Rovine siriane

Augusto Illuminati

Circola in rete un appello internazionale a tutte le parti in causa diffuso dall'associazione Salvaimonasteri per la tutela del patrimonio culturale siriano, minacciato dalla guerra civile e dai saccheggi, graditi ai mercanti d’arte, che l’accompagnano. Giustamente all’invocata salvaguardia dei monumenti si unisce l’auspicio per il mantenimento di una «consolidata tradizione di pacifica convivenza fra gruppi di diversa appartenenza religiosa».

La Siria è un paradiso archeologico: l’antichissima Ebla, la nabatea Palmira, Bosra, Apamea, la cittadella di Aleppo e il suk coperto sottostante (entrambi già parzialmente compromessi dai combattimenti), la moschea degli Omayyadi a Damasco, i castelli crociati, una concentrazione senza pari di chiese fra il IV e il VI secolo intorno ai vertici di Qal’at Sim’an e Qalb Lozé, intatti insediamenti rurali bizantini nella steppa di Serdjilla, Sergiopolis-Rusafah, le fortezze giustinianee sull’Eufrate, Dura Europos... La coesistenza di testimonianze di varie epoche si accompagna alla coabitazione di minoranze sopravvissute al feroce tsunami dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi del Novecento.

Gli antichi villaggi e le imponenti rovine di chiese a nord di Aleppo sono animati dai variopinti vestiti dei kurdi, Aleppo ospita tutte le confessioni religiose superstiti di scissioni ed eresie del cristianesimo orientale, cui si è sovrapposta una popolazione armena formata dalle vittime delle deportazioni e dei massacri turchi del 1915-1917, strappate dalle sedi anatoliche e spinte fino al deserto di Deir-el- Zor, poi rifluite nelle città (a partire dal mitico rifugio aleppino dell’hotel Baron). Alle varie frazioni del monofisismo e ai drusi corrisponde la pluralità islamica, dove a una maggioranza relativa sunnita si contrappongono forti nuclei sciiti e soprattutto la loro “eresia” alauita, minoritaria ma stabilmente insediata al vertice dello Stato e in qualche modo garante di un equilibrio etnico-religioso a prezzo di un esercizio autoritario del potere.

L’attuale e contestato regime deriva dalla rivoluzione pan-araba del Ba’ath (Rinascita), partito laico e anticoloniale fondato nella grande Siria e in Mesopotamia alla fine degli anni ’30 da cristiani, alauiti e sunniti (inizialmente sollecitati dal marxismo e dall’esperienza del Front Populaire), anche se di quell’ispirazione ben poco, a parte la tolleranza religiosa, restò nella dittatura familiare degli Assad e ancor meno nel percorso di Saddam Hussein in Irak. Abbastanza tuttavia da renderli invisi alle potenze coloniale e neo-coloniali nonché ai fondamentalismi religiosi: dei sunniti, che si sentivano emarginati in Siria, e degli sciiti, maggioritari in Irak, dove l’originario laicismo di Saddam aveva finito per identificarsi con un ceto arabo-sunnita, per di più in guerra con kurdi e iraniani.

Per limitarci alla Siria, è chiaro tanto che il regime si sta sgretolando per l’adozione di politiche liberiste, socialmente devastanti, che hanno fatto saltare gli antichi equilibri etnico-settari e accentuato la repressione politica interna, quanto che le insorgenze sono alimentate e armate da interessi globali e regionali (Usa, Turchia e Qatar, in primo luogo, mentre Russia, Cina e Iran appoggiano il governo per mantenere lo status quo). Paradossale è tuttavia, che l’Europa, dalle famose radici cristiane, si schieri a favore di una rivolta che mira alla liquidazione del pluralismo religioso siriano (come già è successo con quello irakeno).

L’innegabile e odioso autoritarismo politico degli Assad è diventato da un giorno all’altro inaccettabile per le democrazie occidentali, come era accaduto per Gheddafi, ma proprio i risultati dell’avventura libica stanno inducendo a una brusca frenata gli entusiasmi occidentali (di Obama in particolare) per ribelli sempre più palesemente mischiati a istanze al-qaediste. Per altro verso, come non vedere nell’interventismo della Turchia un momento della sua guerra anti-kurda e magari un eco dell’antica avversione agli armeni, due gruppi vistosamente presenti ai suoi confini meridionali siriani? Siamo partiti da monumenti in rovina, tracce memoriali, nostalgie plurali, per finire alle ragioni geo-politiche. Ma seguendo entrambe le filiere non si vede quale sia l’interesse dell’Italia e dell’Europa a esporsi (le parole non costano niente) a fianco della parte ribelle invece di favorire una soluzione meno cruenta del conflitto siriano.

