L’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico…

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Aristide Maselli

C’è una pubblicità televisiva di qualche anno fa che mi torna in mente ogni volta che penso a Wittgenstein. È la pubblicità di una merendina, ma all’inizio si vedono solo due camionisti affaticati e sudati nel deserto; si fermano a un passaggio a livello, ma il treno non arriva, allora scendono per vedere che succede, il paesaggio è da allucinazione, sui binari passa un pinguino che fa andare un carrello. “Squeck squeck!”, fa il pinguino – “Squeck squeck!”, risponde pronto uno dei due umani. I quali poi si guardano, deducono di aver bisogno di una pausa rinfrescante, e aprono la cella frigo del camion, ristorandosi con lo snack di cui è inutile vi dica il nome, a questo punto. Snebbiata la mente, un camionista fa all’altro, quello che aveva risposto al pinguino: “Ma che vi siete detti?”. E lui: “Squeck squeck!”.

La frase di Wittgenstein è quella famosa: “Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”. Ora io non voglio fare la fine di quelli che su Amazon lasciano una stella a Joyce perché non sa usare le virgole, però mi pare che stavolta il grandissimo pensatore tedesco abbia toppato. Non lo capiremmo? E certo! È esattamente questo il motivo per cui non può parlare. Il leone non parla, ruggisce. Proprio come il pinguino fa squeck (almeno quello della pubblicità). E dietro il ruggito non ci sono delle parole che non riescono a uscire: perciò fanno ridere e un po’ pena quei “traduttori” dal linguaggio dei cani o dei gatti che ogni tanto saltano fuori. Quando il pinguino dice squeck, quello che vuole dire è precisamente: squeck.

Anche Carl Safina, a un certo punto di Al di là delle parole, cita la famosa frase di Wittgenstein. È quando, nelle oltre 600 pagine in cui consiste il libro, fa un breve interludio metodologico sugli errori e gli equivoci in cui cadono sia filosofi sia scienziati che parlano di animali. Di animali parla Safina: Al di là delle parole è la prima uscita della collana Animalia inaugurata da Adelphi; sono come s’è detto 600 e più pagine, ma definirle scorrevoli sarebbe poco. Entusiasmanti, coinvolgenti come un documentario cinematografico, anzi di più, come una esperienza vissuta in prima persona. Al di là delle parole è un’opera seminale: divulgativa e rigorosa al tempo stesso; potrebbe diventare per la comprensione degli animali quello che Armi acciaio malattie di Jareed Diamond è stato per le civiltà umane: un paradigma, una pietra miliare, un testo sacro.

Stavo per scrivere, poco sopra, “civiltà animali”. E se mi sono trattenuto non è perché non lo pensi. Il problema, argomenta Safina all’inizio, è proprio che per secoli gli umani hanno antropomorfizzato, proiettato sé stessi sugli animali: bisognosi di simboli, hanno creato stereotipi (la volpe furba, l’asino sciocco…). La rivoluzione scientifica ha fatto giustamente strame di tutto ciò, ma per cadere nell’eccesso opposto: solo quel che è analizzabile e dimostrabile oggettivamente può essere detto, altrimenti si pecca, si antropomorfizza. Sono autorizzato a dire che quando torno a casa il mio cane corre verso di me e mi salta addosso leccandomi la faccia, ma guai ad affermare che “mi fa le feste” perché “è contento di vedermi”. Feste? Contento? Atteggiamento antiscientifico. Ma così ci perdiamo qualcosa; anzi, tutto.

Il fatto è che siamo tutti parenti: questa non è un’affermazione mistica, olistica, è scienza. Se andiamo abbastanza indietro, troviamo un antenato comune tra me e uno scimpanzé (7 milioni di anni), tra me e un gorilla (12 milioni), ma anche tra me e un verme nematode. Più si risale all’indietro e maggiore è stata la differenziazione che ne è seguita, quindi meno sono le cose che si condividono, a livello genetico e biologico. Ma quelle che restano in comune sono le più profonde, quelle legate alla sopravvivenza: spinta a riprodursi, a fuggire dai predatori, a prevalere sui competitori e a collaborare con i pari. Quelle che noi traduciamo come paura, rabbia, amore… le cosiddette emozioni umane. Solo umane?

