Antoine Volodine, il coraggio dopo la disfatta

Barbara Julieta Bellini

Tutte le guerre sono finite e perse. La rivoluzione mondiale è fallita. Il mondo è ridotto a una rovina calda e collosa, dove i giorni si susseguono sempre uguali a se stessi. Nel centro, a Ulang-Ulan, gli «eterni vincitori» sono isolati dall’«oceano di miseria» che sommerge i perdenti, ovunque, dopo il crollo di ogni utopia. Ogni tanto dei terroristi, appartenenti a gruppi di cui nessuno conosce «né il nome né il programma», organizzano attentati «contro i tronfi miliardari», senza sperare di cambiare alcunché.

Siamo in un futuro indefinito, ma non troppo lontano; forse in Asia, ma poco importa dove di preciso. Antoine Volodine c’immerge, col suo romanzo Sogni di Mevlidò, in una distopia degna di Philip K. Dick. Ma questo misterioso autore francese, di cui Volodine è solo lo pseudonimo più noto e neppure l’anno di nascita è certo, non vuole essere incasellato in categorie altrui: sarebbero sprecati i rinvii alla fantascienza o al realismo magico, dal momento che l’autore si è inventato un genere tutto per sé, il post-esotismo. Accettiamo dunque questa richiesta d’individualità e vediamo cosa rende unico il suo romanzo, pubblicato in Francia più di dieci anni fa.

La trama, se ridotta ai minimi termini, è semplice: Mevlidò è un poliziotto infiltrato in un quartiere malfamato, Pollaio Quattro, ma simpatizza coi reietti che dovrebbe sorvegliare; spesso fatica a distinguere i sogni dalla realtà ed è ossessionato da visioni legate a traumi del passato, in particolare all’assassinio della compagna Verena Becker; vive con Maleeya Bayarlag, una donna sull’orlo della follia, pure traumatizzata dalla perdita del compagno e a cui lo lega un «patto di reciproco affetto». Questa storia, stipata di elementi assurdi (abbondano i polli mutanti, gli attentati alla luna e i corvi parlanti), assume un nuovo significato a partire dalla parte terza, quando si scopre che Mevlidò, in realtà, è stato inviato in missione dagli Organi, entità superiore e preoccupata dal destino di quella «detestabile genia che aveva sistematicamente tradito tutte le speranze riposte in essa». Mevlidò dovrà raccogliere informazioni per capire come l’uomo è arrivato a tanta barbarie e «come fare a indurre una fine un po’ più serena per l’umanità»: perciò si mescolerà agli «ominidi», diventerà uno di loro, soffrirà la loro sorte lasciandosi guidare sia dalle sue confuse visioni, che gli rammentano l’addestramento degli Organi, sia dall’amore sofferto per Verena. Lasciamo ai lettori la curiosità di seguirlo nel suo percorso, avvertendoli che sarà tenebroso e li porterà lungo vicoli fetenti e pericolosi, tra cadaveri, scarafaggi e vecchie bolsceviche.

Sogni di Mevlidò, a questo punto sarà chiaro, è un libro completamente fuori: tutto, al suo interno, serve a depistare il lettore. A partire dall’intreccio, che imbroglia realtà, sogni e visioni del protagonista in un testo volutamente ambiguo e pieno di contraddizioni; passando dall’istanza narrante, un osservatore onnisciente che sembra spiare Mevlidò così da vicino da confondersi con lui, e oscilla tra la terza persona, l’io, il noi e persino il tu e il voi; fino allo stile a dir poco insolito, carico di ripetizioni, neologismi, elenchi puntati e frasi troncate.

Sogni di Mevlidò, poi, è un libro bello, e lo è in tutti i sensi. Materiale, anzitutto: chapeau a Silvana Amato, responsabile del progetto grafico, per aver creato un volume che rende onore al testo, con disegni che richiamano il surreale di Max Ernst e titoli che sfuggono all’impaginazione; l’editore italiano ha saputo dare all’oggetto-libro molto più carattere della sobria Seuil parigina. Ma il libro è bello soprattutto perché Volodine ha saputo armonizzare il suo «umorismo del disastro», che ricorda l’humour grottesco dei romanzi pulp, a pagine di autentica poesia, magari in forma di elenco, come nella straziante preghiera di Maleeya al suo amato Yasar. Ed è bello, infine, perché lo straniamento costante a cui è sottoposto il lettore lo costringe ad acuire lo sguardo e interrogare il testo: chi è quella mudang coreana? Perché è imperativo «non entrare in contatto con i ragni»? In che cosa consiste la «morale proletaria» da non tradire a nessun costo?

