Prospettive spaziotemporali, Stampone e La Pietra al CIAC di Foligno

Antonello Tolve

Come uno spettacolo che invita il pubblico a osservare i grandi problemi del mondo, la doppia personale di Giuseppe Stampone e Ugo La Pietra organizzata al CIAC – Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno è un generatore di occasioni visive che raccontano, fino al prossimo 30 settembre, i miracoli e i traumi della civiltà. Al centro del discorso offerto dai due artisti, in uno stesso piano di leggibilità e di visibilità, ci sono le due colonne della relatività ristretta, lo spazio e il tempo riletti da una angolazione critica, sotto una luce uniforme e in una atmosfera trasparente che offre effetti di lontananze cristalline.

Partendo da un punto di domanda, Perché il cielo è unico e la terra no?, Giuseppe Stampone (Cluses, 1974) riapre il dossier Rodari – «Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti, perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti» – per evitare i pericoli della dromologia (logica della velocità, a detta di Paul Virilio) e riappropriarsi così del tempo, della durata umana, del dialogo interpersonale, del dibattito felice.

«Il mio è un approccio concettuale, per me l’arte è linguaggio, mi interessa lo spazio-tempo all’interno dell’opera che oggi si manifesta con la dilatazione del tempo», suggerisce l’artista in un’intervista rilasciata a Giacinto Di Pietrantonio, curatore del doppio progetto espositivo accanto a Italo Tomassoni e Giancarlo Partenzi. «Nell’era della globalizzazione mi interessa recuperare il concetto del fare. […]. Il fare (il dare forma ai propri pensieri) implica un tempo di realizzazione che ci fa recuperare il nostro tempo intimo in antitesi alla velocità imposta dal mercato […]. Warhol si definiva una macchina, io una fotocopiatrice intelligente che però fa una sola copia. Lavoro alla scelta dell’immagine globale da internet ma con il desiderio di possederla come unicità, come momento unico. Questo è possibile nell’attimo dell’esercizio dell’appropriazione che non è più l’appropriazione dell’immagine, ma l’appropriazione del tempo dell’immagine, nel farla».

Tra le opere in mostra l’installazione P-W Peace and War (2014) lunga 13 metri con 114 bandiere corrispondenti ai diversi Paesi vincitori del Premio Nobel e la tavola Origine du monde (2016), rielaborazione del Ratto d’Europa di Rembrandt che rimarcare la disfatta della primavera araba, rappresentano, accanto alla Global Dictature / 1 (2012), alla Linea retta finita (2015) e alla recente tavola Perché il cielo è unico e la terra è tutta spezzettata (2018), alcuni punti cardinali di un percorso e di un programma didattico definito da Stampone Global Education.

Compasso d’Oro alla carriera nel 2016, Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino, 1938) offre, dal canto suo, uno spettacolo radicale che ripensa lo spazio urbano e con lucidità riadatta la semiotica della città a racconti che cavalcano l’ironico, l’irriverente, l’eccellenza dell’eccedenza. Istruzioni per abitare la città 1966-2018 è infatti un percorso che non solo vuole raccontare la versatilità di un uomo curioso legato al design, all’architettura, alla letteratura, al cinema, al fumetto e alle varie declinazioni della creatività umana, ma tende anche a accompagnare lo spettatore tra 12 aree di ricerca cadenzate mediante 56 istruzioni (Riconversione progettuale, Soggiorni urbani e La città senza morale ne sono alcune) legate all’ambiente, al territorio, al mondo della vita e dei mille significati che la riguardano: «ci sono degli artisti che privilegiano il corpo, altri che privilegiano la natura, io ho sempre utilizzato l’ambiente, l’architettura, il territorio, l’urbanistica, mettendole, però, sempre in rapporto con l’individuo».

Le voci di Beirut al MAXXI di Roma

Antonello Tolve

All’indomani dei fatti che hanno posto sul filo del terrore, della rabbia e dell’umiliazione la popolazione libica (sono questi i tre stati d’animo indicati da Pierre Haski sul settimanale francese «L’Obs»), una grande esposizione al MAXXI di Roma racconta, fino al 20 maggio, la storia di una città traumatizzata dalle guerre e dilaniata dagli intrighi politici che il postcolonialismo ha prodotto e continua a produrre.

