La paura neoliberista

Alessandro De Giorgi

Il 14 ottobre 1982 Ronald Reagan teneva un importante discorso in cui illustrava la svolta punitiva alla base della nuova politica criminale della sua amministrazione: «La crescita di una classe criminale senza scrupoli è stata in parte il risultato di una filosofia sociale sbagliata, che in modo utopico considera l’uomo come prodotto del suo ambiente, mentre la trasgressione è vista sempre come conseguenza di condizioni socio-economiche svantaggiate. Questa filosofia predica che dove si verifica un crimine è responsabile la società, non l’individuo. Ma il popolo americano sta finalmente riaffermando alcune verità indiscutibili: il bene e il male esistono, gli individui sono responsabili delle proprie azioni, il male è spesso frutto di una scelta, e la pena deve essere certa e immediata per chi si fa strada a danno degli innocenti».

A trent’anni da quella dichiarazione di guerra alla criminalità la popolazione carceraria degli Usa ha raggiunto la quota di 2,4 milioni di individui confinati in oltre 5000 istituti penali, per un tasso di incarcerazione di 756 soggetti per 100.000abitanti. Nel complesso 7,2 milioni di persone sono sottoposte a controllo penale: il 2,4% della popolazione. Sebbene trascurata dai media e dal dibattito politico, la situazione carceraria statunitense rappresenta una vera e propria emergenza sociale, risultato di quarant’anni di simbiosi tra liberismo economico e governo punitivo della povertà.

Le coordinate del neoliberismo punitivo si erano delineate già all’inizio degli anni Settanta. Parallelamente alla ristrutturazione capitalistica che sanciva il superamento del sistema fordista keynesiano a favore di un modello di accumulazione flessibile, si registrava una crescita prima progressiva, poi verticale (soprattutto in coincidenza con la distruzione del welfare, realizzata in modo bipartisan tra gli anni Ottanta e Novanta) del sistema penale quale strumento di governo della marginalità urbana.

Se fino ai primi anni Settanta i tassi d’incarcerazione statunitensi erano mediamente inferiori a quelli di altre democrazie occidentali, oggi gli Usa sono la prima democrazia punitiva del mondo. La pluridecennale guerra alla criminalità e alla droga, che nell’agenda politica revanchista della destra americana ha sostituito la guerra alla povertà dichiarata da Johnson nel 1964, ha determinato la legittimazione di ogni eccesso penale in nome della difesa sociale contro le nuove «classi pericolose».

Tra il 1977 e il 2007 negli Usa sono state eseguite 1099 condanne a morte, con una media di tre al mese. Sull’onda del panico morale suscitato da alcuni crimini eccellenti si sono moltiplicate pratiche penali di tipo autoritario e populista: la pena capitale anche per malati di mente; l’ergastolo anche per i minori; le leggi «Three Strikes» che prevedono l’ergastolo per chiunque commetta un terzo reato anche non grave; la reintroduzione dei lavori forzati in diversi stati del Sud; la pubblicazione dei dati personali e delle foto segnaletiche degli ex detenuti per reati sessuali.

Ma la rivoluzione punitiva si è estesa anche ad altri ambiti della vita sociale, investendo settori tradizionalmente estranei al sistema penale. Si pensi alla famigerata «riforma» del welfare attuata da Clinton nel 1996, che esclude dall’assistenza sanitaria, dall’edilizia popolare e dai sussidi di disoccupazione chiunque abbia riportato una condanna per reati di droga; o al fatto che i pochi poveri americani che ancora hanno accesso a qualche forma di assistenza sono sottoposti a forme di controllo stigmatizzanti e punitive – quali i test antidroga imposti in diversi Stati come condizione per l’accesso ai sussidi – che di fatto saldano l’assistenza sociale al sistema penale.

È stato con queste politiche, volte a disciplinare una popolazione in maggioranza afro-americana e latina sempre più povera e resa superflua dalla ristrutturazione capitalistica, che nell’immaginario sociale americano si è costruita l’equivalenza simbolica tra razza, welfare e criminalità. Le statistiche mostrano che gli afro-americani costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria degli Usa, pur rappresentando solo il 12% della popolazione. Un giovane afro-americano su tre di età compresa tra i 20 e i 29 anni è oggi sottoposto a controllo penale. Alle attuali condizioni, un ragazzino afro-americano nato nel 2001 ha il 32%di probabilità di finire in carcere durante la propria vita: un evento più probabile che non iscriversi all’università, arruolarsi nell’esercito o sposarsi.