Per individuare i numerosi enigmi che il romanzo ci propone, e per cercare di trovarvi qualche soluzione, Sogni di Mevlidò è un libro che vale la pena leggere. La stravaganza della storia c’invita a cercarvi un senso, ma il suo oggetto è sfuggevole, come sempre lo è la materia dei sogni. L’unica presenza costante è quella dei vinti, dei morti, degli Untermenschen di cui Mevlidò è l’eroe mediocre; e la peculiarità di questi personaggi senza speranza è che, malgrado la loro condizione, non smettono mai di lottare: Mevlidò insegue oltre la Bolgia il ricordo della donna che ama, la sciamana Linda Siew cerca imperturbabile il contatto con i morti, e la seducente attentatrice Sonia Wolguelane continua a far fuori i potenti per infondere negli altri «il coraggio che ci era venuto a mancare dopo la disfatta».

Certo, nell’universo di Mevlidò questa lotta non serve più a niente; e nel nostro? Un tipo ben riconoscibile anche da noi è proprio Wolguelane, descritta come «uno dei tanti individui dal sesso intercambiabile, disoccupati o meno, che spuntano fuori da un cantiere o da un ghetto, con in testa un po’ di musica, un po’ di miseria e, in mezzo a un guazzabuglio di idee vaghissime, la richiesta di farla finita il prima possibile con ogni cosa». A questo personaggio secondario il narratore attribuisce un fascino irresistibile, non tanto per proporre una terrorista come exemplum – nemmeno Volodine oserebbe tanto –, bensì per ricordare al lettore il senso e il valore della lotta, prima che la lotta diventi davvero un gesto inutile.

Ecco, forse, una chiave di lettura del romanzo. In oltre quattrocento pagine di violenza e desolazione, scopriamo il futuro del mondo dopo «la vittoria definitiva della barbarie», quando ogni morale si svuota e ormai «fare giustizia non ha alcun senso, però va fatta». Ma se il bizzarro universo di Mevlidò non corrisponde al nostro, se non siamo circondati da civette-tucanidi e se, per ora, gli uomini non sono stati rimpiazzati da «specie più promettenti e robuste, come gli aracnidi», allora la lotta di chi non è ancora stato sconfitto definitivamente potrebbe continuare ad avere uno scopo, e la morale un significato. Per cosa lottare esattamente, Volodine non ce lo dice; si limita a opporre i vincitori ai perdenti, a tifare per questi ultimi e, accennando a dei non meglio specificati valori proletari, ad accendere, o riaccendere, una certa voglia di rivoluzione. Al lettore spetta valutare se esiste qualche morale per cui una rivoluzione, nel nostro universo, potrebbe valere la pena.

Antoine Volodine
Sogni di Mevlidò
traduzione di Anna D'Elia

66thand2nd, 2019, pp. €

Antoine Volodine, carceri d’invenzione

Raffaella Battaglini

prigioneIl libro si svolge interamente nel braccio di massima sicurezza di un carcere ormai quasi del tutto svuotato dai suicidi o dalle esecuzioni dei prigionieri. L’ultimo sopravvissuto di un gruppo di rivoluzionari detenuti, Lutz Bassmann, sta lentamente morendo nella sua cella, mentre fuori la pioggia cade ininterrottamente; una pioggia monsonica, perché l’unica cosa che sappiamo dell’esterno è che si tratta “di una regione lambita dalla coda dei monsoni”. L’ambientazione è quindi imprecisata, un luogo tropicale e degradato come quelli a cui ci ha abituato Antoine Volodine, giacché è di lui che stiamo parlando, e più precisamente del Post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, pubblicato in Francia nel 1998 ma solo ora uscito in Italia (da 66th and 2nd, che l’anno scorso ha proposto Terminus radioso). L’intervallo tra la prima pubblicazione in Francia e l’uscita del libro in Italia la dice lunga sull’indifferenza da cui per anni è stata circondata all’estero l’opera di Volodine, assurto negli ultimi tempi ad autore di culto.

In origine la definizione “letteratura post-esotica” viene coniata dall’autore per sfuggire ai confini ristretti del genere in cui è stato collocato ai suoi esordi – i suoi primi libri vengono pubblicati in una collana di fantascienza, Présence du futur – e al tempo stesso per evitare di essere bollato come autore inclassificabile. Inventa quindi un’intera letteratura, un continente immaginario popolato da libri inesistenti firmati da eteronimi interscambiabili, tutti accomunati da un’ideologia rivoluzionaria e da un atteggiamento antagonista e inconciliabile nei confronti dell’“universo capitalista e delle sue innumerevoli ignominie”. Il post-esotismo in dieci lezioni si pone in effetti a cavallo tra un’opera di finzione e uno pseudo manifesto di questa nuova corrente letteraria, che potremmo definire un’avanguardia se questo concetto non venisse rifiutato dal “portavoce” Lutz Bassmann nella settima lezione: “il post-esotismo è una letteratura che proviene dall’altrove e incede verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie numerose tendenze e correnti, la maggior parte delle quali rifiuta lo sterile avanguardismo”.

