Walter Benjamin, il narratore

Massimiliano Manganelli

Alla lunga e assai travagliata vicenda editoriale attraversata in Italia dalle opere di Walter Benjamin – prima o poi bisognerà scriverla dall’inizio, da quel decisivo 1962 in cui uscì, a cura di Renato Solmi, l’ancor più decisivo Angelus Novus – si aggiungono adesso ben due capitoli, tra loro strettamente intrecciati per questioni editoriali, biografiche e letterarie. Il primo si intitola molto semplicemente Racconti, lo pubblica Einaudi e a introdurlo è Antonio Prete, il secondo è invece curato dalle due figure storiche della filologia benjaminiana, Hermann Schweppenhäuser e Rolf Tiedemann, ed è edito da Neri Pozza nella stessa collana, «La quarta prosa», in cui uscì nel 2012 il celebre libro su Baudelaire nella ricostruzione datane da Giorgio Agamben (che della collana è anche direttore, peraltro). Il titolo è di nuovo piuttosto asciutto, Scritti autobiografici; in questa prevalenza di titoli tutt’altro che fantasiosi, di natura puramente editoriale, c’è, nella sostanza, buona parte della storia di Benjamin, autore di un’opera vastissima che nondimeno ha conosciuto l’approdo alla pubblicazione in massima parte soltanto dopo la sua morte.

I due testi hanno una composizione nettamente diversa. I Racconti, come spiega Prete nella nota editoriale, altro non sono se non un’antologia realizzata a partire dai vari volumi dell’edizione italiana delle opere di Benjamin curata per Einaudi da Enrico Ganni. Si tratta in sostanza di un “montaggio” – chissà se allo scrittore berlinese sarebbe piaciuta un’operazione del genere – che, a differenza delle precedenti edizioni francese e inglese dei racconti non include, ed è un’omissione pesante, quel testo fondamentale che è Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, il quale in una certa misura contribuirebbe a comprendere meglio gli scritti narrativi di Benjamin, facendosene a sua volta illuminare. Gli Scritti autobiografici ripropongono invece, nella nuova traduzione di Carlo Salzani, la parte del volume VI delle Gesammelte Schriften intitolata appunto Autobiographische Schriften. Dunque, da un lato un’operazione tutta interna al catalogo Einaudi, dall’altro una proposta abbastanza inedita: resta il fatto che i due volumi spesso si sovrappongono, perché alcuni racconti del primo sono tratti da scritti autobiografici – per esempio Spagna 1932, che attesta quanto fu fecondo, per Benjamin, il soggiorno spagnolo dei primi anni Trenta – e non sono pensati come opere a sé stanti. Naturalmente, nel volume Neri Pozza tra i molti diari e appunti di viaggio spicca, e non potrebbe essere altrimenti, quell’Infanzia berlinese intorno al millenovecento già nota da tempo ai lettori italiani (sempre grazie a Einaudi), uno dei vertici della scrittura memorialistica del Novecento. Vi è premesso l’Urtext, la Cronaca berlinese che ne costituisce il serbatoio, dal quale, come chiarì Gershom Scholem, Benjamin attinse soltanto due quinti, per restituirli in «una forma profondamente trasformata e rielaborata». Altro capitolo importante degli scritti autobiografici è il Diario moscovita, anch’esso già edito da Einaudi, nel quale, secondo le parole dello scrittore, convergono le sue «descrizioni “ottiche”» della nuova realtà sovietica. Il viaggio a Mosca è strettamente connesso alla figura di Asja Lacis, quasi a inverare un’osservazione contenuta in uno dei racconti della raccolta Einaudi: «ogni avventura di viaggio, perché si possa davvero raccontare, dovrebbe, in ultima analisi, ruotare intorno a una donna».