Dopo le vicende legate alla guerra civile libanese terminata nel 1990, dopo la recente “notte dei lunghi coltelli” organizzata da Mohammed bin Salman (figlio del re Salman, conosciuto internazionalmente con l’acronimo MbS) che ha costretto alle dimissioni il primo ministro libanese Saad Hariri (figlio di Rafic Hariri, ucciso nel 2005), e dopo una serie di situazioni che hanno fatto e fanno nuovamente tremare gli equilibri precari di una popolazione che vuole tornare alla normalità (recenti sono la tensione con Israele e la minaccia iraniana su suol libanese), che vuole vivere i frutti del proprio presente e che vuole aprirsi con tutte le sue forze al dialogo internazionale e alla cultura globale, Roma punta l’indice su Beirut per raccontarla mediante le sue voci, i suoi artisti, le sue leve creative.

Home Beirut Sounding the Neighbors è, infatti una delle mostre che, nell’ambito delle Interactions across the Mediterranean, il MAXXI dedica alle grandi città del Medio Oriente – tra il 2014 e il 2015 il focus è stato sull’Iran, nel biennio 2015-2016 su Istanbul e forse il prossimo potrebbe essere su Dubai – per creare un rapporto di vicinanza con l’Europa e far conoscere a una comunità dell’arte un’altra comunità che lavora, che costruisce, e a volte anche con grande fatica, il proprio futuro.

A primo acchito questa nuova mostra sembra un po’ caotica, confusionaria, disordinata, ma è mera apparenza perché Home Beirut, con oltre 100 lavori di ben 36 artisti, vuole disegnare un itinerario fatto di viuzze tra cui perdersi, di cul-de-sac, di ambienti e scenari tesi a restituire il tessuto di una città la cui trasformazione urbana è, lo suggerisce Hou Hanru, curatore della mostra assieme a Giulia Ferracci, come un «infinito groviglio tra il passato della guerra civile» e la rinascita metropolitana, tra «il caos e le oscillazioni geopolitiche […]».

Con una impaginazione «che fa “navigare” i visitatori nella complessità della città», la mostra è quadriarticolata, divisa appunto in quattro sezioni ognuna delle quali concepita «come una “casa” dedicata a un aspetto della sua caleidoscopica realtà artistica»: memoria (Home for Memory), accoglienza (Home for Everyone?), mappa del territorio (Home for Remapping), gioia (Home for Joy).

Here and There, Rome Edition di Roy Dib (Tripoli, 1983) è, in mostra, una installazione formata da sette rotoli di stoffa che scendono come panneggi – l’installazione è legata a una performance e «si ispira ai cittadini di Aleppo che, per proteggersi dai cecchini, si nascondevano dietro le tende degli edifici» – sui quali sono spillati dei messaggi di pace e delle frasi: Io sono quella che ha acceso il fuoco nel proprio corpo perché la propria carne si fonda con gli occhi, le orecchie e la bocca, per non poter vedere o sentire o parlare di quello che ha visto o sentito e Io sono quella che si ha inciso sul proprio corpo il ricordo di tutte le vostre guerre, tristezze e morti, che ha camminato nuda per vostre strade, piangendo in silenzio, senza lamentarsi, senza urlare, ne sono due.

In mostra, a onor del vero, non tutto è entusiasmante e alcuni lavori si presentano abbastanza didascalici o ridondanti, ma vale la pena andarci e calpestare Beirut Caoutchouc (2004-2006), la grande mappa in gomma della città di Marwan Rechmaoui, o inciampare sulla meravigliosa videoinstallazione su tre schermi After the River (2016) di Lamia Joreige dedicata al fiume che attraversa Beirut. Qui venti minuti passano velocemente e lo spettatore ha modo di capire le esigenze, le urgenze, le metamorfosi di una città e dei suoi abitanti. Scorrono immagini di un territorio cementificato, dove la gentrificazione ha deturpato e cancellato il corso d’acqua rendendolo insano. Prima il fiume era fonte di ricchezza, lingua d’acqua attorno alla quale si stringeva la vita. Oggi è un fiume di rifiuti, uno dei disastri ecologici più chiassosi (è nato, tra l’altro, un movimento ambientalista chiamato Tala’at Rihatkum, voi puzzate), una emorragia di pericoli che non trova ancora alternative di smaltimento.

