Questionario

Alessandro Broggi

1.

L’artista, lo scrittore, il poeta come “intellettuale”?

2.

Si fa cultura o si fanno prodotti culturali?

3.

Analisti o turisti del reale?

4.

Meglio il modello frontale “individuo opposto alla società/ società cattiva schiaccia individuo innocente”, o il modello “entrare nelle dinamiche del domino e scardinare le regole che presiedono ai giochi con l’accettarle, con l’attraversarle”?

5.

Questo testo non dice niente di particolarmente interessante in fatto di estetica. Leggi tutto "Questionario"

Scultore di parole

Simone Ciglia

23 aprile 1979, foyer della chiesa di San Giovanni a Bochum. Un gruppo di ragazzi che da anni si riunisce per «scoprire idee fondamentali sul mondo, la società e [loro] stessi» invita Joseph Beuys (Krefeld, 1921-Düsseldorf, 1986) a discutere sul tema «Che cos’è l’arte?». L’artista tedesco, ormai celebre, ha alle spalle un trentennio di attività. Ha già elaborato l’intelaiatura che regge il suo pensiero e ne detta l’opera, i cui puntelli principali risiedono nel «concetto ampliato dell’arte» e nell’idea della «scultura sociale». Ciò lo ha condotto ad avventurarsi sempre più sul terreno della politica. Quell’anno segna il culmine del suo impegno in questo campo: è candidato con i Verdi al Parlamento europeo, impresa tuttavia destinata a non incontrare successo.

Il cuore del dibattito è l’interrogazione sullo statuto ontologico dell’arte, la domanda fondamentale che anima – almeno dovrebbe – ogni tentativo in questo campo: Che cos’è l’arte? Questione radicale troppo spesso elusa dietro il paravento dell’ineffabilità del gesto artistico, e resa ancor più ardua dalla deflagrazione della stessa nozione di arte nel XX secolo. Beuys non si esime dal prendere di petto la questione, scandagliandola tanto dal punto di vista teorico (è questo l’incipit della conversazione) quanto da quello tecnico-pratico (nel prosieguo).

Ciò che impressiona maggiormente nel tempo parcellizzato e precario dell’oggi è l’organicità del disegno unitario che soggiace al suo lavoro, la cui ampiezza arriva a coprire sostanzialmente tutti gli ambiti nei quali l’essere umano si è espresso; un pensiero capace di astrarsi nelle vette della teoresi per ridiscendere con estrema rapidità sul piano dell’immediata concretezza. La discussione è accompagnata infatti dall’ostensione di oggetti di diversa natura che l’artista commenta (si dilunga ad esempio su una scatola di legno); non mancano inoltre riferimenti al contesto, un’architettura di Hans Scharoun.

Come avviene per pochi altri artisti, ascoltare la voce di Beuys ha un’importanza pari all’osservarne l’opera. L’autore assegnava un valore altissimo alla parola: essa è scultura, traduzione plastica di un pensiero che costituisce un momento consustanziale dell’opera. In una conferenza a Monaco di qualche anno dopo avrebbe detto: «La mia strada passava attraverso la parola […]. Il concetto di popolo è collegato in modo elementare alla sua lingua», e avrebbe descritto la propria arte come «un concetto di scultura che inizia nella parola e nel pensiero, che nella parola impara a costruire idee, le quali possono trasferire, e trasferiranno, il sentire e il volere nella forma».

Sulla parola Beuys ha fondato una parte essenziale della propria opera, che si è inverata in azioni e discussioni (celebre quella di cento giorni a Documenta 5 nel 1972), oltre alla sua attività d’insegnante: «dottrina della parola» era fra l’altro una «disciplina intermedia» ipotizzata nel piano di studi della Free International University, l’istituzione educativa che l’artista concepì insieme a Heinrich Böll. La pubblicazione di questa discussione da parte di Castelvecchi s’inserisce nel solco di una meritoria opera di scavo sulle fonti della storia dell’arte contemporanea, che ha riportato alla luce testi di artisti o critici non tradotti oppure esauriti in italiano (Roger Fry, Paul Sérusier, Desiderius Lenz tra gli altri).