Ma questa dimensione getta luce solo su uno dei due versanti dell’incarcerazione di massa, quello legato al «sequestro» di intere generazioni di giovani afro-americani e latini provenienti da ghetti urbani nei quali l’economia illegale costituisce spesso l’unica via di fuga dalla povertà. L’altro versante, destinato peraltro ad assumere proporzioni drammatiche nei prossimi anni, è rappresentato dall’ampia fetta di questa popolazione reclusa che prima o poi fuoriesce dal sistema carcerario. Circa 600.000 detenuti vengono rilasciati ogni anno dalle prigioni Usa, una media di 1600 al giorno.

Questa popolazione, spesso reclusa per anni in un sistema carcerario che ha drasticamente ridotto i programmi di reinserimento sociale, di istruzione e perfino di assistenza medica di base per i detenuti, viene letteralmente «scaricata» negli stessi quartieri poveri e segregati dai quali era stata prelevata. Spesso priva di accesso al welfare, in molti casi affetta da patologie o tossicodipendenze, e in ogni caso stigmatizzata dall’esperienza dell’incarcerazione, questa popolazione è destinata a rientrare in massima parte nel circuito penale: il 70% dei detenuti rilasciati torna in carcere entro tre anni. Si comprende allora come il sistema penale-carcerario americano funzioni come un vero e proprio sistema di riciclaggio dell’eccedenza umana prodotta da un modello sociale incardinato nella simbiosi tra laissez-faire economico e populismo penale.

Infine, questa «scomunica sociale» della povertà urbana non si limita all’esclusione di milioni di poveri «immeritevoli» dai fondamentali diritti civili e sociali; al contrario, essa si estende anche ai diritti politici, rievocando il sistema segregazionista che ha caratterizzato gli Usa dalle origini fino agli anni Sessanta. Quattordici Stati americani escludono temporaneamente dal diritto di voto chiunque abbia riportato una condanna penale, anche dopo che la pena sia stata scontata, mentre otto Stati impongono tale bando a vita. A quasi cinquant’anni dal Voting Rights Act del 1965,che proibiva la discriminazione su base (esplicitamente) razziale nell’accesso al voto, il 13% dei maschi afro-americani è escluso dall’elettorato in virtù delle misure penali citate.

Come possiamo spiegare la condizione di «morte civile» cui l’ascesa dello Stato penale ha condannato una vasta popolazione di poveri resi superflui dalla ristrutturazione capitalistica degli ultimi trent’anni? L’interpretazione di senso comune è che il normale catalizzatore di qualsiasi reazione punitiva sia la criminalità. Si può ipotizzare allora che sia stato un aumento della criminalità di strada a determinare l’incarcerazione di massa che ha investito la società americana a far corso dagli anni Settanta?

Sono le statistiche ufficiali del Bureau of Justice americano a dimostrare che questa ipotesi è falsa. Dopo aver registrato un aumento negli anni Sessanta, i tassi di criminalità hanno esibito un andamento costante nei due decenni seguenti – con l’eccezione della criminalità violenta, in aumento alla fine degli anni Ottanta, soprattutto in seguito alla diffusione del crack nei ghetti urbani – per registrare negli anni Novanta una drastica diminuzione che ha riguardato tutte le tipologie di reato: i reati registrati sono diminuiti, mentre le persone denunciate, arrestate e condannate sono aumentate.

Questo contrasto tra la diminuzione della criminalità e l’escalation della repressione smentisce ogni interpretazione causale del rapporto tra criminalità e pena, e offre una chiara illustrazione dell’autonomia della sfera penale quale strumento di regolazione sociale. Nel corso della rivoluzione neoliberale americana l’arsenale retorico della penalità è stato utilizzato in modo del tutto indipendente dall’effettiva gravità della questione criminale. Piuttosto, la logica neoliberale dell’individualismo proprietario e la complementare ideologia della responsabilità personale hanno favorito l’assorbimento della questione sociale entro la sfera della penalità e dei suoi apparati di esclusione.

La diffusione di retoriche securitarie rivolte a una middle class resa insicura dalle crisi del capitalismo globale deregolato e il dispiegamento di politiche di criminalizzazione di massa rivolte ai poveri urbani convergono nel delineare una nuova razionalità di governo incentrata sulla guerra al nemico pubblico. Alimentando e poi «governando» paure simbolicamente efficaci e politicamente gestibili (come la criminalità, l’immigrazione clandestina, il terrorismo islamico), questo paradigma di governo ritrova nella questione penale quella legittimazione politica che la sovranità statale ha perduto nell’impatto con un’economia globale sempre più ingovernabile.