Fin qui niente di nuovo, si dirà, siamo con tutta evidenza nelle estreme vicinanze di Borges e di Finzioni, penso ovviamente a Herbert Quain, e anche alla letteratura e alla lingua di Tlon. Ma, laddove Borges si limita a riferire laconicamente la trama dei suoi libri immaginari o a recensirli in forma di racconto, Volodine scrive effettivamente i romanzi post-esotici che evoca, firmandoli con il suo nome o con quello dei suoi numerosi eteronimi, di preferenza Lutz Bassmann e Manuela Draeger, inverando così la finzione, e dando materialmente corpo all’universo letterario che ha inventato. Finora siamo a quarantadue opere – Volodine dichiara di voler arrivare a quarantanove, numero magico ricavato dal Bardo Thodol, il Libro tibetano dei morti – ma nella lezione n. 10 l’elenco dei libri post-esotici raggiunge il ragguardevole numero di 343. Alcuni titoli corrispondono in effetti a quelli pubblicati da Volodine, altri sono palesemente derisori. Di altri ancora, ad esempio di Angeli minori, viene fornita una trama completamente diversa rispetto a quella del libro pubblicato con questo titolo (e a sua volta uscito, l’anno scorso, presso L’orma editore).

Ma veniamo alla parte “romanzesca” del testo, che in sostanza corrisponde all’undicesima lezione. Il corpo centrale di questa sezione, che inizia e si conclude con l’agonia di Lutz Bassmann, è il resoconto dell’intervista fallita di due scrittori-giornalisti di regime agli scrittori detenuti, il cui oggetto è, almeno in apparenza, appunto la letteratura post-esotica; ma che si svolge come un vero e proprio interrogatorio di polizia, alla presenza di una guardia pronta a intervenire, e in cui gli interrogati, che si succedono a staffetta, si rifiutano quasi del tutto di collaborare. Questa parte viene di volta in volta interrotta dalle varie “lezioni”, ognuna a firma di un diverso eteronimo, che s’incaricano di spiegare al lettore le caratteristiche del post-esotismo, le sue forme, generi e sottogeneri: Shagg°a, intrarcane, rom°anso...

È il caso di precisare che l’aspetto politico-ideologico dell’opera di Volodine, lungi dall’essere marginale o unicamente funzionale alla costruzione di un universo fittizio, è invece uno dei nuclei fondanti della sua ispirazione. A dispetto della cornice post-apocalittica, i riferimenti storici sono estremamente precisi; viene affermato con chiarezza che “le basi della letteratura post-esotica furono gettate durante il decennio Settanta… anni che, a dispetto della disfatta, continuavano ad essere gravidi di possibili rinnovamenti…”. Il braccio di massima sicurezza in cui si svolge il testo ha evidenti somiglianze con il carcere di Stammheim e una delle detenute interrogate, Ellen Dawkes, grida o mormora ai suoi aguzzini un’invettiva che richiama la famigerata Todesnacht dell’ottobre ’77, in cui tutti i militanti della RAF vennero eliminati: “Gli autori di questi scritti fondamentali sono morti, giustiziati nelle loro celle! Impiccati!... Strangolati per direttissima!... con cinture confiscate loro anni prima!... il giorno del loro arrivo!... e che miracolosamente!... O suicidati con la benzina!... o con un coltello da caccia!... quando gli unici utensili che!... siamo autorizzati a possedere!... sono! ... un cucchiaio e un pettine!...”.

All’interno del braccio di massima sicurezza, la letteratura è l’unica forma di lotta ancora possibile. Date le condizioni in cui viene diffusa, questa letteratura carceraria contiene una forte componente di oralità, tanto è vero che uno dei generi elencati è il sussurrio, con cui i detenuti comunicano le loro opere agli abitanti delle altre celle. Vengono adottate delle precauzioni, di cui la principale, onde non fornire informazioni al nemico, consiste nel depistaggio, nel “parlare d’altro” (lezione 5): “abbiamo snocciolato falsi ricordi d’infanzia, inservibili biografie [...] abbiamo inserito racconti di sogni là dove i nostri interlocutori volevano delle confessioni...”.

In questo libro, dunque, Volodine ci racconta – invenzione metaletteraria estrema – che l’altrove da cui proviene il post-esotismo è in realtà il carcere: che l’immaginario perturbante, imprevedibile, straniero dei suoi libri, che i guerrieri, gli sciamani, le vecchie immortali che li abitano, sono il frutto dell’invenzione di un pugno di irriducibili sul punto di estinguersi, di cui l’ultimo pronuncia le parole finali: “Non c’era più un solo portavoce in grado di subentrare a. Sono dunque io che”

Antoine Volodine

Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima

traduzione di Anna D’Elia

66th and 2nd, 2017, 106 pp., € 16

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lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. L'ambiguità delle fake news sarà al centro di una tavola rotonda in programma a Roma il 25 maggio. E intanto nel Cantiere online si discute di scuola, di lavoro, di teatro. Vi aspettiamo!

