Alfagiochi / Art pics

Antonella Sbrilli

Art pics” si può tradurre con foto d’arte, immagini d’arte, ma è anche l’anagramma del termine latino“scripta”, cose scritte. Sette lettere rimescolate mostrano inaspettatamente il nesso interlinguistico fra la produzione artistica, l’immagine e la parola.

E “Scripta” è anche il titolo del festival che si svolge per la seconda edizione a Firenze, curato da Pietro Gaglianò e organizzato dalla libreria Brac (via dei Vagellai 18r) in collaborazione con il Museo Marino Marini (qui il programma).

La vocazione del festival è quella di proporre volumi usciti quasi esclusivamente entro l’ultimo anno – ha scritto Enrica Ravenni – che abbiano per tema la critica d’arte contemporanea, che siano pubblicati da editori per lo più di nicchia, come, tra gli altri, Archive Books, Corraini, Gli Ori, Humboldt Books, Johan& Levi, Meltemi, Mimesis, Postmedia Books, Silvana Editoriale, Sternberg press”.

Per quattro giorni, fra la libreria – dove era visibile l’installazione Best Book Titles dell’artista Daniela Comani – e il Museo Marini – attualmente chiuso per lavori – si sono avvicendate presentazioni di libri e cataloghi, performance e recital, fra cui I libri di Oz, di Chiara Lagani (che ha di recente tradotto i romanzi di Frank Baum per Einaudi), con la regia di Luigi de Angelis.

Il festival si conclude oggi 7 ottobre 2018 proprio al Museo Marini, con tre incontri pomeridiani che hanno al centro altrettanti libri che presentano aspetti di esperienze seminali della scena dell’arte, dell’architettura radicale, della curatela italiana, da Gianni Pettena, a Kounellis, a Plinio de Martiis.

Scripta Festival ha anche un sottotitolo, “L’arte a parole” che si presta al nostro gioco preferito dell’anagramma, producendo diverse frasi pertinenti al tema: “l’opera-realtà” è una di queste. Le altre sono da scovare, per chi ne abbia voglia.

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Il gioco della scorsa rubrica (L’ora di arte)

L’ora di storia dell’arte a scuola non è una pena (come ha incautamente detto il ministro Albero Bonisoli in settembre) e lo dimostrano le puntuali segnalazioni che arrivano in risposta all’invito a cercare figure di professori / professoresse di arte nella finzione narrativa.

La traduttrice Laura Berna segnala il libro di Roger Salloch, Una storia tedesca (Miraggi, 2016) e da diverse fonti è arrivata la citazione della canzone di Rufus Wainwright, The Art Teacher (2004), storia di una infatuazione profonda e duratura per il docente di arte che parla di Turner e porta la classe al Metropolitan Museum a vedere Rembrandt, Rubens e Sargent.

Alfagiochi / L’ora di arte

Antonella Sbrilli

Quando, nella scorsa rubrica, abbiamo proposto la ricerca della figura del prof di Storia dell’arte nelle storie di finzione, il ministro per i Beni e le attività culturali Alberto Bonisoli non aveva ancora detto, a Genova, il 18 settembre: “Anche io abolirei la Storia dell’arte. Al liceo era una pena”.

Alla fine di un lungo incontro con i sovrintendenti, in risposta a una osservazione tecnica sulle graduatorie da cui attingere organico, particolarmente affollate di storici dell’arte, Bonisoli si è lasciato andare alla battuta, incauta anche per la sua facile estraibilità dal contesto. Per rimediare, il ministro ha fatto appello all’ironia degli insegnanti, ma le polemiche per un po’ si sono accese, come era prevedibile.
Nella gerarchia percepita delle materie di studio, la storia dell’arte non gode dell’autorità secolare di Italiano, Matematica, Fisica, Filosofia ecc. Non avendo un grande peso curricolare, i docenti devono conquistare l’attenzione delle classi e organizzare lezioni multimediali con i mezzi a disposizione, visite ai musei ecc. È una materia complessa, che si muove su dorsali diverse e intrecciate, la storia, la tecnica, il gusto, l’immagine e la sua descrizione, l’estetica. È una materia che andrebbe incrementata nelle scuole di ogni ordine e grado, offrendo formazione diffusa al patrimonio culturale e maggiore occupazione ai tanti laureati del settore.
In questa prima domenica di autunno, insomma, siamo proprio tornati a scuola. E il nostro gioco di scandaglio sulla figura del professore o della professoressa di Storia dell’arte ha una sua inaspettata attualità. Grazie alla memoria di chi sta partecipando, il repertorio di esempi di professori narrati si accresce e rivela stereotipi e curiosità.