Home Beirut Sounding the Neighbors

Maxxi, Roma

fino al 20 maggio 2018

CANAN, tra favola, femminilità e biopolitica

Antonello Tolve

Sin dalla sua prima personale organizzata negli spazi della galleria x-ist (Even a Cat Has a Mustache, 2010) e dalle sue prime mosse biopolitiche nel campo dell’arte, avviate all’indomani degli studi alla Marmara Üniversitesi, Canan Şenol (Istanbul, 1970) conosciuta oggi col solo nome CANAN che in italiano può essere tradotto con il sostantivo “innamorato”, ha mostrato una attitudine creativa tesa a raccontare la via lattea della femminilità condizionata, plagiata da regole proibitive e soffocanti. Il suo lavoro si concentra, infatti, e già dal 1990, su tutte quelle istituzioni – governo, famiglia, società, religione, scuola – che influenzano la vita privata delle donne e condizionano il loro libero arbitrio.

Il processo di “normalizzazione” e di “legittimazione” (governato dalle strutture di potere) che travestono la donna in un essere mansueto, angelo del focolare, allevatrice – e in alcuni casi – istitutrice dei propri figli, lascia il posto, oggi, con Kaf Dağı’nın ardında / Behind Mount Qaf, l’importante retrospettiva organizzata a Istanbul negli spazi dell’Arter, e dedicata al lavoro quasi trentennale di CANAN, a una serie di riflessioni nel cui perno è possibile “leggere” tutte le scosse estetiche di una redenzione emotiva, di un risveglio, di una vivacità, di una vitalità innata e istintiva.

Partendo dal monte Qaf che nella cosmologia araba è una montagna mitologica persiana, simbolo di mistero divino (secondo l’Ajā’ib al-makhlūqāt wa gharā’ib al-mawjūdātMeraviglie della creazione e e aspetti miracolosi delle cose esistenti di Zakariya al-Qazwini è il luogo che nella struttura dell’universo assiste Allah nel mantenere l’equilibrio cielo e terra), CANAN costruisce un proprio percorso ancestrale dove i riti e i miti del passato si mescolano a quelli del presente e le credenze popolari si traducono in favola che conserva la memoria umbratile della storia.

Al piano terra, fronte strada, lo spettatore – e in particolare quello distratto che guarda le vetrine dell’İstiklal Caddes (il viale pedonale che collega Taksim Meydanı al distretto di Galata dove è possibile ammirare la Galata Kulesi) acceso dalla febbre dell’acquisto – inciampa su una grande installazione popolata da esseri (serpenti, pesci, piovre dorate, dragoni, scorpioni, granchi, volatili leggendari come il Sīmurgh, stelle, il sole e la luna con volto femminile, quello dell’artista, quasi sempre presente nei suoi lavori) – che coinvolge ogni età e grado intellettuale. Assieme a questo “regno animale” (Hayvanlar Âlemi / Animal Kingdom, 2017) il video Çeşme / Fountain (2000), due mammelle che gocciolano latte come una fontana malata, e la scultura cinetica Cennet / Heaven (2017) che illumina la scena con corpi ermafroditi, fanno da preambolo a una sala più intima dove cinque donne (Ay Işığında Yıkanan Kadınlar / Women Bathing in Moonlight, 2017) ululano alla luna e richiamano alla memoria la crapula antica.

Una grande pietra su cui è incisa la sagoma di una donna e tante piccole pietre che sembrano richiamare la forma di una tartaruga – Kuş Kadın / Bird Woman (2017)riceve lo spettatore al primo piano chiamato dall’artista “purgatorio” (il piano terra è il “paradiso”), titolo tra l’altro di un’opera collocata esattamente in colonna con Heaven. Ci sono qui alcuni progetti in cui l’attivismo femminista dell’artista è particolarmente avvertito, segnato da una eroica azione del corpo e della parola nello spazio. Se il video Hezeyan / Delusion (2013) mostra una donna devota, schiacciata psicologicamente dalla struttura religiosa, la scultura in mattoni trasparenti con dentro le immagini di una donna (Şeffaf Karakol / Transparent Police Station, 1998-2008), l’artista, ora abbigliata ora svestita, e una serie di incisioni evidenziano la brutalità che può manifestarsi in una stazione di polizia. La stanza che chiude questo piano intermedio (Dışarıda Çok Kötülük / There’s So Much Evil Out There, 2017) è abitata da quei «nostri muti e fedeli compagni di camera» (Bassani), una camera quasi ospedaliera dove le pareti, la federa del cuscino e la coperta sono fatti di parole, di una scrittura continua, di una storia dolce, ovattata, lontana dai dolori del mondo.