Ma il punto non è neanche questo. Certo è però che noi siamo un po’ fissati con questa cosa de “l’uomo è l’unico animale che”. Che…? Che comunica? Che costruisce oggetti? Che tramanda conoscenze? Ognuna di queste convinzioni è stata, prima o poi, smontata. Ci sono delle scimmie antropomorfe in Giappone che sono state osservate costruire oggetti di pietra, e insegnare ai propri piccoli a farlo; mentre tribù della stessa specie a qualche chilometro di distanza non facevano né l’una né l’altra cosa. Questo vuol dire consapevolezza delle cose, intenzionalità degli atti, trasmissione di conoscenza; vuol dire cultura. Molte persone, qui in Italia, hanno osservato questo altro fatto: corvi che scuotono gli alberi in prossimità dei semafori, facendo cadere sulla strada asfaltata le noci, e lo fanno quando le auto si stoppano al rosso; quando scatta il verde si fermano, le macchine passano e schiacciano i gusci dei frutti; al rosso successivo gli uccelli banchettano. Anche questo non può che essere un comportamento appreso: da troppo poco tempo ci sono auto e semafori.

Io quoque, aficionado di paleoantropologia, pensavo a un certo punto di aver trovato “ciò che rende umano l’uomo”: avevo letto del ritrovamento di un fossile umano, non so più quante centinaia di migliaia di anni fa, che non aveva i denti; che non li aveva avuti da anni, nel momento in cui era morto. Il che significava solo una cosa: era stato per anni nutrito dagli altri, come facciamo noi con i nonni a cui prepariamo le pappine – normale forse qui e ora, e manco sempre, ma non per degli scimmioni preistorici. Eppure, anche questa unicità doveva cadere: ho appreso, grazie a Safina, che nel parco naturale di Samburu in Kenya alcuni elefanti sono stati osservati tenere dei comportamenti analoghi: accudire degli infermi, nutrirli, e addirittura vegliare i morti.

È semplice: quando diciamo “unici”, riferendoci a noi stessi, intendiamo “i migliori”. Abbiamo solo sostituito la creazione con l’evoluzione, il padreterno con lo zio Darwin, ma ci crediamo sempre in cima. Unici lo siamo, nel senso di diversi da tutti gli altri. Ma tutte le specie lo sono. Gli elefanti riconoscono centinaia loro simili, anche a distanza di anni: questo non solo conferma la loro proverbiale memoria, ma dice di più; dice che sono degli individui. I delfini negli anni sviluppano la capacità di emettere una serie di suoni (molti dei quali al di là della portata del nostro udito), molteplici e ben differenziati tra loro. Il fatto che non sappiamo a cosa servano non vuol dire che non servano a qualcosa, anzi tutto lascia supporre che abbiamo un significato. Ma non solo: ogni delfino nei primi anni di vita crea la propria personale sequenza di suoni, e questa una volta che si è cristallizzata viene usata dai membri del suo gruppo per richiamarne l’attenzione; ognuno sa bene qual è la sua, e si gira solo quando viene chiamato. È solo per pigrizia (o paura?) che non definiamo questa cosa per quello che a tutti gli effetti è: un nome.

I lupi vivono in famiglie allargate dalle strutture sociali talmente complesse e raffinate – basate su rapporti di forza, di parentela, di coppia – che basta l’uccisione da parte di un umano di una sola bestia per rompere l’equilibrio e mandare in malora un branco intero. Le orche – le cosiddette orche assassine, nessuna delle quali in libertà ha mai ucciso un umano, mentre molti ne hanno salvati – vivono anch’esse in famiglie, e poi in sovrastrutture più ampie composte da numerose famiglie, che si fa fatica a non definire nazioni. Gli esempi che Safina cita sono innumerevoli, e deliziosi: è una delle cose che rendono Al di là delle parole un atlante di meraviglie, che si vorrebbe infinito.