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Interférences #2 / Volodine in Italia e la questione dei generi

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Andrea Inglese

Non tutte le mode letterarie vengono per nuocere, anzi. Che ci siano ancora mode letterarie prova che c’è ancora qualcosa che si chiama letteratura, in grado di distinguersi, magari sottilmente, magari in modo discontinuo, dal semplice mercato editoriale e dai suoi criteri di gradimento. Antoine Volodine (romanziere francese) è stato scoperto in Italia, il dato è ormai incontrovertibile, ed è stato naturalmente scoperto nei paraggi dei lettori, traduttori, editori e scrittori italiani più attenti e curiosi (nel 2013, per Clichy Undici sogni neri e Scrittori; nel 2016, per 66thand2nd Terminus radioso e per L’Orma Angeli Minori). Per chi frequenta con una certa regolarità la letteratura francese, Volodine è una vecchia conoscenza. Nel mio caso, ad esempio, non posso esibire l’entusiasmo di chi è fresco di scoperta, ma trovo interessante riflettere sui motivi che fanno sì che un autore straniero importante, dopo essere stato a lungo ignorato, acquisti nell’universo italiano un’importanza particolare, sposando desideri e movimenti a volte profondi del campo letterario. È fenomeno ben noto dei dialoghi culturali: il Volodine tradotto in italiano e commentato con golosità, parla non solo di se stesso e della letteratura francese degli ultimi 25 anni, ma parla anche di noi, della letteratura italiana, dei suoi slanci e delle sue fragilità.

Cominciamo con una constatazione: i tanto vituperati poeti, che nessuno legge e capisce, che se ne stanno come avanzi del Diciannovesimo secolo in circoli autoreferenziali, ebbene costoro ne fanno, ogni tanto, anche una giusta. Andrea Raos e il sottoscritto, facemmo qualche segnalazione in pubblico tra il 2005 e il 2006, su Nazione Indiana, per dire che, mentre tutti elucubravano anche sulle virgole di Houellebecq, magari un terzo di quell’energia filologica la si poteva dirottare su un autore come Volodine. Non si pretendono qui vacue primogeniture, ma si ragiona su certe sordità non tanto interculturali, ma interne al nostro campo letterario. Un dialogo un po’ più serrato e frequente tra poeti e romanzieri farebbe molto bene ad entrambi. Tanto più che, nel caso specifico di Volodine, noi poeti ce ne interessavamo non solo come lettori critici del romanzo, ma anche come scrittori che si armavano per ampliare i confini di ciò che, in Italia, veniva considerata la poesia. (Di lì a poco, infatti, Raos ed io finimmo, insieme a Broggi, Bortolotti, Giovenale e Zaffarano, col proporre l’anomalia letteraria di Prosa in prosa – collana Fuoriformato, Le Lettere, 2009 –, ma quella è un’altra storia, un’altra interferenza franco-italiana.)

Su Nazione Indiana aprì le danze Raos, pubblicando una traduzione pirata tratta da Lisbonne, dernière marge, uscito nel 1990 da Minuit – spero per lui e per me che le traduzioni fatte gratuitamente, per sola passione e interventismo culturale, cadano in prescrizione dopo dieci anni, almeno come succede per i reati di corruzione. Lisbonne è un libro importante nella prolifica opera di Volodine, segna infatti la fuoriuscita dal malinteso della letteratura di “genere” – i primi quattro romanzi dell’autore escono da Denoël in una collana di fantascienza “Présence du futur” – e l’approdo alla “letteraria” Minuit. Nell’evocazione che l’autore fa dei propri esordi letterari, vi è qualcosa che ricorda le vicissitudini del nostro Antonio Moresco: per una quindicina d’anni Volodine spedisce dattiloscritti alle case editrici e subisce rifiuti. La prima pubblicazione, Biographie comparée de Jorian Murgrave del 1985, introduce finalmente lo scrittore nel mondo letterario, ma dalla porticina di servizio del genere science-fiction. Ci vorranno, dopo Lisbonne, altri tre romanzi per Minuit e due per Gallimard, prima di arrivare ad un testo (pseudo)teorico, Le Post-exotisme en dix leçons, leçon onze (Gallimard, 1998), grazie al quale l’autore potrà dissipare tutte le ambiguità legate alla questione di genere.

