Antispecismo prossimo venturo

Andrea Comincini

La capacità di rinnovamento del capitalismo non va intesa soltanto come la raffinata traduzione di sé stesso in nuovi dispositivi merceologici o strategici: l’azione più importante è quel talento nell’assorbire le istanze avversarie e ricollocarle, trasformandole lievemente, in contesti consoni al sistema, detonandone il potenziale rivoluzionario. Ne sono consapevoli i curatori di Smontare la gabbia, un pamphlet-saggio dove l’inarrestabile movimento antispecista raccoglie idee, intenzioni e soprattutto si propone di rispondere a molte critiche piovute ultimamente. Se infatti la lotta per la liberazione degli animali non umani è cominciata spesso fra risate soffuse e ammiccamenti, oggi nessuno può evitare almeno di interrogarsi su quanto viene proposto da numerosi attivisti, cresciuti nei consensi e in visibilità a ritmo esponenziale. Ormai non si parla solo di veganesimo, ma di diritti animali veri e propri, e conseguentemente, quando la protesta è cominciata ad essere vincolante a livello immaginario ed elettorale, ecco che il capitale, denunciano i relatori, ha cercato e cerca tuttora di correre ai ripari. La struttura del testo sviluppa una disamina attenta dei contro-meccanismi di seduzione operati dal bio-mercato nei confronti del cittadino per ricondurlo – è il caso di dirlo – all’ovile.

Una delle tecniche principali è stata ed è trasformare ad esempio la dieta vegana prima in scelta fanatica, successivamente – quando la critica appariva controproducente – in predilezione dietetica. Se dapprincipio “la superiore dignità attribuita all’essere umano rappresenta il fondamento delle più tipiche manifestazioni di queste strategie, che squalificano immediatamente le istanze vegane come espressioni di fanatismo” – si è passati successivamente a ridurre tutto allo slogan “Vegano è bello”, perché fa bene alla salute, è detox, soprattutto dopo un bel cenone di Natale. Si passa, ça va sans dire, da un tentato dispositivo di controllo e di etichettatura di chi rifiuta la carne a una sua assimilazione nel mercato delle vendite, ma ridotta a modello temporaneo, easy. Così è possibile sfruttare l’intero contesto vegetariano senza accettarne i cambiamenti radicali. Appare chiaro quale sia l’obiettivo principale, cioè la neutralizzazione politica del movimento antispecista, ormai considerato inevitabile e indomabile. Davanti alla nuova ondata di finto ecologismo e salutismo ( in verità soltanto una piccola porzione del grande problema della schiavitù degli animali) viene nascosta la principale realtà a cuore agli autori, ovvero denunciare la violenza indiscriminata e ingiustificabile dell’uomo nei confronti del proprio simile, ma anche la non casualità dell’atto. Ma attenzione: persino la cura per gli animali può nascondere una loro mercificazione. Chi non ricorda le foto di Berlusconi con un agnellino in mano, o le costanti iniziative di Michela Vittoria Brambilla a favore degli amici a quattro zampe? Non farsi sedurre da queste campagne pubblicitarie è altro motivo fondamentale. Rifiutare la formula per cui il cane deve essere trattato meglio, viziato, non vuol dire rigettare l’antispecismo, ma quella malsana idea che gli animali siano oggetti, giocattoli da coccolare, passatempo per ricche signore un poco annoiate.

Il movimento antispecista quindi resta fortemente ancorato a sinistra e deve respingere le sirene seduttive degli avversari di destra. Secondo Massimo Filippi, autore di una interessante postfazione, non può essere post-ideologico o asettico, perché ciò significherebbe essere schiacciati proprio da una ideologia, la cui dimensione è palesemente tardocapitalistica. L’oppressione è reale, ed è imposta dal capitalismo, a cui è intrinsecamente imputata la divisione non solo in classi ma in specie: liberare la gabbia dunque, non allargarla per schiavizzare meglio, ma spezzare le catene dell’oppressione è l’unico obiettivo possibile, perché autenticamente liberatorio in primis per gli animali non umani, ma anche per quelli umani, noi. Dove c’è sottomissione, la violenza non può essere circoscritta a pochi, ma riguarda tutti: la critica al bio-sfruttamento si fa serrata e così l’analisi e le alternative proposte, in cui spiccano fra tutte quelle rivolte alla sensibilizzazione del lettore. È fondamentale lottare contro quei luoghi dove “l’esistenza stessa […] si sposa in modo ambiguo con cura e benessere” e “funge da valvola di sfogo per i sensi di colpa del consumatore più sensibile”. L’occultamento emotivo risulta il pericolo ad oggi maggiore: allontanare dagli occhi i mattatoi, cedere al paternalismo, convincerci che basta un trattamento gentile degli animali o ignorare la continua pratica di landgrabbing operata da parecchie multinazionali può portare, passo dopo passo, a un risultato devastante. Come si sottolinea di nuovo in postfazione, bisogna lottare contro l’ideologia giustificazionista dello smembramento dei corpi animali. “Questo libro è una prefazione a un antispecismo attivista a venire, a un attivismo antispecista che dovrà tracciare, percorrere e rendere visibili quelle strade a cui queste pagine possono solo accennare, continuando però a farsi guidare dalla potente intuizione che le attraversa, quell’intuizione che Paul B. Preciado ha riassunto così: “Solo immaginando l’impossibile sarà possibile trasformare l’inaccettabile”.

Smontare la Gabbia, Anticapitalismo e movimento di liberazione animale

A cura di Niccolò Bertuzzi e Marco Reggio

Postfazione di Massimo Filippi

Mimesis, 2019