La domanda del titolo resta in conclusione – com’è naturale – priva di una risposta. Ma è fonte di grande piacere intellettuale per il lettore seguire i tentativi da parte dell’artista per cercare una risposta. A indirizzare questo percorso sono gli stimoli forniti dai ragazzi partecipanti e soprattutto da Volker Harlan, curiosa figura di sacerdote (parroco a Bochum dal 1965) che nei suoi studi ha incrociato teologia, arte e biologia. Amplissimo l’arco delle questioni affrontate, con la consequenzialità e insieme gli improvvisi scarti tipici del discorso parlato. L’autore dichiara la propria volontà di superare la concezione di un’arte puramente retinica a favore di una «terapeutica», che risvegli dal torpore la società e inneschi una discussione: un concetto di arte che lui stesso ha contribuito a rimodellare, espandendolo in modo estremo. Alla base vi è una teoria relativa al calore che si traduce nell’impiego di varie sostanze (come cera e grasso).

Allargando il perimetro, il discorso arriva a toccare anche argomenti di architettura, design, economia e politica, con una critica del sistema capitalistico in favore di una centralità dell’arte, considerata «vero capitale». La proposta beuysiana è una palingenesi globale che vuole porsi al di fuori di un orizzonte utopico per inscriversi in quello del reale. Fuori di ogni prospettiva religiosa o semplicemente trascendentale, l’arte arriva a coincidere con il significato della vita, che consiste nell’apertura all’altro. Essa è lo strumento ideale d’indagine di un uomo che non ha mai cessato d’interrogarsi sul mondo.

Joseph Beuys
Cos’è l’arte?
a cura di Volker Harlan
Castelvecchi, 2015, 96 pp.
€ 16

Magnifiche ossessioni

Ginevra Bria

Dietro ogni ossessione, a volte, si nasconde un trauma, una delusione, un dolore, una ferita emotiva impossibile da rimarginare, una scalfittura, più o meno profonda, che cerca però di emergere attraverso una condivisione, forse solo consolatoria, talvolta impossibile, con l’Altro. Ma se gli oggetti trovano una storia che li racconti , in completa sospensione rispetto al corso naturale della loro storia e del loro tempo, allora si apre il loro segreto e la condivisione con gli altri è possibile. Contro la dispersione, la confusione e la frammentarietà in cui versano le cose di questo mondo (Benjamin) solo una magnifica ossessione può fare emergere come il collezionista risulti così avvinto dal costituire una propria serialità da intraprendere una ricerca inesausta dei suoi oggetti di desiderio, fino ad esserne talvolta posseduto.

Fino al 25 maggio, negli spazi espositivi della Barbican Art Gallery di Londra, è di scena il controllo onnipotente sulla morte attraverso il collezionismo d’artista, nella forma in cui quattrodici di loro (da Hanne Darboven a Sol LeWitt, da Danh Vo al messicano Dr Lakra) hanno imposto la morte agli oggetti, tenuti in vita tramite un possesso sistematizzato. Se dunque è vero che la cosa più amata dal collezionista sia quella che ancora non possiede, nel percorso di Magnificent Obsessions: The Artist as Collector il collezionista lotta contro la paura della perdita, sublimando l’entropia della dispersione, della disseminazione.

Una procedura di immortalità illusoria che per alcuni ha assoluto valore vitale e di sopravvivenza del Sé e per altri si è manifestato come fonte di ispirazione, riferimenti visuali per i loro lavori, memento personale e anche investimento. Quattordici artisti del dopoguerra, dunque, presentano le loro collezioni, tra oggetti professionali e personali. Le loro raccolte variano da memorabilia come prodotto di massa e pezzi da collezione popolari a rarità uniche nel suo genere, curiosità, specimen, artefatti mai visti e, infine, anche opere d’arte.

