Quello che deve essere detto

Marco Rovelli

Mercoledì 18 aprile abbiamo pubblicato questo articolo in una versione che conteneva alcune inesattezze, ora lo riproponiamo rivisto e corretto. Inoltre su l'Unità di oggi Rovelli pubblica l'articolo «Günter Grass e Israele»*, che vale come ulteriore nota esplicativa.

«Ognuno è l'ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi». E se si ritengono i palestinesi delle vittime, e l'unica soluzione al problema arabo-israeliano il principio «due popoli due Stati», allora l'assunto implicito e implicato è che anche i palestinesi sono gli ebrei di Israele. L’affermazione pare netta, chiara. Sin troppo. Schematica, ideologica? Chissà. Oppure leggiamo queste frasi: «Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d'ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo». Di certo c’è che oggi esse verrebbero senza dubbio tacciate di antisemitismo, sia dai vari Netanyahu che dalle Fiamma Nirenstein di turno. Un affronto alla memoria delle vittime della Shoah, direbbero. Eppure il primo assunto è di Primo Levi. Il secondo, ancor più netto, di Franco Fortini. Due ebrei.

Oggi antisemita è diventata qualsiasi presa di distanza da Israele, qualsiasi critica, più o meno feroce, alla politica del suo folle governo. Se critichi il governo d'Israele, e il suo sionismo oltranzista, sei automaticamente antisemita. E pensare che ai miei studenti ho sempre detto che una cosa sono gli ebrei, un conto Israele, un altro conto ancora il governo dello Stato d'Israele. Sono costretto oggi a prendere atto del fatto che criticare il governo di Israele equivale in toto a negare lo stesso statuto ontologico degli ebrei.

Ultimo «antisemita» - che per questo si è meritato una esemplare censura - Günter Grass. Che, come è noto, ha scritto una poesia - «Quello che deve essere detto» - che è una poesia civile, di tono brechtiano, contro la vendita a Israele, da parte del governo Merkel, di sei sottomarini che possono sparare missili da crociera, e contro l'aggressiva politica israeliana nei confronti del supposto programma atomico iraniano, che potrebbe causare un conflitto catastrofico, e costituisce la principale minaccia per la pace mondiale.

«È l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo / che potrebbe cancellare il popolo iraniano / soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo / organizzato»: non è certo tenero Grass con il governo di Teheran, ma ciò non rileva. Il suo attacco alla politica di Israele («in cui da anni — anche se coperto da segreto — / si dispone di un crescente potenziale nucleare, / però fuori controllo, perché inaccessibile / a qualsiasi ispezione»), la denuncia della «opprimente menzogna», il suo tono da j'accuse, bastano a renderlo intollerabile. Perché dice ciò che (non) dev'essere detto.

Non è tanto in questione se sia una poesia bella o brutta. Personalmente propendo per la seconda ipotesi. Ma non è stato certo questo il motivo della censura del Die Zeit che ne ha rifiutato la pubblicazione, e del gesto del governo israeliano che lo ha dichiarato «persona non grata» - peraltro in base a una norma che permette di vietare l’ingresso a chi abbia aderito al nazismo. Già, perché Grass nel 2006 rivelò che a sedici anni si era arruolato con convinzione nelle SS. (Chissà, mi viene da pensare, se anche a Ratzinger vieterebbero l'ingresso, dati i suoi trascorsi nella Hitlerjugend). Figuriamoci se questo suo passato non può non essere una terrificante prova a carico di un immarcescibile antisemitismo.

Anche Amos Luzzatto ha parlato di «un vero proclama antiebraico». Su Repubblica, Mario Pirani, in un articolo scritto con la mano sinistra mancando evidentemente di qualsiasi logica argomentativa, ma ripetendo il mantra «chi attacca Israele odia in realtà gli ebrei», si atteggia a psicoanalista e dice che Grass è antisemita ma se ne vergogna. Possiamo parlare di «pensiero unico»? Questo rogo preventivo, questa condanna unanime di «ciò che può essere detto», questo editto unanimemente e spontaneamente rispettato sull'interdetto – è qualcosa che dev'essere ostinatamente rifiutato. Io credo che oggi chi ama gli ebrei debba sfidare quest'interdetto. Bisogna sottrarre il monopolio dell'ebraismo a un governo colonialista che persegue politiche che negano i più elementari diritti umani e mettono a rischio la pace regionale e mondiale.
Come scrisse, ancora, Franco Fortini: «Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo».

