Il calendario Maya dell’editoria

Ilaria Bussoni

In attesa delle periodiche statistiche di fine anno che ci daranno la misura della flessione della vendita dei libri in Italia, di come «crisi» e rigore dei consumi si traducono per uno dei principali beni culturali, è sorprendente constatare l’inedita esplosione di un singolare genere letterario. Libri di cucina? Editoria per bambini? Graphic novel? Ebook? Niente di tutto questo. Sono i libri che andavano pubblicati entro il 20 novembre 2012. Rigorosamente entro il 20!

Una nuova forma di strenne? Una strategia di marketing per accaparrarsi il mercato? Affatto. Più semplicemente, la prima abilitazione scientifica nazionale per professori universitari di prima e seconda fascia. Un concorso, insomma. Entro il 20 novembre i candidati dovevano infatti sottoporre all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) i risultati della ricerca effettuata negli anni precedenti, atti a colmare ciò che il ministero dell’Università e della Ricerca chiama «indicatore bibliometrico». In sostanza, quanto hai pubblicato, con quali editori, quanto ti hanno letto e citato, quanto ti hanno tradotto. Un «indicatore» basato su modelli matematici, in grado di stabilire scientificamente merito, padronanza dei saperi e forse persino intelligenza. Finalmente un criterio oggettivo per far passare università e docenti da costumi medievali alla libera concorrenza!

Per questo negli ultimi mesi tutte le case editrici con un catalogo di saggistica, scienze e scienze umane (quello strano genere definito «non fiction») si sono viste sommerse dalla richiesta di «prove scientifiche» della qualità della ricerca dei loro autori. Centinaia e per le più fortunate etichette editoriali persino migliaia di richieste di testi, libri, articoli in pdf. E infatti, come dal medico, c’è chi per fornire il «certificato di ricerca» si è fatto pagare: dai 15 ai 20 euro per ogni singolo pdf consegnato all’autore. E già questo ha dato un aiutino all’editoria in crisi.

Ma la vera svolta per l’editoria «di scienza» si è avuta con l’avvicinarsi della fatidica data del 20. Quando si è scatenata una corsa sfrenata alla pubblicazione animata dal desiderio degli autori/docenti di incrementare il proprio «indicatore bibliometrico». Niente di anomalo se fossimo in Francia, ad esempio, dove la ricerca universitaria finisce spesso in un libro come gli altri e saranno anche i lettori, gli appassionati o gli studiosi in genere, oltre che la comunità scientifica, a valutarlo. Lì saranno anche gli editori a decidere, rischiando le proprie risorse, se quel libro di quel docente ha un pubblico e a convincere i librai che, se non proprio a breve termine, prima o poi potrebbero venderlo.

Dalle nostre parti, invece, che un libro scientifico non lo legga se non chi è davvero obbligato (studenti in primis) è cosa scontata. Per questo lo si finanzia: con fondi propri dell’autore, con fondi di ricerca del dipartimento, con l’eredità di famiglia o soldi pubblici. In Italia, nessun editore pubblica «scienza» a proprio rischio e pericolo, cioè gratis. E di questi mesi, con l’aumentare della «domanda» di pubblicazione, sono aumentati anche i prezzi, una parabola inflattiva dal 30 al 50%. «È il mercato bellezza». Così l’editoria «di scienza» si è fatta un tesoretto a forza di distribuire Isbn e «finito di stampare» entro il 20 novembre.

Il ministero per la Ricerca e l’Università avrà a breve tutti i parametri per valutare la qualità dei suoi docenti, resta però da sapere chi valuterà la trasparenza dei fondi pubblici utilizzati e le pratiche di un’editoria che con la ricerca e l’innovazione hanno ben poco da spartire. Resta poi da capire se questa editoria sia qualcosa da difendere e preservare come un bene di tutti – un bene per la cultura? – o meglio sarebbe augurarsene la totale estinzione, magari in virtù di un diritto all’accesso dei saperi prodotti in uno spazio pubblico quale le università o di un modello aperto e reale di redistribuzione della scienza. Prossima scadenza: 21 dicembre.