In questo modo, attraverso un’opportunistica esasperazione di quella che Alessandro Dal Lago ha definito «tautologia della paura», negli Usa, ma in modo crescente anche in Europa e in America Latina, questo modello di governo riesce da una parte a consolidare consenso su basi populiste e dall’altra a occultare provvisoriamente le conseguenze devastanti delle politiche economiche neoliberiste.

Ma, al di là della propensione ad accumulare capitale politico intorno al vocabolario dell’insicurezza urbana, della guerra alla criminalità e della tolleranza zero, questo paradigma di governo punitivo ha rivelato anche una straordinaria capacità di produrre capitale tout-court, generando enormi profitti per gli «imprenditori della pena» – dalle multinazionali dell’incarcerazione a quelle che gestiscono centri di detenzione per migranti, dai produttori di armi e tecnologie di polizia alle compagnie telefoniche delle prigioni, fino al vasto settore del «reinserimento» postcarcerario. Un dato che assume dimensioni esorbitanti negli Usa, dove il sistema penale è uno dei principali datori di lavoro del paese, i sindacati delle guardie carcerarie sono una potente lobby politica, la spesa pubblica nel settore penale è cresciuta in modo verticale parallelamente all’abolizione di fatto del welfare.

La logica del governo punitivo delle disuguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo – una razionalità politica incentrata sulla criminalizzazione di massa delle popolazioni urbane segregate, rese economicamente superflue dalla ristrutturazione capitalistica postindustriale – ha dunque assoldato ai diversi fronti della guerra contro i nemici pubblici un vasto esercito costituito da forze di polizia pubbliche e private, multinazionali dell’incarcerazione, politici locali e nazionali votati alla causa securitaria, think tank impegnati a convalidare scientificamente la verità del crimine, mass media intenti ad alimentare la paura per capitalizzarne i profitti.

Negli Usa investiti dalla recessione economica globale, le elezioni presidenziali del 2008 (e poi quelle ben più incerte del 2012) sembravano aver riaperto quanto meno la possibilità di una riflessione pubblica sulla devastazione sociale prodotta da trent’anni di simbiosi tra neoliberismo e populismo penale. Dalla «grande depressione» degli anni Venti gli Usa uscirono grazie al New Deal: un ambizioso programma di ingegneria sociale che costrinse la società americana a fare i conti con la barbarie del capitalismo senza limiti. Ancora non possiamo dire se il secondo New Deal più volte evocato da Barack Obama sarà in grado di porre un freno alla barbarie del neoliberismo punitivo, ma per il momento poco è cambiato.

I banditi dell’arte e l’invenzione del selvaggio

Ornella Volta

Due esposizioni ora in corso a Parigi ispirano una comune riflessione: fino a che punto ognuno di noi dipende da costruzioni culturali che si riveleranno, un giorno o l'altro, irrimediabilmente caduche? I Banditi dell'Arte è la prima mostra presentata in un museo francese con un titolo italiano: una maniera di denunciare il fatto che le opere prescelte dall'italo-argentino Gustavo Giacosa, appassionato animatore della associazione ContemporArt e di un Ospedale d'Arte a Genova, sono state costrette all'esilio non avendo trovato ospitalità in nessun sito artistico qualificato nel loro paese.

Messe «al bando» in Italia (nel consueto rispetto della massima nemo propheta in patria), sono invece visibili durante tutto quest'anno ai piedi di Montmartre, al Museo della Halle Saint-Pierre, che da oltre tre lustri si è specializzato nella presentazione di opere d'arte per definire le quali si è ancora alla ricerca di una formula adeguata: art naìf, art brut, art singulier, art visionnaire, art populaire, folkart, art irrégulier, art sans frontières, art outsider, art hors normes? Nessuno ha ancora osato proporre la definizione «arte anormale» che tutte queste etichette sottintendono, ma che equivarrebbe a fissare alla creazione artistica dei limiti per definizione inconcepibili.

Carlo Zinelli, "Trois Pinocchio", "Serpents et animaux" (© Halle Saint Pierre)

E se fosse la parola «arte» a non convenire a una produzione allergica al mercato e, salvo rare eccezioni, vista con una certa condiscendenza, quando non completamente ignorata, anche dagli artisti professionisti? Affermando su un tono dei più perentori, «Art nègre? Connais pas», Picasso è stato il primo a mettere il dito sul vero problema. Interpretata dalla maggior parte degli esegeti come un rifiuto di riconoscere l'influenza, subita da lui stesso, delle sculture cosiddette «primitive», scoperte in Occidente all'inizio del ventesimo secolo, quest'affermazione di una ammirevole lucidità, mirava in realtà a distinguere la figura dell'artista così come è vista e vissuta dalle nostre parti, da quegli esseri, dotati di una sensibilità medianica particolare nonché di un notevole talento espressivo, che riuscivano a soddisfare il bisogno di accattivarsi le forze oscure da cui si sentiva minacciata la comunità alla quale appartenevano, con la creazione di simulacri capaci di esercitare una funzione rituale comparabile agli esorcismi di uno sciamano.