Urgurù Gigante di Sardegna

Carlo Antonio Borghi

Ci sono voluti 3000 anni ma ora finalmente ho un nome anche io. Il mio nome è Urgurù e lo voglio partecipare alla tribù di alfapiù e non solo per una questione di rima baciata e accentata sulla U. Ve lo ridico in lettere stampatelle URGURÙ. Si capisce al volo che è il nome di un Sardo dell’antica stirpe nuragica e megalitica. Sono uno dei Giganti di Monti Prama, quei colossi di pietra riesumati a Cabras, non lontano da Oristano e che ora abitano in una sala del Centro di Conservazione e Restauro di Li Punti, borgata di Sassari. Come potete vedere dalla foto, sono quello che tiene lo scudo sulla testa come un cappello. Tra tutti i Giganti sono quello che risulta più intero. Agli altri miei compagni gli mancano pezzi qua e là, un braccio, una gamba, un piede ma ancora non sono stati dichiarati invalidi e disabili dalla Mutua. Eravamo alti dai due metri in su. Loro ed io che sono il capo, siamo databili intorno all’anno Mille prima di Cristo. Allora, anche il Baco del Millennio era di granito. Siamo stati rinvenuti sottoterra nel 1974 da un contadino che arava il suo terreno.

Ci sono voluti decenni di studio e poi di restauro manuale per rimetterci in posizione eretta. Molti di noi per stare in piedi hanno avuto bisogno di protesi e collanti speciali. Io sono stato più fortunato di loro. La mia archeologa restauratrice ha avuto la bella e grande idea di battezzare la fine del mio restauro filologico abbracciandomi stretto e baciandomi forte in bocca. Le sue labbra carnose hanno risvegliato e rianimato le mie labbra di pietra arenaria e di seguito tutto il resto. Così ora posso parlare e perfino muovermi a differenza degli altri 24 Giganti che restano ancora pietrificati. Noi Giganti Prama indossiamo cintura e gonnellino ma non siamo femmine.

Lei si chiama Bustiana che, in Sardegna, è il diminutivo di Sebastiana. Della Civiltà Nuragica conosce qualsiasi cosa ma in più sa baciare così bene da riuscire a rianimare un menhir, un betile o una statua e infatti eccomi qui, pronto a tutto anche a dare battaglia per la causa dei Sardi imbrogliati dai padroni delle ferriere e dalle multinazionali. È un imbroglio che dura fin dai tempi dei Punici e dei Romani. Ai miei tempi dell’Età del Ferro ho conosciuto quei trafficanti dei Fenici ma a loro importava solo di smerciare porpora e bottarga di muggine che è il caviale dei Sardi. A Cabras, dove sono venuto al mondo, si trovano i migliori muggini del Mediterraneo. Quella maga (jana in sardo) di Bustiana medita in cuor suo di rianimare gli altri miei fratelli e compagni giganti. Lei non è una gigantessa ma con i suoi baci può fare miracoli. Io Urgurù sono un gigante guerriero e campione di pugilato e di tiro con l’arco. Noi eravamo in 44 statue a tutto tondo e siamo nati prima di quei bellimbusti dei kouroi greci.

La Regione e il Ministero B.A.C. vorrebbero separarci mandandoci un paio in un Museo e un altro paio in un Antiquarium ma noi ci opporremo armi alla mano. Sono già in contatto con operai dismessi, pastori sfrattati e contadini pignorati. Ora varano la Flotta Sarda S.P.A. così potremmo navigare gratis per andare a manifestare a Roma. Qui ora è notte. Uscirò da questo ricovero museale che è come una Casa di Riposo per statue anziane. Bustiana mi ha insegnato come fare per non dare nell’occhio delle telecamere di sorveglianza. Faccio un giro a rivedere le stelle nuragiche e sarò di ritorno prima dell’apertura giornaliera. Darò notizia di me e degli altri giganti. Vi saluto e sono Vs. Aff.mo Urgurù affiliato ad alfapiù.
P.S. Il mio nome è Urgurù e la mia canzone preferita non può che essere Il mio nome è mai più di Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù.

La Triade Capitolina dell’inviolata

Michele Emmer

Si è parlato di recente a proposito di tagli nel bilancio dello Stato di chiudere parzialmente o totalmente alcuni piccoli musei di cui l’Italia è piena. Non ci sono dubbi che i più importanti e famosi musei e siti espositivi dell’epoca Romana si trovano a Roma. E attirano milioni di visitatori. Capita allora che una piccola mostra, in una piccola città in provincia di Roma rischi di passare inosservata, anche per le difficoltà oggettive per raggiungere la sede del museo. Vicino Roma, presso la città di Guidonia Montecelio si trova la località chiamata Tenuta dell’Inviolata. Negli ultimi anni, dal 2009, la Soprintendenza per i Beni Archeologici per il Lazio ha condotto una campagna di scavi che ha portato tra l’altro alla scoperta del percorso stradale della Tiburtino-Cornicolana che è perfettamente conservato. Sono state anche scoperte necropoli e ritrovati diversi oggetti. Ma di gran lunga la scoperta più sorprendente fatta alla Tenuta dell’Inviolata è stato il ritrovamento dell’unico esempio conosciuto di Triade Capitolina quasi integrale. Interessante la storia del ritrovamento.

