Energia dell’indifferenza

Alfio Marchini odia chi non parteggiaAndrea Cortellessa

Mentre la città affonda in una nuvola di smog, soffice e dolce come lo zucchero a velo sul pandoro tenuto al calduccio sul termosifone (come insegnavano le zie d’un tempo), i sempre più inadeguati autobus della Capitale inalberano, simpaticamente unanimi, l’ultima versione della campagna – in corso ormai da quasi due anni, ma di questi tempi in ovvia escalation – di quello che il prossimo giugno, con ogni probabilità, sarà il mio prossimo sindaco: Alfio Marchini. Come nelle precedenti, allo slogan generale IO AMO ROMA. | E TU? (dove la o di Roma è sostituita da un cuore rossastro che al suo interno – in proporzioni però tali da renderlo invisibile a chi guardi il manifesto anche con una certa attenzione, ma senza avvicinarsi troppo – riproduce il reticolato irregolare della viabilità urbana) e all’indirizzo mail del comitato elettorale (che sostituisce la firma di chi con questo messaggio ci si rivolge), viene premessa una frase di volta in volta diversa, tale da seguire più o meno da vicino le vicende dell’attualità, le urgenze del quotidiano che ben conosce chi l’autobus, ahilui, lo prende (o prova a prenderlo) tutti i giorni. La frase «d’attualità» è evidenziata in sfondo giallino, alludendo a device in dotazione ai più comuni programmi informatici di scrittura. Quella di questi giorni è meno «attuale» delle altre, però; intende porre un punto di metodo o, diciamo meglio, di temperamento. La frase recita: «Odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti» (mentre scrivo campeggia sulla homepage di Lista Marchini).

Un bel messaggio, non c’è che dire, da parte di chi non da oggi viene accusato di coltivare colla massima attenzione – in previsione, si vede, di evenienze come la presente – la più irenica equidistanza politica. Già un mesetto fa lo sfotteva Michele Serra, per questo, in una delle sue gustose «satire preventive» sull’«Espresso» («erede di una dinastia di costruttori, Marchini ha il grande merito di avere edificato interi quartieri nei quali tutte le case sono costruite esattamente al centro della strada, in modo da non essere né a destra né a sinistra. Ogni appartamento è dotato di due bagni in fondo al corridoio, dando alla padrona di casa l’opportunità di indirizzare l’ospite “in fondo a destra oppure a sinistra, veda lei”. Dai rubinetti delle case di Marchini non fluiscono acqua calda e acqua fredda ma solamente acqua tiepida, per evitare una eccessiva polarizzazione delle temperature»; fra i progetti più ambiziosi della sua amministrazione, prosegue Serra, «lo Stadio Rotante, che dia modo a ogni spettatore, grazie alla rotazione degli spalti, di essere ultrà della Roma e della Lazio nel corso della stessa partita»).

In effetti la famiglia Marchini non ha mai nascosto le proprie simpatie di sinistra; il nonno partigiano era stato fra i leader della Resistenza, a Roma. Brutto svantaggio nella politica di oggi, deve aver pensato il rampollo Alfio (che in una sua vita precedente – ha da poco compiuto cinquant’anni, ma ne ha già combinate tante – precorrendo il giovanottismo renziano nel ’94, non ancora trentenne, fu addirittura indicato dall’allora PDS come consigliere d’amministrazione RAI; si dimise peraltro pochi mesi dopo, alle prime nomine berlusconiane). Non è un caso che nella precedente campagna elettorale per il Comune di Roma, nella primavera del ’13 – dopo aver pensato di partecipare alle primarie PD dalle quali uscì vincitore Ignazio Marino – preferì infine correre come indipendente (raccogliendo al primo turno il 9,48 % dei voti). Ora insistenti boatos lo vogliono corteggiato, quale candidato sindaco, sia dal PD che dal Centrodestra (anche se la componente destrosociale a quanto pare nicchia; non è ben chiaro se perché lo trova troppo di sinistra o, forse, troppo di destra; certo un ex capitano della Nazionale di Polo, dal punto di vista antropologico-lombrosiano, non pare dare tutte queste garanzie di attenzione al «sociale»). Non è il solo caso, certo: nel tempo di un sempre più eloquente pareggismo elettorale (da ultimo in Spagna), colpisce come a Milano il PD – che lì, a differenza che a Roma, tutti i sondaggi danno vincente – intenda candidare sindaco un tipo come Giuseppe Sala, ex commissario all’Expo ma soprattutto, se dobbiamo parlare di politica, nel 2009-2010 braccio destro di Letizia Moratti (fu lei ovviamente a paracadutarlo all’Expo, anche se la nomina ufficiale la partorì Enrico Letta).

Ecco, mi rendo conto che parlare di «politica» a proposito di simili personaggi può apparire incongruo se non patetico, però politicamente la scelta dell’ultimo slogan di Marchini è un segno preciso dei tempi. Perché l’efficacia indubbia dello slogan, ODIO CHI NON PARTEGGIA. ODIO GLI INDIFFERENTI, si deve anche alla sua precedente circolazione (infatti la frase, nel manifesto, oltre che evidenziata in giallino è anche incorniciata fra virgolette). Nella primavera del 2011 venne pubblicato addirittura un libriccino, col titolo Odio gli indifferenti, dall’editore Chiarelettere. Un bestseller che venne curato da un bravo storico, David Bidussa. Già, perché quella frase non è conio di qualche geniale copywriter, né di qualche sulfureo spin-doctor del marketing elettorale odierno. È una frase che viene da lontano: è datata 11 febbraio 1917, e ad averla scritta fu Antonio Gramsci.