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Andy Wharhol's artwork. Magnificent Obsessions_The Artist as Collector, Barbican Art Gallery. ©Peter MacDiarmid, Getty Images

Gli spazi della Barbican Art Gallery si trasformano in contenitori che assumono su di sé la passione del collezionare, un impulso che ha controbilanciato, completato, accompagnato e formato i loro interessi. Per altri, invece, questa compulsione ha rappresentato un ostacolo alla loro abilità lavorativa, al corso del loro più intimo processo artistico. Dunque perché gli artisti collezionano? E come vivono e lavorano a contatto e in dialogo con le loro collezioni? Come riconoscere il legame tra gli oggetti che raccolgono e i lavori che realizzano? Le collezioni sono state tradizionalmente accumulate con l’obiettivo di costruire e di trasmettere conoscenza. Anche gli artisti condividono questo intento, ma sospingendolo, estendendolo verso fini più soggettivi.

Diversamente dai musei, gli artisti non seguono un approccio sistemico perfettamente scolastico, e nemmeno sembrano essere in cerca di assemblare collezioni comprensive e rappresentative. Riflettendo sulle ossessioni più intime, i loro acquisti sono spesso frutto di un dialogo indissolubile, in tandem, con il loro lavoro e il loro impianto visuale. Molti artisti vivono assieme, a stretto contatto, e spesso utilizzano le loro collezioni, mentre altri tengono ogni oggetto perfettamente conservato e stipato in un magazzino.

Alcuni artisti si rivelano reali connoisseur, formando con cura e attenzione le loro collezioni, mentre altri accumulano orde di oggetti affastellandoli, affinché nulla possa essere lasciato andare. Questa mostra presenta solo una selezione di oggetti prelevati da collezioni di ogni artista, in correlazione con almeno un lavoro, un’opera significativa del loro percorso estetico, rimarcando quanto le raccolte oggettuali abbiano, in qualche modo, confermato e influenzato: processi, ispirazioni, motivi e, ovviamente, ossessioni. Ogni collezione è stata installata nello spazio come a costituire un alveo a sé stante, mentre l’allestimento ricrea, quasi scientificamente, lo stile dell’ambiente domestico o di lavoro che ha conservato le collezioni, cercando di riambientarle all’interno di uno spaccato della loro esistenza quotidiana.

Magnificent Obsessions Installation Images
Hanne Darboven artwork. Magnificent Obsessions_The Artist as Collector, Barbican Art Gallery. ©Peter MacDiarmid, Getty Images

Per alcuni artisti in mostra risulta maggiormente plausibile l’attitudine all’ideazione e allo sviluppo di una raccolta seriale di oggetti, à côté delle loro pratiche compositive più conosciute. Arman, ad esempio, si scopre aver acquisito i primi interessi artistici da suo padre, Antonio Fernandez, un antiquario di Nizza. E negli anni Cinquanta quando l’artista, poco più che ventenne, cominciò a lavorare nel negozio del padre iniziò di pari passo a collezionare antiche pistole, radio, jukebox, orologi e maschere africane, sviluppando quel senso scultoreo accumulativo-ricorsivo che ha contraddistinto il Nouveau Realism; un’impronta tratta dall’accostamento di numerosi esemplari del medesimo oggetto per ciascun tipo. In mostra, infatti, emerge, dall’indistinto corpo aggregante della frammentarietà, Home sweet home II (1960): dozzine di maschere a gas compresse all’interno di una cornice, evocanti non solo il fantasma di un esercito chimico, ma anche le enormi privazioni subite dall’artista durante la Seconda Guerra Mondiale; qui sublimate sotto forma di accumulazione stratificante.

In mostra, dopo l’antro dedicato all’universo costellato di sedie per bambini, cartelli, bambole, pupazzi e treni giocattolo di Peter Blake; dopo le stanze ricolme di appunti, cartoline, strumenti, opere, artefatti a forma di caprette e cavalli della casa amburghese di Hanne Darboven; dopo le forme e i colori neutrali delle porcellane tattili di Edmund de Waal; i busti vintage, anatomici e carcasse di corpi immortali in formaldeide di Damien Hirst si dispongono, bisturi alla mano, come plotoni dell’affermazione della vita, in lotta contro la brevità del tempo concesso.