* Sul sito di alfabeta2 (www.alfabeta2.it) ho scritto un pezzo sulla poesia di Günter Grass accusata di antisemitismo. Dove invece essa è un atto di accusa contro la politica del governo d'Israele. Oggi chiunque critichi le politiche di quel governo (e non certo gli ebrei!) viene periodicamente accusato di antisemitismo. Tra le altre cose, citavo una frase attribuita a Levi: «Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele» - di cui Domenico Scarpa e Irene Soave sul Sole24 ore avevano dimostrato, a mia insaputa, che Levi non l'aveva mai pronunciata. Internet pone un problema quanto alle fonti: anch'io, che pure sono di formazione storica e le fonti dovrebbero essere un tic mentale, ho creduto a quell'attribuzione, e me ne scuso. La leggi tante volte, e lo dai per scontato. E dopo l'abitudine c'è la fretta, a compiere l'opera. Però l'articolo di Scarpa e Soave che ripristina la verità non trae per me conclusioni corrette. Al contrario di quel che scrivono, il sillogismo la cui conclusione è "i palestinesi sono gli ebrei d'Israele" è pienamente legittimo, confrontando quell'assunto generale con quanto dice in un'intervista da essi stessi citata (i palestinesi sono "vittime" - e "vittime di vicini troppo potenti") e sapendo appunto che Levi firmò appelli in favore dei palestinesi contro il colonialismo israeliano, e a favore del principio "due popoli due Stati" - proprio quanto è oggi assolutamente intollerabile per il governo israeliano! Insomma, se Levi ha scritto che i polacchi erano stati gli ebrei dei russi, perché non dovrebbe essere parimenti consequenziale - entro la grammatica mentale di Levi - che i palestinesi sono gli ebrei d'Israele? Un altro ebreo, Franco Fortini, scrisse: «Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo».
(L'Unità, sabato 21 aprile 2012)

Quello che deve essere detto

Marco Rovelli

«Ognuno è ebreo di qualcuno». Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele, è l'assunto implicito e implicato. L'affermazione è netta, chiara. Sin troppo. Schematica, ideologica? Chissà. Di certo c'è che oggi essa verrebbe senza dubbio tacciata di antisemitismo, sia dai vari Netanyahu che dalle Fiamma Nirenstein di turno. Una vergogna che istituisce un parallelo intollerabile col nazismo, e che paragona implicitamente gli ebrei ai nazisti, direbbero. Un affronto alla memoria delle vittime della Shoah, direbbero. Un assunto antisemita che dovrebbe essere vietato propagandare, per la sua oggettiva vicinanza con le disgustose teorie negazioniste. Così, forse, direbbero. O forse no, perché anche le Nirenstein sanno che questa frase la pronunciò Primo Levi, che pure loro onorano quest'anno. Lo disse nel '69, Primo Levi, alla richiesta del perché avesse firmato un manifesto che condannava il militarismo israeliano.

Quella frase, oggi, non si potrebbe più dire. Ideologica, e soprattutto antisemita. Oggi antisemita è diventata qualsiasi presa di distanza da Israele, qualsiasi critica, più o meno feroce, alla politica del suo folle governo. Se critichi il governo d'Israele, e il suo sionismo oltranzista, sei automaticamente antisemita. E pensare che ai miei studenti ho sempre detto che una cosa sono gli ebrei, un conto Israele, un altro conto ancora il governo dello Stato d'Israele. Sono costretto oggi a prendere atto del fatto che criticare il governo di Israele equivale in toto a negare lo stesso statuto ontologico degli ebrei.