L’aver occultato il suo autore la dice non lunga, lunghissima: sulla coda di paglia di chi oggi la strumentalizza. Non è neppure un caso che la nuova inverosimile «Unità» di stretta osservanza renziana (neppure «Il Giornale» ai tempi belli era così «Pravda»-like, nell’obbedienza ai desideri del leader perinde ac cadaver; un opinionista come Fabrizio Rondolino fa rimpiangere l’equilibrio e la sobrietà di uno Sgarbi) si crucci tanto – sempre a quanto riferiscono i boatos – per quella manchette scritta piccola sotto la testata: «quotidiano fondato da Antonio Gramsci» (riferimento, ad ogni buon conto, sparito dalla homepage). In effetti se in autobus ci si porta dietro la lente d’ingrandimento la firma «Antonio Gramsci», con un po’ di buona volontà, si riesce pure a trovarla. Aguzzate gli occhi, e la troverete al margine destro dell’immagine, ulteriormente dissimulata dall’impaginazione in verticale, in un corpo nel quale di norma sono scritti i credits delle agenzie fotografiche. Qualcosa che ci deve essere per contratto, cioè, ma che a tutti gli effetti non va visto.

Sbandierare la firma di qualcuno che per la sua non-indifferenza ha passato otto anni in carcere, dove ha perso la salute per crepare a 45 anni, di un emblema della politica più squisitamente novecentesca, deve essere sembrato pericolosamente ideologico, se non fastidiosamente fazioso (ecco le parole più tabuizzate da un quarto di secolo di egemonia culturale veltroniana, a «sinistra», che hanno spalancato la strada a gente come Renzi), inutilmente divisivo: a chi, per salire allo scranno più alto della sala Giulio Cesare, si prepara ad appellarsi a un’audience elettorale (questo il termine tecnico, sì) post-ideologica, post-faziosa e, soprattutto, post-politica. Come quelle alle quali (con eccezioni presto destinate alla rovina, come quella rappresentata da Alexis Tsipras in Grecia) si rivolge ormai da un pezzo il fantasma della sinistra. (Mentre almeno i neo-fascisti della destra sociale, o i neo-nazisti della neo-Lega, non fanno troppo mistero degli orbaci e dei cappucci che, a tempo opportuno, verrà il momento d’indossare.)

Storia nota, si dirà. Ma, rispetto ad essa, la rivendicazione della non-indifferenza come valore etico, se non appunto politico, rappresenta un interessante rigurgito. Una specie di retrovirus, che di quel calco vuoto – la politica, appunto – pare segnare il rimpianto e, insieme, l’eclisse definitiva. Qualcosa del genere mi aveva già colpito nel 2007, quando Antonio Scurati fondò presso il suo editore, Bompiani, una collana di saggistica chiamata «Agone» (dopo un primo periodo di gran fervore, da qualche anno ridotta a un’uscita all’anno; nel 2015 è uscito, tredicesimo della serie, Il romanzo massimalista di Stefano Ercolino). C’era da salutare con favore che una major dedicasse una nuova collana alla cenerentola dei prodotti editoriali, affidandone oltretutto progetto e cura a uno scrittore che, se non proprio irresistibile in quanto tale, era in quegli anni un commentatore pressoché onnipresente sui media, ai quali aveva imposto uno stile duro e secco, spesso provocatorio e talora non privo d’efficacia (come quando in tivvù nel 2005, premiato al Campiello – non propriamente un’assise di militanti estremisti – per il suo libro di gran lunga migliore, Il sopravvissuto, tra il serio e il comunque tetramente faceto, all’intervistatore Bruno Vespa aveva detto, più o meno, di volerlo sopprimere). Tra le radici del progetto Scurati citava addirittura la Scuola di Francoforte (in quegli anni, prima del revival attuale, al nadir delle proprie fortune), dicendo però di volerne adattare lo spirito alla «società liquida» di oggi. E precisava, a scanso di equivoci: «le matrici non saranno marxiste o di altre espressioni politiche definite, e ci saranno autori dichiaratamente di sinistra e di destra». Uno slogan? Per «una critica postideologica della cultura». E infatti, accanto a uno dei titoli migliori prodotti dalla nostra saggistica degli ultimi vent’anni, All’ordine del giorno è il terrore di Daniele Giglioli, tra le prime uscite figurava Lo stato dell’arte del manager culturale Andrea Kerbaker, la cui ricetta per la «valorizzazione del patrimonio culturale italiano» suonava squisitamente pre-renziana: «Vivacità, mobilità, originalità, semplicità, contaminazione, comunicazione e contemporaneità».

