L’archivio infinito. Una conversazione con Antonio Syxty

Valentina Valentini

VV. Mi racconti cosa sta dietro questo titolo (SYXTY SORRISO & Altre Storie) e quali sono le “altre storie”, ovvero  di cosa tratta il libro.

AS. SYXTY SORRISO è un’invenzione del 1978-79, ai tempi della nascita dell’ANTONIO SYXTY FAN CLUB, da me appositamente concepito per creare un ‘me fasullo e famoso’. Syxty Sorriso era una griffe, che avevo ideato per ‘firmare’ alcune delle mie ‘azioni teatrali' – come si chiamavano allora – o performance/eventi/happening. Per fare un esempio la sfilata/performance BLOOM BLAST del 1980 era ‘griffata’ SYXTY SORRISO. Ho sempre giocato con le componenti della mia identità personale (da quella anagrafica reale a quella completamente inventata). Antonio Syxty era – e continua a essere – una fake identity. Il ‘sorriso’ della griffe nasce in un periodo di edonismo, di una Milano (quella degli anni ’80) da bere, con il ‘sorriso’ sulle labbra. Le ‘altre storie’ sono le mille storie che mi divertivo a progettare, inventando e spostando la mia identità in continui slittamenti temporali, storici e geografici (dal 1963 nella Dallas dell’assassinio di Kennedy, fino alla Nuova Zelanda, agli antipodi del globo, dei tour operator). Le altre storie erano legate a micro-avvenimenti privati documentati in centinaia di fotografie B/N di performance e installazioni fatte in appartamenti privati, edifici diroccati, vie dello shopping, lavanderie americane, studi fotografici, atelier di architettura e così via. Le altre storie sono anche quelle che non ho mai abitato o vissuto, ma che ho comunque progettato. Nel mio lavoro esistevano (ed esistono ancora) più livelli di narrazione, tutti snodabili e linkabili. Di cosa tratta il libro? Di qualcosa che è successo, che potrebbe ancora succedere (e forse sta proprio accadendo ora)

VV Quale urgenza/motivazione ti ha spinto a ideare e realizzare il libro?

AS La verità è che è tutta colpa di Flora Pitrolo, che attraverso suoi personali ritrovamenti privati è giunta fino a me, o meglio, a un mio personale ‘archivio dormiente’, sepolto nel centro della Milano del 2012. Potrei definire questo libro un ‘performing book’, o art-book che si occupa di una piccola parte del mio archivio originale. L’archivio è stato ricombinato/ri-assemblato/riscritto da Flora, con gli editori della Yard Press e con il beneficio produttivo della Fondazione Palazzo Litta per le Arti Onlus, luogo dove giaceva (e tuttora giace) l’archivio. Il materiale accumulato in quegli anni (dal 1978 e per tutti gli anni ’80 fino ai ‘90) è molto esteso e SYXTY SORRISO è solo una piccola parte (’78-82). Non ho mai avuto alcuna urgenza particolare nel far affiorare i materiali accumulati (l’archivio, appunto), perché non ho mai smesso di accumulare. È una personale compulsione quella di tracciare la mia esistenza (reale e fittizia) attraverso centinaia di ‘documenti’ (dalle ricevute delle carte di credito ai tovagliolini dei bistrot, passando attraverso i fiammiferi dei Best Western, ai biglietti aerei, alle carte geografiche degli autonoleggi, ai depliant più disparati). Un accumulo lungo 40 anni di vita artistica e vita reale. La vera urgenza è quella. La motivazione l’ho trovata nello prendere coscienza che il mio è un endless archive, ed è ancora vivo. E il merito principale è stato di Flora Pitrolo che lo ha scoperto e mi ha parlato di ‘lui’.

VV Nel libro affidi essenzialmente  alle foto in B/N la responsabilità di raccontare le tue  altre storie: come le hai scelte, come le hai montate, come volevi che attraessero l’attenzione del lettore?