Sì d’accordo, ma al di là delle chiacchiere e dei sofismi, siamo sempre noi esseri umani i più… chiaro, no? Abbiamo creato tutto questo: i fucili per sterminare i lupi e le riserve naturali per proteggerli, gli strumenti per intagliare con raffinatezza le zanne di elefante e i mercati in cui i manufatti d’avorio vengono venduti, il computer su cui sto scrivendo questo pezzo e il telefonino su cui lo stai leggendo. Nessuno ha combinato quello che abbiamo fatto noi, nel bene e nel male. Ok. Ma a volte siamo davvero stupidi. Il lupo è intelligente: il lupo sa che basta un sottile ma profondo corso d’acqua per metterlo al sicuro da un suo simile che lo insegue; sono lontani solo pochi metri ma lui non si muove. Però se c’è un essere umano, anche molto più distante, il lupo scappa, e scappa: sa per esperienza che l’uomo è in grado di uccidere anche a grande distanza. Come ha fatto? A un bambino, per fargli capire il concetto di fucile, glielo devi spiegare per bene. Il lupo ha messo in correlazione causa ed effetto; come cavolo ha fatto?

L’orca è intelligente: riesce a capire che due uomini in barca si sono persi nella nebbia, e li scorta fino alla loro isola (anche qui: come ha fatto non tanto a trovare la strada in mare aperto, ma a sapere che quella era casa loro?). L’uomo invece: cattura un’orca che è abituata a percorrere 100 chilometri al giorno, e la mette in una vasca poco più grande di lei; le dà da mangiare del pesce, ma quando lei lo rifiuta perché la sua sotto-specie si ciba solo di mammiferi, non capisce e fa le ipotesi più strampalate; se poi con lei c’è un cucciolo, non trova di meglio da fare che separarlo dalla madre, per proteggerlo.

Teoria della mente: un altro grande mito. Neuroni specchio: idem. Perlomeno in certi casi, gli animali sembrano capire noi molti meglio di quanto noi capiamo loro. E poi: noi siamo animali razionali, gli altri puro istinto, irrazionalità. Certo certo: intanto chi è l’unico animale capace di comportamenti completamente irragionevoli e slegati dalla realtà materiale, dai fatti?

Infine, e torniamo sempre lì: l’uomo è la misura di tutte le cose. Anche tutti questi episodi e storie meravigliose che narra Safina, ci piacciono e ci stupiscono perché? Perché ci mostrano quanto siano incredibili e perfetti gli animali nel loro ambiente naturale? O perché quando si esprimono al loro meglio “sembrano quasi umani”? Mi viene in mente la frase di un famoso etnobotanico, a proposito delle più recenti scoperte sul comportamento delle piante: le quali si muovono – anche se molto lentamente – si scambiano informazioni tramite messaggi chimici e addirittura nutrimenti attraverso il terreno, e insomma fanno delle cose, non si limitano a essere, a vegetare, come si dice. Fantastico! Quindi le piante sono fantastiche quanto più si avvicinano agli animali, agli uomini? È davvero questa la loro qualità? Perché le piante sono meravigliose? Rispose Tim Plowman: They can eat light! E questo è.

Carl Safina

Al di là delle parole

Adelphi

traduzione di Isabella C. Bloom

pp. 687, euro 34

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it.

Borne in the USA

Aristide Maselli

Nella metropoli dell’Atlantico meridionale dove sono nato, c’era un giardinetto in cui andavo quando ero piccolo. C’è ancora; anzi nel corso degli anni è stato migliorato: teorie di scivoli e tunnel dove prima era un prato spelacchiato, giostre elettriche dove una volta giravano dei pony mezzo drogati, una recinzione alta per evitare che di notte s’accampino ubriaconi e spinellati. Ma l’ultima volta che ci sono tornato, il giardinetto era chiuso: una vicenda che non ho ben compreso di alberi pericolanti e mancanza di fondi, la provvisorietà definitiva, insomma il solito mix di legalismo formalista e indolenza che abbiamo noi latini. Il parchetto, abbandonato a sé stesso per alcuni mesi, ha subito una metamorfosi sorprendente: un sottile strato di muschio ha ricoperto la pavimentazione, erbacce hanno forzato il passaggio tra le pietre, alcuni arbusti sono rinsecchiti, altri hanno avuto una crescita imprevedibile, assumendo forme abnormi. Colombi e altre bestiole meno visibili hanno colonizzato i manufatti umani, che nel mutato contesto assumono un’aria incongrua, spettrale. Uno spettacolo non bello – ché la natura non è bella ma semplicemente è: una visione miniaturizzata, potente e orrorifica, di quello che accadrebbe al mondo se si rompessero certi delicati equilibri.