L’immersione in un cielo buio, popolato di immagini fluorescenti (Garâibü’l-mevcûdât / The Wonders of Creation), chiude il percorso con un massiccio richiamo alla favola, a un “territorio” che caratterizza buona parte della produzione di CANAN, attenta a decifrarne la verità. «Anche se pensiamo immediatamente a un mondo irrealistico quando pensiamo a una favola, penso che le favole indichino una sorta di trasferimento di memoria e di storia verbale», suggerisce l’artista. Del resto, «c’è un granello di verità in ogni favola».

Foto / Industria 2017, energia dello sguardo

Antonello Tolve

Mimmo Jodice, Festival dell’Unità, Napoli 1976, © Mimmo Jodice.

Nell’ampio spettro di immagini e di idee che riflettono la fotografia industriale, i nomi proposti dal nuovo, irrinunciabile appuntamento della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro (Foto / Industria 2017) il cui viatico è Etica ed estetica al lavoro, rappresentano uno sguardo polifonico sulle varie contrade di un genere – quello della vita e delle sue rappresentazioni – celebrato per raccontare un mondo in trasformazione, una atmosfera che lega l’uomo alla macchina, un brano di storie semplici che tratteggia gli aspetti di tutti i giorni: le malinconie, le riflessioni stampate sugli occhi persi in una pozzanghera, le monotonie (e come non pensare ai rientri in fabbrica degli zolfanelli umani dipinti da Laurence Stephen Lowry?) oppure gli attimi labili di gioia, le folle e le masse che s’accalcano tra le strade cittadine o metropolitane, le allegrie che popolano la quotidianità.

Accanto a una mostra di Carlo Valsecchi intitolata Sviluppare il Futuro e organizzata all’ex Ospedale dei Bastardini (si tratta di ampie immagini realizzate dal fotografo nel 2016, su commissione di Philip Morris) e a un appuntamento con lo sguardo pungente di Thomas Ruff (Machine & Energy il titolo scelto per la sua esposizione), ospite negli spazi della Fondazione MAST – ambedue le mostre sono curate dall’un po’ troppo onnipresente Urs Stahel – sfilano in questo incontro esteso a vari punti cardinali della città i nomi di Alexander Rodčenko, Josef Koudelka, Lee Friedlander, Mitch Epstein con il suo ciclo American Power avvicinato a un corpus di fotografie anonime (Making of Lynch) provenienti dalla Collezione Walther, Mathieu Bernard-Reymond, Vincent Fournier, Joan Fontcuberta, Mårten Lange, Yukichi Watabe, John Meyers, gli italiani Michele Borzoni e Mimmo Jodice.

Alexandre Rodchenko, Volanti, dalla serie Stabilimenti automobilistici AMO, Mosca 1929, © Alexander Rodchenko by SIAE 2017, Collection of Multimedia Art Museum, Moscow / Moscow House of Photography Museum

Disseminata ancora una volta in varie location delle città – ed è questo un ragguardevole aspetto della manifestazione perché invita lo spettatore a scoprire alcuni palazzi straordinari e a volte un po’ ignorati dal pubblico dei grandi numeri (l’ingresso a tutte le mostre tra l’altro è gratuito) – la Biennale Foto / Industria 2017, giunta oggi alla sua terza edizione, «incrocia due registri diversi», avvisa François Hébel («direttore artistico che sta dalla parte dei fotografi», così ama definirsi con spocchiosa allegria), «proponendosi di dimostrare come l’identità dei grandi fotografi possa nutrirsi di progetti concepiti e realizzati per l’impresa e come gioco di illusioni prodotto dalla fotografia, che sappiamo essere soggettiva, possa essere applicato al mondo del lavoro e della produzione».