In prima battuta, emergono i film (ma ci sono anche dipinti e naturalmente racconti, di cui avremo modo di parlare).
Nel 2012 il film di Giuseppe Piccioni, Il rosso e il blu, permette a Roberto Herlitzka di incarnare i panni del “mitico professor Fiorito”, come scrive Stella Bottai che lo segnala. Mitico l’attore, il prof, e mitica la sua ultima lezione su “classicismo e romanticismo” i due poli fra cui oscilla disperatamente la preparazione all’esame di stato.
Un’altra storia che gioca sulla polarità – in questo caso fra parola e immagine – è il film Words and Pictures (2013), segnalato dalla storica dell’arte Cecilia Frosinini: competono nella formazione degli allievi un docente di letteratura e una docente di arte, la prof. Dina Delsanto, interpretata da Juliette Binoche.

Segnalata da diverse parti è poi la professoressa di Storia dell’arte dell’episodio Esami – Storia dell’Arte – Ceci n’est pas un Pips, dove Caterina Guzzanti interroga lo studente De Angelis (“mi parli dell’uso della luce nella fotografia di Marzia Pellegrino”), interpretato da Edoardo Ferrario, autore della serie.

Riproposizione di consolidate banalità, rari smascheramenti di luoghi comuni critici e storici, nostalgie e e passioni: il prof di storia dell’arte raccontato fin qui ci racconta questo. La ricerca va avanti.

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IMMAGINE

Joseph Beuys, Come spiegare un dipinto a una lepre morta, 1965

Alfagiochi / Andate e ritorni

Antonella Sbrilli

Insieme con i lettori e le lettrici che hanno partecipato al gioco proposto alla fine di luglio questa estate ci siamo spostati virtualmente per l’Europa.
Partiti da ///pesi.borsone.sabbie, siamo scesi a sud, a ///profumo.gelare.sorso, e poi ancora più giù fino a ///vertice.coniuge.talenti, per poi invertire la rotta verso il nord, arrivando a ///orizzonte.olmi.svolgere.

Invece di usare le cifre di latitudine e longitudine, abbiamo usato il sistema inventato dall’azienda inglese what3words

Si tratta di un sistema di localizzazione che, dopo aver suddiviso la superficie del pianeta in una rete di piccole aree di tre metri per tre metri, ha assegnato a ciascuna di esse una terna di parole di senso compiuto. I nostri spostamenti sulla mappa sono descritti così da sequenze di tre parole - precedute da tre slash - che cambiano a mano a mano che ci muoviamo nella rete dei riquadri. Sono parole scelte da lessici in 14 lingue, emendati da termini offensivi e da omofonie, che compongono frasi nonsensiche, arbitrarie, talvolta evocative, in qualche caso addirittura adatte al luogo.

///pesi.borsone.sabbie è un punto di piazza dei Cinquecento, la piazza dove affaccia la stazione Termini di Roma

///profumo.gelare.sorso è una strada di Catania, attraversata da Luigi Scebba in una giornata estiva

///vertice.coniugi.talenti corrisponde a un bed & breakfast di Valletta, Malta, inviato da Nicolette e Carola
///orizzonti.olmi.svolgere è un’area sulle rive del lago Heinola in Finlandia, registrata da Stella Bottai.

Mappe che si arricchiscono di parole, innescando combinazioni, derive, coincidenze, come accade a una galleria d’arte contemporanea a Montargis (Francia), che ha voluto chiamarsi con le tre parole che nella mappa what3words descrivono la zona dell’ingresso: ables.empty.workshops. Sulle tracce artistiche di what3words e dei locative media, si può leggere un recente articolo di Paolo Berti.

E ora? Archiviate le terne di parole che hanno descritto gli spostamenti estivi, torniamo a scuola. Con un progetto di scandaglio e di memoria che riguarda la figura del professore o della professoressa di Storia dell’arte: cerchiamo citazioni di opere finzionali (non solo narrativa, ma anche film, video, clip) in cui compare l’insegnante di arte. Facile cominciare con Katherine Ann Watson (Julia Roberts) di Mona Lisa Smile (2003), più curioso vedere affacciarsi la docente in un racconto di Chiara Valerio o un prof in un romanzo di Jonathan Coe. La ricerca è aperta.