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

Una risata non li seppellirà

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Daniele Giglioli

La cosa più sbagliata da fare è prenderli sottogamba, metterla in burletta, lasciarsi sedurre dall’incredibile mole di pasticci, retromarce, figuracce, ragionamenti sghembi e trattative levantine che hanno accompagnato in questi anni, in Italia, l’introduzione tardiva della cosiddetta «cultura della valutazione»: nell’università, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Un paranoico potrebbe perfino pensare a una geniale strategia di comunicazione suggerita da qualche costosissimo spin doctor: non abbiate paura, siamo buffi. Sono buffi, ma di paura ne fanno e come. Certo la tentazione è forte: basterebbe raccogliere un dossier di neologismi tautologici, anglismi maccheronici, cifre sbagliate, test farlocchi, passarlo a un bravo comico (un Guzzanti, un Albanese), e l’effetto sarebbe assicurato, specie in un paese dove l’unica opposizione culturale visibile dell’ultimo ventennio è stata svolta, purtroppo, dalla satira.

Chi non ricorda il rettore della Sapienza mentre difende con vibrante accento sabino un test di ingresso basato sulla grattachecca della sora Maria? Chi non sorriderebbe (amaro) a rileggere i report delle agenzie di rating che ancora nel 2007 spergiuravano affidabilissimi i derivati della Lehman Brothers? Ma il pericolo è reale, e non c’è catarsi comica che possa scongiurarlo. La cultura della valutazione non usurpa il proprio nome, è davvero una cultura, una visione del mondo, un programma che ha ben chiaro, se non come va il mondo, almeno come dovrebbe andare. E prende piede, acquista carisma, fa ciò che dice, lo produce nel momento stesso in cui si insedia nei gangli di ogni agenzia decisionale.

Scuole e università, comuni e regioni, teatri e ospedali, musei e parchi verranno sempre più pensati e finanziati – da parte di un potere politico che sta cedendo ogni giorno porzioni della sua sovranità con l’allegra spensieratezza del patrizio rovinato, e da parte di un’opinione pubblica impotente di fronte al ricatto di termini civetta come meritocrazia, efficienza, prestazioni, razionalità (nientedimeno!) – in ragione di un punteggio assegnato, dicono i valutatori culturalmente più avveduti, non sulla base dei contenuti o del valore delle prestazioni, ma sulla loro efficienza, a sua volta identificata con l’adeguamento a standard che si pretendono oggettivi quanto più sono arbitrari. Sotto le spoglie di un’algida e impersonale terminologia pseudoscientifica, la cultura della valutazione è una forza che si fa ragione, non una ragione che diventa forza: o funzionate come diciamo noi, o siete fuori. E non conta nemmeno il fatto che perfino nel ramo in cui ci siamo inventati maestri prendiamo un granchio dietro l’altro: l’autorità, non la verità detta la legge.

Da terreno di razionalità intersoggettiva, procedura verificabile, libero dibattito, la scienza degrada a diktat, imposizione, uso connotativo, affettivo, alonale di parole e numeri che servono a sedurre, a stupire, ad ammutolire, non a dimostrare. La cultura della valutazione ha dalla sua molti punti di forza. La trasformazione molecolare del triangolo che ha dato forma al rapporto tra potere, sapere e produzione nell’età moderna (stato nazione, partiti di massa, istruzione obbligatoria, università humboldtiana, welfare, ricerca pubblica) è un fatto, non un’invenzione dei banchieri, dei tecnocrati o dei cantori della moltitudine. (Un’invenzione è semmai il ritornello: bisogna comunque razionalizzare, non ci sono più risorse. Le risorse ci sono e come, basterebbe chiederle indietro a chi se le è intascate. Razionalizzare non vuol dire accettare la miseria). Un fatto è che di fronte allo strapotere della finanza mondiale, apparati governamentali e non sovrani come le burocrazie tendono sempre più a porsi come unica controparte, come interlocutore che tratta da potenza a potenza, del capitale finanziario: da qui dovete passare, con le nostre procedure dovrete fare i conti, voi che pure vi dite tanto insofferenti dei famosi lacci e laccioli. E un fatto, infine, è che, almeno in un paese come l’Italia, lo status quo è indifendibile.

