Effetto Eliseo

Paolo Fabbri

Per il visitatore della mostra di Eliseo Mattiacci, Dinamica verticale, alla Fondazione Pescheria di Pesaro, si rinnova l’ Effetto Eliseo. Nel senso originale che ha la parola nelle ricerche sulla natura (effetto Doppler, Effetto Magnus, Effetto Farfalla, ecc.) per la capacità originale di connettere campi diversi e lontani.

Un effetto che l’arte e la tempra di Mattiacci raggiungono con l’uso calcolato delle materie, l’impiego delle forze, la presentazione delle forme e la collocazione specifica nei luoghi. Le materie, in primo luogo. Nel tempo digitale e soft dell’informazione, sembra che il regno hard dei minerali e dei metalli abbia smesso di parlare alla nostra immaginazione smaterializzata. Le scienze pensano la natura con teoremi complessi e le macchine sono scatole nere (provatevi a leggere un’equazione dei fluidi o a riparare una macchina informatica!). Tocca alle arti “dis-astrarre” la percezione della natura e ritrovarne le qualità primarie al di là del controllo e dello sfruttamento.

Restituire alla materia il ruolo che le spetta: quello di un centro onirico, dove essa sogna dentro di noi, al di sotto delle forme. A costo di “dis-immaginare”: la moltiplicazione attuale delle immagini è la causa di una “maleducazione minerale”, a cui un filone o una vena dell’arte contemporanea, come l’Arte Povera, vuol porre rimedio.

Per Effetto Eliseo, il cogito cerebrale che ossessiona la rappresentazione di sé e del mondo fa posto a un metallismo appassionato dell’acciaio e dell’alluminio, le sostanze che la sua mostra ci presenta. La vita della materia, nella sua immediatezza percettiva, visiva e tattile, libera il pensiero e ci radica nel mondo con una lezione di cose. Questo realismo minerale che è una componente dell’Effetto Eliseo non ha nulla di informale: è un fatto di vettori e tensioni, pesi e sospensioni, contrazioni, slanci veri o immaginari. L’immaginazione materiale è dinamica, ma non meccanica; detto altrimenti, l’immaginario del movimento richiede un’immaginazione delle sostanze: “la materia come specchio energetico, che focalizza i nostri poteri illuminandoli di gioie immaginarie” (Bachelard).

Eliseo Mattiacci, Dinamica Verticale

Le opere in mostra non sono le illustrazioni di formule ed equazioni riduzioniste e neppure il tecno-kitsch della divulgazione scientifica; sono un teatro di forze che chiedono allo spettatore di partecipare con le proprie. Le forze di capillarità, elasticità, frizione che gli scienziati tentano di unificare, ma che restano separate e vive nella percezione. L’Effetto Eliseo non è fatto d’associazioni di idee ma di energie - la vitalità delle attrazioni e repulsioni, del rigido e dell’elastico, del grave e del lieve - che mirano al cielo. Un cielo promesso, come si dice una “terra promessa”.

Il minerale attrae l’astrale e la siderurgia il siderale grazie alla mediazione della forma: al disegno con cui Mattiacci inscrive nella materia le influenze del cielo, trasformandola in sostanza espressiva. Nel significante di un senso Cosmologico: un “composto” come si diceva delle macchine barocche, che è l’indice e il traduttore di energie dell’aria e della luce. Il Cosmogramma di un Vulcano aereo e non sotterraneo.

Equilibri precari, quasi impossibili, del 1991 mostra e dimostra quanto il pesare obblighi a pensare e il soppesare a ripensare. La coppia di lunghe - 12 m. - pesantissime traversine in corten – un motivo frequente dell’Effetto Eliseo (Carro solare del Montefeltro, 1986; Le vie del cielo, 1996, ecc.) - è attratta e sorretta dall’invisibile forza d’un magnete che le dota della virtù, naturale e artisticamente, costruita, d’una elasticità lieve e cautamente tangibile. (La freddezza è il calore specifico del metalli).

La calamita – un motivo ricorrente in Eliseo - è un attrattore verso il quale evolve un sistema dinamico (collegamento wikipedia); il dispositivo in mostra sintetizza l’essere e il divenire; un “cogito ponderale”, direbbe il filosofo o un esperimento fisico di “equilibrio metastabile”. “Precario” è un termine che rinvia ad una possibile grazia che si prega (lat. prex-) di ottenere. Allo spettatore veramente implicato è dato comprendere la materia nella sue proprietà ante-prime: serenamente straordinarie, tra ragione e immaginazione. Senza dimostrazioni concettuali e senza illusionismi, ma dense di significati.

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Il magnete a cui aderiscono le lunghe linee delle traverse è appeso nel vuoto di un alto rettangolo metallico, sostenuto da una base orizzontale e simmetrica. Lo storico dell’arte, vigile della coesione disciplinare, vi ha riconosciuto la spalliera marmorea e istoriata della pala pesarese di Giovanni Bellini e ha letto Equilibri come una “poetica allegoria della prospettiva” (Briganti).

