Il comune che verrà. Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete

Davide Borrelli

Uno spettro si aggira nel mondo, ma questa volta non si tratta dello spettro del comunismo. E’ piuttosto lo spettro del comune, o meglio della comunanza, che esprime la tensione a costruire un orizzonte condiviso tra entità che si trovano in condizioni di differenza. Diversamente dal comunismo, la passione del comune non si esprime in un manifesto ideologico né si concretizza in uno specifico programma d’azione. Per essere precisi, non costituisce neanche una categoria politica, dal momento che si manifesta come un’istanza che è insieme prepolitica, impolitica e postpolitica. Prepolitica, perché ha la forza energetica di un sentire. Impolitica, perché contesta al politico la pretesa di rappresentare la totalità dell’umano. Postpolitica, perché dispiega un nuovo orizzonte di senso e fornisce una nuova agenda per il terzo millennio, in cui trovano spazio pratiche, esperienze, soggettività e forme di vita associata rimaste per lo più in ombra e impensate nel corso della modernità. Leggi tutto "Il comune che verrà. Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete"

Lettera a Giorgio Agamben
Sul sublime

Toni Negri

Pubblichiamo un estratto dal libro di Toni Negri, Arte e multitudo (a cura di Nicolas Martino, DeriveApprodi, 2014) in libreria nei prossimi giorni. Che cos’è l’arte nella postmodernità? Cosa ne è del bello nel passaggio dal moderno al postmoderno? Cos’è il sublime quando la sussunzione reale del lavoro al capitale e l’astrazione completa del mondo si sono compiute? Sono le domande a cui risponde Negri con dieci lettere ad altrettanti amici (tra i quali Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Nanni Balestrini). Qui proponiamo un brano dalla lettera a Giorgio Agamben.

Caro Giorgio,

Postmoderno è dunque il mercato. Noi prendiamo il moderno per quello che è – un destino di deiezione – e il postmoderno come il suo limite astratto e forte, l’unico dei mondi oggi possibile. Non ti sarò mai abbastanza grato per quello che mi hai ricordato: la solida realtà di questo mondo vuoto, questo rincorrersi di forme che, per essere fantasmi, non sono meno reali. Mondo di fantasmi, ma vero.

La differenza fra reazionari e rivoluzionari consiste in questo: che i primi negano, i secondi affermano la massiccia ontologica vuotezza del mondo. I primi dunque sono votati alla retorica, i secondi all’ontologia. I primi tacciono, i secondi soffrono del vuoto. I primi riducono la scena del mondo a un orpello estetico, i secondi l’apprendono praticamente. Solo i rivoluzionari possono dunque praticare la critica del mondo, perché hanno un rapporto vero con l’essere. Perché riconoscono che questo mondo inumano pure l’abbiamo fatto noi. Che la sua mancanza di senso è nostra mancanza di senso e la sua vuotezza nostro vuoto. Solo questo? Il limite non è mai solo un limite, è anche un ostacolo. Il limite determina un’angoscia terribile, una feroce paura, ma è in questo, nella radicalita dell’angoscia, che il limite si sente come possibilità di superamento. Come ostacolo da sormontare, come deriva da bloccare. Superamento dialettico, esaltazione eroica della ragione? No davvero, come possiamo pensare che la ragione astratta ci permetta di lasciare alle spalle il turbamento, la paura, l’incubo e di ricominciare a provare sentimenti gioiosi e sensi aperti? No, non è la ragione che toglie il disagio ma l’immaginazione: una specie di ragione concreta e sottile che attraversa il vuoto e la paura, l’infinita serie matematica del funzionamento del mercato, per determinare un evento di rottura. Quella modernità che abbiamo costruito ci annichilisce per la sua enorme quantità di vuoto, per la spaventosa sequenza di eventi insensati, eppure quotidiani e continui, nella quale si presenta. Ma questa dura consapevolezza nello stesso tempo libera in noi la potenza dell’immaginazione. Per andare dove? Nessuno lo sa.