Non vi piaceremo, ma vi andava bene come andavano prima l’organizzazione scolastica, il reclutamento universitario, il funzionamento della pubblica amministrazione? Non vi lamentavate tutti degli sprechi, della corruzione, del nepotismo, della malagestione? Non ce l’avete fatta a riformarvi da soli, è giusto che qualcuno vi commissari. Fidatevi di noi, poiché non potete fidarvi di voi stessi. Questo è il punto cruciale, il punto d’onore della cultura della valutazione, ciò che ne fa davvero una cultura e non solo una tecnica. La sfiducia. La presunzione di minorità. La diffidenza nei confronti della capacità dei soggetti di autogovernarsi: vi ci vuole un padrone, il sovrano ieri, il tecnocrate oggi, l’agenzia terza, l’autorità nominata dall’alto, l’autoproclamata società di esperti muniti di banche dati, grafici e statistiche (raccolti a pagamento; e spacciati con tecniche di comunicazione da Gatto con gli Stivali: di chi sono queste terre? Ma del Marchese di Carabas!).

Diffidenza da trasmettere ai soggetti con ogni mezzo necessario. L’operazione è già a buon punto. Stupisce quanto debole – a parte l’opera meritoria di chi è capace di smontare pazientemente il meccanismo; e a parte qualche resistenza corporativa – sia stata la reazione di chi rischia di vedere stravolto il senso del lavoro che fa da uno scombiccherato armamentario di sofismi. Presupponendo cittadini inermi, la cultura della valutazione contribuisce a crearli: chi ha tempo e voglia di addentrarsi in quella boscaglia di pseudo numeri e pseudoconcetti? E ne vale la pena, intenti satirici a parte, nel momento in cui è acclarato che non la razionalità ma un principio di autoelezione inverificabile presiede a quelle pratiche? Tentare di prendere in castagna la cultura della valutazione sulla base dei suoi sfondoni è divertente e utile, ma non decisivo. Urge invece contrapporle un’altra cultura. Ci vorrà tempo, pazienza, idee e soprattutto fiducia nelle idee.

I professori Rüf dell’università italiana

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente suPrecarieMenti, blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria". Come già messo in luce da articoli apparsi sul numero 1 di "Alfabeta2" e dalla discussione proseguita sul sito, la domanda sullo statuto odierno dell'intellettuale non può che prolungarsi nella domanda sul lavoro intellettuale diffuso e sulla sua condizione salariale e contrattuale precaria. Ed è proprio a questo tema che sarà dedicato il numero 2 della rivista, in uscita il 15 settembre. Sito web: "PrecarieMenti"]

La Redazione di PrecarieMenti

In questi giorni la creazione dell’Anvur, agenzia di valutazione della qualità della ricerca ha sollevato critiche serrate, specie in risposta ad un articolo comparso sul Corriere della Sera. Si discute in sostanza della possibilità di recuperare fondi per l’inserimento di una nuova generazione di ricercatori e docenti abbassando il pensionamento dei docenti universitari a 65 anni di età, equiparandolo quindi non solo all’età pensionabile in questo paese, ma all’età in cui in altri Paesi europei ed extraeuropei è chiesto ai docenti di lasciare il posto ai più giovani. Inoltre, un sistema di valutazione della ricerca che adotti criteri standard europei garantisce che il governo distribuisca i fondi in base ad una graduatoria creata sulla base di un criterio di produttività degli atenei e di qualità della ricerca ivi prodotta.
Continua a leggere qui.

Idoneità

Augusto Illuminati

Lucrezianamente ormai immune dai disastri berlinguerian-gelminiani dell’italica Università, suave, sarebbe, e terra magnum alterius spectare laborem, ma un residuo senso civico mi induce a riflettere sulle polemiche scatenate dalla pressoché compiuta conclusione della prima tornata di idoneità di prima e seconda fascia, alias Abilitazione Scientifica Nazionale.

Trattandosi infatti di formulare giudizi complessivi di ammissibilità ai ruoli di ordinario e associato (bizzarra tipologia, non presente in natura e neppure nella cultura, in cui esiste solo attitudine o meno alla funzione docente) piuttosto che di distribuire un numero circoscritto di posti retribuiti, per cui serviranno ulteriori concorsi di sede, è chiaro che questo è il campo di un trionfo assoluto del principio di valutazione in sé, non della necessità di scegliere uno a spese di altri per vincoli di organico e di bilancio.