La collocazione dell’opera in luogo sconsacrato (l’ex chiesa del Suffragio), che della chiesa mantiene l’ambito e le proporzioni, la collocazione delle traversine ad altezza di sguardo sembrano confermare la proposta. Se così fosse però, per il doppio attraversamento dei binari d’acciaio, il punto di fuga si collocherebbe sia in profondità che in prossimità dell’osservatore, di cui calamita lo sguardo. La prospettiva “legittima” quindi, ma anche quella rovesciata nel cui vanishing point si trova lo spettatore. Ancora un Effetto Eliseo?

L’opera successiva che incontra lo spettatore critico è una serie di tre Eliche, collocate nel Loggiato antistante, come i capitelli di colonne future. Sono delle pale, stavolta alla lettera: ali rotanti in alluminio. Un materiale che si oppone all’acciaio corten degli Equilibri per la morbidezza, la leggerezza e la resistenza all’ossidazione. Duttile e particolarmente malleabile, l’alluminio non è magnetico e ha un basso potere radiante. Il trattamento della superficie a cui Eliseo l’ha sottoposto lo rende brillante all’occhio e granulare al tatto: come per gli alchimisti così per l’artista la vita metallica è fatta di perfezionamenti.

Le pale dell’elica sono elementi di fluido-dinamica: forze che possono agire nell’aria come nell’acqua (siamo in una Pescheria!). Calettate su un mozzo striato e come collegate ad un albero rotante, quelle di Eliseo non sono eliche traenti o spingenti, ma pale portanti.
Hanno il frullio immaginario – elicoidale, assiale, rotazionale – e la spinta sostentatrice - azioni e reazioni - che sollevano gli elicotteri e mirano al cielo. Come in Equilibri , le Eliche sollecitano nell’osservatore un immaginario dinamico di vittoria sulla gravità: levare e alleviare come effetto attivo di una spinta e di un’aspirazione propulsiva.
Riconosciamo l’Effetto Eliseo.

Geopolitiche dell’arte

Stefano Chiodi

Sono molte e diverse le ragioni della progressiva emarginazione del discorso critico sull’arte contemporanea nella cultura italiana degli ultimi tre decenni. Tra le più rilevanti il mutamento strutturale del «sistema dell’arte», che ha posto l’esercizio della critica in posizione marginale rispetto alle logiche istituzionali e di mercato, il prevalere della «cura» sulla dissezione critica e l’impegno etico e politico come modello di approccio all’opera d’arte, l’implosione dei paradigmi storico-critici modernisti, la refrattarietà (sino a tempi recenti) dell’ambiente accademico ed editoriale e, non da ultima, l’evaporazione sul piano internazionale della presenza culturale italiana.

Da un bilancio estremamente sfavorevole di questa condizione muove il recente libro di Michele Dantini, Geopolitiche dell’arte, che fin dal titolo rivendica l’esigenza di una esplicita decolonizzazione del discorso sull’arte italiana post-1960, da attuare attraverso una serrata critica a quei «processi di internazionalizzazione subalterna» attraverso i quali artisti e movimenti si sono posizionati rispetto agli scenari internazionali. Ma perché decolonizzare? Perché è da una vera e propria, inconfessata subalternità culturale alle narrazioni storiche dominanti, in special modo quelle di area anglosassone, che deriva secondo Dantini la sostanziale incomprensione dei percorsi interni dell’arte italiana – da Piero Manzoni sino agli sviluppi più recenti –, il silenziamento delle sue immagini, regolarmente svuotate e appiattite su pseudospiegazioni di comodo o ideologicamente scontate.

Il costante ricorso a metafore e semplificazioni folkloriche, sia autoctone che provenienti dall’esterno, o la difficile negoziazione tra modelli di importazione, tra «canone metropolitano» e strategie di resistenza messe in atto dagli artisti italiani, divengono così per Dantini altrettanti nodi problematici da interrogare e riformulare spesso in modo radicale.

Una lettura genealogica delle immagini diviene indispensabile per ripensare in modi nuovi gli esiti di questa negoziazione in una serie di episodi celebri, come ad esempio gli «animali» di Pino Pascali, nei quali la memoria di Savinio si combina coi riferimenti modernisti a Brancusi sullo sfondo del minimalismo americano di metà anni sessanta, oppure la caustica appropriazione «paranoico-critica» dell’opera di Rauschenberg operata da Gino de Dominicis, o ancora le implicazioni «strategiche» degli autoritratti di Paolini del 1968-69 e il sottotesto ideologico dei riferimenti iconici di Pistoletto.

Nei saggi che compongono il libro, insieme a un serrato corpo a corpo con le incrostazioni e le lacune della «storia dei testimoni» sin qui dominante, si dipana così una rilettura spesso provocante e mai scontata della vicenda artistica italiana: che grazie anche alla rivalutazione del contributo di protagonisti come Carla Lonzi e Paolo Fossati mira a ridefinire confini e caratteri culturali di quella che Dantini definisce con significativa metafora etnografica una «zona di contatto», attraversata da «propositi di assimilazione e al tempo stesso sospinta da sensibilità, memorie, motivazioni proprie».

Michele Dantini
Geopolitiche dell’arte
Arte e critica d’arte italiana nel contesto internazionale dalle neoavanguardie a oggi

Christian Marinotti (2012), pp.224
€ 24

Dal n.28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale