I due popoli delle destre

Serena Carbone

mariage-pour-tous.les-opposants-en-masse-paris-et-des-incidents_1L’estrema destra nazionalista e xenofoba avanza in modo inesorabile, mentre la sinistra si frantuma in infinitesimi di cocci. Cosa sta succedendo? Si apre con questa domanda Verso l’estremo. Estensione del dominio della destra di Luc Boltanski e Arnaud Esquerre, in libreria dal mese scorso nella collana Mimesis/Ensemble. Libretti dell’Unione Culturale (la travagliata edizione italiana del Nuovo spirito del capitalismo, a firma dello stesso Boltanski ed Ève Chiapello ha visto la luce del resto solo nel 2014, presso la stessa casa editrice).

Si potrebbe definire un lungo saggio dal tono colloquiale, il libro del sociologo francese directeur d’études presso l’EHESS, la prestigiosa École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Finito di scrivere nel 2014, esso si caratterizza infatti – afferma l’autore fin dalle prime righe – come «un genere discorsivo» che vuol dar forza a un’«analisi impegnata, capace di evidenziare rapporti di coerenza tra eventi che, considerati singolarmente, nella loro irriducibile idiosincrasia, paiono emergere in modo caotico». La società attuale, in particolar modo francese, è il magma nel quale l’occhio di Boltanski si muove, ma senza difficoltà gli elementi fondativi che vi si riscontrano possono essere rintracciabili in Italia, Germania, Austria e – oggi ormai – anche oltreoceano. Breve ma ricca risulta così la lettura che si snoda intorno alla domanda iniziale per tòpoi; se ne possono individuare almeno quattro: destra, sinistra, morale, popolo. Il discorso si orienta dunque verso un piano d’indagine in cui la scivolosità semantica fornisce un’interpretazione al caos, o meglio alla «situazione politica eccezionale» che stiamo vivendo.

Boltanski sceglie di approcciare l’avanzata dell’estrema destra a partire dal linguaggio, inteso sia come strumento di comunicazione sia, e soprattutto, come campo semantico in via di ridefinizione. Destra e sinistra, popolo e morale si presentano come dei grandi “spazi” vuoti, pronti ad essere occupati da chi sa sfruttare al meglio gli eventi. Il disagio sociale, aggravatosi enormemente dopo la crisi del 2008, ha come legittimato un fenomeno probabilmente in atto da tempo. I tòpoi sopra indicati, vincolati a un sentimento di tradimento nei confronti dei significati tradizionali, sono alla ricerca di nuovi contenuti. Chi sarà il più bravo a trovarli? Colui che prende l’iniziativa. E ormai da diverso tempo l’iniziativa, che poi si tramuta in evento, sembra essere appannaggio della sola destra che propone slogan sempre più aggressivi, ripescando da un vocabolario tipico della propaganda nazionalista del secolo scorso che riporta a galla l’Action Française, mentre l’estrema sinistra non solo è priva di un’ideologia, ma anche «di un orientamento consapevole da cui far discendere delle azioni». Tanto che i movimenti d’opposizione, come Occupy Wall Street o gli indignati, sembrano essersi ormai esauriti senza lasciare sostanziali tracce.

In questo Risiko delle parole, giocano un ruolo preponderante termini come liberismo, parlamentarismo, Europa, difesa dei diritti individuali, identità e in particolare – si diceva – popolo e morale. Infatti, giunti circa a metà del libro, se ci chiedessimo onestamente cosa oggi si intenda con queste espressioni tanto concrete nella loro diffusione quanto astratte nella loro significazione, saremmo davvero certi di poter dare una risposta univoca?

Sceso il sipario sul «dramma borghese» che per decenni ha visto schierati l’un con l’altro armati, da una parte la destra liberale e dall’altra la sinistra criticante il neoliberalismo, ci si trova davanti una nuova scena. I protagonisti sembrerebbero gli stessi, ma c’è qualcosa di palpabilmente differente. La destra – finanche estrema – si fa garante della difesa dei diritti individuali, cavalcando fenomeni come le migrazioni, la disoccupazione, il diverso, mentre la sinistra langue in un melmoso lembo di purgatorio, facendosi portavoce di un certo liberismo culturale e di un capitalismo cosmopolita, che si prestano a facili fraintendimenti. Tanto che «in questo modo i pensatori di destra riattivano senza problemi la figura dei due popoli. Con il popolo cattivo – fatto di gente che vive di forme d’assistenza sociale: froci, lesbiche, intellettuali precari, arabi, neri, sans-papiers, abitanti delle banlieues, puttane, femministe e donne col velo – e il popolo buono a cui appartengono, per esempio, gli uomini di quarant’anni, bianchi, eterosessuali, sposati, con figli, residenti in regioni in declino, minacciati dalla disoccupazione”, insomma la “gente normale”». E così si chiede e ci chiede l’autore «in fondo cos’è la morale? È la decenza, la modestia, la generosità, il rispetto, la solidarietà (minata dall’individualismo) e soprattutto la buona educazione: tutte virtù naturali della brava gente che le impiega nella vita quotidiana, e che affondano le loro radici in un senso innato dei limiti con cui deve fare i conti la vita umana quando prende veramente in considerazione quei vincoli irriducibili che discendono dall’appartenenza a un sesso, a un paese, a una famiglia, a una professione, a una tradizione». Ma sarà questa la “giusta” accezione, o è solo l’ennesima vulgata proposta dai promotori di quella nuova destra che rivendica l’esercizio di un pensiero libero contro l’egemonia culturale dei «pret-à-penser di sinistra» post sessantotto?