E si badi: stiamo parlando di qualche metro quadro di giardino all’interno di un ambiente comunque fortemente antropizzato e controllato come quello di una grande città; e stiamo parlando dell’azione di forze naturali in una condizione di partenza compromessa ma non perdutamente degradata. Immaginate invece cosa succederebbe se un misto di catastrofi naturali e disastri umani decimasse la popolazione del globo; se i pochi superstiti iniziassero a vagare da una terra all’altra come profughi senza speranza, trovando fiumi sempre più inquinati, animali mutanti sempre più arrabbiati; se gli ultimi agglomerati venissero soggiogati da una misteriosa Compagnia dedita alla creazione di esseri-macchina, innesti di biologia e tecnologia, per scopi non benefici, e che le stesse creature, tra cui un plantigrade alto come un palazzo e in grado di volare, sfuggissero al controllo dei creatori seminando morte e distruzione. È in simile scenario, disperato e finale, che Rachel incontra il protagonista dell’ultimo, eponimo romanzo di Jeff VanderMeer.

Trovai Borne in una plumbea giornata di sole in cui Mord, l’orso gigante, si aggirava dalle parti di casa nostra. Ai miei occhi non era che materia organica di risulta, all’inizio. Non sapevo quanto sarebbe stato importante per noi. Non potevo sapere che Borne avrebbe cambiato tutto.

Questo è l’incipit di Borne (Einaudi, pag. 340, traduzione di Vincenzo Latronico). Un incipit fatto bene ti aggancia e fa venire voglia di continuare. Un incipit capolavoro è in grado di contenere, sia stilisticamente sia nella narrazione, l’intero libro che segue – non so, mi vengono in mente quello lussureggiante e pieno di time shift di Cent’anni di solitudine, o quello secco e psicotico de Lo straniero. VanderMeer ti mette ko in quattro parole: plumbea giornata di sole. Che mondo marcio sarà mai questo? È già tutto lì: il resto è una chiosa, una pleonastica e meravigliosa spiegazione.

Effetto simile me l’aveva provocato l’anno scorso Annientamento, primo libro della Trilogia dell’Area X (Autorità e Accettazione gli altri due; da poco Einaudi ha ripubblicato in volume unico il tutto), trilogia che della fantascienza ambientalista o new weird che dir si voglia di Jeff è – finora – il capolavoro. Verso l’inizio la protagonista, raccontando la spedizione nell’Area X, parla della sua squadra formata da una psicologa un’antropologa una biologa e una topografa, e dice: “Io ero la biologa”. Cioè, in che senso ero? (Qui dove scrivo non ho visto Annihilation, il film Netflix con Natalie Portman tratto da; ma voi che mi leggete nel futuro sì, invidia.) Eppure la trilogia, nella sua magnifica e angosciante bellezza, mi aveva progressivamente deluso: come se il passo lungo non reggesse la tensione; come se la necessità di spiegare tutto, alla fine, non riuscisse a cavarsi dall’impasse tra la banalizzazione e il finale alla Lost. Colpa del suo merito, della sua ambizione di voler essere romanzo mondo, onnicomprensivo e corale, al di là dello spazio e del tempo. Qui invece VanderMeer stringe il campo, e azzecca il colpo gobbo: non spiega – se non a brandelli – non teorizza, non contestualizza – potremmo essere sulla terra ma anche su un altro pianeta, in un futuro lontano o più probabilmente in un presente alternativo.

  • Come mai il mondo è diventato così?

  • Non lo so. Per colpa delle persone, Borne. Siamo stati noi a fare tutto questo -. E continuavamo a farlo.

  • È sempre stato così?

  • Non sempre. C’erano più persone, era meglio -. Ma non dipendeva dal fatto che ci fossero più persone.

  • Più persone, - aveva detto Borne, riflettendoci su.

  • Sì. E in tutto il mondo c’erano delle città in cui le persone vivevano in pace -. Non c’era mai stato un tempo in cui tutti, ovunque, vivessero in pace. Nessuno aveva mai conosciuto una pace duratura, se non ignorando le atrocità della storia, e cioè il fatto che la pace non aveva niente di duraturo. Il che significava che eravamo una specie irrazionale.

  • Città ovunque, - aveva detto Borne, come incapace di comprendere il significato delle mie parole.