Il gruppo scultoreo viene trafugato nel 1992, dopo essere stato ritrovato all’Inviolata. In origine doveva essere collocato in una lussuosa villa Romana di grandi proporzioni. Anni dopo il trafugamento il gruppo di statue venne recuperato dai Carabinieri, dal nucleo Tutela Patrimonio Artistico ed è stato posto nella sale del Museo Nazionale di Palestrina. Dallo scorso 27 aprile e fino al 5 novembre 2012 la Triade è visibile vicino ai luoghi dove è stata ritrovata, a Montecelio, sopra Guidonia, nell'ex convento di San Michele. Con le parole Triade Capitolina si indica un gruppo scultoreo composti da tre divinità, Giove, Giunone e Minerva. Il culto della Triade (nome recente del XIX secolo) è tipico di Roma e probabilmente serviva a definire un gruppo di divinità che identificavano la grandezza di Roma.

Sul Campidoglio sorgeva il Tempio di Giove Ottimo Massimo o di Giove Capitolino, che era dedicato alla Triade Capitolina. Era probabilemnte il monumento più imponente sul Campidoglio. La Triade in mostra a Montecelio raffigura al centro Giove, con la mano destra appoggiata che regge un fascio di fulmini mentre con la sinistra, perduta, reggeva lo scettro. Ai suoi piedi l’animale sacro, l’aquila ad ali spiegate. Alla sua sinistra Giunone, con il velo, tiene una patera ed uno scettro, manca l’avambraccio destro. Ai suoi piedi il pavone che fa la ruota. Dall’altra parte Minerva doveva avere nella mano sinistra, mancante, la lancia e nella destra l’elmo Corinzio sollevato sulla testa. Ai suoi piedi la civetta sacra. Dietro la testa delle tre divinità ci dovevano essere tre piccole Vittorie che incoronavano gli dei rispettivamente con foglie di alloro nel caso di Minerva, con foglie di quercia per Giove e di petali di rose per Giunone. Solo quella sopra Giunone è ben conservata. La datazione è dell’età tardo-antonina, l’età di Caracalla, Marcus Aurelius Antoninus, (188-217 d.C.).

“Apparve prima una testa, al centro. Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro eppure delicato di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali ed al tempo stesso soavi di una sposa divina, assisa a fianco degli altri personaggi”. Così lo scrittore Valerio Massimo Manfredi ha descritto la scoperta del gruppo di statue nel suo romanzo giallo Gli dei dell’impero. La Triade Capitolina conclude la mostra, ma non è il solo oggetto di interesse. Vi sono molte altre cose da vedere. La mostra si intitola “Archeologi tra ‘800 e ‘900: città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio antico”. Èdedicata a tanti archeologi, italiani e stranieri, da Rodolfo Lanciani a Ferdinand Gregorovius, ed è nata dalla collaborazione dei musei di Alatri, Lanuvio, Nemi,  Palestrina, Vetulonia e Montecelio.

Il luogo, sulla collina dove sorge l’ex convento, è fantastico, con una vista eccezionale. Anche l’allestimento è ben curato e così il catalogo. MA… c’è un ma. Difficile sapere l’orario di apertura, nel sito della mostra non è indicato, difficile, difficilissimo trovare la mostra. Si arriva a Montecelio, si cerca una indicazione della mostra. Nulla. Nemmeno del convento. Si chiede a qualcuno. Bisogna salire per una piccola strada. Si sale, ci sono degli incroci, nessuna indicazione. Poi una scala Santa, con scritto a caratteri piccoli piccoli Convento di San Michele. Nessuna indicazione della mostra. Si sale a piedi, ecco il covento e, incredibile, davanti alla porta del convento, all’ingresso della mostra, finalmente un manifesto della mostra! Ma ne vale la pena, ne vale molto la pena. Ed i volontari archeologi che vi accolgono sono entusiasti e molto gentili. Andateci!

“Archeologi tra ‘800 e ‘900: città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio antico”, ex convento di San Michele, via XXV aprile, Montecelio, sino al 5 novembre, www.guidonia.org, tel 0774 301290/303435 aperto L-V dalle 10 alle 13, e dalle 16 alle 19; S-D dalle 10 alle 19.