Ultimo «antisemita» - che per questo si è meritato una esemplare censura - Günter Grass. Che, come è noto, ha scritto una poesia - «Quello che deve essere detto» - che è una poesia civile, di tono brechtiano, contro la vendita a Israele, da parte del governo Merkel, di sei sottomarini che possono sparare missili da crociera, e contro l'aggressiva politica israeliana nei confronti del supposto programma atomico iraniano, che potrebbe causare un conflitto catastrofico, e costituisce la principale minaccia per la pace mondiale.

«È l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo / che potrebbe cancellare il popolo iraniano / soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo / organizzato». Non è certo tenero Grass con il governo di Teheran, ma ciò non rileva. Il suo attacco alla politica di Israele («in cui da anni — anche se coperto da segreto — / si dispone di un crescente potenziale nucleare, / però fuori controllo, perché inaccessibile / a qualsiasi ispezione»), la denuncia della «opprimente menzogna», il suo tono da j'accuse, bastano a renderlo intollerabile. Perché dice ciò che (non) dev'essere detto.

Non è tanto in questione se sia una poesia bella o brutta. Personalmente propendo per la seconda ipotesi. Ma non è stato certo questo il motivo della censura del Die Zeit che ne ha rifiutato la pubblicazione, e del gesto del governo israeliano che lo ha dichiarato «persona non grata» - peraltro in base a una norma che permette di vietare l’ingresso a chi abbia aderito al nazismo. Già, perché Grass nel 2006 rivelò che a sedici anni si era arruolato con convinzione nelle SS. (Chissà, mi viene da pensare, se anche a Ratzinger vieterebbero l'ingresso, dati i suoi trascorsi nella Hitlerjugend). Figuriamoci se questo suo passato non può non essere una terrificante prova a carico di un immarcescibile antisemitismo.

Anche lo storico Sergio Luzzatto ha parlato di «un vero proclama antiebraico». Su Repubblica, Mario Pirani, in un articolo scritto con la mano sinistra mancando evidentemente di qualsiasi logica argomentativa, ma ripetendo il mantra «chi attacca Israele odia in realtà gli ebrei», si atteggia a psicoanalista e dice che Grass è antisemita ma se ne vergogna. Possiamo parlare di «pensiero unico»? Questo rogo preventivo, questa condanna unanime di «ciò che può essere detto», questo editto unanimemente e spontaneamente rispettato sull'interdetto – è qualcosa che dev'essere ostinatamente rifiutato. Io credo che oggi chi ama gli ebrei debba sfidare quest'interdetto. Bisogna sottrarre il monopolio dell'ebraismo a un governo colonialista che persegue politiche che negano i più elementari diritti umani e mettono a rischio la pace regionale e mondiale.

L’heideggerismo, dopo il naufragio

François Rastier

Scriveva Heidegger: «Bisognerebbe chiedersi su cosa sia fondata la particolare predestinazione della comunità giudaica per la criminalità planetaria»1. È tutto qui: il complotto mondiale e anche cosmico, l'individuazione di una comunità criminale della quale si pretende «lo sterminio totale», nove anni prima della conferenza di Wannsee. Dieudonné è stato accusato d'incitamento all'odio razziale per molto meno; ma chiunque se la prendesse per la pubblicazione di queste scempiaggini heideggeriane verrebbe subito accusato di voler censurare il grande Pensatore.

Peter Trawny, curatore dei Quaderni neri, cita ora quella frase nel suo libro Heidegger et l'antisémitisme2, che non figura appunto nell'edizione delle Opere Complete che abbiamo citato, pubblicata nel 1998. È stata espunta, come dicevamo prima, il che la dice lunga sulle manipolazioni editoriali di queste Opere. Trawny precisa in effetti che: «i curatori scientifici e gli aventi diritto hanno deciso allora di non pubblicare la frase»; ma il curatore scientifico altri non è che Trawny stesso, che riscopre oggi una frase che volutamente aveva omesso quindici anni fa.