Magnificent Obsessions Installation Images
Sol le Witt's collection. Magnificent Obsessions_The Artist as Collector, Barbican Art Gallery.
©Peter MacDiarmid, Getty images

Tra centinaia di elefanti indiani di Howard Hodgkin, di album dai ritagli macabri di Dr Lakra e di fotografie moderniste di Karl Blossfeldt, Albert, Renger-Patzsch e August Sander collezionate da Sol LeWitt, nello spazio spandono le cartoline esotiche accumulate da Martin Parr, i dipinti dei negozi di seconda mano di Jim Shaw, gli arnesi del Neolitico di Hiroshi Sugimoto, le insospettabili biscottiere nostalgiche di Andy Warhol e i 3000 tessuti di Vera Neumann conservati con cura da Pae White. Cose di cose che hanno termine solo quando si trasformano in un’opera d’arte totale in sé, come I M U U R 2 (2013): raccolta di dipinti e di artefatti appartenuti a Martin Wong, memoriale successivamente ri-composto da Danh Vo, esposto al Guggenheim Museum di New York e acquisito come composizione definitiva dal Walker Art Center di Minneapolis.

Possiamo permetterci l’arte contemporanea?

Michele Emmer

L’arte è gioia, è futuro, è da ricordare, per scandire il tempo.

Che cosa è l’arte? Viviamo nell’epoca della rete, ecco la risposta in rete di Wikipedia: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime, l'arte è l'espressione estetica dell'interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell'artista nell'ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. Alcuni filosofi e studiosi di semantica, invece, sostengono che esista un linguaggio oggettivo che, a prescindere dalle epoche e dagli stili, dovrebbe essere codificato per poter essere compreso da tutti, tuttavia gli sforzi per dimostrare questa affermazione sono stati finora infruttuosi. E naturalmente esiste anche l’arte culinaria, la capacità di cucinare bene. Sempre in rete nel sito di wikitesti si trovano alla voce arte culinaria delle poesie (di cui non è riportate l’autore):

La culinaria è l'arte e in più la scenza
De còce bene quello che se magna,
In magnera che quello ch'è in credenza
Diventi cucinato una cuccagna.

C'è bisogno de tanta conoscenza
De come se lavora eppoi se bagna
Co' l'ojo ner tegame co' pazzienza
Er sugo p'er risotto o la lasagna.

Nessuno fortunatamente è in grado di specificare che cosa l’arte sia, dell’arte culinaria abbiamo un poco tutti qualche idea. Anche se non tutti sono bravi ed inventivi. Non tutti sono dei grandi artisti della cucina. Dove la parola artisti è usata in un senso ampio. Non sembrerebbe possibile rileggere quella specie di definizione di wikipedia dell’arte, sostituendo alla parola arte, le parole arte culinaria.

L’arte è ribellione, è rabbia, è voglia di rivoluzione, di cambiare, è rivolta.

Però se si rivolge alla rete la domanda “Che cosa è l’arte?” si ottengono 1.280.000 risposte, senza fare distinzioni tra cose plausibli e no. Ora se alla rete poniamo la domanda “Tortellini” ne otteniamo 9.640.000. Se poi chiediamo notizie di parmigiano reggiano 2.750.000 e si potrebbe continuare con culatello, mortadella e tante altre delizie dell’arte culinaria. Mi piacciono moltissimo i tortellini, cotti nel brodo vegetale, con una bella spruzzata di parmigiano.

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Negli ultimi anni mi dicono che non c’è trasmissione televisiva che non abbia il suo momento in cui si cucina in studio. Una orgia di ricette, tegami, ingredienti, sapori, odori. Una grande arte culinaria! Vuoi scrivere un libro che vende tante copie, con suggerimenti, ricette, idee sublimi? Scrivete di cucina. Volete diventare famoso? Aprite un ristorante, inventando nuovi piatti fantasiosi e curiosi e magari anche buonissimi. Insomma una parte importante della nostra vita ruota attorno all’arte culinaria. La prima frase della approssimativa definizione di che cosa sia l’arte, si potrebbe modificare così:

L’arte culinaria, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Sembra un poco stiracchiata come definizione, un poco esagerata, molto eccessiva, francamente imbarazzante. Espressione estetica Fortunatamente anche la parola estetica pone non pochi problemi per essere definita. Parola recente che è forse eccessivo applicare a qualsiasi cosa. Ma i tempi cambiano, anche l’estetica cambia, anche l’arte. Che diritto abbiamo di escludere alcuni ambiti della attività umana, dall’ambito artistico?