Di questo testo, a metà tra la finzione romanzesca e il saggio di poetica, facevo cenno io stesso nel 2006 sempre su Nazione Indiana, in coda a delle mie traduzioni pirata tratte da Des Anges Mineurs (Seuil, 1999), ora pubblicato da L’Orma nella traduzione di Albino Crovetto. Sul Post-exotisme torno poi tre anni più tardi in un saggio di critica militante, intitolato Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento . Il mio problema di allora, da poeta, mi sembra simile a quello che oggi si pongono diversi romanzieri e lettori di narrativa di fronte ai testi di Volodine. Io studiavo possibili vie di fuga dal genere “poesia”, come in Italia era concepito e frequentato dai più, così come oggi vedo scrittori cercare vie di fuga dalla maledizione editoriale del “romanzo ben fatto”. Precisiamo subito che questa maledizione del “romanzo ben fatto” non è frutto solamente di una depravazione commerciale, ma corrisponde a tensioni profonde del nostro universo culturale e s’intreccia con una particolare interpretazione del genere. Di questa faccenda, ne parla approfonditamente Gianni Celati nel capitolo conclusivo di un suo volume saggistico, Studi d’affezione per amici e altri, apparso quest’anno per Quodlibet.

Nel Discorso sull’al di là della prosa (1998), Celati indaga concezioni della prosa alternative a quelle che sono divenute dominanti nel romanzo (italiano) attuale. Secondo queste ultime: “Il disegno costruttivo del romanziere deve condurre il lettore per strade e per calli che menino al punto prospettico finale, nel quale si suppone ci sia uno svelamento dei significati storici, sociali o altri, messi in ballo” (p. 243). In un altro passo, Celati connette il romanzo con le pretese immaginarie dell’io cosciente, ossia con “i miti dell’uomo che crede di capire come va il mondo”, dal momento che “questo capire ha in sé l’idea d’un afferramento o cattura della cosa capita, attraverso la sua rappresentazione discorsiva e grafica” (p. 265). Contro questo mito, che è anche il mito dell’autore in grado di architettare solide e perspicue trame, in cui i destini dei personaggi si sviluppano e si chiariscono, Volodine costruisce attraverso la formula del post-esotismo una strategia d’emancipazione della prosa, che si basa non sull’assottigliamento degli elementi immaginari del romanzo, ma sul loro accumulo sfrenato, affinché l’oscurità e l’incertezza travolgano qualsiasi progetto di comprensione dell’esistenza umana.

Riprendo qui quanto scrivevo nel saggio citato sulla poesia francese e i suoi dintorni.

“Se Ponge e Beckett inaugurano un rapporto nuovo con i generi, che si distingue dall’assimilazione automatica, ma anche dalla restaurazione delle forme desuete come dalla negazione avanguardistica, gli scrittori che vengono dopo, come Perec a partire dagli anni Sessanta e Antoine Volodine oggi, danno ormai per acquisita questa libertà d’azione. Essi muovono dall’esigenza di subordinare il codice di genere all’oggetto specifico dell’espressione. Questo oggetto può porsi nell’ambito di ciò che è “definibile-descrivibile” (Ponge) o in quello di ciò che è “immaginabile-costruibile” (Beckett), ma in ogni caso l’esito del percorso espressivo sarà un tipo di libro difficilmente riconducibile ad un genere già esistente. Un simile atteggiamento non è, però, assimilabile a quello diffuso in anni recenti, specie nell’ambito della narrativa: mi riferisco al gusto “post-moderno” per l’ibridazione dei generi, che si ottiene semplicemente sovrapponendo codici di generi già esistenti, in modo da creare narrazioni che, per esempio, siano contemporaneamente poliziesche, storiche e gotiche. In questi casi, non vi è nessuna interrogazione critica della convenzione, ma semmai convenzione al cubo. (…)

Quanto a Volodine, egli inscrive la sua intera opera narrativa non all’interno di uno pseudo-genere ma addirittura di un’intera pseudo-letteratura, il post-esotismo, «una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile» (da Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze, Gallimard, 1998). In Volodine convergono le esperienze degli eteronimi di Pessoa e delle voci “innominabili” di Beckett, così come l’eredità della letteratura distopica del XX secolo. Da qui l’organizzazione di un universo-fantasma di autori, opere e generi. Questi ultimi comprendono: romånce, shaggå, entrevoûtes, narrats. Ognuno di essi è caratterizzato da una serie di criteri tematici e formali. Leggiamo nuovamente in Le post-exotisme: «La distorsione delle voci e la confusione dei nomi reali di coloro che danno e di coloro che prendono la parola è così una caratteristica del romånce» oppure «La dinamica del romånce si articola in una maniera che non potrebbe iscriversi nell’universo romanzesco tradizionale, perché si fonda interamente su una concezione dei contrari dove i contrari si confondono».

Come Danilo Kiš [e Roberto Bolaño, aggiungerei oggi] giunse a storicizzare Borges, così Volodine storicizza Beckett e Pessoa. Ed è attraverso queste eredità singolari, che viaggiano ai margini della riproduzione dei codici di genere, che il paradosso delle convenzioni istituite individualmente sfuma: le radicali innovazioni di alcuni autori si cristallizzano gradualmente attraverso il riutilizzo critico che ne fanno, in seguito, altri autori.”