Il discorso evidentemente non può essere lo stesso per i «banditi» italiani e per tutti i loro omologhi delle società occidentali, dove sono percepiti come sismografi di ossessioni incontrollabili e probabilmente contagiose, e condannati di conseguenza all'esclusione e all'autismo. Per restare in Italia, se molte delle loro opere, realizzate nell'Ottocento, non sono andate perdute, lo si deve paradossalmente al Museo di Antropologia criminale fondato da Cesare Lombroso per provare con le pitture, sculture, grafismi e altri manufatti indefinibili, reperiti nelle carceri o negli asili psichiatrici, la pericolosità dei loro autori, già chiaramente identificabile nelle loro malformazioni fisionomiche particolari. Come si sa, le teorie di questo eminente criminologo - autore anche di un saggio sulla «degenerescenza mentale», non troppo dissimile dalla follia, dell'Uomo di genio - sono state, tra l'altro, utilizzate dalla critica contro l'avanguardia artistica degli inizi del Novecento.

Giovanni Bosco, Dessin (© Halle Saint Pierre)

Un consimile razzismo scientifico si è verificato in Europa, dal XVIII secolo agli inizi del XX, nei confronti dei «selvaggi» degli altri continenti, simultaneamente alle evangelizzazioni praticate su vasta scala dai missionari e alla consolidazione degli imperi coloniali. Dopo avere dimostrato che gli esseri umani, fino ad allora convinti di essere stati creati a immagine di Dio, appartenevano più modestamente al regno animale, sembra che Carl von Linné sia stato il primo a stabilire un ordine gerarchico, secondo il quale l'homo europaeus si situava al livello più alto, e l'homo afer al più basso.

Probabilmente confortato anche dal saggio di de Gobineau sull'Inégalité des races humaines, Darwin preciserà poi più dettagliatamente questa gerarchia identificando nell'ottentotto namibiano l'anello mancante nell'evoluzione biologica che ha permesso la trasformazione progressiva dello sgraziato gorilla in un bell'uomo bianco. Parallelamente al processo di decolonizzazione, anche il pensiero scientifico evolverà però notevolmente nel Novecento, ma non senza qualche dura battaglia come quella a lungo condotta da Claude Lévi-Strauss nelle sfere universitarie per ottenere che, anziché di «popoli non civilizzati», si parlasse di «popoli senza scrittura».

Una recente dichiarazione di un alto membro del governo francese sulla indiscutibile superiorità della moderna civiltà occidentale su tutte le altre, dimostra comunque che, ancora oggi - nel 2012 ! - il principio della relatività culturale che consiste nella valutazione di una cultura secondo i valori della comunità che l'ha prodotta, e non con il metro di un'altra cultura, non è stato ancora completamente assimilato nemmeno dalle cosiddette élites. Benché dopo la prima guerra mondiale, non si parli più di «selvaggi» ma di «indigeni», si è trovato normale, fino agli anni trenta, includere nelle Esposizioni Universali o Coloniali, degli «zoo umani» - chiamati proprio così, senza falsi pudori - in cui numerosi membri di tribù africane e oceaniche erano indotti a esibire i loro usi e costumi non lontano dalle gabbie delle bestie feroci. Per i più spettacolari, si organizzavano anche rappresentazioni nei circhi e nelle fiere, in prossimità di altri «mostri» prediletti dai visitatori, quali donne barbute, sorelle e fratelli siamesi, uomini-tronco, giganti e lillipuziani.

Come dice il proverbio però, non tutto il male vien per nuocere: è probabile che proprio grazie all'inevitabile dispersione degli accessori di questi zoo itineranti, sia capitata sotto gli occhi di Vlaminck e dei suoi amici quella maschera Fang che li avrebbe impressionati al punto di spingerli a rivoluzionare e rigenerare l'arte occidentale.

LE MOSTRE
Banditi dell'arte,
Halle Saint Pierre, fino al 6 gennaio 2013
L'Invention du Sauvage
, Musée du Quai Branly, fino al 3 giugno 2012