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Alfagiochi / ///pesi.borsone.sabbie

Antonella Sbrilli

What3words è un’applicazione che permette di comunicare la propria posizione sul pianeta utilizzando - al posto della latitudine e longitudine - delle terne di parole che individuano in modo univoco piccole aree di tre per tre metri quadrati.

Partendo dall’idea che una consistente percentuale di popolazione non ha un sistema affidabile di indirizzi e che ci sono situazioni in cui la comprensione dei dati forniti dai localizzatori satellitari è ostica e poco memorizzabile, i creatori di What3words hanno sviluppato un’alternativa basata sul linguaggio naturale.

La superficie della Terra è stata suddivisa in una griglia di 57.000 miliardi di quadrati di 3 metri x 3 metri, ciascuno dei quali è individuato dalla combinazione di tre parole, scelte da lessici in 14 lingue diverse, ripuliti da termini offensivi e da omofonie.

Fondata nel 2013 dai britannici Chris Sheldrick, Jack Waley-Cohen e Mohan Ganesalingam, what3words è cresciuta anno dopo anno, sviluppando sia l’aspetto commerciale sia quello sociale, con iniziative che coprono situazioni di emergenza ambientale e collaborazioni con aziende della distribuzione e della localizzazione, inclusa TomTom. Fra recensioni lusinghiere e qualche critica al carattere commerciale, l’eco di what3words è notevole, aiutata dal sito, dalla newsletter e dalla possibilità di esplorare la mappa anche tramite il browser.

Basta andare su www.what3words.com, scegliere la lingua, scrivere un indirizzo nella barra di ricerca o spostarsi direttamente sulla mappa per vedere comparire i tre slash /// seguiti dalle tre parole che corrispondo al punto selezionato.

La curiosità di sapere a che parole è collegato il luogo dove ci si trova è innegabile: in questi anni ci sono stati giochi radiofonici e social che invitavano a registrare combinazioni di luoghi e parole significative o sorprendenti e c’è anche chi ha usato le tre parole per dare il nome a una galleria d’arte e a una birra.

Le tre parole che danno il titolo alla rubrica corrispondono a un punto di piazza dei Cinquecento, zona Stazione Termini di Roma: ///pesi.borsone.sabbie

https://map.what3words.com/pesi.borsone.sabbie

Il caso combinatorio ha portato questi tre termini a trovarsi accostati in una piccola area di nove metri quadrati in cui in questi giorni tante borsone pesanti vengono trascinate in arrivi e partenze per le vacanze.

E allora il gioco - da qui a domenica 2 settembre 2018 - è quello di trascrivere le terne di parole che descrivono - sulla mappa di what3words - i posti visitati in queste settimane di spostamenti.

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Risposte ai giochi delle scorse rubriche

L’artista nascosta nell’anagramma del titolo della scorsa rubrica “Via, ip, oplà"

era l’italiana Paola Pivi, presente con una sua opera giocabile al Festival Play nella cittadina belga di Kortrjik. L’ha individuata Sandra Muzzolini, che ha esplorato il sito del Festival in cerca anche di altri nomi d’artista, i cui anagrammi riflettessero i temi del gioco. Un gioco che prosegue, per chi ne abbia voglia, così come prosegue Estate Merulana

... grazie a Luigi Scebba, Viola Fiore, Marisa per i contributi su Twitter e buona pausa di agosto!

Alfagiochi / Via, ip, oplà: opere giocabili

Antonella Sbrilli

C’è tempo fino all’11 novembre 2018 per visitare la prima edizione del festival Play, che si svolge nella città belga di Kortrijk (Courtrai).
Curato da Hilde Teerlinck (Han Nefkens Foundation, Barcellona) e da Patrick Ronse (Be-Part, Platform for contemporary Art, Waregem), il festival è dislocato in diciassette punti della cittadina, dove i visitatori incontrano le opere degli artisti invitati.

Intercettando l’onda lunga del gioco, che si insinua negli allestimenti di mostre e musei e nella forma stessa di tante opere d’arte attuali, le opere presenti a Kortrijk sono tutte opere giocabili.

L’anno scorso, a Roma, al Chiostro del Bramante, migliaia di visitatori hanno visitato la mostra Enjoy, esplorando come fossero i padiglioni di un parco giochi gli ambienti creati dagli artisti: uno di loro, Martin Creed è presente anche a Kortrijk con uno spazio pieno di palloncini verdi (Work No. 262: Half the air in a given space), che provocano in chi lo percorre un mix di memorie infantili e leggera claustrofobia.