Eccoci ancora a riguardare quest’essere. Fin qui lo abbiamo considerato come una grande liquida massa. Dobbiamo considerarlo anche come una massa solida, enorme e solida, un grande marmo sul quale cerchiamo di leggere, attraverso le venature, come una figura scolpita possa nascerne – o come un arido deserto, le cui sole differenze sono lunghe siepi di pietrose dune. Ci muoviamo su queste pianure cercando impossibili rotture. Potrebbe essere linguaggio questa montagna di marmo, questa pianura di sabbia: linguaggio che solo di tanto in tanto mostra una scintilla di senso. Variazioni impreviste, irraggiungibili. Quest’orizzonte della più straordinaria aridità ontologica lo chiamiamo Wittgenstein, così come quel mare dell’essere il cui squallore non impediva il sublime, bene, quel mare voglio chiamarlo Heidegger. Ma perché cerchiamo, o fingiamo di cercare, qua e là, bricolage dispersivo, – quando conosciamo benissimo tutto questo? Quando la nostra vita intera ne è stata prima un’attesa, poi una testimonianza? Wittgenstein e Heidegger sono il postmoderno, la base non del nostro pensiero ma della nostra sensibilità, non della filosofia ma dell’esistere – e del nostro poetare.

Una nuova esperienza della potenza è dunque quella che noi qui veniamo facendo, una potenza tanto solida e forte quanto quella dell’essere che ci schiacciava. No, la liberazione non sarà piu un Blitz-Zeit, un’insurrezione del senso – non perciò essa sarà tolta – essa avrà bensì quella potenza che l’ontologia dal profondo produce. Un evento. Eccoci dunque di nuovo su questo bordo potente. La potenza che è azione discrimina il mondo. Essa dunque non nomina solamente ma divide l’essere. In questa differenza fra il dar nome e il discriminare l’essere sta il passaggio dalla teoria all’etica, ed è anche il superamento del postmoderno. Il passaggio all’etico, e cioe alla potenza di costruire un mondo sensato, questa è la fuoruscita dal postmoderno. Oltrepassare il sublime sarà dunque uscire dalla macchina del mercato, romperne la circolarità insignificante, rimettere i piedi sulla materialità del vero. Una nuova verità, certo, così come un nuovo mondo, quello che sta nell’astrazione liberata.

Eccoci dunque dove anche tu, Giorgio carissimo, cerchi sempre di arrivare. Ma senza riuscirvi, perché anche tu, come Heidegger, vedi il senso dell’essere volto verso il vuoto. Non è in verità quello che possiamo concludere dalla nostra analisi, non è vero che vuoto sia il concetto dell’essere. E bensì la potenza del suo concetto. La sua immaginazione – perché l’essere immagina, crea. Vi è un limite, ma su di esso l’essere si tende in potenza. Non soffre la vertigine del vuoto ma quella dell’avanti, del futuro, di quello che ancora non è. Se inseguiamo l’esperienza della grande pittura astratta, lo vediamo bene, corteggiando quegli infiniti fili che legano forme essenziali e progetti innovativi dell’immaginazione, eccoci davanti a una macchina che – tra tensioni, cadute, superamenti, come se un disegno potesse prendere corpo in uno spazio metafisico – costruisce un nuovo mondo potente. La pittura astratta e parabola del sempre nuovo rincorrersi dell’essere, del vuoto e della potenza. Non possiamo fermarci a mezza strada. Il vuoto non è limite, è un passaggio. Heidegger non e l’ontologia, e ancora fenomenologia. Il mercato è superato dalla potenza, il postmoderno e superato dall’etico: l’arte è insieme potenza ed etica. Eccoci finalmente a un punto positivo.

L’arte è creazione e riproduzione del singolare assoluto. Esattamente come l’atto etico. E in seguito vedremo perciò come l’atto artistico, esattamente come l’atto etico, sia definibile quale moltitudine. La singolarità dell’opera d’arte non è medietà né intercambiabilità, e bensì riproducibilità dell’assoluto. La pittura come la musica come la poesia mostrano la loro universalità in quanto fruibilità da parte di una moltitudine di individui e di esperienze singolari. Il mercato e la proprietà privata stravolgono quest’essenza dell’arte. Riappropriarsi privatamente dell’arte, rendere l’opera d’arte un prezzo, è distruggere l’arte. Queste chiusure non sono accettabili: l’arte è formalmente tanto aperta quanto lo è una democrazia vera e radicale. La riproducibilità dell’opera d’arte non è volgare, ma costituisce un’esperienza etica – rottura del compatto insieme della nullità esistenziale del mercato. L’arte è l’antimercato in quanto pone la moltitudine delle singolarità contro l’unicità ridotta a prezzo. La critica rivoluzionaria dell’economia politica del mercato costruisce un terreno di fruibilità dell’arte per la moltitudine delle singolarità.

Non so, caro Giorgio, se tu sia d’accordo con la mia concretissima utopia. Sono convinto che l’umiliazione quotidiana della riduzione dell’atto artistico (di creazione o di fruizione) al mercato possa essere evitata. E per questo che non accetto che la forma dell’essere possa correre verso il vuoto. In linguaggio più esplicito, questo potrebbe voler dire eternità del mercato. No, si deve andare al di là del vuoto, attraversarlo, riassumerlo nel meccanismo di costruzione della potenza. Dunamis che viene dal nulla.

7 dicembre 1988

L’erba vorrei. Toni Negri

Vorrei...  mi suona male. Non riesco quasi a dirlo. Vorrei... e resti lì fermo come davanti ad un semaforo rosso in una strada dove non ci sono auto. Incerto, vuoto di propositi. Vorrei...  mi suona assurdo. Perché? Vorrei un gelato, non è assurdo... basta che esca di casa, c'è una buona gelateria a venti metri. Ma il gelato ora non lo voglio.

E poi, in quel «vorrei» del quale mi chiedono di parlare c'è un inganno – ne sono certo – infatti, nell'esempio che ho fatto, vorrei non risuona come quel «vorrei» che mi chiedono di sviluppare. «Vorrei» – la questione è che cosa vorresti davvero, scherzando o facendo sul serio. Quale voglia fugace oppure desiderio impossibile? Alla voglietta segue un «l'erba voglio nasce solo nel giardino del re», all'utopia segue un vigoroso, violento «non c'è alternativa». Trattieniti, allora... non sarà che dietro a questo «vorrei» ci sia – come preavviso di non riuscita – un invito appunto a trattenersi? Un piccolo volgare gusto dell'infame arte del Katéchon?

Cambia rima, Toni. Ci provo. Vorrei che domani fosse una bella giornata. «Vorrei», allora, eguale a «spero»? Che guaio – mi mette tristezza pensare che, malgrado il mio vorrei, domani il giorno potrebbe essere più uggioso ed umido d'oggi. E, allora, sperare che sia secco e fresco (come piace ai miei polmoni) è comunque propormi cosa dubbia, mettermi dentro un'inconstanza che, di cattivo umore come sono, me lo rinnova. Sperare è giocare il Totocalcio ed io non ho mai vinto una scommessa. Detesto i casinò, azzardi e scommesse. «Vorrei» lo può dire solo un giocatore, gli par d'esistere solo se vince. «... Col denaro vinto diventerei anche per voi un uomo», recita il giocatore dostoievskiano alla nobile fanciulla che lo tiene a distanza. «Vorrei», diventerei: questo condizionale è troppo condizionato da poter esser usato. Quanto è diverso da «voglio».

Voglio non è il presente di vorrei, è un altro tempo, un'altra potenza. Ma, Toni, fai la vittima, ripeti un malinconico refrain! Non è vero. Quella differenza di voglio da «vorrei» è sostanziale. Se declini «vorrei», «vorremmo» non ti togli dalla condizionatezza; se dici voglio, vogliamo, ti nasce invece dentro un sentimento di forza che ti permette di desiderare senza il timore – o piuttosto la certezza – che ti farai male. Un vecchio amico diceva: «Vogliamo tutto». Era matto? Lo sarebbe stato se avesse detto: «Vorremmo tutto». In quel caso, tutto, era il potere e la ricchezza: ma siete proprio invidiosi – avrebbero replicato i padroni. Con «vogliamo tutto», invece, ci siamo andati maledettamente vicini a quel goal che desideravamo. E se non abbiamo vinto gliene abbiamo comunque date tante, proprio a quelli che il potere fingono di non possederlo, ma lo tengono stretto – e ci incitano a desiderarlo esprimendo una serie di «vorrei» che mai si realizzano.

Voglio un gelato e vado dal gelataio qui a lato, venti metri... sto leccando il mio cono in una giornata che più sciroccosa non ce n'è. Mi viene in mente un «vorrei» finalmente non disgustoso: vorrei una sorpresa, vorrei avere l'impressione di «vivere per caso», di far parte anch'io – come dice il filosofo – di «quella natura che non fa salti ma talora fa un unico salto – che è un salto di gioia». Vorrei capitombolare in un mondo dove si può, costantemente, vivere, costruire ed immaginare cose gioiose. Dove tutti possano farlo, per caso.