Il bello di Borne (libro) è che Borne (personaggio) è un mistero anche per i protagonisti della storia, non solo per il lettore. All’inizio sembra una cosa, poi uno scarto organico. Poi Rachel se lo porta a casa e lo tratta come una pianta; poi scopre che si muove; infine inizia a parlare, prima a ripetere le parole degli altri poi a fare domande, a capire. Ehi ma, state pensando anche voi, è precisamente quello che succede con un bambino! Eh già, bravi; d’altra parte il gioco è esplicito fin dal titolo: Borne è born (nato) ma anche borne (portato), participio passato di bear (che vuol dire anche orso). È il figlio che Rachel e il suo socio-compagno Wick non potranno mai avere, è l’incarnazione di un desiderio? Se sentite anche voi puzza di metafora, state tranquilli: è molto di più, e molto di meno.

Proprio come un figlio Borne cresce, anche fisicamente, e poi se ne va a dormire in un’altra stanza, e poi scappa di casa, e infine viene cacciato di casa. Ma la similitudine ha un limite, perché Borne non è un adolescente ribelle, non è un umano, forse non è nemmeno un essere vivente – cosa è non lo sa neanche lui, e non smette di chiederselo – ha una forma e un colore assurdi, anche se può variarli più o meno a piacimento; e fa delle cose terribili che lui chiama “conoscere”. È un mostro, come il figlio-mostro della Metamorfosi di Kafka? (E qui c’è un critico, del cui nome non voglio ricordarmi, che avanza in privato una interpretazione psicanalitica aberrante: Borne sarebbe la proiezione del desiderio frustrato di genitorialità, sì ma non dei personaggi, bensì dell’autore, di Jeff VanderMeer e sua moglie Ann, socia collega e sodale; questa impossibilità deriverebbe poi dalla omosessualità latente e repressa di Jeff, che verrebbe a galla nella sua tendenza a scegliere protagoniste femminili, e a immedesimarsi in esse alla perfezione).

Il cielo era solcato da avvoltoi – buon segno. Un cadavere voleva dire che c’era stato qualche cosa di vivo, almeno temporaneamente.

Quasi contemporaneamente, è uscita una stupenda antologia di racconti, curata da Ann e Jeff: Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo (Nero Editions, pag. 536, coordinamento traduzioni di Claudia Durastanti e Veronica Raimo). Autrici che dagli anni 70 a oggi hanno rivoluzionato la letteratura combattendo una doppia battaglia contro le discriminazioni: di genere (femminile) e di genere (fantascientifico). Pilastri come Ursula Le Guin e James Tiptree jr., ma anche nomi meno noti ma altrettanto meritevoli (molti dei quali, tra l’altro, destinatari delle deliranti lettere di Jan Schrella ne Lo spirito della fantascienza di Bolaño, ma questa è una storia che in parte abbiamo già raccontato, e in parte non racconteremo mai).

Racconti diversi per ambienti e stili, ma accomunati da fili conduttori: mondi alternativi spesso crudelmente impossibili, o prossimi al precipizio; mutazioni animali e miseri umane. Leggere Le visionarie giustapposto a Borne – cosa che consiglio di fare, cioè leggerli entrambi ASAP - è suggestivo: si finisce per pensare che curatori e autori abbiano lavorato ai due libri contemporaneamente, e che idee e topos si siano riversati dall’uno all’altro, come in una sorta di progetto transmediale e collettivo.

Eravamo crostacei senza coscienza, sia morti sia vivi.

Chi vi ricorda? Esatto. VanderMeer non ha timore di citare, omaggiare, frullare e ricreare in modo originale, tutto quanto c’è stato di grandioso nella letteratura fantastica degli ultimi decenni. L’ambiguità tra umano e “creato” è puro Dick, perché se gli androidi sognano pecore non elettriche, allora anche gli umani possono avere ricordi impiantati. Gli innesti di tecnologie nei corpi pagano dazio alla tradizione cyberpunk, ma gli inserimenti di materiale biologico nei macchinari mi sembrano meno vicini alla science fiction (e più alla realtà odierna?). Certi paesaggi sconsolati senza redenzione, inquinati senza speranza, incapaci di uccidere solo perché siamo tutti già morti, sono cugini stretti di Antoine Volodine (Terminus radioso, ma anche Gli animali che amiamo, 66thand2nd editore) – e nipotini delle interminabili agonie di Beckett.

Summa del genere e capolavoro autonomo, Borne (il libro, non il personaggio) che cos’è? Azzardo: la distopia post-apocalittica di un’ucronia; ovvero il futuro andato a male di un presente alternativo. O forse no – o forse no.