Nella cinquecentesca Casa Saraceni, sede della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, la splendida mostra di Rodchenko, resa possibile grazie alla collaborazione con il Museo di Arte Multimediale di Mosca / Casa della Fotografia di Mosca, è un tuffo nello sguardo delle avanguardie russe, un viaggio nel mondo della produzione e della costruzione del nuovo. C’è, tra i vari scorci e le spericolate vertigini proposte in questa galleria di immagini, una foto – Volanti (Mosca, 1929), dalla serie Stabilimenti automobilistici AMO – che mostra l’eleganza del movimento meccanico: in un’altra (Fabbrica di legname Vakhtan, regione del Nijny Novgorod, 1930) un uomo cammina come un acrobata su un asse di legno, quasi a mostrare la leggerezza, la dimestichezza, la tranquillità di un lavoro svolto con disinvoltura. Al numero 8 di via Clavature, negli spazi di Santa Maria della Vita, le immagini di Mimmo Jodice “dicono” al visitatore che vale davvero la pena andare a Bologna e girare tra le varie sedi di questa biennale fotografica organizzata, promossa e prodotta dalla Fondazione MAST, perché queste mostre sono incontri inaspettati, scorci straordinari di vita. Nella mostra di Jodice Festival dell’Unità (Napoli, 1976) non è soltanto la gigantografia di una folla accalcata per aderire alla grande festa, ma anche la straordinaria dimostrazione di uno sguardo che è capace di assorbire al suo interno lo spettatore, facendolo diventare parte integrante dell’opera. C’è, poi, Napoli (1973): l’immagine di una ragazzina, un atto di denuncia nei confronti dell’ancora troppo spesso percepito lavoro minorile, che proietta lo spettatore sul mondo di ieri, di oggi, di domani per raccontargli uno spaccato distratto di storia.

Tra i vari giri, imperdibile è Places of Origin – Monuments for the 21ts Century / Luoghi d’origine – Monumenti per il XXI secolo, il progetto speciale dedicato a Anish Kapoor negli spazi del MAST (l’artista è presente, da tempo, nel foyer dell’edificio con la sua Shine) che inaugura una nuova opera (Reach) realizzata appositamente per gli spazi di via Speranza e propone, a corredo, un ventaglio di disegni, di progetti tra cui perdersi in piacevoli riflessioni.

Foto / Industria 2017

Bologna, varie sedi

fino al 19 novembre 2017

La lunga estate di Polignano

Antonello Tolve

Polignano a Mare prepara, da qualche tempo, un piano di lavoro annuale, quello del prossimo 2018, per celebrare una ricorrenza dolorosa eppure dovuta: l’incidente in moto avvenuto il 30 agosto 1968, in seguito al quale, qualche giorno dopo, l’11 settembre più precisamente, Pino Pascali ha perso la vita. All’indomani del tragico episodio Eliseo Mattiacci, legato da intensa amicizia a Pascali entrato nello studio di via Boccea con la famiglia ha fatto proprio, per affetto, il tecnigrafo che ha utilizzato poi per pensare ai propri lavori e lo sgabello sul quale era solito sedersi l’amico (la particolarità dello sgabello è il rivestimento blu, materiale utilizzato per la Vedova blu presentata nel febbraio 1968 alla VI Biennale di Roma).

Tra i progetti nati nell’ultimo biennio, quasi apripista e momento di riscaldamento nonché di apertura a nuove leve dell’arte, la project room del museo a lui dedicato – Fondazione Pino Pascali | Museo di Arte Contemporanea, appunto – è spazio brillante, scatola delle meraviglie che ospita importanti e preziose mostre temporanee, progetti specifici, installazioni coinvolgenti. Il solo show di Sarah Jérôme (Rennes, 1979), organizzato in collaborazione con la Galleria Doppelgaenger nell’ambito del progetto ShowCase, giunto oggi al suo quarto appuntamento, è un ulteriore punto luminoso del percorso disegnato dal museo.