Da molti anni gli studenti e i discepoli ebrei di Heidegger vengono strumentalizzati per diradare ogni sospetto sull'antisemitismo del Filosofo; in primo luogo Hannah Arendt, la cui figura partecipa pienamente dell'iconizzazione di Heidegger, al teatro e al cinema3. Nella sua opera, della quale rivendica la dimensione apologetica, Peter Trawny sfrutta al massimo questa tattica: per le donne, visto che la sola Arendt non basta più, mobilita Elisabeth Blochmann e Mascha Kaléko, per gli uomini, Hermann Cohen, Theodor Herzl, Martin Buber, il rabbino Prinz, Freud e anche Rathenau.

Inoltre opera un distinguo tra gli ebrei e il «giudaismo mondiale», innalzando l'argomento classico dell'eccezione ai livelli di un dibattito ontologico: Heidegger non sarebbe stato veramente antisemita, perché esecrava gli ebrei in generale e non singolarmente. Trawny riesce così a tenere insieme l'appello per lo sterminio e quella che chiama «la cordiale intesa con gli ebrei» (op.cit., p. 132). Così «l'antisemitismo sul piano della storia dell'Essere» non riguarderà nessuno, perché «è davvero molto difficile immaginare che quello contro cui ci si dirige sia incarnato in determinate persone» (p. 134).

Quest'opera di vera e propria politura si è prodotta anche nel convegno internazionale organizzato alla BNF alla fine di gennaio 2015, che ha visto tra gli invitati principali proprio Peter Trawny. La sua relazione è iniziata così: «Heidegger, lungo tutto il cammino del suo pensiero, è stato attorniato da «pensatori ebrei», allievi o colleghi, interpreti o critici, avversari o eredi: Husserl, Arendt, Marcuse, Jonas, Cassirer, Derrida, Freud, Lukacs, Lévinas, Strauss, Anders, Buber, Celan, Adorno, Benjamin, Rosenzweig... ». In questo elenco gli avversari (come Cassirer, Adorno, Anders) e i seguaci (Arendt, Derrida) stanno gomito a gomito; ci sono personaggi che con Heiddeger hanno avuto rapporti episodici (Marcuse, Strauss) o nessun rapporto (Freud); teorici marxisti o marxisteggianti (Lukacs, Marcuse, Adorno, Anders), o altri reputati di destra (come Strauss). Su sedici autori citati, solo Rosenzweig, Buber e Lévinas hanno avuto un rapporto ben definito con l'ebraismo. Gli altri sono atei, o cristiani (come Husserl). Non c'è niente che permetta di etichettarli come «pensatori ebrei», se non alcune origini di famiglia, ma sappiamo che prenderle in considerazione è inutile e pericoloso, perché non ci dicono nulla sulle posizioni intellettuali né sulle opere di un autore4.

A meno di non ritenere, come già Hitler, che gli ebrei sono una «razza mentale», nulla permette di tenere insieme questi autori, se non il desiderio di una grande riconciliazione, al di là delle posizioni politiche e degli antagonismi, intorno alla figura di Heidegger, che diventa così il centro attorno a cui organizzare il pensiero «ebraico» contemporaneo. Dopo che lo sterminio degli ebrei è sembrato riassumere comodamente i crimini nazisti, molti saggisti hanno iniziato a riavvicinare Ebrei e Nazi. Senza stare a scomodare gli antisionisti radicali che paragonano la stella di David alla svastica, rinverdendo il tema dell'elezione, alcuni hanno immaginato, ad esempio, che il Mein Kampf sia stato ispirato da un rabbino5.

Per quanto riguarda la filossofia, il riavvicinamento ha avuto luogo da tempo. Si capisce che un pensiero candidamente comunitarista possa sentirsi lusingato nello scoprire che il Filosofo per eccellenza abbia segretamente preso in prestito le sue tesi dall'ebraismo, idea, questa, articolata nel 1990 da Marlène Zarader nel suo Il debito impensato. Heidegger e l'eredità ebraica6. Temi che tornano oggi nelle argomentazioni presentate al convegno della BNF: «come e perché l'ebraismo dimora per Heidegger nell'ordine di un debito impensato?».