AS Torno a dire che - per me - ogni immagine è una traccia, in grado di comporre o cancellare una presunta storia. La scelta del B/N è stata una scelta editoriale di Flora, e poi di Achille e Giandomenico della Yard Press (preziosi compagni di viaggio). È un B/N vissuto, violentato più volte (e ‘per ingrandimenti’) dalla lampada delle fotocopiatrici degli anni ’80. Per me sono immagini che non hanno nessuna responsabilità, non devono raccontare, sono. Vengono esposte dopo molti anni a un gruppo di happy few (solo 400 copie del libro). L’aspetto più importante è che fanno parte di un ’azione di gruppo’ (Flora-Achille-Giandomenico-Antonio) che le hanno accostate, sparpagliate, rilette, esposte in modo vivo e pulsante, cercando un ritmo, una scansione, una nuova collocazione/esposizione, attraverso una precisa scelta di un’impaginazione e di formato. È stata una performance ‘privata’ durata alcuni mesi, con intese e scontri, interminabili e animate skype calls, o silenzi magici di accordo e condivisione. Non c’è un intenzione nei confronti del lettore (che definirei meglio come ‘colui che vede’ il libro). Mi piace pensare che gli consegno una parte di me, dai 21 ai 25 anni. È qualcosa.

VV La fotografia, nel restituire il reale in immagine, codifica quel fascino per il banale che trasforma il vissuto in fiction, in set fotografico e cinematografico: si esiste allora solo se si è riprodotti?

AS Sì, esiste. E in questo esistere (sempre che non siamo una simulazione) veniamo riprodotti prima di tutto da noi stessi, un giorno dopo l’altro. Riproduciamo un percorso, una camminata, un gesto, un discorso, un pensiero. Ci riproduciamo ‘accumulandoci’ e lo facciamo prima da soli e poi con gli altri. Viviamo già riprodotti e poi ci vediamo iper-riprodotti da una fotografia o da un filmato, Ma - per me - siamo riprodotti anche dalla frase di un biglietto di auguri, ritrovato in un cassetto o in un vecchio libro. Siamo costantemente frammentati e dispersi, e in ogni frammento c’è una parte di noi in rapporto a noi stessi e poi agli altri. Nell’epoca del web ‘ci portiamo anche in tasca’, attraverso le innumerevoli devices e protesi tecnologiche, e ultimamente - e sempre più spesso - ‘ci spediamo sulle nuvole’ (le innumerevoli webfarm). Più che riprodotti, esistiamo frammentati, e non più solo nel ricordo mentale e ‘astratto’ impresso dalla retina nel nostro cervello.

VV Cinema, televisione, pubblicità, sport, fumetti, fantascienza, una miscellanea di media e di generi hanno prodotto negli anni 80 diversi formati oltre lo spettacolo teatrale per sperimentare e mettere in circolazione dischi, video, riviste, performance  Perché nel tuo libro hai escluso la tua produzione direttamente spettacolare ?

AS Per il motivo che ho già espresso: mai avrei voluto fare un libro autobiografico. Abbiamo voluto performare il materiale contenuto nell’archivio. L’archivio ha imposto la forma e il contenuto. Noi lo abbiamo ascoltato. Flora e io ci siamo detti questo fin da subito. Mi sarei rifiutato di farlo in un altro modo.

VV Come era intesa e come era progettata, pensata e praticata la performance: qualcosa al limite fra lo spettacolo e l’installazione che trovava nella discoteca il suo ambiente altro dove alla musica si sovrapponevano immagini…

AS Io progettavo le mie ‘azioni’ scrivendo moltissimo, facendo schemi, mappe, piani, playlist (si direbbe oggi) di gesti, comportamenti, luoghi, azioni, musiche, immagini e così via. Poi tutta questa progettazione la ‘cancellavo’ idealmente ‘andandoci sopra’ (re-incidendola) con quello che facevo dal vivo. Questo processo aveva un intento concettuale…

VV Il volume raduna documenti d’archivio autentici con la loro aura d’epoca (fogli scritti a mano sbiaditi dal tempo), ascrivibile al postmodernismo, una cultura  che il tuo libro  ricostruisce  a distanza di tempo, senza né interrogarla, né problematizzarla.

AS Il fatto che parli di ‘ricostruzione’ mi piace, ma non credo fosse nelle mie/nostre intenzioni. Il postmodernismo ha rappresentato - per me - l’euforia di essere situazionista e comportamentista senza sapere di esserlo (avrei letto Debord molti anni dopo). Non ho mai cercato di problematizzare quello che facevo o vivevo, perché vivevo l’euforia di potermi scrivere e poi cancellare. Non mi sono mai posto il problema di interrogare quell’epoca. L’archivio di me stesso mi ha sussurrato all’orecchio che procedevo già allora per slittamenti nel futuro (dalle fake news ai profili finti su FB di oggi). Senza saperlo ero affascinato dall’inganno e dal ghost, che sarebbe poi diventato la norma nel web 2.0. E il mio inganno non veniva più di tanto accettato dagli osservatori critici dell’epoca. La cosa li innervosiva, prendevano per vero quello che per me era finto. Alla fine loro credevano realmente che io fossi il personaggio che avevo inventato. Il fatto di fare surf sulla superficie li aveva convinti che sotto non ci fosse alcun contenuto. Divertente.

Syxty sorriso & altre storie

a cura di Flora Pitrolo

Yard Press, 2017

Fragilità del teatro, forza della natura

Antonio Syxty

Dopo aver trascorso due giorni a Santarcangelo di Romagna a prendere visione dei 12 finalisti del Premio Scenario 2015 giunto alla sua 15a edizione sono stato accompagnato da un pensiero costante. Un pensiero che è durato per tutto l’avvicendarsi dei 20 minuti di teatro che ognuno dei 12 candidati ha dovuto frequentare in solitaria e assoluta concentrazione per apparire al meglio davanti a una giuria di esperti uomini di teatro in grado di individuare un X-Factor da poter lanciare in un futuro prossimo sulla scena italiana.

Ebbene, questa alternanza di 20 minuti di teatro e 30 minuti di pausa per il montaggio della performance successiva mi ha fatto capire quanto il teatro sia diventato fragile. Un corpo al limite della consunzione, come le nostre identità del resto, sempre di più frammentate su schermi, server farms e protesi tecnologiche di ogni tipo, che ci portiamo addosso o che incontriamo nei luoghi che frequentiamo. Ma la cosa straordinaria di Scenario sta appunto nella forma del contest, nell’arena per gladiatori, nella formula dei 20 minuti di gara.

In quei 20 minuti passano i corpi di un teatro fatto di confessioni personali, comportamenti patologici imitati in malo modo, sit-com in forme dialettali, frammenti di storie mal cuciti, innocenti esibizioni autolesioniste, imitazioni drammatiche alla moda, tentativi di docufiction, e via di seguito, ma soprattutto un bisogno patologico di mostrarsi, esibirsi per come si è, mettendosi in scena ad ogni costo, anche senza un motivo preciso, usando il teatro per frequentare un enclave come Scenario in grado di accogliere tutti, quasi fossero profughi alla deriva e in cerca di una terra promessa. A volte tutto ciò è stupefacente: casualità, emotività, comportamento sociale e disagio si mescolano in una forma di mini flash-mob dai contorni oscuri e insondabili.

L’accoglienza nell’enclave Generazione Scenario si compone di un infinito catalogo di selfie, di pose, di atteggiamenti che si potrebbero definire teatrali, proprio come risulta teatrale ogni esibizione fuori dai canoni della normalità. Ma alla fine è proprio una normalità consunta, depredata di ogni valore, che viene assunta a prova teatrale di 20 minuti. La formula di una corrida, di un’arena, è quella che consente ai corpi dei performer in gara di mettersi in mostra, come in un circo, per il bene e alla scoperta di qualche possibile genio nascosto del teatro di domani. Ma il teatro qui è assente. Ha lasciato il posto a una comunità di persone che guardano (spettatori e giurati) e ridono degli schiamazzi, dei versi, delle movenze appositamente coatte e impacciate, dei giochi di parole arguti e così déjà-vu di chi in scena tenta più o meno drammaticamente di assomigliare a un interprete di qualcosa, ma si trova a essere solo autore di se stesso, e quindi si trova irrimediabilmente a confessarsi, cercando in molti casi di risultare simpatico al pubblico degli spalti, a coloro che sono lì per guardarli e decretarne una fine ingloriosa o - al contrario - a incoronarne la fronte con il lauro di un futuro di gloria da spendere nelle polverose periferie piene di detriti del Regno Teatrale Italiano.

