Le geometrie latenti di Tony Cragg all’Istanbul Modern

Antonello Tolve

Da qualche tempo l’Istanbul Modern, il più importante museo d’arte moderna e contemporanea della Turchia, ha una sede provvisoria a Beyoğlu, in un palazzetto elegantemente ristrutturato per ospitare (accanto a un ristretto nucleo di opere provenienti dalla collezione) la consueta galleria fotografica, alcuni programmi educativi realizzati fino al 15 luglio in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e le mostre temporanee che entusiasmano sempre per la felice scelta di artisti e tematiche.

Nonostante il grande edificio di Karaköy sia in fase di ampliamento per permettere, nel prossimo futuro (e ci vogliono ben tre anni prima che il nuovo progetto giunga a conclusione), nuove e importanti avventure culturali, l’Istanbul Modern porta avanti le sue attività senza rinunciare a mantenere alta la qualità.

Ne è dimostrazione Insan Doğası / Human Nature, la grande personale di Tony Cragg, inaugurata lo scorso 23 maggio – e visitabile fino all’11 novembre – in concomitanza all’apertura di questo nuovo spazio situato accanto al Pera Müzesi e al Circolo Roma, associazione culturale nata nel 1931 «con lo scopo di promuovere e sostenere lo sviluppo e l’aggregazione degli italiani che vivono ad Istanbul».

Realizzata grazie al contributo di Ferko, un colosso nel campo dell’architettura, del design e dell’ingegneria edile, la retrospettiva di Tony Cragg (Liverpool, 1949) è un percorso avvincente tra le varie declinazioni della scultura contemporanea, tra ripetizione e moltiplicazione, morbidezza e leggerezza, trasparenza e liquidità della materia.

Dopo le due grandi mostre iraniane al Tehran Museum of Contemporary Art (Roots & Stones) e all’Isfahan Museum of Contemporary Art di Isfahan (Roots and Stones), Cragg approda a Istanbul con ventotto importanti opere realizzate tra il 1991 e il 2016 per offrire allo spettatore una mai paga ricerca di forme che “cancellano” la materia tanto da creare estraniamenti, da far pensare a materiali differenti o quantomeno distanti da quelle adoperate: «l’arte – e nello specifico la scultura – non ha come obbiettivo la scoperta di nuove cose; tenta di dare al mondo materiale un senso, un significato, un valore», suggerisce l’artista in un’intervista rilasciata nel 2012 a Matteo Galbati per Espoarte. «Questa è l’importanza dell’arte: crea un linguaggio, la possibilità di associazioni e nuove terminologie; fornisce una strada interpretativa possibile per comprendere le cose. Quando lavoro alle mie sculture, mi relaziono ai materiali, mi metto al centro delle cose fisiche, mi pongo nello spazio delle tre dimensioni e qui c’è sempre un fiorire di significati, associazioni, termini e linguaggi per mettere più poesia nel lavoro e nelle nostre riflessioni. Sviluppare un linguaggio visivo può aiutarci nei nostri pensieri, nei nostri sogni e nella formazione delle nostre idee».

Intesa come qualcosa di sovratemporale, come qualcosa di espressivamente autonomo e audace che si svincola dalla mera rappresentazione della natura, la sua scultura è un elogio costante della forma, un processo libero del pensiero, una ginnastica mentale che invita a riflettere su quella geometria latente di cui parla Bergson nella sua évolution créatrice (1907), a cui tutte le operazioni della nostra intelligenza tendono per raggiungere «la loro perfetta compiutezza».

Al primo piano del museo – questa sede ha ben cinque livelli, quattro per le esposizioni e uno per gli uffici – lo spettatore è accolto da quindici importanti lavori – tra questi ci sono i più storici Unschäferelation (1991), Minster (1992), Early Form (1993) e i più recenti Untitled (2015), Stamps (2016), Untitled (2017) – dove è possibile gustare i materiali, le forme (in questa prima sezione Eroded Landscape del 1999 è meravigliosa composizione vitrea), le levigatezze e i movimenti nello spazio che fanno pensare alla scultura scultura di Boccioni.