Debbo ora chiarire cosa intendo, parlando di “storicizzazione” di Borges o Beckett. E qui sarà utile la riflessione che uno dei grandi maestri del romanzo novecentesco, Danilo Kiš, svolge in La lezione d’anatomia (Čas anatomije, 1978), pamphlet e saggio di poetica romanzesca ancora inedito in Italia. Kiš riprende un aforisma di Borges – “La forma moderna del fantastico, è l’erudizione” – e lo riformula secondo una diversa “politica della letteratura”. In sintesi, per Kiš la forma moderna del fantastico è l’archivio. Ciò va inteso, però, non nel senso incontestabile e assai diffuso, secondo cui il romanziere lavora sui documenti, inserendo la sua immaginazione nelle pieghe degli eventi storici. Come Manzoni c’insegna, non vi è in questo atteggiamento nulla di propriamente moderno. L’interesse della tesi di Kiš sta tutto nell’ossimorica tensione tra “fantastico” e “archivio”. Leggiamo un passo decisivo di Lezione d’anatomia (mia traduzione dall’edizione francese del 1983, pp. 64-65).

“Lo scrittore, nella maniera di concepire i suoi eroi, non ha più come scopo d’interpretare le loro azioni grazie alla chiave psicologica della trasgressione del divieto o del rispetto della morale, ma tenta piuttosto di raccogliere, come fa Truman Capote nel suo libro A sangue freddo, la massa di documenti e di fatti la cui combinazione frenetica e imprevedibile produce un massacro insensato, nel quale entrano indifferentemente dei motivi sociologici, etnologici, parapsicologici, occulti e ancora diversi, che sarebbe del tutto vano analizzare come un tempo, dal momento che sullo sfondo troviamo il comportamento schizo-psicologico dell’uomo, una realtà paranoica, ossia fantastica: il dovere dello scrittore sta nel fissare questa realtà paranoica, di studiare grazie al documento, all’investigazione, all’inchiesta questo demente concorso di circostanze, e non di tentare, di sua propria iniziativa e arbitrariamente, di stabilire delle diagnosi e di proporre dei rimedi.”

Inutile dire come la dimensione paranoica sia dominante nella letteratura “post-esotica” e come l’archivio storico del Novecento, con le sue guerre, le sue rivoluzioni mancate, le sue istituzioni totalitarie, i campi di sterminio, le dottrine millenaristiche, costituiscano un materiale sempre presente nelle narrazioni di Volodine. E va notato, per altro, che l’attuale ricezione entusiastica in Italia dà spesso per scontata proprio la scelta di questo materiale d’archivio, neutralizzando la portata politica interna alla prosa dell’autore, come se si trattasse d’inserirlo in un pacifico filone post-apocalittico. Volodine, dal canto suo, ha sempre rivendicato il suo legame con l’esperienza rivoluzionaria del ’68. E oltre ai riferimenti politici evidenti, nel post-esotismo agiscono anche, forse in maniera meno evidente, il filone della letteratura psichedelica statunitense e persino esperienze poetiche del tutto inattuali, come quella di Lautréamont.

È anche vero che qui si tocca forse un limite della produzione di Volodine, che è al contempo cosmografica ma anche, sul lungo periodo, estremamente monotona per certi aspetti. Varrebbe, insomma, la pena di chiedersi se ciò che ho chiamato la “storicizzazione” di Beckett non implichi, alla fine, anche una sua inevitabile banalizzazione o, comunque, una forma di depotenziamento, rispetto alle rotture più radicali che opere come L’innominabile hanno realizzato in termini di genere e aspettative dei lettori. Questo potrebbe essere lo spunto di una futura riflessione critica, quando si cominciasse a leggere Volodine un po’ più a freddo e avendo conoscenza più completa della sua ampia produzione.

*

Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Antoine Volodine, dopo tutte le fini

volodine_1Marco Giorgerini

Recentemente due giovani e meritorie case editrici, L’orma e 66thand2nd, hanno provveduto a colmare parzialmente una pesante lacuna del panorama editoriale italiano. Lo hanno fatto con la pubblicazione di due importanti volumi di Antoine Volodine, principale pseudonimo di un inclassificabile scrittore francese che, nato nel 1950, ha all’attivo oltre quaranta libri: quasi nessuno, però, sinora edito in Italia. L’edizione francese di Angeli minori risale al 1999, mentre Terminus radioso è stato pubblicato due anni fa (e ha conseguito il Prix Medicis).