Sullo stesso giornale dove scriveva Scurati, La Stampa, commentava allora Marco Belpoliti che un simile progetto era indubbiamente figlio del culto del nostro tempo per Pasolini e il suo modello di intellettuale, incollocabile nelle ideologie novecentesche ma ciò malgrado animato dalla «passione della lotta per la lotta, dell’agone per l’agone»: in una «necessità di alimentare di continuo il mito dell’autore, ovvero di se stesso», e dove «il conflitto non ha bisogno di ulteriori giustificazioni ma basta a se stesso». È senz’altro così. Che oggi si faccia un vanto di essere partigiani omettendo il dato marginale di specificare di quale partito si sia, è un gesto perfettamente anti-novecentesco: se è vero che, come ha scritto proprio Giglioli nel suo ultimo libro (Stato di minorità, Laterza 2015), «il Novecento è stato il secolo del Partigiano», nella formula (di matrice ideologica non così rassicurante) di Carl Schmitt: «Partigiano è colui che porta inscritto fin nel nome il suo essere di parte, orgogliosamente, per scelta e non per costrizione». Essere di parte significava, nel Novecento, inalberare delle insegne e anche, ahinoi, indossare divise. Quelle che ci garantiscono (o così dovrebbero fare) contro il fuoco amico, ma che – in primo luogo – giustificano il fuoco dei nemici. Una cosa che oggi, si sa, non ci possiamo e non ci vogliamo più permettere.

Ma a uno storico delle ideologie novecentesche – questo grande scheletro nell’armadio del nostro tempo – il gesto di rivendicare lo stile dell’energia, indipendentemente dal progetto politico al quale tale energia dovrebbe contribuire, ricorda qualcosa di più antico di Pasolini (anche se Pasolini – un giorno lo si dovrà pur dire con esattezza – viene proprio da lì). È un sentimento che, a cavallo fra Otto e Novecento, ha contrassegnato le parabole ideologiche di tanti esagitati attivisti, pronti a cambiare cavallo non per cinico opportunismo (che per la verità ad alcuni di loro non mancava di certo), ma appunto per la carica temperamentale agonistica che preesisteva a, e prescindeva da, la loro collocazione politica. Chi lo ha spiegato meglio di tutti è uno dei maggiori storici della politica viventi, l’israeliano Zeev Sternhell, in un libro dal titolo eloquente: Ni droite, ni gauche. L’idéologie fasciste en France (Seuil 1983, in Italia tradotto due anni dopo da Akropolis, nel ’97 riproposto da Baldini & Castoldi). Pochi libri meglio di questo fanno capire, psicologicamente prima che politicamente, quella che Sternhell chiama la «reversibilità» piccolo-borghese del sovversivismo anarchico e sfrenatamente individualista. Se d’Annunzio e Mussolini – antropologicamente così difformi – hanno qualcosa in comune, è precisamente questo.

Introducendo alla riedizione recente (La Finestra 2015) di un saggio classico sull’ambivalenza ideologica degli stili dell’energia nell’Europa novecentesca, L’esteta armato (prima edizione il Mulino 1990), Maurizio Serra ha annotato una scritta vista su un muro di Roma, alla data del Capodanno 2013: «Ama la trincea, disprezza il salotto». Ecco, che possa tornare di moda qualcosa che, seppur lontanissimamente, possa far pensare a questo – sotto il sorriso piacione di un giocatore di Polo dai lunghi capelli brizzolati, o sotto la vernice glamour di qualche intellettuale in cerca d’autore – non è precisamente la migliore delle prospettive, per l’anno che viene.

La pescatrice di stelle

Andrea Cortellessa

«Trying to unweave, unwind, unravel
And piece together the past and the future,
Between midnight and dawn, when the past is all deception,
The future futureless, before the morning watch,
When time stops and time is never ending…»
(T.S. Eliot, The Dry Salvages)

Ogni volta che ci appassioniamo a un artista, e seguiamo le sue tracce, e pensiamo al filo che collega i suoi lavori come a una cronologia segreta – oltre che della sua – della nostra esistenza, prima o poi viene il momento in cui ci chiediamo quale, fra queste opere, sia il nodo di quel filo. Quello che viene al pettine. Non l’opera «maggiore», neppure quella più «rappresentativa»; ma quella che annoda il filo di quel discorso al nostro (un discorso che forse, senza quel groviglio, mai avremmo compreso come tale). Non l’opera con cui l’artista rivela se stesso; piuttosto quella in cui noi ci riveliamo alla sua presenza.

Nel caso di Elisabetta Benassi quell’opera – me ne sono reso conto percorrendo The Dry Salvages, il pavimento di mattoni da lei deposto a vice versa, il Padiglione italiano curato da Bartolomeo Pietromarchi per la Biennale di Venezia – risale a dieci anni fa. S’intitola Terra ed è un video di otto minuti ambientato al Lingotto di Torino. Un cosmonauta, il volto occultato da un pesante casco con la scritta rossa CCCP, atterra sul tetto per poi, accompagnato dalla musica di György Ligeti, sprofondare nelle viscere dell’edificio: qui incontra un progettista (impersonato dall’architetto Italo Rota) che sta assemblando un meccanismo misterioso.

Allora il cosmonauta si toglie l’elmetto, e scopriamo naturalmente che è la stessa Elisabetta. Dell’opera si può dare una lettura di genere – lo ha fatto Carolyn Christov-Bakargiev nel catalogo della personale di Benassi al Macro di Roma nel 2004: «La modernità può essere compresa in modi diversi: conoscendone i progetti, il design e i codici (come fa il personaggio maschile) o trasformandola in fantasia attraverso i tropi letterari e cinematografici dei ricordi d’infanzia (come fa il personaggio femminile)». Ma a me pare che qui venga alla luce un tropo – per dirla con Christov-Bakargiev – diverso. Destinato a tornare ossessivamente in seguito.

Elisabetta Benassi, The Dry Salvages (2003)
Elisabetta Benassi, The Dry Salvages (2003)

Quello che preme a Elisabetta (come al Kubrick qui omaggiato) è l’aspetto anacronistico della modernità: l’inesauribile reversibilità delle categorie di futuro e passato, ciascuna col suo incombente carico simbolico. Del Lingotto ha detto a Stefano Chiodi (in Una sensibile differenza, Fazi, 2006): «Mi affascinava la contraddizione: era stato progettato con una visionarietà e una tensione per il futuro molto forte, poi era stato abbandonato e alla fine trasformato in qualcosa di totalmente diverso, in un banale centro commerciale. Ho cercato di far vedere il Lingotto come un luogo misterioso, una specie di grande nave spaziale abbandonata».

Una nave spaziale abbandonata: come abbandonata in una dimensione repertoriale e feticistica, già allora, appariva la tensione per il futuro simboleggiata dal décor sovietico (lo stesso cortocircuito poetico – in grado di ridare vita a ingenui, irresistibili anni Cinquanta di periferia – ha impiegato Susanna Nicchiarelli in una piccola e a sua volta irresistibile opera prima cinematografica del 2009, Cosmonauta). Ci si ricorda di Abandoned in Place, del 2005: il cofano di un’automobile ricoperto da uno spesso strato di polvere, o piuttosto – come un calco pompeiano nel Viaggio in Italia anni Cinquanta di Rossellini – dalle ceneri di un’eruzione vulcanica. E di Tutti morimmo a stento, un video del 2004 con uno sfasciacarrozze della periferia romana in cui scopriamo che i relitti di certe motociclette sono in realtà esseri ibridi, uomini-macchina abbandonati ma non, per ciò, cogli occhi meno malinconicamente spalancati sul presente.

Ogni volta Benassi mette in scena cortocircuiti spazio-temporali nei quali il presente in cui ci ostiniamo a esistere si rivela un residuo, o meglio un calco: di un passato – o di un futuro – che credevamo di aver archiviato (sui temi dell’archivio e della memoria si veda il bel testo di Riccardo Venturi contenuto nel catalogo di vice versa). La prospettiva attuale, che ci perseguita con le sue improrogabili urgenze, mostra così la sua desultoria ineffettualità. Mentre rivelatorio è il gesto inattuale di chi rovescia la storia, ne forza i nessi, all’improvviso ne esibisce la trama segreta. Magari restando in prima persona all’oscuro di quanto ci rivela il suo agire (così nel video del 2006, The Dark Horse of the Festival Year, nel quale si vede Elisabetta girare in tondo in bicicletta, di notte, con dei razzi alle sue spalle che illuminano, a sprazzi, l’architettura di Villa Pantelleria a Palermo).

Elisabetta Benassi, Passato e presente (2013)
Elisabetta Benassi, Passato e presente (2013)

Ed è così pure nel suo lavoro forse più suggestivo, certo il più fortunato, le «retroimmagini» di All I Remember (2010): nelle quali una collezione di eventi e noneventi della storia, anziché dalle immagini di repertorio cui siamo assuefatti, sono rievocati (e trasfigurati) in absentia dai segni e contrassegni che al verso di quelle immagini ha tracciato, nel tempo, il loro uso e ri-uso mediatico.

A caratterizzare però in senso formale questa ossessione anacronistica, che non appartiene evidentemente alla sola Benassi, è il tropo del rovesciamento in orizzontale (come in All I Remember) o, più spesso, del capovolgimento in verticale. Quando nel 2007 ha esposto nei sotterranei di Palazzo Farnese una riproduzione dell’Alfa Romeo Gt Veloce sulla quale nel ’75 incontrò la sua sorte Pier Paolo Pasolini, più ancora dell’automobile coi fari lampeggianti nel buio ha finito per affascinare il video che documenta il suo peritoso, commovente sprofondare nell’ipogeo cinquecentesco.

Esemplare allora, a Venezia, la metafora di The Dry Salvages: i diecimila mattoni coi quali è stato costruito il pavimento dissestato che percorriamo nel presente, in orizzontale, sono ricavati dai sedimenti remoti dell’alluvione del Polesine (ancora i profondi anni Cinquanta!); ma ciascuno di essi è marchiato con i nomi e i codici alfanumerici che contrassegnano i tantissimi detriti spaziali orbitanti – molti di essi ormai da decenni – attorno al nostro pianeta. Come lo definisce l’acuta scheda in catalogo, quel suolo costellato di segni (come la serie dei magnifici Suoli realizzati da Benassi dal 2004 in avanti) è davvero un «cielo rovesciato». Ancora una volta, come in Terra, l’utopia futuribile del viaggio nello spazio, disgregata e preterita, ci si rivela nel suo calco anacronico di viaggio nel tempo: presentandosi quale residuo, traccia, spettrale controfigura del mondo presente con la sua infinita, imprigionante orizzontalità.

Elisabetta Benassi, Mareo Merz (2013)
Elisabetta Benassi, Mareo Merz (2013)

Il medesimo vettore verticale caratterizza lo spettacolare Mareo Merz che si conquista gli sguardi alla personale di Elisabetta ora in corso alla Fondazione Merz di Torino: un peschereccio lungo dieci metri che, nella rete sospesa a prora, ha «pescato» l’ultima automobile appartenuta a Merz. Già Claudio Parmiggiani in una delle sue ultime mostre, Naufragio con spettatore (Parma, 2009-10), aveva potentemente détournato un’imbarcazione «spiaggiandola» su un mare di migliaia di libri riversato nell’abside dell’ex chiesa di San Marcellino. Ma se Parmiggiani proseguiva un suo poetico racconto per immagini sulla persistenza della memoria, e appunto sui suoi naufragi, Elisabetta ha messo a nudo il meccanismo stesso del suo pensiero. Il recupero del passato (qui il repertorio della modernità artistica a lei più congeniale), emblematizzato dall’oggetto-feticcio ricorrente dell’automobile, è frutto di un percorso verticale, di uno sprofondamento catabatico.

Nel 2005 Elisabetta aveva progettato una performance (poi non autorizzata dal Comune di Roma), 459 metri di campo arato, nella quale avrebbe dovuto appunto arare, al seguito di due buoi giganteschi, un campo di calcio a Colle Oppio (col Colosseo sullo sfondo). Il tracciato che incide, seppure in misura minima, la superficie orizzontale (come pure nelle scritte e nelle altre irregolarità dei «mattoni» di The Dry Salvages) è sempre uno scavo: un lavoro d’incisione che solca l’orizzonte, ne spezza le continuità rassicuranti, fondandone una dimensione che si rivela (secondo una memorabile suggestione del Carl Schmitt del Nomos della terra), al di là delle apparenze, nella sua politicità.

Non è un caso che, in un andito seminascosto della Fondazione Merz, occhieggi discreto un altro lavoro di Elisabetta: su una parete, inchiodata con muta ostinazione come una tesi di Lutero a Wittenberg, c’è una copia d’una vecchia e abbandonata edizione anni Settanta di un libro risalente a un passato ancora più abbandonato. Inevitabile il titolo del libro, nonché dell’opera: Passato e presente. L’autore è Antonio Gramsci. Anzi no – è Elisabetta Benassi.

articolo pubblicato sul numero 31 di alfabeta2 - Guarda tutte le opere di Elisabetta Benassi

Murales a Karales

Carlo Antonio Borghi

Mentre la Karel punica, la Karales romana e la Kaller spagnolesca concorrono all’investitura di capitale della cultura, in città scompare un grande affresco murale, l’unico della Cagliari moderna e contemporanea. L’opera era firmata da Pinuccio Sciola che, nel 1986, l’aveva pitturata a fresco sull’intonaco altrettanto fresco della facciata cieca di un palazzone nel centro città.

L’aveva intitolata Tre Pietre. Del resto Sciola è noto nel mondo per le sue pietre megalitiche che possono essere mute come menhir o sonore come arpe e violini di pietra. Era alto sei piani quel murale parietale. Gli era stato commissionato da La Rinascente che il suo edificio storico lo mantiene incastonato nella palazzata Novecentesca di via Roma che scorre parallela al porto. Pinuccio Pictor Sciola aveva eseguito l’opera in pochi giorni.

Pinuccio Sciola è stato il propagatore dell’arte muralista in Sardegna, a partire dalla sua nativa San Sperate che dagli anni Settanta è diventata paese museo a cielo aperto. Tutto era nato sull’onda del muralismo messicanista rivoluzionario di maestri muralisti come Rivera, Orozco e Siqueiros. Messico, murales e nuvole in tanti paesi-museo en plein air, Orgosolo compreso.

Il murale cagliaritano di Sciola è andato perso per essere stato smantellato insieme all’intonaco che lo sosteneva, durante il rifacimento della facciata laterale del palazzone. L’affresco prospettava su via Dante, una delle principali arterie della città. La facciata finestrata e balconata del grande condominio prospetta su Piazza Repubblica, nota per l’imponente struttura del Palazzo di Giustizia eretto in forme monumentali postfasciste. Scalpelli e martelli di un’impresa edile incaricata dal condominio dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria, hanno demolito il murale per rifare l’intonaco e ridipingere il prospetto in arancione monocromo.

Il Comune e i suoi funzionari dei Lavori Pubblici e dell’Urbanistica non si sono accorti di nulla. Si sarebbero almeno potuti conservare i calcinacci dell’affresco e farne un cumulo-tumulo in memoria dell’opera perduta. Era un esempio di street-art segnaletica collocata in un punto nodale della giungla d’asfalto e di cemento più o meno a vista. È stato Vito Biolchini giornalista, blogger e commentatore di Cagliari Social Radio ad accorgersene per primo e a fotografare la grande parete obliterata del suo murale. È stato il web a far emergere questo caso di mancata tutela del patrimonio artistico urbano. La cancellazione muratoriale delle pietre muralizzate è dispiaciuta anche a Tex e Kit, ad Asterix e Obelix e a tutti i Flinstones.