A meno uno, passando per l’accogliente hall d’ingresso, lo spettacolo si intensifica con progetti come We (2015), una forma ovulare in bronzo che raffigura lo stesso volto che esplode, o con la eccezionale Secretions (1995), una struttura apparentemente molle realizzata con migliaia di dadi tra cui perdersi. In questo secondo percorso della mostra, tredici lavori lasciano percepire il passaggio da alcune figure che creano agglomerati complessi a risoluzioni formali sempre più accattivanti, legate al sogno, a atmosfere in cui si riconoscono caraffe, vasi, parti anatomiche come orecchie o mani, intrecciate tra loro per dar vita a grovigli pulsanti che appartengono al pensiero ancora pensabile, ai fenomeni, al dominio della libertà.

Tony Cragg

Insan Doğası / Human Nature

Istanbul Modern, fino all’11 novembre

Istanbul, Devrim ve Evrim

Antonello Tolve

Capitale culturale della Turchia e meta turistica per un popolo che ama perdersi tra odori o colori accattivanti, Istanbul è il baluardo felice di un progetto multiculturale sempre più aperto al dialogo internazionale, al confronto, al rapporto di partecipazione con realtà brillanti e esclusive. Da una angolazione più strettamente legata all’arte contemporanea, la percezione che si avverte a pelle è quella di una crescita, di una evoluzione (“evrim”, appunto), di una espansione che vuole creare e promuovere ponti, aprire brecce con le maggiori realtà museali del mondo. Ne è esempio lampante l’intesa pentagonale che lega, dal 2011, l’Istanbul Modern al MAXXI, al MoMA/MoMA PS1 di NY, al Constructo di Santiago del Cile e al MMCA National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul.

Nonostante i gravi problemi che hanno posto la nazione sotto i riflettori planetari a partire dalle proteste del Gezi Park (2013), nonostante la presenza costante dell’esercito in città e nonostante i programmi involutivi della politica di Erdoğan ai quali si sono sommati l’allarmante gentrificazione di quartieri come Tophane (è in fase di riqualificazione il liman) e, nel 2016, annus horribilis, una serie di spiacevoli eventi terroristici tesi a minare l’indotto turistico (l’edizione 2016 della Istanbul’s Art International Fair è stata cancellata e se nel 2014 un euro valeva 2,8 lire, oggi un euro vale 4,5 lire), Istanbul tiene alta la sua bandiera di “capitale tra i due mondi” e continua a proporre importanti rassegne, schemi all’avanguardia, mostre di primo piano.

Grazie a una politica di sviluppo culturale avviata sin dai primi anni Ottanta dalle principali banche del Paese (Akbank, Garanti e Yapı Kredi) che assieme a una serie di gruppi industriali hanno caldeggiato e “nutrito” lo sviluppo delle arti, sono nati infatti importanti centri culturali, musei, eventi che fanno di Istanbul un polo irrinunciabile dell’arte, della letteratura, della musica, della cultura. Con esposizioni sempre più accattivanti e aperte al dialogo internazionale – il SSM | Sakıp Sabancı Müzesi ha ospitato, di recente, la prima personale di Ai Weiwei in Turchia – la megalopoli presenta dunque un volto luminoso che non solo lascia fiutare, tra i venti, una continua rivoluzione (“devrim”) intellettuale in atto, ma vanta anche la costruzione di piattaforme creative e riflessive legate al presente, alle presenze dell’arte e ai temi più scottanti dell’attualità.

Se da una parte gli artisti, viaggiatori instancabili, promuovono il loro lavoro nel mondo e entrano in palinsesti di spessore per aprirsi una breccia nel mercato planetario (tra i nomi che lavorano in Europa e negli States sfilano ad esempio Harun Antakyalı, Sercan Apaydın, Eylül Aslan, Burçak Bingöl, Alper Bıçaklıoğlu, Canan, Murat Germen, Gözde Ilkin, Ali Kazma, Erkan Özgen e Cengiz Tekin), dall’altra i curatori – “commissari”, secondo l’indicazione di Michaud – mostrano grande padronanza e professionalità. Legati alle istituzioni (l’Arter ha come Chief Curator Emre Baykal affiancato da Selen Ansen, Eda Berkmen, Başak Doğa Temür) o battitori liberi come Ceren Erdem (di stanza anche a New York), i non molti curatori turchi sono figure determinanti, esperti che disegnano itinerari, che costruiscono dibattiti e saggi visivi, che seguono da vicino il termometro del contemporaneo e spingono l’acceleratore, assieme a mercanti e amanti dell’arte, sulla pista di eventi centripeti e centrifughi.