Dipingere il pensatore nazi come un figliol prodigo che deve tutto ai suoi genitori ebrei, significa ancora una volta cancellare i confini tra vittime e carnefici. Senz'altro Heidegger ha ricodificato ogni sorta d'autori nella sua lingua ontologizzante, tirandone fuori centinaia di volumi magniloquenti e perentori, ma, messa da parte la questione dei nazi e i loro ispiratori, usa questi autori come materiale da lavoro e non come delle fonti implicite. Incredibilmente sprovvista di etica, la sua opera non può aver contratto un debito nei confronti dell'ebraismo, religione dell'etica che si fonda sull'osservanza della Legge. Ci troveremo a dover degradare l'ebraismo per far risplendere Heidegger? Questa autodistruzione dell'ebraismo replicherebbe, sul piano filosofico, l'autodistruzione degli ebrei che Heidegger ha tematizzato per negare il crimine nazista.

E ancora l'ontologia comunitarista , di cui Heidegger resta il principale ideologo, non è del tutto innocente quando Donatella Di Cesare, un'altra invitata al convegno internazionale della BNF, ricorda pacatamente: «L'ebreo assimilato è in fin dei conti il più pericoloso, perché si mimetizza e si rende invisibile»7. Dopotutto la Stella di David evitava i i pericoli di questa dissimulazione.

Da lunga data ormai, alcuni leadear delle correnti heideggeriane francesi si sono compromessi con il negazionismo: Robert Faurisson ha maliziosamente pubblicato negli Annales d'histoire révisionniste le lettere di sostegno, dai toni fraterni, che gli aveva inviato Jean Beaufret, principale introduttore di Heidegger in Francia, nelle quali egli si rallegra di essere arrivato «alle sue stesse conclusioni». In una apologia, il suo successore François Fédier s'indigna: lungi dal «negare lo sterminio» degli ebrei, Beaufret si sarebbe limitato a mettere in dubbio l'esistenza delle camere a gas»8. Questa strana eufemizzazione coinvolge anche le traduzioni, tanto che nella sua edizione degli Écrits politiques di Heidegger, Fédier traduce: «Bisogna condurre una lotta accanita nello spirito del socialismo nazionale, lotta che non deve essere soffocata da pregiudizi umanitari o cristiani che ne attenuerebbero il carattere assoluto»9. Il «socialismo nazionale» altro non è che il nazional-socialismo.

Pubblicato nel dicembre del 2013, il Dictionnaire Heidegger, codiretto da Fédier, nega ancora la presenza di qualsiasi antisemitismo nell'opera del Maestro, e definisce «fesserie» i primi commenti di Trawny sui Quaderni neri. Dopo l'anno appena trascorso, che Nicolas Weill ha definito come «l'anno del naufragio», smentite e affermazioni si conciliano soavemente, e tutti, da Trawny a Di Cesare a Fédier si ritrovano allo stesso tavolo.

Quella che s' impone è una strategia comune: 1. Ridurre la questione del nazismo a quella dell'antisemitismo, come a una sorta di patina d'epoca. 2. Mobilitare i «pensatori ebrei» per testimoniare della loro fedeltà a Heidegger, come se si potessero prendere in ostaggio degli ebrei morti o anche vivi per scagionare un ideologo del nazismo: questo fa parte della banalizzazione generale dell'antisemitismo. 3. Unire la «destra» e la «sinistra» heideggeriane per provare che Heidegger è il solo pensatore che permette di comprendere veramente il mondo moderno.

Ecco allora che Vattimo, dopo aver salutato il «coraggio» del Maestro nell'aver aderito al partito nazista, pubblica un articolo intitolato Heidegger, antisemita indispensabile10, trascurando comunque il fatto che l'antisemitismo demenziale di Heidegger si estende all'insieme di tutta la modernità, dell'«americanismo» (del quale prevede la fine nell'anno di grazia 2.300), al bolscevismo, alla tecnica e a tutto quello che chiama la Machenschaft, e l'efficacia calcolante.