Tutti questi sono di casa in scenari rocciosi e in paesaggi di pietra. L’operazione non rientra nei canoni dell’arte che cancella svelando alla maniera di Christo e Isgrò. L’imbarazzata giunta di sinistra si è scusata con Pinuccio Sciola e ha rilanciato proponendogli di replicare il murale su un muro urbano da trovare.

Lui ha declinato proponendo a sua volta di affidare il murale a giovani street-artist. Capita a Cagliari, dove solo da pochi mesi il Comune ha deliberato di apporre su un muro di città un’iscrizione lapidea per Antonio Gramsci: Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. È l’antico muro ex conventuale dietro il quale Gramsci aveva frequentato il Liceo Classico Dettori, dal 1908 al 1911.

La nostra distopia culturale/3

Christian Caliandro

Il sistema di valori che orienta le scelte di un’intera società è una struttura. Immateriale. Questa struttura immateriale sostiene la distopia realizzata che è l’Italia presente.

La distopia perfetta è quella in cui quasi tutti negano di abitare una distopia (nella distopia non è pensabile nessun “fuori”; essa si rende trasparente e irriconoscibile in quanto tale, scompare del tutto perché pervade tutto; e il momento in cui emerge chiaramente l’idea del “fuori” coincide con la fine vera e propria della distopia), negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria, o di esserci scivolati a un certo punto (in questo caso non ricordano com’era prima, e se lo ricordano rimuovono il dolore della perdita, il disagio della sconfitta): negano questa qualità, e negano anche la loro vita.

Così, l’ideologia perfetta, l’ideologia più potente è quella che dichiara da un certo punto in poi la morte di tutte le ideologie, e che non esistono più ideologie. Quel “punto” coincide con la sua, completa, affermazione: non esistono più le altre ideologie; tutte le altre ideologie sono morte. (Insepolte).

Un uomo corpulento alla guida di una grossa auto è impaziente, perché tre passanti stanno attraversando la strada; l’uomo ha una sessantina d’anni e un’auto grossa, abbastanza potente, e non deve andare da nessuna parte – ma è aggressivo, impaziente, insolente e volgare. Noi tre abbiamo tra i trenta e i trentasette anni. Dentro e dietro quella faccia, l’ideologia più potente, l’unica esistente negli ultimi trenta (o trecento?) anni, è pienamente in azione: l’egoismo; il distacco dalla realtà; l’esclusione dell’altro e dei suoi bisogni dalla propria percezione; la pavidità; la meschinità; la disponibilità ad ogni turpitudine e infamia pur di salvare il proprio; l’incapacità totale di assumersi le proprie responsabilità, e il vizio connesso di attribuire la colpa a qualcun altro; la faciloneria e il pressapochismo, anche e persino nelle situazioni che richiederebbero il massimo self-control e la più grande disciplina - e poi, quando succede qualcosa di brutto che poteva benissimo essere evitato, addirittura previsto, è sempre e comunque una disgrazia.

È l’egoismo di chi si pensa costantemente su un palcoscenico, o dentro un reality: gli altri sono semplicemente comprimari dello spettacolo: e quindi i pedoni devono aspettare, anche se sono sulle strisce. È l’egoismo di chi ha rimosso la nozione stessa di comunità, o non l’ha mai conosciuta e valutata in quanto tale: gli altri sono indistinti come fantasmi, fattori intercambiabili della scena o accessori di una location.

“Si osserva da alcuni con compiacimento, da altri con sfiducia e pessimismo, che il popolo italiano è ‘individualista’ (…) Ma questo ‘individualismo’ è proprio tale? Non partecipare attivamente alla vita collettiva, cioè alla vita statale (e ciò significa solo non partecipare a questa vita attraverso l’adesione ai partiti politici ‘regolari’) significa forse non essere ‘partigiani’, non appartenere a nessun gruppo costituito? Significa lo ‘splendido isolamento’ del singolo individuo, che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? Niente affatto. Significa che al partito politico e al sindacato economico ‘moderni’, come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si ‘preferiscono’ forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo ‘malavita’, quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari, sia legate alle classi alte” (Antonio Gramsci, Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, in Quaderni del carcere, 1929-‘35).

E dentro di noi? In noi tre, tra i trenta e i trentasette anni, quale ideologia sta emergendo, sta prendendo corpo, si sta formando elaborando strutturando? Un’ideologia opposta, che sconfigge questa potenza morente, già morta, in via di esaurimento? Oppure semplicemente il suo triste prolungamento, la sua fase terminale, la sua essicazione? Per ora, c’è solo il disprezzo inarticolato nei confronti di quest’uomo nell’auto grigia. Qualcosa vorrà pur dire.

Leggi anche:
La nostra distopia culturale/1
La nostra distopia culturale/2

Oltre l’indignazione: crisi del neoliberismo e giovani intellettuali

Leo Goretti

I “giovani” sono in stato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l’analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli “anziani” dominano di fatto ma … non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione.