Dotata di importanti istituzioni museali come l’Istanbul Modern, lo Sakıp Sabancı Müzesi, l’Alan, l’Arter, il Pera Müzesi e il DEPO, Istanbul offre (e non dimentichiamo l’importanza di riviste comeExhibist Magazine, fondata da Anna Zizlsperger e Erhan Patat o Warhola Magazine di Efe Korkut Kurt, fondatore tra l’altro dell’Alan) un dinamismo eccezionale assecondato dai suoi abitanti desiderosi di guardare, scoprire, approfondire partendo dalle opere di artisti che rileggono il quotidiano e mostrano oggetti con valore etico, estetico, politico. Il tutto corredato naturalmente da una costellazione di gallerie (Galeri Nev, Pi Artworks, artSümer, Mixer e Sanatorium hanno aperto nel settembre 2017 i loro nuovi spazi a Mumhane Caddesi, quartiere Karaköy) che modellano “distretti culturali” e che creano avamposti operosi, vitali.

A chiudere il cerchio, anche se il cerchio non si chiude ma si apre come un abbraccio desideroso di estendersi il più possibile alle altrui culture, sono la Biennale di Istanbul (giunta nel 2017 alla sua quindicesima edizione) e Contemporary Istanbul, la fiera d’arte contemporanea prevista il prossimo 20(-23) settembre. Energica, vivace, decisamente aperta alla pluralità e alla complicità, Istanbul vive tuttavia i propri problemi che hanno “un volto” e “un nome” dal quale è difficile scampare perché colpisce quotidianamente ogni comparto della vita pubblica e privata, perché arresta la forza progressista e innovatrice, perché svilisce il lavoro di chi ha voglia di crescere e far crescere il proprio paese sotto il segno dell’arte. Molti intellettuali lasciano il paese con dispiacere (bisogna ricordare che lo scrittore e giornalista Ahmet Hüsrev Altan è stato arrestato nel settembre 2016), altri ritornano con una stretta cintura di sicurezza che li porta a una inevitabile chiusura, altri ancora progettano instancabilmente (e con ottimismo) il futuro. L’anno scorso è nato anche il Mahalla Festival per riflettere su una “cultura in transizione”, sullo stare insieme, sull’apertura totale all’alterità, su una storia culturale che ha a che fare con la posizione geografica e filosofica della Turchia, in bilico tra due continenti, tra due civiltà. «Qui, per sopravvivere, soprattutto in quest’ultimo anno così spaventoso sul piano della politica, devi imparare a essere ottimista» ha avvisato Orhan Pamuk il 9 settembre 2017. «L’ottimismo talvolta può non essere razionale, può non essere empirico, ma si basa sul forte desiderio di continuare a vivere in questo Paese».

Prospettive spaziotemporali, Stampone e La Pietra al CIAC di Foligno

Antonello Tolve

Come uno spettacolo che invita il pubblico a osservare i grandi problemi del mondo, la doppia personale di Giuseppe Stampone e Ugo La Pietra organizzata al CIAC – Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno è un generatore di occasioni visive che raccontano, fino al prossimo 30 settembre, i miracoli e i traumi della civiltà. Al centro del discorso offerto dai due artisti, in uno stesso piano di leggibilità e di visibilità, ci sono le due colonne della relatività ristretta, lo spazio e il tempo riletti da una angolazione critica, sotto una luce uniforme e in una atmosfera trasparente che offre effetti di lontananze cristalline.

Partendo da un punto di domanda, Perché il cielo è unico e la terra no?, Giuseppe Stampone (Cluses, 1974) riapre il dossier Rodari – «Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti, perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti» – per evitare i pericoli della dromologia (logica della velocità, a detta di Paul Virilio) e riappropriarsi così del tempo, della durata umana, del dialogo interpersonale, del dibattito felice.

«Il mio è un approccio concettuale, per me l’arte è linguaggio, mi interessa lo spazio-tempo all’interno dell’opera che oggi si manifesta con la dilatazione del tempo», suggerisce l’artista in un’intervista rilasciata a Giacinto Di Pietrantonio, curatore del doppio progetto espositivo accanto a Italo Tomassoni e Giancarlo Partenzi. «Nell’era della globalizzazione mi interessa recuperare il concetto del fare. […]. Il fare (il dare forma ai propri pensieri) implica un tempo di realizzazione che ci fa recuperare il nostro tempo intimo in antitesi alla velocità imposta dal mercato […]. Warhol si definiva una macchina, io una fotocopiatrice intelligente che però fa una sola copia. Lavoro alla scelta dell’immagine globale da internet ma con il desiderio di possederla come unicità, come momento unico. Questo è possibile nell’attimo dell’esercizio dell’appropriazione che non è più l’appropriazione dell’immagine, ma l’appropriazione del tempo dell’immagine, nel farla».

Tra le opere in mostra l’installazione P-W Peace and War (2014) lunga 13 metri con 114 bandiere corrispondenti ai diversi Paesi vincitori del Premio Nobel e la tavola Origine du monde (2016), rielaborazione del Ratto d’Europa di Rembrandt che rimarcare la disfatta della primavera araba, rappresentano, accanto alla Global Dictature / 1 (2012), alla Linea retta finita (2015) e alla recente tavola Perché il cielo è unico e la terra è tutta spezzettata (2018), alcuni punti cardinali di un percorso e di un programma didattico definito da Stampone Global Education.

Compasso d’Oro alla carriera nel 2016, Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino, 1938) offre, dal canto suo, uno spettacolo radicale che ripensa lo spazio urbano e con lucidità riadatta la semiotica della città a racconti che cavalcano l’ironico, l’irriverente, l’eccellenza dell’eccedenza. Istruzioni per abitare la città 1966-2018 è infatti un percorso che non solo vuole raccontare la versatilità di un uomo curioso legato al design, all’architettura, alla letteratura, al cinema, al fumetto e alle varie declinazioni della creatività umana, ma tende anche a accompagnare lo spettatore tra 12 aree di ricerca cadenzate mediante 56 istruzioni (Riconversione progettuale, Soggiorni urbani e La città senza morale ne sono alcune) legate all’ambiente, al territorio, al mondo della vita e dei mille significati che la riguardano: «ci sono degli artisti che privilegiano il corpo, altri che privilegiano la natura, io ho sempre utilizzato l’ambiente, l’architettura, il territorio, l’urbanistica, mettendole, però, sempre in rapporto con l’individuo».

Le voci di Beirut al MAXXI di Roma

Antonello Tolve

All’indomani dei fatti che hanno posto sul filo del terrore, della rabbia e dell’umiliazione la popolazione libica (sono questi i tre stati d’animo indicati da Pierre Haski sul settimanale francese «L’Obs»), una grande esposizione al MAXXI di Roma racconta, fino al 20 maggio, la storia di una città traumatizzata dalle guerre e dilaniata dagli intrighi politici che il postcolonialismo ha prodotto e continua a produrre.

Dopo le vicende legate alla guerra civile libanese terminata nel 1990, dopo la recente “notte dei lunghi coltelli” organizzata da Mohammed bin Salman (figlio del re Salman, conosciuto internazionalmente con l’acronimo MbS) che ha costretto alle dimissioni il primo ministro libanese Saad Hariri (figlio di Rafic Hariri, ucciso nel 2005), e dopo una serie di situazioni che hanno fatto e fanno nuovamente tremare gli equilibri precari di una popolazione che vuole tornare alla normalità (recenti sono la tensione con Israele e la minaccia iraniana su suol libanese), che vuole vivere i frutti del proprio presente e che vuole aprirsi con tutte le sue forze al dialogo internazionale e alla cultura globale, Roma punta l’indice su Beirut per raccontarla mediante le sue voci, i suoi artisti, le sue leve creative.

Home Beirut Sounding the Neighbors è, infatti una delle mostre che, nell’ambito delle Interactions across the Mediterranean, il MAXXI dedica alle grandi città del Medio Oriente – tra il 2014 e il 2015 il focus è stato sull’Iran, nel biennio 2015-2016 su Istanbul e forse il prossimo potrebbe essere su Dubai – per creare un rapporto di vicinanza con l’Europa e far conoscere a una comunità dell’arte un’altra comunità che lavora, che costruisce, e a volte anche con grande fatica, il proprio futuro.

A primo acchito questa nuova mostra sembra un po’ caotica, confusionaria, disordinata, ma è mera apparenza perché Home Beirut, con oltre 100 lavori di ben 36 artisti, vuole disegnare un itinerario fatto di viuzze tra cui perdersi, di cul-de-sac, di ambienti e scenari tesi a restituire il tessuto di una città la cui trasformazione urbana è, lo suggerisce Hou Hanru, curatore della mostra assieme a Giulia Ferracci, come un «infinito groviglio tra il passato della guerra civile» e la rinascita metropolitana, tra «il caos e le oscillazioni geopolitiche […]».