Con uno sguardo sulla natura, domata mediante azioni cromatiche impulsive e esplosive, Jérôme costruisce un mondo erotico e eroico, effetto di una sotterranea poétique de la rêverie disciplinata da un pensiero descrittivo, da una attitudine creativa la cui gestualità fa i conti con la materia. Dal disegno alla scultura, dalla pittura all’installazione, l’artista realizza grovigli pulsanti di vita, ghirigori visivi carichi di forme che passano continuamente dall’antropomorfizzazione della natura a una piacevole e ambigua immissione del corpo umano tra vegetazioni, tra marine e paesaggi che hanno il sapore della fantasia (meravigliosa la serie Lost in translation del 2016), tra forme e figure che rimandano a un mondo mitico (si pensi alla serie Skin, 2015), rituale, magico.

In questa nuova personale, dopo due importanti appuntamenti – Les éclats du crépuscule e Il mormorio dei fossili – organizzati alla Da-end Gallery di Parigi (2017) e alla Doppelgaenger di Bari (2017), anche un po’ didascalica se vogliamo grazie alla presenza di una video-intervista con Sylvie Corroler, direttrice della Fondation espace écureuil pour l’art contemporain di Toulouse, la pittura pare “forgiare” sembianze inedite di un mondo a venire. I tre grandi fogli di carta lucida a parete (Birds, 2017) e alcune interessanti immagini agnosiche che l’artista definisce “melancolie” (Melancholia, 2016), sembrano infatti una quinta aptica dalla quale fuoriescono spettacoli boschivi, stati e strati d’animo, moli indigeste di rimandi al segno di un segno. A scandire la ritmica dello spazio, una serie di corpi plastici – Mue (2013), Pensee (2015), Femme Montagne (2015) – evidenziano l’attitudine evocativa di un procedimento artistico dove la rapidità continuamente si fa gestualità, lascito di un corpo (quello dell’artista) cristallizzato sulla tela, sfregato con violenza sulla carta o depositato come graffio sapiente sull’argilla per mutare via via in citazione letteraria, in suggestione, in vertigine visiva, in arabesco, in esplosione dell’istante inatteso (Balestrini).

Quasi a chiusura di questa mostra estiva, il Museo si prepara ad ospitare Hans Op de Beeck (Turnhout / Belgio, 1969), artista rappresentato in Italia dalla Galleria Continua, per conferirgli il Premio Pino Pascali, giunto oggi alla sua XX edizione. «La commissione coordinata da Rosalba Branà, direttrice del Museo Pino Pascali e composta da Danilo Eccher, critico d’arte e curatore e Daniela Ferretti direttore di Palazzo Fortuny, ha ritenuto la poetica espressiva dell’artista belga muoversi nel solco ‘pascaliano’ dei linguaggi multipli e delle contaminazioni spaziando tra scultura, pittura, video, teatro, musica, fotografia, scenografia», si legge nella comunicazione che a breve sarà lanciata alla stampa. Non resta, per ora, che cingersi intorno il paesaggio (Zanzotto) impetuoso di Jérôme, attendere questo nuovo evento pugliese con Op de Beeck e i preparativi di una grande festa dedicata a un artista indimenticabile, Pino Pascali.

 

Alfadomenica # 4 – settembre 2017

Prima di presentare il sommario dell'Alfadomenica di oggi, un ringraziamento ai lettori che, dentro e fuori il Cantiere di Alfabeta, hanno risposto al questionario che vi abbiamo proposto nelle scorse settimane. A giudicare dalle risposte arrivate finora, il pubblico della rivista ne dà un giudizio complessivamente positivo, individuando i punti di forza nella "dimensione politica dell'approccio culturale", nel "buon livello dei materiali proposti", negli "approfondimenti degli Speciali". La maggior parte dei lettori ci ha scoperto relativamente da poco (due-tre anni), in Rete, ma non mancano i fedeli della prima serie (1979-1988). In molti - e li ringraziamo due volte - condividono sui social e per email gli articoli che hanno apprezzato particolarmente. Chi desiderasse partecipare a questo piccolo sondaggio molto informale, ma per noi utilissimo, trova le domande sotto il sommario.