Era così che Antonio Gramsci discuteva la “quistione dei giovani” nei suoi Quaderni del carcere. Pur scaturendo dal contesto del primo dopoguerra, l’analisi di Gramsci offre degli spunti per descrivere la situazione politica contemporanea. La difficoltà, in un periodo di “crisi”, nel ricambio generazionale della classe dirigente è un elemento chiave per capire il prepotente ritorno dei giovani sulla scena pubblica europea, e perché questo protagonismo giovanile si è espresso prevalentemente in forme “oppositive”. Leggi tutto "Oltre l’indignazione: crisi del neoliberismo e giovani intellettuali"

alfadomenica luglio #1

RAPARELLI su LO PIPARO - PARISI sui CONCETTUALISTI MOSCOVITI - CARBONE Semaforo - MADZIROV Poesia - CAPATTI Ricetta *

IN PRINCIPIO ERA LA PRAXIS
Francesco Raparelli

Raramente capita di leggere un testo di filosofia con la passione instancabile con cui si legge un giallo: è il caso dell'ultimo saggio di Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere (Donzelli 2014). Lo stile investigativo aveva già fatto la sua comparsa ne I due carceri di Gramsci (2012) e L'enigma del quaderno (2013), ma solo in quest'ultimo lavoro all'originale e a volte discutibile ricostruzione biografica si accompagna una parte filosofica tanto densa quanto potente.
Leggi >

CONCETTUALISMO MOSCOVITA
Valentina Parisi

Di quella tendenza esoterica, proteiforme e sostanzialmente inafferrabile che è stata e che è il concettualismo moscovita si torna a parlare con frequenza sempre maggiore, non fosse altro per il fatto che la propensione dei suoi esponenti a incorporare e a rielaborare fin dagli “stagnanti” anni Settanta ricerche e posizioni scaturite in Occidente ha assicurato loro, a partire dal decennio successivo un’invidiabile visibilità sulla scena artistica internazionale.
Leggi >

SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

ALFABETO André Stern - ELETTRICITÀ Rachel Feltman - IMPRIMATUR Dario Morelli - MONDIALI Sean Jacobs - NUMERI Luca Pareschi.
Leggi >

POESIA
Nasce la perfezione di Nikola Madzirov
Leggi >

RICETTA
La fetta di melone di Alberto Capatti

Saranno ricette? Una è lampo, l’altra domanda una eternità. Ne ho fatta la prova l’altroieri, per me solo, e due settimane fa, in una tavolata di quindici persone.
Leggi >

 

In principio era la praxis

Francesco Raparelli

Raramente capita di leggere un testo di filosofia con la passione instancabile con cui si legge un giallo: è il caso dell'ultimo saggio di Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere (Donzelli 2014). Lo stile investigativo aveva già fatto la sua comparsa ne I due carceri di Gramsci (2012) e L'enigma del quaderno (2013), ma solo in quest'ultimo lavoro all'originale e a volte discutibile ricostruzione biografica si accompagna una parte filosofica tanto densa quanto potente.

Lo Piparo riprende e sviluppa una tesi di Amartya Sen: Gramsci fu l'ispiratore inconsapevole delle Ricerche filosofiche, l'opera a cui Wittgenstein dedica tanta parte della sua vita e che definisce una vera e propria svolta nel suo pensiero – oltre a essere opera che segna in modo dirompente il secolo appena trascorso e ancora il nostro presente. Il «traghettatore»? Piero Sraffa, l'economista italiano che, nello stesso tempo, insegna a Cambridge – e lì discute assiduamente con Wittgenstein – e intrattiene con Gramsci un rapporto continuativo durante gli anni del carcere, poi durante la sua (di Gramsci) permanenza nella clinica Cusumano di Formia e Quisisana di Roma.

Attraverso una puntigliosa ricognizione tra le lettere, Lo Piparo svela il ruolo decisivo di Sraffa: conosce bene, e in tempo reale, le ricerche che Gramsci sta conducendo nella sua cella di Turi, anzi, ne sollecita lo svolgimento. Altrettanto, la frequentazione intellettuale tra Sraffa e Wittgenstein è tutt'altro che marginale; a ricordarlo, in modo inconfondibile, le parole che Wittgenstein dedica all'amico nella Prefazione delle Ricerche. La tesi di Lo Piparo dunque è più radicale di quella di Sen: non è il Gramsci di Torino e de «L'Ordine nuovo» quello che Sraffa consegna a Wittgenstein nei seminari e nelle ripetute conversazioni di Cambridge, ma quello intento nella scrittura dei Quaderni.

Di più: nel confronto serrato che Sraffa intraprende con Gramsci ormai fuori dal carcere, l'economista gli sottopone problemi teorici che assillano Wittgenstein e i seminari della svolta, quelli degli anni 1933-1934 e 1935-1936 (seminari stenografati e poi raccolti nel Blue Book e nel Brown Book). Un indizio tra i più convincenti? Nella primavera del 1935 Gramsci scrive d'un fiato il Quaderno 29, quello dedicato alla grammatica; nel 1936 Wittgenstein porta a compimento la prima stesura delle Ricerche filosofiche. Forse più di una semplice coincidenza.

alfredo jaar gramsci 2010 (500x410)

Quali sono i temi che testimoniano l'indiretta frequentazione intellettuale tra Gramsci e Wittgenstein e, nel farlo, sostengono l'originale tesi di Lo Piparo? Un «grappolo di concetti»: uso, regola, istituzione, praxis, gioco linguistico, forma di vita. Per entrambi, infatti, il senso di una proposizione o di una parola dipende dall'impiego che se ne fa. Così è per Gramsci critico di Croce («Questa tavola rotonda è quadrata»), così per Wittgenstein polemico con i logici e il suo Tractatus («Ma l'eguale senso delle proposizioni non consiste nel loro eguale impiego?»). E la nozione di 'uso' – o impiego o funzione – viene subito declinata al plurale: gli usi sono «molteplici», «eterogenei», «innumerevoli». Non c'è uso, però, senza regola, senza tecnica.