Con una impaginazione «che fa “navigare” i visitatori nella complessità della città», la mostra è quadriarticolata, divisa appunto in quattro sezioni ognuna delle quali concepita «come una “casa” dedicata a un aspetto della sua caleidoscopica realtà artistica»: memoria (Home for Memory), accoglienza (Home for Everyone?), mappa del territorio (Home for Remapping), gioia (Home for Joy).

Here and There, Rome Edition di Roy Dib (Tripoli, 1983) è, in mostra, una installazione formata da sette rotoli di stoffa che scendono come panneggi – l’installazione è legata a una performance e «si ispira ai cittadini di Aleppo che, per proteggersi dai cecchini, si nascondevano dietro le tende degli edifici» – sui quali sono spillati dei messaggi di pace e delle frasi: Io sono quella che ha acceso il fuoco nel proprio corpo perché la propria carne si fonda con gli occhi, le orecchie e la bocca, per non poter vedere o sentire o parlare di quello che ha visto o sentito e Io sono quella che si ha inciso sul proprio corpo il ricordo di tutte le vostre guerre, tristezze e morti, che ha camminato nuda per vostre strade, piangendo in silenzio, senza lamentarsi, senza urlare, ne sono due.

In mostra, a onor del vero, non tutto è entusiasmante e alcuni lavori si presentano abbastanza didascalici o ridondanti, ma vale la pena andarci e calpestare Beirut Caoutchouc (2004-2006), la grande mappa in gomma della città di Marwan Rechmaoui, o inciampare sulla meravigliosa videoinstallazione su tre schermi After the River (2016) di Lamia Joreige dedicata al fiume che attraversa Beirut. Qui venti minuti passano velocemente e lo spettatore ha modo di capire le esigenze, le urgenze, le metamorfosi di una città e dei suoi abitanti. Scorrono immagini di un territorio cementificato, dove la gentrificazione ha deturpato e cancellato il corso d’acqua rendendolo insano. Prima il fiume era fonte di ricchezza, lingua d’acqua attorno alla quale si stringeva la vita. Oggi è un fiume di rifiuti, uno dei disastri ecologici più chiassosi (è nato, tra l’altro, un movimento ambientalista chiamato Tala’at Rihatkum, voi puzzate), una emorragia di pericoli che non trova ancora alternative di smaltimento.

Home Beirut Sounding the Neighbors

Maxxi, Roma

fino al 20 maggio 2018

CANAN, tra favola, femminilità e biopolitica

Antonello Tolve

Sin dalla sua prima personale organizzata negli spazi della galleria x-ist (Even a Cat Has a Mustache, 2010) e dalle sue prime mosse biopolitiche nel campo dell’arte, avviate all’indomani degli studi alla Marmara Üniversitesi, Canan Şenol (Istanbul, 1970) conosciuta oggi col solo nome CANAN che in italiano può essere tradotto con il sostantivo “innamorato”, ha mostrato una attitudine creativa tesa a raccontare la via lattea della femminilità condizionata, plagiata da regole proibitive e soffocanti. Il suo lavoro si concentra, infatti, e già dal 1990, su tutte quelle istituzioni – governo, famiglia, società, religione, scuola – che influenzano la vita privata delle donne e condizionano il loro libero arbitrio.

Il processo di “normalizzazione” e di “legittimazione” (governato dalle strutture di potere) che travestono la donna in un essere mansueto, angelo del focolare, allevatrice – e in alcuni casi – istitutrice dei propri figli, lascia il posto, oggi, con Kaf Dağı’nın ardında / Behind Mount Qaf, l’importante retrospettiva organizzata a Istanbul negli spazi dell’Arter, e dedicata al lavoro quasi trentennale di CANAN, a una serie di riflessioni nel cui perno è possibile “leggere” tutte le scosse estetiche di una redenzione emotiva, di un risveglio, di una vivacità, di una vitalità innata e istintiva.

Partendo dal monte Qaf che nella cosmologia araba è una montagna mitologica persiana, simbolo di mistero divino (secondo l’Ajā’ib al-makhlūqāt wa gharā’ib al-mawjūdātMeraviglie della creazione e e aspetti miracolosi delle cose esistenti di Zakariya al-Qazwini è il luogo che nella struttura dell’universo assiste Allah nel mantenere l’equilibrio cielo e terra), CANAN costruisce un proprio percorso ancestrale dove i riti e i miti del passato si mescolano a quelli del presente e le credenze popolari si traducono in favola che conserva la memoria umbratile della storia.

Al piano terra, fronte strada, lo spettatore – e in particolare quello distratto che guarda le vetrine dell’İstiklal Caddes (il viale pedonale che collega Taksim Meydanı al distretto di Galata dove è possibile ammirare la Galata Kulesi) acceso dalla febbre dell’acquisto – inciampa su una grande installazione popolata da esseri (serpenti, pesci, piovre dorate, dragoni, scorpioni, granchi, volatili leggendari come il Sīmurgh, stelle, il sole e la luna con volto femminile, quello dell’artista, quasi sempre presente nei suoi lavori) – che coinvolge ogni età e grado intellettuale. Assieme a questo “regno animale” (Hayvanlar Âlemi / Animal Kingdom, 2017) il video Çeşme / Fountain (2000), due mammelle che gocciolano latte come una fontana malata, e la scultura cinetica Cennet / Heaven (2017) che illumina la scena con corpi ermafroditi, fanno da preambolo a una sala più intima dove cinque donne (Ay Işığında Yıkanan Kadınlar / Women Bathing in Moonlight, 2017) ululano alla luna e richiamano alla memoria la crapula antica.

Una grande pietra su cui è incisa la sagoma di una donna e tante piccole pietre che sembrano richiamare la forma di una tartaruga – Kuş Kadın / Bird Woman (2017)riceve lo spettatore al primo piano chiamato dall’artista “purgatorio” (il piano terra è il “paradiso”), titolo tra l’altro di un’opera collocata esattamente in colonna con Heaven. Ci sono qui alcuni progetti in cui l’attivismo femminista dell’artista è particolarmente avvertito, segnato da una eroica azione del corpo e della parola nello spazio. Se il video Hezeyan / Delusion (2013) mostra una donna devota, schiacciata psicologicamente dalla struttura religiosa, la scultura in mattoni trasparenti con dentro le immagini di una donna (Şeffaf Karakol / Transparent Police Station, 1998-2008), l’artista, ora abbigliata ora svestita, e una serie di incisioni evidenziano la brutalità che può manifestarsi in una stazione di polizia. La stanza che chiude questo piano intermedio (Dışarıda Çok Kötülük / There’s So Much Evil Out There, 2017) è abitata da quei «nostri muti e fedeli compagni di camera» (Bassani), una camera quasi ospedaliera dove le pareti, la federa del cuscino e la coperta sono fatti di parole, di una scrittura continua, di una storia dolce, ovattata, lontana dai dolori del mondo.

L’immersione in un cielo buio, popolato di immagini fluorescenti (Garâibü’l-mevcûdât / The Wonders of Creation), chiude il percorso con un massiccio richiamo alla favola, a un “territorio” che caratterizza buona parte della produzione di CANAN, attenta a decifrarne la verità. «Anche se pensiamo immediatamente a un mondo irrealistico quando pensiamo a una favola, penso che le favole indichino una sorta di trasferimento di memoria e di storia verbale», suggerisce l’artista. Del resto, «c’è un granello di verità in ogni favola».

Foto / Industria 2017, energia dello sguardo

Antonello Tolve

Mimmo Jodice, Festival dell’Unità, Napoli 1976, © Mimmo Jodice.

Nell’ampio spettro di immagini e di idee che riflettono la fotografia industriale, i nomi proposti dal nuovo, irrinunciabile appuntamento della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro (Foto / Industria 2017) il cui viatico è Etica ed estetica al lavoro, rappresentano uno sguardo polifonico sulle varie contrade di un genere – quello della vita e delle sue rappresentazioni – celebrato per raccontare un mondo in trasformazione, una atmosfera che lega l’uomo alla macchina, un brano di storie semplici che tratteggia gli aspetti di tutti i giorni: le malinconie, le riflessioni stampate sugli occhi persi in una pozzanghera, le monotonie (e come non pensare ai rientri in fabbrica degli zolfanelli umani dipinti da Laurence Stephen Lowry?) oppure gli attimi labili di gioia, le folle e le masse che s’accalcano tra le strade cittadine o metropolitane, le allegrie che popolano la quotidianità.