Giochi classici - di competizione, d’azzardo, di disorientamento, di simulazione - sono riletti in chiave paradossale, ironica, politica, con l’idea che il gioco mette a disposizione dell’arte contemporanea un repertorio di pratiche relazionali ben stratificate nella cultura e pronte a essere riattivate in tante varianti.

Scivoli erbosi su cui rotolare, letti e divani giganti, campi da calcio pieni di dislivelli, giostre ipnotiche, anche una gabbia in cui rinchiudersi per del tempo (a pagamento), bandiere da riassemblare come puzzle: sul sito del festival si può scorrere l’elenco delle opere, quello dei luoghi in cui si trovano, e quello degli autori e delle autrici (quaranta in tutto), fra cui Pipilotti Rist, Carsten Höller, Priscilla Monge, Carlos Amorales.

Una scelta internazionale di tutto rispetto - una specie di Giochi senza frontiere senza competizione a squadre, ma diffusa nel territorio - con tanti nomi di artisti legati alle forme del gioco. Fra di loro, anche l’artista il cui nome, anagrammato, dà il titolo a questa rubrica.

Chi vuole giocare a individuare il nome e a proporre altri anagrammi dei partecipanti a Play, può scrivere a redazione@alfabeta2.it; su Instagram e Twitter account @alfabetadue e hashtag #alfagiochi.

Alfagiochi / Estate Merulana 2

Antonella Sbrilli

Ebbene sì, le scale riprodotte nella foto della scorsa rubrica erano un particolare del dipinto di Donghi, Gita in barca, conservato nella collezione Cerasi, esposta a Roma a Palazzo Merulana.

Il quadro risale alla metà degli anni Trenta ed è un esempio della capacità del pittore romano Antonio Donghi (1897-1963) di fermare un episodio di vita all’aperto, trasformando le persone e la natura in smalti e cristalli.

Lo hanno individuato con occhio da conoscitore diversi lettori e lettrici, che hanno accostato all’immagine citazioni più o meno “giudiziose”.

Su Instagram, sabston23 rievoca Dante e le scale dell’esilio, con un accenno alla situazione politica attuale.

Dal suo account Twitter @caro_viola, Viola Fiore sceglie di accompagnare la Gita in barca con una frase di Gadda: “dalla fossa, o dalle pozze, un amoroso crocidare di ranocchie, a sera, a giugno, verso l’estate imminente”. Una citazione molto adatta, perché offre un sonoro alla scena immobile di Donghi, pescandola nelle pagine dello scrittore che - con il suo Pasticciaccio brutto de via Merulana - ha reso la strada che unisce San Giovanni e Santa Maria Maggiore un immancabile luogo letterario.

Per questa settimana, rimaniamo ancora su questo quadro, nella sua interezza.
Chi è a Roma, può andarlo a vedere dal vero in via Merulana 121; tutti possono partecipare all’invito di immaginare in che racconto, in che film potrebbe stare la scena rappresentata.

L’indirizzo a cui scrivere è sempre redazione@alfabeta2.it; su Instagram e Twitter account @alfabetadue e hashtag #alfagiochi.

Infine, una segnalazione: da oggi domenica primo luglio e fino alla notte bianca del 7 luglio 2018, presso la Rocca Sinibalda, castello rinascimentale nella Valle del Turano (Rieti), si svolge Endecameron 18. Il giorno dopo la fine delle storie. Un gioco di narrazione e performance, che vede coinvolti una decina di artisti nell’elaborazione di un tema classico e gotico allo stesso tempo: come affrontare l’arrivo della peste nel castello, usando le forme del racconto, le arti plastiche, la performance, e anche l’aiuto dei social network?
I lavori nella Rocca Sinibalda si possono seguire su Twitter, Instagram e Facebook seguendo l’account @endecameron.

Alfagiochi / Estate Merulana

Antonella Sbrilli

Mentre la settimana scorsa ci interrogavamo sull’arte francese (vedi sotto le risposte), a Roma aveva aperto da poco i battenti Palazzo Merulana, uno spazio museale monumentale, che mette in mostra una collezione sceltissima di pittura e scultura italiana del Novecento (soprattutto degli anni Venti e Trenta), restituendo al tessuto urbano un edificio storico a lungo abbandonato.