Il popolo buono e i giusti valori: sulla scia della «retorica dell’ovvio» si delinea un presente in cui le parole fan presto a diventate armi.

Luc Boltanski, Arnaud Esquerre

Verso l’estremo. Estensione del dominio della destra

traduzione di Silvia Nugara

Mimesis 2017, 74 pp., € 6

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Il popolo visto da destra

populismeQuanto segue è un estratto dal pamphlet, inedito in italiano, Vers l’extrême: extension des domaines de la droite (Dehors 2014) in cui i sociologi Luc Boltanski e Arnaud Esquerre analizzano il dilagare in Francia e nel resto d’Europa della destra nazionalista e xenofoba, capace di intercettare crescenti consensi da parte di classi popolari che nel passato si schieravano a sinistra. Questo processo si manifesta e si alimenta anche attraverso discorsi pubblici e mediatici che attribuiscono nuove connotazioni politiche a termini quali «sistema», «identità», «territorio», «cultura», «morale» e «popolo», concetto su cui verte la riflessione qui proposta e intitolata Il popolo visto da destra.

Il testo anticipa alcuni dei temi che Boltanski ed Esquerre discuteranno stasera alle ore 21 all’Unione culturale Franco Antonicelli di Torino (via Cesare Battisti 4b) in occasione di una loro conferenza che avrà per titolo Liberarsi dai nazionalismi. L’estensione del dominio delle destre in Europa. A partire dalla situazione francese e dai successi del Front National di Marine Le Pen, si tratterà della crescita degli estremismi come spia di una crisi profonda della politica a cui urge rispondere. La serata, a cura dell’Unione culturale Franco Antonicelli, è realizzata nell’ambito del progetto Liberazioni, per il Polo del ’900.

Luc Boltanski e Arnaud Esquerre

Un discorso che si voglia critico è necessariamente sollecitato dal tema della difesa del popolo oppresso dai potenti. L’intelligenza politica d’estrema destra ha però saputo rimodellare nel corso del tempo il tema classico dello sfruttamento, che era servito di base al movimento operaio e soprattutto ai comunisti, riorientandolo in riferimento a un’altra figura, dall’apparenza meno tinta di marxismo e più «democratica», cioè quella della rappresentazione.

In questa chiave, il popolo non soffre soltanto la disoccupazione e la miseria ma, prima di ogni altra cosa, lamenta un deficit di rappresentazione, un termine usato con un’accezione vaga che va dalla rappresentazione politica in senso stretto alla rappresentazione mediatica e attraverso le forme culturali presentate, in questa prospettiva, come «dominanti»: teatro, cinema, letteratura, ma anche filosofia o scienze sociali. Questo permetteva di opporre tra loro due popoli.

Va notato che la figura dei due popoli – il buono e il cattivo – è lungi dal costituire una novità. Elaborata soprattutto nella seconda metà del XIX secolo, periodo in cui ha ispirato numerose opere letterarie, è stata ampiamente utilizzata tra le due guerre dalla Destra rivoluzionaria che aveva la pretesa di creare una «terza forza» per lottare allo stesso tempo contro la «plutocrazia» e contro i movimenti socialisti o anarchici. Ma, in questa prima versione, essa opponeva soprattutto il popolo antico e rurale, quello dei contadini, degli artigiani, dei pescatori, dei marinai e dei soldati, fatto di vere persone rimaste valorose e autentiche, al popolo dei grandi agglomerati industriali – ovvero la classe operaia – ridotto allo stato di folla gregaria, imbastardito da uno stile di vita depravato e confuso da idee moderniste.

Se c’è oggi una novità rispetto a questo quadro essa risiede non tanto nel ricorso a questa opposizione tra due idee di popolo quanto piuttosto nel rinnovamento dei gruppi e dei personaggi ideali che le rappresentano, e ciò per adattare tale opposizione a una congiuntura sociale profondamente modificata dai cambiamenti economici intervenuti negli ultimi decenni.