Accanto a una mostra di Carlo Valsecchi intitolata Sviluppare il Futuro e organizzata all’ex Ospedale dei Bastardini (si tratta di ampie immagini realizzate dal fotografo nel 2016, su commissione di Philip Morris) e a un appuntamento con lo sguardo pungente di Thomas Ruff (Machine & Energy il titolo scelto per la sua esposizione), ospite negli spazi della Fondazione MAST – ambedue le mostre sono curate dall’un po’ troppo onnipresente Urs Stahel – sfilano in questo incontro esteso a vari punti cardinali della città i nomi di Alexander Rodčenko, Josef Koudelka, Lee Friedlander, Mitch Epstein con il suo ciclo American Power avvicinato a un corpus di fotografie anonime (Making of Lynch) provenienti dalla Collezione Walther, Mathieu Bernard-Reymond, Vincent Fournier, Joan Fontcuberta, Mårten Lange, Yukichi Watabe, John Meyers, gli italiani Michele Borzoni e Mimmo Jodice.

Alexandre Rodchenko, Volanti, dalla serie Stabilimenti automobilistici AMO, Mosca 1929, © Alexander Rodchenko by SIAE 2017, Collection of Multimedia Art Museum, Moscow / Moscow House of Photography Museum

Disseminata ancora una volta in varie location delle città – ed è questo un ragguardevole aspetto della manifestazione perché invita lo spettatore a scoprire alcuni palazzi straordinari e a volte un po’ ignorati dal pubblico dei grandi numeri (l’ingresso a tutte le mostre tra l’altro è gratuito) – la Biennale Foto / Industria 2017, giunta oggi alla sua terza edizione, «incrocia due registri diversi», avvisa François Hébel («direttore artistico che sta dalla parte dei fotografi», così ama definirsi con spocchiosa allegria), «proponendosi di dimostrare come l’identità dei grandi fotografi possa nutrirsi di progetti concepiti e realizzati per l’impresa e come gioco di illusioni prodotto dalla fotografia, che sappiamo essere soggettiva, possa essere applicato al mondo del lavoro e della produzione».

Nella cinquecentesca Casa Saraceni, sede della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, la splendida mostra di Rodchenko, resa possibile grazie alla collaborazione con il Museo di Arte Multimediale di Mosca / Casa della Fotografia di Mosca, è un tuffo nello sguardo delle avanguardie russe, un viaggio nel mondo della produzione e della costruzione del nuovo. C’è, tra i vari scorci e le spericolate vertigini proposte in questa galleria di immagini, una foto – Volanti (Mosca, 1929), dalla serie Stabilimenti automobilistici AMO – che mostra l’eleganza del movimento meccanico: in un’altra (Fabbrica di legname Vakhtan, regione del Nijny Novgorod, 1930) un uomo cammina come un acrobata su un asse di legno, quasi a mostrare la leggerezza, la dimestichezza, la tranquillità di un lavoro svolto con disinvoltura. Al numero 8 di via Clavature, negli spazi di Santa Maria della Vita, le immagini di Mimmo Jodice “dicono” al visitatore che vale davvero la pena andare a Bologna e girare tra le varie sedi di questa biennale fotografica organizzata, promossa e prodotta dalla Fondazione MAST, perché queste mostre sono incontri inaspettati, scorci straordinari di vita. Nella mostra di Jodice Festival dell’Unità (Napoli, 1976) non è soltanto la gigantografia di una folla accalcata per aderire alla grande festa, ma anche la straordinaria dimostrazione di uno sguardo che è capace di assorbire al suo interno lo spettatore, facendolo diventare parte integrante dell’opera. C’è, poi, Napoli (1973): l’immagine di una ragazzina, un atto di denuncia nei confronti dell’ancora troppo spesso percepito lavoro minorile, che proietta lo spettatore sul mondo di ieri, di oggi, di domani per raccontargli uno spaccato distratto di storia.

Tra i vari giri, imperdibile è Places of Origin – Monuments for the 21ts Century / Luoghi d’origine – Monumenti per il XXI secolo, il progetto speciale dedicato a Anish Kapoor negli spazi del MAST (l’artista è presente, da tempo, nel foyer dell’edificio con la sua Shine) che inaugura una nuova opera (Reach) realizzata appositamente per gli spazi di via Speranza e propone, a corredo, un ventaglio di disegni, di progetti tra cui perdersi in piacevoli riflessioni.