L’arte certo come illusione, l’arte come chimera, come ricordo, come rimpianto.

Succede che un luogo deputato all’arte, per di più a quella cosa molto indefinita, indefinibile, inarrivabile, inesprimibile, odiata, vituperata che è l’arte contemporanea venga profanato da una bella mostra di arte culinaria. Dai profumi, dai sapori, dagli odori, dalle forme delle tante magnificenze di uno dei luoghi tempio dell’arte della cucina: Modena. La Galleria civica d’arte contemporanea di Modena, di cui è è parte la meravigliosa palazzina Vigarani iniziata a costruire nel 1633, delegata a contenere prelibatezze e maestrie dell’arte culinaria.

E il direttore della galleria stessa che se la prende a male e si dimette, in questi tempi dove avere un posto di lavoro, seppur a tempo parziale come era il suo, è così difficile. E un bel coro di intellettuali insorge. Veri parrucconi della cultura, pronti poi ad abbuffarsi di tortellini, e di salumi. Come racconta l’episodio il protagonista Marco Pierini, mio caro amico per dichiarare subito la mia faziosità:

I consorzi che raccolgono i produttori del settore agroalimentare del territorio modenese, riuniti nella società Palatipico srl, hanno fatto pubblicare sulla stampa cittadina del 12 dicembre un articolo nel quale annunciavano che avrebbero chiesto al Comune di Modena l’utilizzo della Palazzina Vigarani, da 33 anni assegnata alla Galleria civica come sede espositiva, per farne una vetrina delle “eccellenze enogastronomiche” durante tutto il periodo di Expo 2015. Lunedì 15 il sindaco di Modena ha annunciato in conferenza stampa di aver accolto la proposta di Palatipico, senza aver prima aperto alcun confronto con la Galleria, la cui programmazione era perfettamente definita e già annunciata su tutta la stampa locale e italiana. Nei giorni successivi si sono svolte lunghe ed estenuanti trattative con assessori e dirigenti del Comune volte a cercare di convincermi a trasferire altrove le mostre, senza che questo ‘altrove’ prendesse mai la forma di uno spazio preciso e rispondente alle caratteristiche minime che sono necessarie (adeguatezza degli ambienti, climatizzazione, impianti di sorveglianza, illuminazione, ecc.). A me pareva molto più semplice cercare un luogo diverso per i prodotti tipici piuttosto che sfrattare un museo dalla sua sede storica.

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L’arte è figlia del potere, serve a dare l’illusione di contare, di essere tutti eguali, tutti partecipi.

ME: Pensi che i luoghi dell’arte non possano essere usati in altro modo?

MP: Non lo credo affatto, ma est modus in rebus! L’amministrazione comunale di Modena potrebbe anche, da domani, avviare un percorso di trasferimento definitivo delle sedi della Galleria civica altrove, in spazi magari anche più adatti. Ma sono processi che richiedono tempi e modi adeguati e lunghi. Quando uno spazio è individuato come museo le forme e i limiti del suo utilizzo sono di competenza del direttore e regolati da norme, regolamenti, standard internazionalmente riconosciuti, oltre che – in caso di edifici storici – dall’attività di tutela della Soprintendenza. Detto questo nei musei si leggono libri, si proiettano film e video, si organizzano spettacoli teatrali e di danza, concerti, attività educative di ogni tipo e persino (in spazi adatti) eventi che hanno a che fare con la cultura materiale.

Aggiunge Pierini:

Non ho mai incontrato un artista (un musicista, uno scrittore... a cui i tortellini non piacessero, ma ho anche riscontrato quanto i modenesi, una volta che si siano alzati da tavola, come tutti, amino leggere, andare al cinema, a teatro, alle mostre. La tradizione e la vivacità culturale della città – che naturalmente i modenesi percepiscono meno di chi viene da fuori, com’è naturale – sono evidenti: il festivalfilosofia, la Galleria Estense, le biblioteche, belle stagioni teatrali, un ottimo festival di musica barocca (Grandezze & Meraviglie), musica di alta qualità proposta da associazioni come gli Amici della musica, un cinema d’essai dalla programmazione sempre intelligente e accurata, per non parlare del fermento delle attività di base. Insomma, mi sembra riduttivo per la storia e la qualità della cultura modenese passata e presente limitarsi ai pur squisiti prodotti della cultura enogastronomica.