Così gli heideggeriani aggirano la questione centrale dell'introduzione del nazismo nella filosofia, mentre il Maestro afferma che: «Il nazional-socialismo è un principio barbaro. È l'essenziale, e la sua potenziale grandezza. Il pericolo non è il nazional-socialismo stesso, ma che esso venga depotenziato da una predicazione sul vero, il buono, il bene (...)»11.

Soltanto la filosofia, quella di Heidegger, gli permette di evitare questa deviazione: «Il nazional-socialismo non può mai essere il principio di una filosofia, ma deve sempre essere basato sulla filosofia in quanto principio»12. Senza alcun riguardo per le connivenze accademiche, né per le mire nascoste dell'estrema destra che punta a una santa alleanza antimussulmana, i filosofi dovranno trovare il coraggio di riconsiderare tutta la questione Heidegger13, di rileggerlo, di respingere la sua ideologia mortifera e di ricostruire l'etica.

Traduzione dal francese di Nicolas Martino

  1. Frase espunta nell'edizione originale (GA [Gesamte Ausgabe], t. 98, p.78). []
  2. Seuil, 2014, p. 79. []
  3. Nelle sue lettere Heidegger si lamentava del fatto che i suoi corsi fossero pieni zeppi di ebrei e mezzi-ebrei (Halbjuden); dopo la disfatta del Reich invece si farà forte di questo per costruire la sua linea di difesa. []
  4. Diremmo di Serraute o Gary che sono degli «scrittori ebrei»? Di Offenbach o Richard Strauss che sono dei «musicisti ebrei»? E Wagner sarebbe allora un musicista «goy» o «ariano»? []
  5. Un rabbino «bisunto», precisa George Steiner nel suo strano romanzo, Il processo di San Cristobal []
  6. Vita e Pensiero, 1995 []
  7. «Heidegger, das Sein, und die Juden» in Information Philosophie, 2/2014, p.15. Apparentemente sollevata, Di Cesare descrive Améry come «l'ebreo tedesco che nega l'appartenenza ebraica che è invece obbligato a riconoscere una volta che il nazismo ha decretato che lui non appartiene ai non-ebrei, che non è un non-ebreo». (Utopia of Understanding: Between Babel and Auschwitz, p. 98). Nella sua intervista a L'Espresso aggiunge pacatamente: «Per un intellettuale come Jean Améry (lui stesso sopravvissuto al lager), Heidegger era un punto di riferimento», anche se Améry è un critico «feroce» (riconosce Nancy) di Heidegger; Si veda in particolare «Sie blieben in Deutschland – Martin Heidegger » (1968), in Jean Améry, Werke, vol. 6, Aufsätze zur Philosophie, pp. 297-329. []
  8. Emmanuel Faye, citato in Le Monde, 20.09.2006. Il testo di Fédier è stato ripreso su vari siti come quello di Zagdanski, un altro ospite di riguardo del convegno. []
  9. Heidegger, Écrits politiques, Gallimard, 1994, p. 145. []
  10. L'Espresso, 11.12.2014 []
  11. GA 94, p. 194 []
  12. GA 94, p. 190. L'introduzione del nazismo nella filosfia si chiarisce comunque quando Di Cesare afferma che il nazismo è una filosofia bella e buona (Heidegger e gli ebrei, Bollati Boringhieri, 2014, p. 25.), richiamandosi al Lévinas di Alcune riflessioni sulla filosofia dell'hitlerismo, Quodlibet, 1996. []
  13. Nessuno degli autori del Dictionnaire Heidegger, né dei partecipanti al convegno della BNF, ha firmato la petizione, diffusa in rete dieci anni fa, che chiede il libero accesso agli archivi di Heidegger per i ricercatori. []

Non c’è nessun affaire Heidegger

François Rastier

Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).

Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono i Quaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».

Stranamente il curatore dei Quaderni Neri Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?

Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.

Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismus del periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».

Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).

Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierte, Fabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.

La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrre cadaveri – la metafora ha continuato a sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.

Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.

Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.

Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.

Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.

A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.

Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaire Heidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri