ALFADISCO #7 – Ottobre 2018

Paolo Carradori

G. de Chassy-C. Marguet-A. Sheppard

 

LETTERS TO MARLENE” (NoMadMusic)

Marlene Dietrich come musa ispiratrice. Attrice, cantante, donna coraggiosa anticipatrice del femminismo, icona e cittadina del mondo, l’artista tedesca interprete di pellicole indimenticabili è la destinataria di affettuose lettere musicali, mittente un raffinato trio anglofrancese. La strada di Sheppard è nota, caratterizzata da notevoli capacità strumentali in una poetica sonora sempre rigorosa. Il pianoforte di de Chassy e la batteria di Marguet - anche autori di nove degli undici brani del cd - cesellano alla perfezione gli spazi per le sue ance in un andamento fin troppo organizzato, in una coerenza estetica che rischia di divenire una trappola. L’apertura, con una lettura ispiratissima della famosa Lili Marlen dove il sax di Sheppard emerge tra le nebbie del pianoforte che vagheggia la famosa canzone, promette qualcosa di più. Il disco è suonato bene, non ci sono sbavature, ma è troppo compassato. Soprattutto pensando a Marlene manca un riferimento più netto alla sua ironia a volte anche volgare ma che la riscattava dalla trappola dei soggetti e dei ruoli.

Guillaume de Chassy piano – Cristophe Marguet drums – Andy Sheppard saxophones

Francesco Maccianti Trio

PATH” (Abeat)

L’emozione per il jazz piano trio non passa mai, soprattutto se si incontrano ispirati esploratori come Maccianti. Pianoforte, basso e batteria: meccanismo delicatissimo non solo sul fronte strumentale ma soprattutto mentale, dove gli equilibri, ciò che chiamiamo feeling, risultano elementi indispensabili altrimenti il meccanismo non funziona. In Path funziona benissimo, soprattutto perché è un disco sincero e pulito, non sperimenta, allontana freddi intellettualismi, ma approfondisce, esplora il piacere per la melodia senza banalizzarla in un lirismo meditativo mai stuccoso, anzi sempre al servizio di un dialogo vitale. Il tocco di Maccianti - che si svela anche raffinato compositore - è limpido, legnoso, disegna le note in una trama ritmica spesso sottintesa, non nascondendo amori che vanno da Ellington, Monk a Jarrett. Meriti condivisi con una ritmica impeccabile, solida, creativa. Tavolazzi e Gatto condividono con Maccianti un percorso ricco di idee, cura dei dettagli che rendono Path un lavoro altamente godibile.

Francesco Maccianti piano – Ares Tavolazzi doublebass – Roberto Gatto drums

Earl Brown

SELECTED WORKS FOR PIANO AND/OR SOUND-PRODUCING MEDIA” (Amirani Records)

Della così detta Scuola di New York degli anni ‘50, con Cage, Feldman e Wolff, Brown è sicuramente il compositore più singolare. Per mischiare i prìncipi compositivi su base matematica con le suggestioni suscitate dell’action painting di Pollock e le sculture mobili di Calder ci vuole testa. Brown amava anche il jazz e proprio un pianista jazz Gianni Lenoci, anche se l’etichetta gli calza stretta, da sempre sensibile all’esplorazione e ampliamento dei linguaggi, seleziona e affronta partiture del compositore americano, anche quelle dove usava notazioni grafiche non convenzionali che risultano leggibili in ogni senso del foglio (Folio del 1952/53). Il pianista esplora rigoroso le rischiose libertà negli ambiti della indeterminatezza, della concezione spaziale del tempo, del gesto. Lo fa dando senso ad un percorso che prende le mosse dalle fascinazioni giovanili di Brown verso le avanguardie storiche europee per poi sviluppare un personalissimo approccio verso l’alea e l’opera aperta. Lenoci usa l’elettronica con sapiente parsimonia, la espande ampiamente invece in 4 Systems (1954) trasformando il brano in un involucro trasparente di suoni e misteri.

Gianni Lenoci piano and electronics

Rino Adamo – Boris Savoldelli

CONVERGENZE” (Onyxjazzclub)

In realtà Adamo e Savoldelli non convergono molto, anzi spesso cercano contrasti, frizioni e provocazioni sonore in questo lavoro che piace perché non sai mai da che parte di porterà. Uno scenario radicale dove i due evitano però di non infilarsi in vicoli ciechi, senza uscite. Ogni ambiente è esplorato con ampie visioni nel suono, nell’uso del live electronics, effetti e strappi. Le etichette (jazz, pop, blues, rock, free…) vengono solo sfiorate e poi dilatate in una rappresentazione orchestrale, dove l’equilibrio delle diverse voci è ben organizzato a dispetto di una apparente anarchia creativa. Savoldelli usa la voce come strumento malleabile, la deforma, la camuffa, la scaraventa nel ribollire del dialogo dove Adamo evoca blues dolenti, melodie distorte, sapori orientali ma disegna anche panorami dark, densi e inquieti. I due piani si intersecano, si scontrano e si incontrano in una vitale poetica dove si aggirano fantasmi e suoni che impegnano nell’ascolto fanno pensare. L’ultimo brano A quiet post-Atomic afternoon at the seaside dieci minuti mistici e tenebrosi ci proiettano in un futuro non propriamente idilliaco.