E tu cosa avresti fatto, lettore, che sei riuscito a seguirmi come mi ha seguita la Maga, invisibile e sempre all’erta e completamente irrilevante?

Jeff VanderMeer

Borne

Einaudi

traduzione di Vincenzo Latronico

pp. 340 euro 20

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Evochiamo lo spirito della fantascienza

Aristide Maselli

Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

A me poi il termine fantascienza in sé, m’ha sempre dato fastidio: scienza fantastica, fantasiosa; un po’ come fantapolitica, fantacalcio; insomma, minchiate. Più attinente, trovo, la parola inglese: science-fiction; ovvero fiction, narrativa d’invenzione, che prende spunto, che ha a che fare con la scienza. (Pure in spagnolo, si dice così: ciencia-ficción; tenere a mente). Seguendo l’indicazione di Edward O. Wilson (Il significato dell'esistenza umana, Codice edizioni), che incita a una nuova unione tra le discipline scientifiche e umanistiche, gli scrittori dovrebbero proprio usare le conoscenze scientifiche reali per costruirci attorno le loro storie: un romanzo, per esempio, i cui personaggi siano alcuni tra i batteri e i funghi che presiedono alla lievitazione del pane, ve l’immaginate? Utopia, pardon, fantascienza.

(Eppure fa proprio questo Ted Chiang in Storia della tua vita – l’ultimo della sfilza di what if sopra sciorinata; gli altri ce li avete? Sì esatto, Lo spirito della fantascienza di Roberto Bolaño, Caos calmo di Sandro Veronesi, La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. Il racconto lungo Storia della tua vita contiene della hard science, della fisica davvero pesante: necessaria ai fini della trama, anche se non ai fini della comprensione, mi pare. Eppure il fulcro non è quello, né l’arrivo degli alieni – anche se il film che ne è stato tratto, The Arrival, già dal titolo sembra sostenere l’opposto – ma le facoltà inumane che acquisisce la protagonista, e il modo in cui le cala nella sua esperienza: comunque, e purtroppo, umana).

Che cos’è la fantascienza? Una roba da maschi, dice il luogo comune. Eppure. Poco tempo fa se n’è andata Ursula K. Le Guin, grandissima scrittrice, grandissima mente, grandissima donna. Tra gli innumerevoli omaggi e ricordi, mi ha colpito quello di Esquire: che ha messo in fila una serie di collaboratori, ognuno con la sua personale Le Guin; poteva venire un minestrone indigesto, e invece è uscito un bel cocktail, anche utile. Ognuno ha tirato fuori qualcosa di diverso: il classico, la fantapolitica de I reietti dell’altro pianeta; il femminista, il suddetto La mano sinistra; il militante, il suo discorso in cui rivendica dignità agli autori “di genere”; l’ex ragazzino, la saga di Terramare; il mistico, la sua traduzione del Tao Te Ching. Bene, e…? E niente: ci credete?, questi tredici o quindici autori, son tutti maschi. Vergogna.

Alice Sheldon nacque negli Stati Uniti nel 1915. Nel corso della sua vita fu illustratrice, pittrice, critica d’arte, fotografa. Lavorò per l’aviazione militare degli Usa, poi fu imprenditrice di successo, in seguito entrò nella Cia. Si laureò in psicologia sperimentale, prese il dottorato con una tesi sul comportamento degli animali. A un certo punto della sua vita, si mise a scrivere: racconti, e poi romanzi. Di fantascienza. Iniziò a pubblicare con il nome di James Tiptree Jr., e mantenne la sua identità celata per la maggior parte della carriera; quando si venne a sapere che era una donna, molti lettori e colleghi stentarono a crederci. Come George Eliot, anche se in un secolo (apparentemente) diverso, la sua scelta fu dettata da motivi pratici: solo io so, diceva in sostanza, quanti problemi mi ha causato il fatto di essere la prima donna a voler fare una certa cosa, un certo lavoro. Alice/James potrebbe essere un personaggio di un libro di Bolaño; e in un certo senso lo è. Nel 1987, a 72 anni, uccise il marito di 84 e si sparò. Pare che siano stati ritrovati sul letto, mano nella mano; a me sembra proprio una cosa da favola, anzi, da fantascienza.