Se non è esistito – e sarebbe stato difficile, se si tiene conto della fortissima inclinazione al frammento che lo ha animato per tutta la vita – un Benjamin romanziere, è esistito invece, e il libro di Einaudi ne è un ottimo documento, un Benjamin narratore, un raccontatore in alcuni momenti davvero straordinario. Chi ne ha frequentato soprattutto l’opera critica conosce già alcuni spunti narrativi, come quello sulla firma di Potëmkin che apre il saggio dedicato a Franz Kafka e qui raccolto, ma sa comunque che nello stesso procedere della scrittura di Benjamin l’impulso narrativo non esercita un ruolo secondario. I racconti di Benjamin non sono quasi mai presentati come il frutto di una fantasia sorgiva, bensì riportati, di seconda mano: il campione più esemplare è senza dubbio Rastelli racconta…, che senza esitazione ci si si può azzardare a dichiarare come uno dei più bei racconti del Novecento, nel quale il titolo stesso sembra un manifesto della concezione del narratore sostenuta da Benjamin. Si legge infatti nel saggio Il narratore: «L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori».

In uno dei racconti più rilevanti dell’antologia, Il fazzoletto, risalente al 1932, Benjamin scrive: «Raccontare non è solo un’arte, è, di più, anche un onore se non addirittura, come in Oriente, un pubblico ufficio». E l’incipit del racconto – «l’arte del narrare storie si sta estinguendo» – prefigura le riflessioni ben più estese del saggio, ove si parla di un’arte del narrare che «si avvia al tramonto». Il fazzoletto è rilevante anche perché presenta uno dei nuclei tematici attorno a cui ruotano i racconti, nonché gli scritti autobiografici: il viaggio. Benjamin, da un certo momento in poi anche contro la propria volontà, è stato un viaggiatore infaticabile, come si può intendere semplicemente scorrendo l’indice degli Scritti autobiografici; si può dire anzi che spesso i diari sono dettati proprio da esperienze di viaggio, ne costituiscono l’archivio della memoria (secondo Schweppenhäuser e Tiedemann, infatti, Benjamin non tenne un diario «in modo continuato. Per queste note aveva bisogno di un’occasione particolare, di solito un viaggio o la compagnia di una persona per lui importante»). Il viaggio, che è davvero onnipresente nei due libri, costituisce la perfetta sintesi tra l’esperienza del tempo e quella dello spazio. Ed è interessante come lo spazio attraversato dal Benjamin narratore, osserva giustamente Antonio Prete nella sua prefazione, sia sostanzialmente legato a Baudelaire, l’oggetto di studio che occupò a lungo Benjamin nel corso degli anni Trenta. I «due luoghi che ospitano la residua arte del narrare», scrive Prete, sono infatti il mare e la città, che nelle Fleurs du mal «muovono, con l’immaginazione, la rappresentazione dell’altrove, del non vissuto, dell’impossibile».

Dunque, la scrittura narrativa di Benjamin (che, come abbiamo visto, si interseca sovente con quella autobiografica, giacché il fascino maggiore del narratore è il saper «narrare la propria esistenza, il lasciare che questo stoppino sia consumato dalla fiamma lieve del racconto» – cito ancora dal Fazzoletto) si muove continuamente tra l’oralità e i modelli letterari, che qui sono rappresentati soprattutto da Kafka e da Baudelaire, in particolar modo quello del poème en prose, faro perennemente acceso per Benjamin. È una scrittura di viaggio ma anche in viaggio, e non solo metaforicamente, un movimento continuo tra affabulazione e memoria, tra Erfahrung ed Erlebnis.

Walter Benjamin

Racconti

traduzioni di Giorgio Backhaus, Francesca Boarini, Silvia Bortoli, Gianni Carchia, Olga Cerrato, Umberto Gandini, Giovanni Gurisatti, Ida Porena, Ginevra Quadrio-Curzio e Giulio Schiavoni

prefazione di Antonio Prete

Einaudi, 2019, XX-184 pp., € 18

Scritti autobiografici

a cura di Hermann Schweppenhäuser e Rolf Tiedemann

traduzione di Carlo Salzani

«La quarta prosa» Neri Pozza, 2019, 544 pp., € 30