Nei due libri si fa di frequente riferimento alla cosiddetta letteratura «post-esotica», e proprio così potremmo definire quella di Volodine, dall’elevato tasso di metatestualità. Proviamo a dirla così: una narrazione è post-esotica quando racconta di un mondo dopo la fine del mondo a noi noto, di una resistenza etica postuma, di un post sempre possibile, oltre l’umanità, oltre lo spazio e oltre la morte. La prima conseguenza di un approccio di questo tipo è un allargamento smisurato del cronotopo, se vogliamo utilizzare una terminologia bachtiniana. Gli ambienti spaziano dalla taiga infinita a un imprecisato oriente tra Russia e Mongolia (Volodine, che insegna russo, ha tradotto numerosi libri da questa lingua, fra i quali diversi dei fratelli Strugackij, gli autori dai quali Tarkovskij trasse Stalker): in questi universi, meticolosamente tessuti, i giorni si sommano ai secoli o ai millenni; l’asse temporale indugia in lenti movimenti a misura d’uomo, per poi repentinamente accelerare sino a bruciare, nel volgere di una pagina, decine di generazioni.

La morte è un punto quasi insignificante: di fatto si continua a vivere, deboli e privi di energia, o per meglio dire si continua a non vivere, immersi nelle proprie o altrui visioni oniriche. Morire è un verbo tragicamente imperfettivo: un po’ come nella Trilogia di Beckett, dove Malone «muore» nel senso che continua a morire, di lui non si potrà mai dire «è morto». Anche in Volodine emerge qui e là il desiderio di farla finita, unitamente all’impossibilità di fuoriuscire dalla dimensione temporale in cui i personaggi sono immersi.

Visioni oniriche, abbiamo detto. Questo è un punto fondamentale. Forse potremmo pensare a Volodine – con un’improvvida semplificazione – come a una sommatoria allucinata e fantastica di onirismo magico, tensione etica declinabile in senso sociale e politico, e una cifra pseudoesistenzialistica visibile in certe riflessioni sul nulla: «Ho lasciato senza alcuna transizione lo stato di latenza che prolunga così piacevolmente il nulla, per cadere poi in quello stato di agitazione che precede la morte, nel tempo atroce e lunghissimo che corrisponde alla vita» (Angeli minori).
L’umanità è pressoché estinta, sopravvivono pochi individui in fuga beneficiari di interventi magici (Will Scheidmann in Angeli minori) o di un improbabile adattamento a condizioni apocalittiche (i personaggi di Terminus radioso, resi immortali dal contatto quotidiano con dosi mostruose di radiazioni frutto dell’esplosione di centrali nucleari). Il cruccio è sempre lo stesso: il fallimento delle ideologie egualitarie e la conseguente «strada disgustosa della società dei consumi», che conduce «a subire di nuovo la tirannia dei mafiosi, dei banchieri e delle belve guerrafondaie» (Angeli minori). In Terminus radioso i personaggi vagheggiano addirittura i campi concentrazionari, unico esempio di un’uguaglianza ancora possibile.

Angeli minori si articola in 49 narrat, «istantanee romanzesche che fissano una situazione, delle emozioni, un conflitto vibrante tra memoria e realtà, fra immaginazione e ricordo». Una prima persona aperta assume la voce dei personaggi: in apertura di libro, ad esempio, facciamo la conoscenza di Fred Zenfl, scrittore che nega l’esistenza della morte, «fenomeno che non è stato mai descritto dall’interno da nessuna testimonianza attendibile». Khrili Gompo è invece un alieno inviato in missione sulla Terra perché dia una valutazione delle condizioni del mondo. La storia al «centro» del libro (per quanto sia lecito parlare di centro, in una prova letteraria che rifugge qualsiasi forma di linearità narrativa) è però quella di Will Scheidmann. Questi altro non è che il prodotto di un rito magico delle «nonne» – secolari e immortali protagoniste di un tempo ormai tramontato, quello della Seconda Unione Sovietica – allo scopo di ripristinare quella società Così a Will, nato da un atto del tutto irrazionale, verranno insegnati pedissequamente i fondamenti della dottrina marxista e del materialismo storico. Sarà poi condannato a morte, quando le vecchie verranno a sapere che ha fallito rovinosamente il compito, ma graziato perché ricordi a tutti il mondo che fu. Lo farà declamando brevi racconti, ovvero appunto i «narrat» che compongono Angeli minori.

Se qui è forte la componente onirica, essa è onnipresente in Terminus radioso. Il romanzo – dotato di un intreccio fiabesco più convenzionale – è nei suoi momenti migliori una vertigine di sogni che si intrecciano a realtà ibride lungo percorsi magici che forse solo Soloviei, presidente del kolchoz «Terminus radioso», conosce. Apparentemente ligio agli stilemi fiabeschi più consueti (il presidente potente come un re; tre figlie-amanti la cui purezza deve essere preservata; un fonografo, non un fuso, con cui il protagonista, Kronauer – nome col quale Volodine ha firmato diversi libri – si punge), il libro dispiega la sua forza immaginifica quando si abbandona alla registrazione della perturbante inquietudine di chi non sa se vive un’esistenza reale o se è una pedina nei sogni del misterioso sciamano.