Che cos’è la fantascienza? Forse è scrivere un libro in cui tutti scrivono poesie, in cui nella sola Città del Messico ci sono 600 riviste di letteratura (ma per la fine dell’anno sicuramente mille); e in cui quei pochi che non sono poeti sono dei nazisti sadici che non vedono l’ora di prendere i poeti a calci nei coglioni, per l’eterna gloria del generale Pinochet. Forse è scrivere – a mano su delle agende, e ricopiare in bella sempre a mano su dei quaderni rilegati – un libro che si chiama El espiritu de la ciencia-ficción, in cui un giovane che non esce quasi mai dalla sua mansarda passa il tempo, quando non è impegnato a leggere o a ubriacarsi, a scrivere lettere deliranti ai più noti scrittori di fantascienza nordamericani: Ursula K. Le Guin e Alice Sheldon sono le uniche a cui ne indirizza ben due (ad Alice una per nome). Forse è scrivere un libro tripartito, in cui alla storia dell’esule cileno che gira in moto per il DF indagando su non si sa cosa, e alla parte delle lettere, si aggiunge la parte di un’intervista in cui l’autore (ma quale, dei due alter ego di Bolaño?) racconta a una specie di giornalista il suo romanzo di fantascienza sotto allucinogeni. Quanto ha ragione Francesco Guglieri, a dire che mentre per la maggior parte di noi (non tutti: non tutti) l’humus in cui si radicano i nostri miti è l’infanzia, per Bolaño sono i vent’anni; quell’età magica in cui tutta la vita ti sembra astratta e siderale – e invece era proprio lì che stava succedendo, mannaggia.

Che cos’è la fantascienza? Forse è pensare di poter pubblicare libri inediti di Roberto Bolaño quindici anni dopo la sua morte; e per quanto ancora? Lo fa in Italia Adelphi (traduzione di Ilide Carmignani), e mica è colpa sua: lo fa in spagnolo l’editore Alfaguara, d’accordo con gli eredi Bolaño, che abbandonarono il suo storico editore. La vicenda – fitta d’intrighi, gossip, clausole legali, soldi, misteri e altre stranezze, come in ogni telenovela latinoamericana che si rispetti – è stata benissimo ricostruita su Crapula da Alfredo Zucchi; il quale non manca occasione per sottolineare che un’edizione critica ci vorrebbe. Non è un’edizione critica, questa, ma alla fine del libro ci sono svariate pagine in cui si riportano gli appunti dello scrittore cileno: gli schemi, le correzioni, le brutte, le belle; al netto dello spagnolo e della grafia, un documento interessante, questo bisogna dirlo. Come bisogna dire che tra i Bolaño postumi, questo forse è il meno sospetto: è il primo romanzo che ha scritto, e che ha lasciato in forma compatta e unitaria.

Lo dicono tutti: lo dico anch’io? Lo spirito della fantascienza non è il capolavoro di Roberto Bolaño. Contiene in nuce tutti i suoi temi, ma è ingenuo, primitivo, manchevole. Sarà. Quale sarebbe allora, però, il capolavoro di Bolaño? O meglio, questione più intrigante, quale sarebbe il libro tipico, il libro vero di Bolaño, quello dove tutti i suoi temi e topos non sono in embrione, ma al massimo del loro sviluppo ed espressione? Il mastodontico 2666? No, troppo labirintico, troppo esteso, troppo incomprensibile, troppo troppo: troppo Bolaño per essere un tipico Bolaño. Chiamate telefoniche? Macché, nella forma racconto non ha dato il meglio di sé. La letteratura nazista in America, allora? No, troppo docufiction, troppo atipico. I dispiaceri del vero poliziotto? Suggestivo, ma non capolavoro. I detective selvaggi, forse sì, forse quello è l’unico libro di Bolaño che è all’altezza di Bolaño, dell’idea platonica che ci siamo fatti di Bolaño. Oppure, stai a vedere, proprio Lo spirito della fantascienza: un libro breve, ma che a volte sembra non finire mai (e non perché annoia, ma perché risucchia). Ma che contiene tutto: politica e letteratura, dittatura sudamericana e seconda guerra mondiale, vino e magia, giovani e vecchi, sesso e amore, poeti e cessi pubblici. Tutto tranne una cosa, ovvio: la fantascienza.

Roberto Bolaño

Lo spirito della fantascienza

Traduzione di Ilide Carmignani
pp. 206 , euro 18

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