ME: La cultura ha un senso, nel senso restrittivo e autoreferenziale che le vogliono dare gli intellettuali, che pretendono di averne il monopolio?

MP: Il monopolio non ce l’ha nessuno e la Pop Art ci ha insegnato che cultura popolare e cultura d’élite non solo convivono ma possono mescolarsi e interagire tra loro. C’è un problema, però, di mantenimento dell’integrità – non soltanto fisica – del nostro patrimonio storico artistico. L’opera d’arte agisce sempre come una deflagrazione in noi, ci rende consapevoli del passato, ci aiuta a vivere il presente, ci proietta nel futuro. Considerarla “tappezzeria”, qualcosa “di bello” di fronte – o dentro al quale – si può organizzare un cocktail party significa (oltre che spesso metterne a rischio l’incolumità) staccare il detonatore, limitare o addirittura annullare quel potenziale attivo dell’opera (ma meglio dovremmo dire dell’intero patrimonio culturale) che ci trasforma in cittadini più consapevoli, e dunque migliori.

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Dimentica Marco Pierini che l’arte nella stragrande maggioranza dei casi non rende, non contribuisce ad aumentare il PIL, a diminuire il debito. In un periodo di grandi ristrettezze possiamo permetterci l’arte, ancora di più l’arte contemporanea? Non è meglio investire sul presente, sull’oggi, su fatti sicuri e non opinabili? (chi mette in discussione tortellini e cotechini e il reddito che producono?). Possiamo giocare e permetterci l’arte contemporanea? Possiamo permetterci di investire nella conoscenza, nella discussione, nella capacità critica? Possiamo permetterci di discutere? Possiamo permetterci di avere opinioni diverse? Possiamo pensare che il futuro non è domani ma anche dopodomani? Che non sapremo mai con alcuna certezza se l’arte di oggi sarà anche un’arte del futuro, vicino e lontano? Che dobbiamo culturalmente e strutturalmente, in termini ragionevoli certo, rischiare, inventare, rinnovare, cambiare, rivoluzionare?

Ma si dirà, in fondo una polemica banale, che si può risolvere velocemente mangiando un piatto di tortellini in brodo. E se invece fosse una piccola immagine del mondo contemporaneo, con i suoi valori, le sue certezze, le sue incapacità, le sue scarse ambizioni, con la sua smania di essere rassicurato e non spinto in mare aperto, a cercare nuove idee, nuove soluzioni? L’arte non ci darà soluzioni, ma forse problemi, caoticità, casualità, alla ricerca di una utopia di vita in cui l’arte è stata sempre parallela alla vita dell’umanità, da quando qualcuno dipinse nelle grotte di Lascaux grandi animali, e dei misteriosi quadrati, grandi, colorati. Erano circa 15.000 anni fa, erano uno o più appartenenti alla razza Homo Sapiens Sapiens. Che mangiavano, lottavano, dormivano, procreavano, ma aveva scoperto di aver bisogno anche di altro. E se qualcuno pensa che quelle immagini non li hanno aiutati a vivere, sbaglia di grosso. Io i tortellini li preferisco asciutti.

L’arte è figlia delle diseguaglianze: tra i popoli, le civiltà, le città, gli individui.

Alechinsky en Bataille

Michele Emmer

Viviamo immersi nell’epoca del messaggio breve ed effimero. L’email è divenuto in breve tempo un mezzo obsoleto (almeno per una parte degli utenti) per comunicare. Si scrive troppo, si tende a ragionare, e spiegare, non va. Meglio un bel twitter o ancora meglio un hashtag. Poche parole, pochissime. Tutto è più semplice e chiaro. Tanto tutto sparirà presto, dimenticato. Sino a pochi anni fa era la carta, la carta scritta, la carta stampata, che si riteneva effimera. La fragilità della carta. Arte antica, preziosa, quella della carta. Della scrittura, della scrittura stampata, delle lettere scritte a mano. Scrittura su cui riflettere, ragionare, inventare, arte, per fare arte, legata alla materia, alla carta.