Foto / Industria 2017

Bologna, varie sedi

fino al 19 novembre 2017

La lunga estate di Polignano

Antonello Tolve

Polignano a Mare prepara, da qualche tempo, un piano di lavoro annuale, quello del prossimo 2018, per celebrare una ricorrenza dolorosa eppure dovuta: l’incidente in moto avvenuto il 30 agosto 1968, in seguito al quale, qualche giorno dopo, l’11 settembre più precisamente, Pino Pascali ha perso la vita. All’indomani del tragico episodio Eliseo Mattiacci, legato da intensa amicizia a Pascali entrato nello studio di via Boccea con la famiglia ha fatto proprio, per affetto, il tecnigrafo che ha utilizzato poi per pensare ai propri lavori e lo sgabello sul quale era solito sedersi l’amico (la particolarità dello sgabello è il rivestimento blu, materiale utilizzato per la Vedova blu presentata nel febbraio 1968 alla VI Biennale di Roma).

Tra i progetti nati nell’ultimo biennio, quasi apripista e momento di riscaldamento nonché di apertura a nuove leve dell’arte, la project room del museo a lui dedicato – Fondazione Pino Pascali | Museo di Arte Contemporanea, appunto – è spazio brillante, scatola delle meraviglie che ospita importanti e preziose mostre temporanee, progetti specifici, installazioni coinvolgenti. Il solo show di Sarah Jérôme (Rennes, 1979), organizzato in collaborazione con la Galleria Doppelgaenger nell’ambito del progetto ShowCase, giunto oggi al suo quarto appuntamento, è un ulteriore punto luminoso del percorso disegnato dal museo.

Con uno sguardo sulla natura, domata mediante azioni cromatiche impulsive e esplosive, Jérôme costruisce un mondo erotico e eroico, effetto di una sotterranea poétique de la rêverie disciplinata da un pensiero descrittivo, da una attitudine creativa la cui gestualità fa i conti con la materia. Dal disegno alla scultura, dalla pittura all’installazione, l’artista realizza grovigli pulsanti di vita, ghirigori visivi carichi di forme che passano continuamente dall’antropomorfizzazione della natura a una piacevole e ambigua immissione del corpo umano tra vegetazioni, tra marine e paesaggi che hanno il sapore della fantasia (meravigliosa la serie Lost in translation del 2016), tra forme e figure che rimandano a un mondo mitico (si pensi alla serie Skin, 2015), rituale, magico.

In questa nuova personale, dopo due importanti appuntamenti – Les éclats du crépuscule e Il mormorio dei fossili – organizzati alla Da-end Gallery di Parigi (2017) e alla Doppelgaenger di Bari (2017), anche un po’ didascalica se vogliamo grazie alla presenza di una video-intervista con Sylvie Corroler, direttrice della Fondation espace écureuil pour l’art contemporain di Toulouse, la pittura pare “forgiare” sembianze inedite di un mondo a venire. I tre grandi fogli di carta lucida a parete (Birds, 2017) e alcune interessanti immagini agnosiche che l’artista definisce “melancolie” (Melancholia, 2016), sembrano infatti una quinta aptica dalla quale fuoriescono spettacoli boschivi, stati e strati d’animo, moli indigeste di rimandi al segno di un segno. A scandire la ritmica dello spazio, una serie di corpi plastici – Mue (2013), Pensee (2015), Femme Montagne (2015) – evidenziano l’attitudine evocativa di un procedimento artistico dove la rapidità continuamente si fa gestualità, lascito di un corpo (quello dell’artista) cristallizzato sulla tela, sfregato con violenza sulla carta o depositato come graffio sapiente sull’argilla per mutare via via in citazione letteraria, in suggestione, in vertigine visiva, in arabesco, in esplosione dell’istante inatteso (Balestrini).

Quasi a chiusura di questa mostra estiva, il Museo si prepara ad ospitare Hans Op de Beeck (Turnhout / Belgio, 1969), artista rappresentato in Italia dalla Galleria Continua, per conferirgli il Premio Pino Pascali, giunto oggi alla sua XX edizione. «La commissione coordinata da Rosalba Branà, direttrice del Museo Pino Pascali e composta da Danilo Eccher, critico d’arte e curatore e Daniela Ferretti direttore di Palazzo Fortuny, ha ritenuto la poetica espressiva dell’artista belga muoversi nel solco ‘pascaliano’ dei linguaggi multipli e delle contaminazioni spaziando tra scultura, pittura, video, teatro, musica, fotografia, scenografia», si legge nella comunicazione che a breve sarà lanciata alla stampa. Non resta, per ora, che cingersi intorno il paesaggio (Zanzotto) impetuoso di Jérôme, attendere questo nuovo evento pugliese con Op de Beeck e i preparativi di una grande festa dedicata a un artista indimenticabile, Pino Pascali.