E non sto parafrasando Mad Max - Fury Road, anche se in quel caso la mutazione è già avvenuta ed è pericolosamente diventata il sistema in cui e di cui vivere. Qui non è così, ancora. Qui la mutazione è ancora troppo simile a un brutto raffreddore ed è ancora lontana dal trasformarsi in una forma virale del linguaggio in grado di cambiare i connotati alla comunicazione, creando un reale cortocircuito fra attore e spettatore, fra ministro del culto e partecipante.

Non avevo mai visto Scenario, ne avevo solo sentito parlare, ed è stata un’esperienza personale toccante e illuminante, che mi ha fatto capire quanto il teatro sia diventato sempre più fragile, indifeso, nascosto, privo di un pensiero che possa ridargli il vigore che necessita in un’epoca come la nostra, votata all’auto-esibizione, alla costante ricerca di una posa da assumere nel mare magnum dei likes e dei tags. Il teatro si nasconde da coloro che lo cercano affannosamente. Il teatro è ancora mistero e alchimia, per fortuna. Il teatro non ne vuole sapere di mostrarsi e far parte di coloro che lo usano solo per una forma di autocompiacimento intellettuale, o di coloro che pensano che con il teatro ci si possa lamentare della realtà, denunciarne i fatti di cronaca al pari di un inchiesta televisiva o di un interpellanza parlamentare. Il teatro, nella sua fragilità - condizione tutta neo-moderna - rifugge dai talent show accreditati dei maitre à penser del momento, così impegnati a riconoscersi in una wellness society alla costante ricerca di mostri da baraccone, di freaks da mostrare ai loro simili, a quelli che la pensano come loro, a color che frequentano le stesse spa del linguaggio intelligente e politicamente corretto, neo-acculturato, neo-borghese, da talk-show di fine serata.

Nel 1987 quando è nato Scenario il mondo era molto diverso, e di conseguenza anche il teatro. C’è da chiedersi se vale la pena di capire che senso ha ancora portare avanti una formula “movimentista” - ormai post, per non definirla drasticamente vintage - che è nata in anni in cui già molti di noi proponevano un approccio più concettuale al fare teatro, quasi che il teatro potesse sviluppare, incrociare e contaminarsi – già in quegli anni – con le tracce lasciate dall’art-performance, dall’happening, dalla body-art, dalla postmodern dance, dalle analisi dei nouveaux philosophes degli anni Settanta. Ma si sa, la forza della natura è appunto quella di resistere, in ogni caso, alle intemperie dei cambiamenti.

Mi Buenos Aires Querido

Antonio Syxty

A Buenos Aires piove. Appena superato il controllo passaporti del Pistarini, Leòn mi vede e mi viene incontro. È con la moglie, Lucia, che lui chiama affettuosamente Lucieta. Appena mi vede sorride teneramente e gli occhi gli si inumidiscono, e io in quell’azzurro riconosco il colore di quelli di mia madre, sua zia. Leon ha quasi 60, ma è un uomo robusto e in ottima forma, gran giocatore di calcio, nella squadra locale del suo barrio. Leon e io non ci vediamo da più di 40 anni, da quando giocavamo piccoli in Calle Catamarca, nel quartiere Cochabamba di Buenos Aires dove abitavo io, o nel quartiere di Quilmes, sobborgo di Buenos Aires dove abitava lui e dove abita tuttora. Mia madre, come molte persone del sud Italia era emigrata a Buenos Aires dall’entroterra salernitano, perché allora, in Italia, non c’era da mangiare, e loro facevano le suole per le scarpe.

Era un’Italia diversa da quella di oggi, dove erano gli italiani a emigrare. Quello di emigrare era stato il destino della famiglia di mia madre, come del resto era stato quello della famiglia di mio padre, piemontese di origine, ma nato anche lui, come me e Leon, in Argentina. Ora la famiglia di Leon vive in una modesta villetta di un bel quartiere di Quilmes, provincia di Buenos Aires – la Capital, come la chiamano loro. Leon ha 3 figli, tutti grandi e robusti come lui, tifosi del River Plate, mentre io da piccolo ero tifoso del Boca, come mio padre, un uomo che aveva avuto il coraggio di imbarcare tutta la sua famiglia su una nave quando io avevo nove anni, e far ritorno in Italia. Leon lo definisce coraggioso quel gesto, di lasciare l’Argentina e fare ritorno nel paese di origine. I genitori di Leon questo coraggio non l‘hanno avuto e hanno dovuto affrontare gli anni della feroce dittatura militare, uno dei periodi più bui di un paese che aveva rappresentato per la generazione precedente a quella mia e di Leon, la possibilità di rifarsi una vita, lontani da un Italia che non dava speranza di lavoro e sviluppo per le classi più umili.