Ed ecco cosa potete leggere oggi su Alfadomenica:

  • Lucio Saviani, Dialogo, Polis, Polemos. Idee di Europa: Intorno alla metà degli anni novanta del secolo scorso Václav Havel, l’ex dissidente da poco eletto presidente della Repubblica Ceca, pronunciò alcuni storici discorsi in occasione di visite ufficiali in diverse città e capitali europee. All’importanza storica e alla levatura teorica di quei discorsi si è via via aggiunta, nei due decenni successivi, una straordinaria forza premonitrice. - Leggi:>
  • Antonello Tolve, La lunga estate di PolignanoPolignano a Mare prepara, da qualche tempo, un piano di lavoro annuale, quello del prossimo 2018, per celebrare una ricorrenza dolorosa eppure dovuta: l’incidente in moto avvenuto il 30 agosto 1968, in seguito al quale, qualche giorno dopo, l’11 settembre più precisamente, Pino Pascali ha perso la vita. All’indomani del tragico episodio Eliseo Mattiacci, legato da intensa amicizia a Pascali entrato nello studio di via Boccea con la famiglia ha fatto proprio, per affetto, il tecnigrafo che ha utilizzato poi per pensare ai propri lavori  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Garden Casserole: Questa ricetta è in Eat well and stay well di Ancel e Margaret Keys, pubblicato nel 1959 e tradotto tre anni dopo da Adalberta Fidanza (Mangiar bene e stare bene, Piccin, 1962). Ancel Keys è l’inventore della dieta mediterranea, o meglio colui che per primo, studiando l’alimentazione delle popolazioni di Nicotera in Calabria e di Creta, ha messo a punto alcuni principi nutritivi basati sul consumo di cereali, di vegetali e di frutta, da proporre negli Stati Uniti, a un pubblico di carnivori cardiopatici, con alti tassi di colesterolo.  - Leggi:>
  • Semaforo: Francia - Germania - Russia - Leggi:>

Il questionario di Alfabeta: 

  • Da quanto tempo leggi Alfabeta? Con quale frequenza leggi gli articoli di alfa+? Come accedi ai testi che pubblichiamo online: attraverso la newsletter, passando per i link dei social (Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest) o direttamente dal sito? Ti è mai capitato di segnalare o condividere gli articoli di Alfabeta2?
  • Quali sono secondo te gli aspetti più interessanti di Alfabeta2 e cosa invece si potrebbe migliorare?
  • Cosa ti ha spinto (o ti potrebbe spingere) a iscriverti all’associazione Alfabeta? Oggi il sito di Alfabeta2 è completamente gratuito. Come valuti l’ipotesi di proporre parte dei testi (per esempio Alfadomenica) a pagamento, riservandone la lettura solo ai soci?

Una didascalica Documenta

Antonello Tolve

Preventivare ogni cinque anni una gita a Kassel per visitare documenta, appuntamento dell’arte contemporanea tra i più esclusivi al mondo assieme alla nostra invidiatissima Biennale di Venezia, vuol dire apparecchiare un momento le cui attese sono sempre speranza di scrutare e studiare l’itinerario creativo dell'arte e della sua storia recente. Si tratta infatti di una manifestazione che, sin dalla sua nascita (è nel 1955 che Arnold Bode decide di organizzare documenta, mostra Weltausstellung der zeitgenössischen Kunst come costola di una fiera di giardinaggio, Bundesgartenschau, per mostrare alla popolazione i capolavori censurati dal nazismo in quanto «degenerati», tra cui quelli di Braque, di Picasso e di Kandinskij), ha mostrato negli anni, e fino alla documenta13 (2012) diligentemente curata da Carolyn Christov-Bakargiev, un percorso brillante, entusiasmante, avvincente: e non solo per gli addetti ai lavori ma anche per un amante dell’arte o per un semplice curioso che vuole accrescere il suo bagaglio di conoscenza.

Firmata quest’anno dal curatore polacco Adam Szymczyk (classe 1970), ex direttore della Kunsthalle di Basilea, documenta14 mostra tutti i punti deboli di una polifonia organizzativa che si regge sulle solite e ormai scontatissime riflessioni politiche, economiche, sociali, antropologiche.