Al di là, dunque, delle recriminazioni individuali sugli esiti dell’abilitazione e sulle clamorose discrepanze fra i criteri adottati nei vari settori, vorrei soffermarmi sulle contraddizioni della prima applicazione di massa della valutazione alle carriere docenti, che fa seguito alle già controverse incursioni nel finanziamento della ricerca e dei dipartimenti. La logica neoliberista e “post-democratica” ha il suo punto discriminante non in un generico riferimento al mercato o al laissez-faire, ma nell’imposizione dall’alto e con l’ausilio di tutti gli strumenti tecno-burocratici del principio di concorrenza, anche in settori non proprio coincidenti con l’economia, per esempio nella pubblica amministrazione, nella formazione e nella ricerca.

La diseguaglianza viene assunta a regola certificata e presunta propulsiva e, beninteso, ritrovata accresciuta al termine dei processi devastanti che smantellano gli assetti precedenti. Non rievoco qui gli svariati misfatti compiuti da INVALSI e ANVUR nelle aree educative di loro competenza e mi attengo alle metodologie valutative su chi è già in organico, neppure ai criteri di assunzione, chiaramente assenti in tempi di tagli selvaggi e turnover negativo.

Se Brunetta, ben presto strozzato dalla resistenza sindacale e dalla vischiosità dell’apparato, pretendeva di distribuire le note di qualifica e gli incentivi selezionando meccanicamente una quota di meritevoli a spese degli altri, il MIUR distribuisce le idoneità – le promesse di accesso a un organico in via di riduzione – in modo tale che ci sia una quota minoritaria di eletti (il Ministero aveva raccomandato di soppiatto non più del 40%) e una massa di “segati”, indipendentemente o in misura spropositata rispetto alla qualità effettiva del corpo docente. Importante è che i suoi membri siano in concorrenza fra di loro, che considerino la formulazione del proprio CV, la produzione delle pubblicazioni sulle riviste “giuste” e l’acquisizione di crediti organizzativi quali momenti della loro auto-imprenditorialità culturale.

Di più: se nell’ideologia BDSM della società del rischio e della competizione il lavoro è sempre sottoposto all’imperativo della formazione permanente e al connesso ricatto del fallimento per inferiorità o per pigrizia, il debito-colpa deve essere immesso con priorità assoluta nella formazione e selezione dei formatori. Università e scuola siano la fucina dei meccanismi di valutazione e autovalutazione per ogni ramo lavorativo standard e anomalo, riciclo degli espulsi compreso. Quindi, non ci si lamenti che i ricercatori siano trattati come i postelegrafonici, perché devono esserne l’archetipo platonico.

Però... «per fortuna o purtroppo» siamo italiani e allora i più diabolici dispositivi dell’efficientismo meritocratico anglo-sassone devono essere calati nel gesso delle consuetudini nostrane, del burocratese azzeccagarbugli e delle tradizioni accademiche da secoli impiegate per tutelare clientele e parentele. Così il 90% delle esclusioni adottate – almeno nell’area umanistica che mi sono andato a guardare per competenza – per profilare il merito quale scarto dalla media (anzi dalle famigerate “mediane”) è stato motivato con la non pertinenza al settore scientifico disciplinare, un trucco vetusto con cui si rimandava l’incauto concorrente da ponzio a pilato fra storia della filosofia e filosofia politica, filosofia teoretica e filosofia morale – tanto per buttar giù qualche esempio a caso.

Quanto nel mondo era grande – in perversione – viene qui rimpicciolito a misura di procedure (maxi)concorsuali e di meschino intrigo familistico o di cordata. Tutto svanisce in una ridda di pdf non allegati, riviste di classe A e B, troppi autori considerati o troppo pochi autori, proiezione internazionale scarsa o vivace e vivi auspici per il futuro del non idoneo – altri commissari, cazzi loro. Ho grandi dubbi che, perfino nell’angustia del definanziamento universitario, non sia possibile escogitare qualcosa di meglio per cooptare forze nuove nel sistema. Prima che le risucchino all’estero.