In via Merulana 121, dove per decenni i passanti si sono imbattuti nei ruderi dell’ex Istituto d’Igiene, c’è ora il nuovo palazzo, che riprende il ritmo spaziale, l’immagine e in parte i materiali di quello originale.
Il recupero dell’edificio è stato realizzato dalla SAC, la Società Appalti e Costruzioni fondata nel 1968 dall’imprenditore Claudio Cerasi, che è anche il collezionista – insieme alla moglie Elena – che ha raccolto negli anni le opere esposte ora nel Palazzo. Grazie a un accordo fra pubblico e privato, la struttura ha iniziato dunque a funzionare come museo e luogo culturale, la cui gestione è affidata a CoopCulture e prevede, nel prossimo futuro, un programma di esposizioni e attività performative, letture, laboratori, incontri, imperniati sulla scena romana, sia nella prospettiva della storia, sia in quella del presente multietnico che popola la zona di via Merulana, fra Santa Maria Maggiore e San Giovanni.

Un appuntamento da segnare in agenda è sicuramente quello di lunedì 25 giugno 2018, quando proprio nellAttico di Palazzo Merulana (alle ore 18) si presenta il volume 68 sociale politico culturale, a cura di Nanni Balestrini, Franco Berardi Bifo e Sergio Bianchi, il libro edito da DeriveApprodi che “Alfabeta2” regala ai suoi associati.

Unoccasione per ragionare insieme con gli autori su un tratto di storia recente del Novecento, standosene allultimo piano di un palazzo che affaccia su una strada che ha ospitato storie e finzioni (Il Pasticciaccio), vestigia di oriente (l’ex Museo “Giuseppe Tucci”) e di esoterico (la Libreria delle Occasioni fondata da Amedeo Rotondi, alias Voldben).

La visita alla collezione Cerasi di Palazzo Merulana è a sua volta un viaggio in zone dell’arte italiana che - per stile e soggetti - evocano situazioni sospese ed enigmatiche: negli interni di Casorati e di Donghi, nelle scene sul fiume di Capogrossi, nelle nature morte di Francalancia, la perizia della pittura fa precipitare chi guarda nell’illusione quasi magica di una realtà parallela.

E il gioco di questa settimana?
Ci siamo fatti prendere dall’atmosfera di molte delle opere esposte, piene di dettagli che sembrano introdurre a racconti condensati in una sola immagine.

Nella figura che accompagna questo articolo, si vede una scala di alcuni gradini, tratta dallo sfondo di un quadro della collezione Cerasi: difficile individuarlo se non si è visitata la galleria, ma i giocatori e le giocatrici non sono sfidati a riconoscerlo. L’invito è a immaginare e raccontare una scena che si svolge intorno a questo dettaglio, dandogli un titolo adeguato.

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Il gioco della scorsa rubrica

Seguendo le tracce della fantasia ricreatrice di Marcel Duchamp (rivisitate da Maurizio Calvesi nel libro Duchamp invisibile, Maretti editore 2018), nella scorsa rubrica abbiamo giocato con gli anagrammi di uno degli pseudonimi del grande artista francese: “Marchand du sel”, in italiano “mercante del sale”.
Alcune proposte di anagrammi si possono leggere in calce all’articolo https://www.alfabeta2.it/2018/06/03/alfagiochi-duchamp-e-calvesi-al-certamen-del-se/

Fra queste, quella di Giacomo costruisce una storia che ha inizio “nell’esame di arte c.” e termina distruttivamente con “LSD e mente lacera”.

Altri anagrammi sono arrivati via Twitter da Luigi Scebba, che trova nelle 15 lettere del “mercante del sale” una pertinente “scena delle trame” e da Sandra Muzzolini, che le rimescola in “stende caramelle”, una frase solo in apparenza estranea a Duchamp: per una sua mostra a Parigi nel 1953 l’artista infatti fece offrire ai visitatori caramelle avvolte in una carta stagnola che riportava proprio un suo gioco di parole (“A Guest + A Host = A Ghost”).

Infine, mentre il numero di Alfabeta2 era in chiusura, Viola Fiore (@caro_viola) ha inviato via Twitter la sua elaborazione di "Mercante del sale", proponendo due anagrammi con cambio di consonante: "scelleratamente", "mente scellerata" e un anagramma a scarto: "Le scelte d'amare". Grazie a chi ha giocato anche stavolta.