Prendendo la palla al balzo e cercando di lavorare sulla drammatica situazione greca, il direttore e il suo team (i nomi sono tutti consultabili al link documenta14.de/en/team) hanno disegnato, per l’attesissima 14esima edizione, un asse Atene-Kassel talmente moraleggiante – ed è un peccato perché nell’insieme funziona l’idea di ampliare il baricentro espositivo – da offrire non solo una decentralizzazione su larga scala assolutamente inutile, ma anche un progetto ambizioso, altezzoso, vanitoso, vanaglorioso e velleitario che ha suscitato un malcontento generale senza precedenti.

Yanis Varoufakis, ex ministro della finanza greca e fondatore nel 2015 di DiEM25, ha condannato la divisione di documenta14, definendo finanche la sua bilocazione su Atene un trucco, una sorta di turismo di crisi. «Devo dire che non sono molto felice dell’idea che parte di documenta avrà luogo ad Atene, è come il turismo di crisi», ha affermato Varoufakis in un’ironica e pungente intervista rilasciata a Spike Art Magazine. «È una sconfitta per sfruttare la tragedia in Grecia per massaggiare le coscienze di alcune persone da documenta. È come gli americani ricchi in tour in un paese povero africano, facendo un safari, facendo una crociata umanitaria del turismo. Lo ritengo inutile sia dal punto di vista artistico che politico».

Nonostante la buona fede che ha portato Szymczyk a riaccendere il riflettore sulle grandi problematiche che attanagliano l’uomo contemporaneo, questa nuova documenta14 ha il malaugurato sapore della pedanteria. Il Parlamento dei corpi (curato da Paul B. Preciado), ad esempio, seppur risponda all’esigenza di disegnare uno spazio che fa pensare all’ἀγορά, al luogo di discussione e di ellenico dibattito, mostra un narcisismo tautologico e uroboreo che non risponde veramente a funzioni pubbliche e non svolge – non può svolgere né tantomeno illustrare – un reale ruolo assembleare, ufficiale e democratico. Il debito pubblico, la tirannia delle banche, la «riduzione dei diritti democratici», l’insufficienza degli investimenti, i flussi migratori, l’aumento costante della povertà e la «criminalizzazione della povertà», sono tematiche che, nell’ambito di documenta14, hanno reso l’evento un contenitore ampolloso, capzioso e scontato.

Dopo un primo momento organizzato a Atene tra l’EMST – National Museum of Contemporary Art, il Benaki Museum, l’ASFA – Athens School of Fine Art e l’Athens Conservatoire, la tappa di Kassel risulta decisamente deludente e massicciamente didascalica.

Se nel Fridericianum sfila parte della collezione dell’EMST (lo sforzo di puntare l’indice sull’arte greca è un buon punto a suo favore) dove documenta ha avuto appunto il suo principale bacino espositivo, al suo esterno il Parthenon of Books (2017) di Marta Minujín, avvitato proprio sulla piazza antistante, è un terribile suppellettile che troneggia, affoga lo spazio, non lascia scampo.

Didascalica fino alla nausea, l’ala espositiva di Kassel è come una discarica di eventi che dicono sempre la stessa cosa e inclinano tutto – al Palais Bellevue La Sombra (The shadow, 2017) di Regina José Galindo sembra, tra l’altro, l’errore di uno studente accademico – nel versante del politico, dell’etico, dell’economico, senza la densità della riflessione. Nulla di esclusivo dunque, e nulla di intensamente interessante: a parte qualche sparuta opera (quella fumosa di Daniel Knorr, quella sul Fridericianum di Banu Cennetoğlu e quella all’aperto dell’iracheno Hiwa K) questa nuova documenta è stato un vero buco nell’acqua e il popolo dell’arte che da ogni parte del mondo ha diretto, dopo Atene, lo sguardo su Kassel si è contentato forse di ammirare l’imponente paesaggio, di scrutare gli antichi cataletti al Museum für Sepulkralkultur, di girare tra le collezioni dell’Hessisches Landesmuseum, di vagare tra le sale dello Stadtmuseum (purtroppo anche qui troviamo un’operetta morale di Regina José Galindo) e di andare al nuovo museo dedicato ai Fratelli Grimm (il Grimmwelt Kassel), unica vera novità, per abbandonarsi – visto che si è realmente un po’ abbandonati a se stessi – a piccoli brividi infantili.