Ma l’Argentina vissuta da Leon e dai suoi figli è stata un’Argentina tormentata e scossa anche dalla crisi economica che dalla seconda metà degli anni ‘90 portò direttamente il paese al collasso, con il famoso corralito del 2001. Ed è appunto del corralito che Leon mi racconta in un caffè di San Isidro, un comune della provincia di Buenos Aires. Io del corralito so poco o nulla. Perché ricordo la crisi vissuta dagli italiani che avevano investito nei bond argentini, ma poco o nulla so di un periodo economico così drammatico per la popolazione argentina, chiamato appunto corralito (recinto), perché il default del paese aveva rinchiuso la popolazione in un recinto senza speranze. In quegli anni Leon si era licenziato dall’azienda per cui lavorava, la Telefónica Argentina, e aveva ricevuto la liquidazione in pesos che era equivalente a circa settanta mila dollari e che aveva depositato quasi tutti in banca, con l’idea di mettersi in proprio facendo consulenze nel settore.

E il dramma fu che le banche dall’oggi al domani si barricarono negando ai correntisti ogni tipo di prelievo dal proprio conto corrente. Iniziarono così tempi durissimi dove avere il contante in tasca per fare la spesa e acquistare beni di prima necessità era un privilegio di pochi. C’erano persone che si vendevano qualunque cosa pur di avere i soldi contanti. Un amico di Leon che aveva da poco comprato un pick-up del valore di 20mila dollari cercava di venderlo per 3000 pur di avere qualcosa in tasca per la sua famiglia. Lo stesso Leon insieme alla moglie Lucieta cercavano di risparmiare il più possibile i diecimila pesos in contanti che Leon – prevedendo il peggio aveva nascosto in casa evitando di depositarli in banca. Ma poi anche quelli finirono.

Durante quel periodo la gente dava l’assalto alle banche che si erano trincerate sigillando gli ingressi con barriere improvvisate. Il cancro aumentò dell80% e allo stesso modo aumentarono gli infarti, i suicidi e le separazioni nelle coppie sposate o fidanzate. Per Leon e per tutti gli argentini il corralito era diventato un lungo incubo a occhi aperti. I soldi che erano ostaggio delle banche vennero restituiti solo parzialmente dopo circa nove anni anni. La stessa sorte toccò a Leon, che solo grazie all’aiuto dei genitori di Lucieta riuscirono a sfamare i figli e procacciarsi i generi necessari per vivere. Molti anziani, considerando la loro stima di vita, rinunciarono a fare domanda allo stato per riavere i loro soldi - ostaggio delle banche - perché non se la sentivano più di lottare. E fu in quel periodo che si sviluppò il trueque (il baratto) con veri e propri circoli di auto-aiuto, che scambiavano servizi con beni primari. E allora c’era chi sapeva tagliare i capelli che in cambio riceveva cibo o vestiti per il suo servizio. E gli stessi medici che si mettevano a disposizione della gente in cambio ricevevano gli aiuti primari per le loro famiglie.

Era scomparso il denaro contante e gli uomini si organizzavano per sopravvivere scambiandosi beni e servizi di prima necessità, senza che ci fosse la mediazione del denaro contante. I circoli del trueque erano nati già nel 1995 a Mar del Plata sull’onda della crisi economica che avrebbe poi portato il paese al crollo e alla serrata delle banche nel 2001. Ascoltavo Leon mentre mi raccontava tutto questo e pensavo all’Italia e alla crisi che stava spazzando il paese, ma anche l’Europa, e all’ipotesi di dover essere costretto a cambiare tutta la mia vita se un domani dovesse succedere anche a noi. Un pensiero che mi ha accompagnato al mio ritorno in Italia e mi ha fatto considerare la realtà intorno a me in modo del tutto diverso.