Rino Adamo electric violin, live electronics – Boris Savoldelli voices, live electronics

Glenn Ferris Italian Quintet

ANIMAL LOVE” (Improvvisatore Involontario)

Nella frizzante e danzante verve improvvisativa di Ferris il trombonista californiano sembra amplificare, ripercorrere tutta la propria straordinaria storia musicale che parte dai ’70 con Harry James, Billy Cobham per poi spaziare in ambiti i più vari, dai Beach Boys a Zappa, da Steve Wonder a l’Orchestre National de Jazz. Proprio le sue importanti esperienze in diverse realtà orchestrali traspariscono in questo bel lavoro dove voci e colori del quintetto italiano vengono gestite con grande equilibrio sonoro ed espressivo. Senso del collettivo e molte libertà. Ferris si conferma un grande affabulatore, con il suo strumento può fare ciò che vuole, riflessivo, ironico, energetico, ha sempre qualcosa di interessante da dirci. Da non sottovalutare gli italiani però che se la cavano alla grande. Dall’eleganza dei clarinetti sognanti e misteriosi di Mariottini, alla chitarra di Stracciati sempre creativa e brillante (sublime in St. James Infirmary). Dal denso e sinuoso basso elettrico di Fabbrini alla vitalità prorompente di piatti e pelli di Corsi.

Glenn Ferris trombone – Mirco Mariottini clarinet and bass clarinet – Giulio Stracciati electric guitar – Franco Fabbrini electric bass – Paolo Corsi drums

Alessandro Fedrigo

SECONDO SOLITARIO (Nusica.org)

Alessandro Fedrigo suona uno strumento, il basso acustico, non frequentatissimo. Lo fa con orgoglio da anni in formazioni che fanno riferimento alla stessa label (XY Quartet, Hyper) ma anche rischiosamente da solo per dirci che le possibilità espressive, oltre quelle del tradizionale sostegno ritmico, del proprio strumento sono notevoli. Secondo Solitario – il primo è del 2011 - è un lavoro solido che esplora con molte libertà, ma anche con un’idea chiara di percorso, di viaggio, le insospettabili molteplici facce del basso acustico. Potremo definirla una suite dove gli undici variegati ambienti sonori e ritmici, senza effetti tutto acustico, offrono al talento di Fedrigo di esprimersi con notevole personalità. Subito l’apertura con “Nel Vuoto” affascina per l’estrema ricerca dell’arco sulle corde che produce distorsioni e misteri. Anche “Fetita” che si apre a sguardi e dilatazioni melodico-ritmiche ci svela suono caldo e denso. “Hypersteps” di Nicola Fazzini che gioca sulla sequenza accordale di Giant Steps è l’occasione per smontare sapientemente la genialità coltraniana. Fedrigo rischia anche molto con due vitali improvvisazioni incastrate nel percorso di Secondo Solitario che si conferma disco di alta maturità.

Alessandro Fedrigo basso acustico

Aparticle

BULBS” (UR Records)

Tante le visioni che si accavallano nell’ascolto di Bulbs. Le architetture dei brani, tutti firmati Bonifati e Stermieri, sono modellate con suggestioni, sapori vintage (Davis elettrico e dintorni), ambienti post-rock ma anche linguaggi avanzati, improvvisazione ed elettronica. Il lavoro è attraversato da una notevole scossa creativa, tutti mettono idee, energia in un percorso accidentato per questo interessante. “No Way To Fill” sintetizza bene l’andamento del disco, la chitarra di Bonifati disegna panorami nordici poi stacchi hard, l’alto di Arcelli gioca sugli unisoni poi svolazza libero con la riconosciuta personalità. Le tastiere di Stermieri stratificano un sottofondo sempre vitale e un po' misterioso mentre Baron accumula e moltiplica colori ritmici che sospendono il mosso quadro d’insieme. Tutte le tracce anche nella variabilità ritmico sonora mantengono senso del collettivo e ricca predisposizione all’improvvisazione, come in “Nine Billion Density” dove su una semplice frase il quartetto costruisce una visionaria, estraniante accumulazione di suoni e dinamiche. Originale l’uso della voce del filosofo Marcuse in “Liquid Language”. Messaggio che ci invita ad approfondire le problematiche della contemporaneità?

Cristiano Arcelli alto sax – Michele Bonifati guitar – Giulio Stermieri Rodhes, Hammond – Ermanno Baron drums