In questo senso parlare una lingua (fare uso di una lingua e, attraverso di essa, della propria facoltà di linguaggio) equivale a «seguire una regola» o a padroneggiare una tecnica. Altrettanto, vale la pena prestare attenzione alla preziosa precisazione di Lo Piparo: «è l'uso a stabilire la regola e non la regola a determinare l'uso». L'uso si presenta come «fenomeno originario», ma se uso allora regola e, passaggio fondamentale, se regola allora istituzioni («non si può seguire una regola 'privatim'»). A partire dal linguaggio si afferra l'umano come animale istituzionale, di conseguenza animale naturalmente artificiale, storico.

Giunti a questo punto, il lavoro di Lo Piparo si fa tanto potente quanto problematico. Come fece già con Aristotele, in un testo importante di qualche anno fa (Aristotele e il linguaggio. Cosa fa di una lingua una lingua, Laterza 2005), Lo Piparo torna all'originale, in questo caso il testo tedesco di Wittgenstein, per scovare elementi decisivi occultati dalle traduzioni più in voga. Non pare cosa marginale a Lo Piparo, e come dargli torto, che Wittgenstein utilizzi il termine praxis, quello stesso assai caro a Gramsci. Concetto imparentato con altre due decisive nozioni delle Ricerche: «gioco linguistico» e «forma di vita».

La svolta di Wittgenstein è ormai piena: «chiamerò 'gioco linguistico' anche tutto l'insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è intessuto»; «la parola 'gioco linguistico' è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un'attività, o di una forma di vita». Svolta – e qui il mio accordo con l'autore è massimo – che Lo Piparo non si limita a definire «antropologica», ma che qualifica anche come «storicistica». D'altronde il testo di Wittgenstein è fin troppo chiaro: «questa molteplicità [tipi di impiego di segni, parole, proposizioni] non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati»; in Della certezza, «il gioco linguistico cambia col tempo». Storicità degli usi e delle regole, storicità dei giochi linguistici, storicità delle forme di vita.

wittgenstein (550x297)

Con la nozione di praxis, dunque, il linguaggio perde la sua autonomia e si disloca, secondo la metafora tessile dell'intreccio, nell'attività. Scrive Lo Piparo: «pratiche verbali e non verbali formano un tessuto co-articolato e unitario, ossia una forma di vita». Questa la svolta di Wittgenstein, fin qui i meriti del libro di Lo Piparo. Più problematico il riferimento a Gramsci. Non solo perché non convince l'affondo biografico: Gramsci professore mancato, totus politicus per un numero assai ridotto di anni, marginale nel partito anche prima del carcere. Di più: “libero” (dalla politica) in carcere perché finalmente dedito alla ricerca «disinteressata» e «für ewig». Una ricostruzione con qualche forzatura di troppo che dimentica il Gramsci radicalmente operaista, quello che prende appunti ai cancelli delle fabbriche, quello del «biennio rosso» e de «L'Ordine nuovo», il Gramsci convintamente leninista e soviettista.

Il problema più significativo, però, è a mio avviso un altro: Lo Piparo omette il rapporto, decisivo nei Quaderni, tra Gramsci e Marx. Un «ritorno a Marx» che intende liberare il rivoluzionario di Treviri e lo stesso Gramsci dall'idealismo italico, come dal materialismo volgare di Bucharin, dall'involuzione sovietica e staliniana, dal Pci di Togliatti. Non è casuale che, per qualificare la nozione di 'filosofia della praxis' (locuzione che risale a Labriola, 1897), Gramsci si dedichi a tradurre le Tesi su Feuerbach ‒ tradotte prima di lui da Gentile nel 1899 ‒ e alcuni brani della Prefazione a Per la critica dell'economia politica.

Filosofia della praxis è un nuovo modo di qualificare il materialismo storico, tentando di riempire quel vuoto teorico da Marx mai del tutto colmato: la connessione costitutiva, senza alcuna gerarchia possibile, tra produzione e linguaggio, rapporti di produzione e istituzioni politiche, lavoro e apparati ideologici. Questo Gramsci che con Marx pensa oltre Marx e che usa Marx per farla finita con lo stalinismo, dunque non il Gramsci professore e liberale, è stato vittima, anche dopo la sua morte, di un «secondo carcere»: il togliattismo e il socialismo all'italiana (il nazional-popolare, l'interesse generale e molto altro).

Proprio oggi che massima è la coincidenza tra produzione e linguaggio (e semiotiche a-significanti), tra moneta e speech act, e oggi che con Renzi e la svolta thatcheriana del Pd anche solo il ricordo di quel secondo carcere è stato completamente sommerso, è possibile tornare al materialismo storico gramsciano e, con Lo Piparo, conquistare il materialismo storico di Wittgenstein. Una grande occasione.

Franco Lo Piparo
Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere
Donzelli (2014), pp. VI-186
18,00