La drastica riduzione del numero di agricoltori in attività non permette più di ravvisare nel mondo rurale in declino una base sociale sufficientemente ampia da sostenere ambizioni politiche di grande portata. Ne consegue uno spostamento della figura dei due popoli. Il mondo operaio, che un tempo quando sembrava potente, e quindi pericoloso, era oggetto di anatema, dopo i colpi inflittigli dalle recenti trasformazioni del capitalismo può occupare oggi la posizione di «popolo buono» o di «popolo» tout court. Ma non per questo non c’è più un «popolo cattivo». Esso è rappresentato, nel discorso di destra che lo attacca, da un’altra forma stereotipata di popolo la cui composizione immaginaria è particolarmente impressionante.

Infatti, esso si distingue in quanto è formato, da una parte, in modo generico da lavoratori, da precari, in generale giovani, appartenenti a un contesto urbano, con un livello d’istruzione piuttosto alto e spesso dediti ad attività che potremmo definire – semplificando – culturali, la cui importanza economica da vent’anni a questa parte non smette di crescere con il conseguente emergere di nuove forme di sfruttamento. D’altra parte, in questo popolo si troverebbero persone o gruppi presentati come «marginali», se non addirittura come «delinquenti» ma capaci di captare tutta l’attenzione della «sinistra benpensante» a discapito del «vero» popolo.

In questo modo, i pensatori di destra riattivano senza problemi la figura dei due popoli con, da una parte, il popolo cattivo in primo piano – fatto di gente che vive di forme d’assistenza sociale, di froci, lesbiche, intellettuali precari, arabi, neri, sans-papiers, di gente di periferia, puttane, femministe e donne col velo – e dall’altra parte, il popolo buono a cui appartengono, per esempio, gli «uomini di quarant’anni, bianchi, eterosessuali, sposati, con figli, residenti in regioni in declino, minacciati dalla disoccupazione», insomma «gente normale».

Di fronte alla finta sinistra, che si arroga il diritto di difendere il falso popolo falsamente sfruttato, fornendone ogni sorta di rappresentazione, sarebbe quindi urgente consolidare una vera opzione né-di-destra-né-di-sinistra, capace finalmente di dare ai Francesi di Francia tutto lo spazio che meritano. In questo modo, attraverso grandi divagazioni filosofiche che rileggono in modo ardito i grandi pensatori politici, da Locke a Marx, si finisce per concludere in forma allo stesso tempo di negazione e di ovvietà: bisogna dare sostegno alle posizioni del Front National, certo, preferibilmente, senza appoggiare il partito in sé ma anche, se necessario, appoggiandolo.

Questo genere di acquiescenza tacita e imbarazzata non solo alle tesi del Front National, ma alla sua stessa ascesa, è così tanto pregnante da manifestarsi fin nei discorsi pubblici, per esempio delle nuove vedette del giornalismo che fingono di spaventarsi e di analizzare il fenomeno per opporvisi. Poiché, presentandosi come se fossero animati dalla volontà sincera di «capire», finiscono per indirizzare le proprie critiche non tanto verso lo stesso Front National e le sue strategie politiche, quanto piuttosto verso le condizioni sociali e politiche – soprattutto se imputabili alla sinistra – che secondo loro sarebbero all’origine della crescente adesione popolare al Front National.

I commenti sul Front National sono dunque soprattutto, in tali casi, occasione per spingere sempre più in là la critica nei confronti di tutto ciò che non è Front National. Più o meno come quando, dopo la sconfitta del 1940, c’era chi si difendeva dall’accusa di essere stato un sostenitore di Vichy dicendo che il regime di Vichy era la punizione meritata per le derive e le perversioni democratiche del decennio precedente, conferendogli in questo modo una dimensione redentrice sia sul piano politico sia sul piano morale e del morale della Nazione.

Traduzione di Silvia Nugara

Luc Boltanski, allievo di Pierre Bourdieu, direttore di ricerca onorario all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, fondatore del Groupe de sociologie politique et morale, è una delle menti più originali della teoria critica contemporanea. Tra le sue opere: La production de l’idéologie dominante (con P. Bourdieu), Les cadres. La formation d’un groupe social, De la justification. Les économies de la grandeur (con L. Thévenot), Rendre la réalité inacceptable, Énigmes et complots. Une enquête à propos d’enquêtes. In italiano: Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica (Cortina 2000), Stati di pace. Una sociologia dell’amore (Vita e pensiero 2005), La condizione fetale. Una sociologia della generazione e dell’aborto (Feltrinelli 2007), Della critica. Compendio di sociologia dell’emancipazione (Rosenberg & Sellier 2014), Il nuovo spirito del capitalismo (con È. Chiapello, Mimesis 2014).

Arnaud Esquerre. sociologo ricercatore al Centre National de la Recherche Scientifique (LESC, Nanterre) e autore di La manipulation mentale. Sociologie des sectes en France (2009), Les os, les cendres et l’Etat (2011), Prédire. L’astrologie au XXIe siècle en France (2013).