenuto croce e delizia. Apre gli occhi sui fenomeni di assuefazione.

Nel libro, edito da Maretti e che riunisce articoli apparsi su riviste e quotidiani, dal 1971 al 2012, Isgrò cancella verbalmente ciò che oggi rende il mondo esausto: la dipendenza da una “Parart” piatta, autoreferenziale e sola, “a comando per agiati parvenu”. Non è disimpegnata. Si impegna rispecchiando un’altra scala di valori, diversa, per esempio – chiarisce Isgrò – da quella di chi ha scritto il patto sociale di un popolo in pericolo, la nostra Costituzione. Un immaginario Lamento di Lorenzo De' Medici fa da incipit al volume. Qui è Il Magnifico a biasimare un’arte che piove “da tutti i buchi, / da tutti i pori”, cade dentro e “ributta indietro”. Per difendersi da successo mediatico, compravendite e carriere, senza scrupoli di etica, il mecenate invoca “te, giovane amico”. L’interlocutore è il poeta Isgrò e, attraverso lui, il lettore-spettatore, che il discorso diretto chiama alla critica.

Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba.
Da cinquant’anni Isgrò rivolta il terreno dalle certezze su cui ci assopiamo. Non ara “bianchi prati”, come l’amanuense dell’indovinello veronese. Sparge invece un seme nero su un patrimonio culturale normalizzato: dai Vangeli all’Odissea, dai Codici ottomani all’Inno di Mameli, dal Corano all’Enciclopedia Treccani, fino alla Costituzione della Repubblica italiana. Un oltraggio, certo, ma all’usura, al disuso o al cattivo uso di questa summa.

China e acrilico nero coprono e rinfacciano una scrittura che è già “sotto cancellatura”, perché maltrattata. Isgrò la testualizza così, sintomo di comportamenti deleteri e tuttavia, nel castigo, anche antidoto alla pioggia che devasta e annacqua. Ne La Costituzione cancellata (2010) risultano superstiti i termini /una/ indivisibile/ minora/ta. La sua scommessa è il riscatto dallo status quo. Ecco api e formiche nelle pagine in prosa, poesia e rappresentazione cartografica. Cancellare sortisce un eidolon di caratteri e condizioni in stallo. Si colga la scrittura, come nettare che insetti brulicanti suggono e trasportano.

Il volume, a cura di Beatrice Benedetti, è diviso in sette sezioni e include un prologo e un epilogo, rispettivamente una conversazione con Arturo Schwarz (1998) e un’intervista con Alberto Fiz (2007). I titoli di alcuni capitoli – Volpi e leoni, Terremoti e tecnologie, Disdetta italiana – esprimono il dissenso di Isgrò, che respinge l’“artista vedette” e imputa a un “piano Marshall” certe strategie nazionali, come il preferire Rauschenberg a Fontana. Mordace è la sezione Manifestini. Con il “brevetto rivoluzionario” della cancellatura Isgrò si ricollega alle avanguardie, attive nel modificare il corso delle cose. Nel 2012, al Mart, cancella perciò il Manifesto del Futurismo. Non se ne sentiva più il rumore, quasi fosse estinto. Bisogna farlo tornare indelebile.

L’artista siciliano ricorre alle tecniche della stampa, le medesime che consentono a Warhol la riproduzione in serie, per una distruzione “beatrice” (Mallarmé), iniziatica al cambiamento. Ha questo senso l’enorme scultura, a forma di seme d’arancia, installata a Barcellona Pozzo di Gotto, sua città natale. Tufo impastato con pomice in polvere, sabbie vulcaniche e resine antisismiche. Nelle pagine del libro, Schwarz, primo editore e collezionista di Isgrò, stana l’alchimia del monolite. Sparita l’arancia, rimane un seme che è principio di differenziazione, energia locale, offerta civica di rinascita.

LIBRO
Emilio Isgrò
Come difendersi dall'arte e dalla pioggia
a cura di Beatrice Benedetti
Maretti Editore (2013), pp.268
€ 22.00