Un incontro molto interessante, lettere, stampe antiche che diventano arte. In questi gironi a Venezia, uno dei luoghi dove è nata la carta, la stampa e dove la tradizione della carta, pur tra mille difficoltà, continua. Insieme ai tanti modi di produrre arte nella città della laguna, ovviamente. Mostra a Venezia dal titolo Alechinsky en Bataille, galleria d’arte Bordas, dal 25 maggio al 30 giugno, a pochi passi dal teatro della Fenice. Si tratta dell’artista Pierre Alechinsky, nato a Bruxelles nel 1927, lavora a Parigi e si trasferisce poi per vivere e lavorare tra Bougival e il sud della Francia. Tra i fondatori nel 1948, insieme a Karel Appel, Asger Jorn e Corneille del gruppo CO.BR.A. Nel 1951 si trasferisce a Parigi per studiare tecniche di stampa. Tre anni dopo, nel 1954, espone per la prima volta le sue opere a Parigi e inizia ad interessarsi alla calligrafia giapponese. La sua fama internazionale continuò durante tutti gli anni successivi. Attualmente Alechinsky vive a Bougival, in Francia, dove continua ancora a dipingere e a realizzare stampe e illustrazioni per libri.

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Ma chi era Bataille? François Honoré Bataille nasce a Parigi nel 1833, è litografo (una tecnica di stampa) che aveva la sua sede a Parigi al numero 10 di rue de Grand Chantrie, e poi in rue de Chabrol, 18-20. È un luogo quest’ultimo molto famoso per gli amanti della litografia frequentato attorno al 1950 da un tal Pierre Alechinsky. La stamperia Bataille è acquistata da Jules Mourlot nel 1914. Chi racconta questa storia è Hervé Bordas, bisnipote e proprietario della omonima galleria a Venezia. Dove sono esposte le opere inedite di Alechinky realizzate tutte su fogli stampati e lettere della stamperia Bataille degli anni 1860-1870. Gli anni della disfatta francese contro i Prussiani, dell’assedio di Parigi, della caduta di Napoleone III, della Comune.

Queste antiche carte arriveranno nel 1960 nelle mani di Hervé Bordas che anni dopo disegna e spedisce a Alechinsky un “autoritratto” dell’artista realizzato da lui stesso. Su una carta del 1867, vera premessa di questa mostra. E a Venezia nel 2009 si tiene la mostra Incisioni su carte antiche con opere di Alechinsky. Nel 2010 Bordas invia all’artista le carte Bataille che erano state conservate per cinque generazioni. E da lì nasce l’idea della mostra Alechinsky en Bataille. Da quando è giovane l’artista è attratto dai carteggi, li legge, ne utilizzate delle frasi, ne fissa i luoghi di emissione, i francobolli.

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Anche le fattura e le scadenze di pagamento non rispettate diventano nelle sue mani un percorso di disegni ed acquarelli, una storia personale che reinterpreta quelle vecchie carte, salvandole dall’oblio. E ogni foglio, ogni lettera, ogni appunto, sono la spinta a ridare una vita a quelle carte, a realizzare un universo di nuove immagini, mantengono traccia di quello che è stato. Scrive nel catalogo della mostra Bordas: “Teatro dell’immaginario, nel quale i personaggi che escono da dietro le quinte irrompono nei secoli passati. D’altra parte, il proprio dell’artista non è forse di estrarne i geni assopiti dalla profonda nerezza dell’inchiostro?”

Una mostra per chi ama la creatività, la fantasia, la carta, la stampa, l’immaginazione tra passato e futuro e passato. Chi sappia riflettere, vedere, pensare, inventare. E allora quelle vecchie pagine e parole, conservate per il futuro dell’arte da Alechinsky, faranno sognare perché “ci sono più mondi in cielo e in terra di quanto ne sognino i filosofi”, come diceva Shakespeare.

Alechinsky en Bataille, a cura di Hervé Bordas, Galleria Bordas, San Marco 1994/B, Venezia, sino al 30 giugno 2014.