A proposito: le interferenze tra mondi paralleli, per cui è difficilissimo tracciare una linea di demarcazione tra i vari livelli di realtà, sono una costante nella narrativa di Philip Dick, che è per l’autore francese un’influenza palese. Nelle Tre stimmate di Palmer Eldritch l’allucinogeno Chew-Z spalanca mondi dominati dalla figura enigmatica di Eldritch (è un umano? è un dio?). Nell’altro capolavoro Ubik, i morti non sono davvero tali: si trascinano stancamente in una circolare condizione purgatoriale a metà tra la vita e la morte. Ma Dick risuona in queste pagine anche per dettagli tematici rivelatori: penso soprattutto alla polvere, al residuo sterile di un mondo in disfacimento, che compare qui come in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (il romanzo da cui fu tratto Blade Runner).

Atri elementi meriterebbero di essere approfonditi. Il senso più sollecitato, nelle pagine di Volodine, è l’olfatto. Angeli minori e Terminus radioso sono ricolmi di odori. È forse un modo per riallacciare i contatti con un’umanità allo stato ferino, al di là di ogni sovrastruttura ideologica, magica o onirica? O l’elencazione di profumi e fragranze ha lo scopo di lenire l’ansia dei protagonisti, secondo quello che Andrea Inglese chiama, in relazione a Beckett, «principio di inerzia narrativa»?
Che dire, poi, del cannibalismo? Anch’esso è una costante, colorata spesso di humour nero: «È evidente che ingrassano la madre spinti solo dal cannibalismo».

Antoine Volodine ha la capacità di suscitare labirinti di pensieri, una volta conclusa la lettura dei suoi lavori: e questo succede solo coi grandi scrittori.

Antoine Volodine

Angeli minori

traduzione di Albino Crovetto

L’orma, 2016, 213 pp., € 15

Terminus radioso

traduzione di Anna D’Elia

66th and 2nd, 2016, 540 pp., € 20

alfadomenica #1 – ottobre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Marco Giorgerini, Antoine Volodine, dopo tutte le fini:  Recentemente due giovani e meritorie case editrici, L’orma e 66thand2nd, hanno provveduto a colmare parzialmente una pesante lacuna del panorama editoriale italiano. Lo hanno fatto con la pubblicazione di due importanti volumi di Antoine Volodine, principale pseudonimo di un inclassificabile scrittore francese che, nato nel 1950, ha all’attivo oltre quaranta libri: quasi nessuno, però, sinora edito in Italia. L’edizione francese di Angeli minori risale al 1999, mentre Terminus radioso è stato pubblicato due anni fa (e ha conseguito il Prix Medicis). Nei due libri si fa di frequente riferimento alla cosiddetta letteratura «post-esotica», e proprio così potremmo definire quella di Volodine, dall’elevato tasso di metatestualità. Proviamo a dirla così: una narrazione è post-esotica quando racconta di un mondo dopo la fine del mondo a noi noto, di una resistenza etica postuma, di un post sempre possibile, oltre l’umanità, oltre lo spazio e oltre la morte. Leggi:>
  • Renata Savo, SMart e Crowdarts, l'innovazione dalla parte degli artisti: Per un artista, un attore o un autore teatrale, farsi conoscere e avere una committenza fino a poco tempo fa è stato l’esito di un giro infinito di corrispondenze o di spostamenti fisici che richiedevano tempo. Oggi, qualsiasi movimento reale o metaforico ha acquistato rapidità: una connessione a internet basta per entrare in contatto con persone che vivono dall’altro lato del mondo e per veicolare di sé e delle proprie opere un’immagine conveniente alle nuove regole del personal brandingEppure, altri ostacoli mettono in difficoltà l’attività di una compagnia teatrale. Sono di natura burocratica o legale: per esibirsi occorre presentare ogni volta una documentazione adeguata, pagare la SIAE, fare richiesta di un certificato di agibilità. E, come se non bastasse, bisogna spesso fare i conti con il mancato rispetto delle tempistiche di retribuzione da parte dei committenti. Il problema che resta sullo sfondo, di tutti i passaggi intermedi tra la creazione e la distribuzione di un prodotto artistico, è che in Italia, forse in misura maggiore rispetto al resto d’Europa, quando si parla di lavoro ci si riferisce o all’impiego del dipendente o all’azienda che assume personale. In genere, gli artisti o i lavoratori freelance vengono visti come figure senza punti di riferimento o garanzie di alcun tipo. Leggi:>
  • Semaforo: Dita - Fuga - Sedie. Leggi:>

Da oggi e per tutta la settimana sulla home page di Alfabeta2 il video Nuvolari di Giovanni Fontana