alfadomenica maggio #5

A. SIMONE su P. BOURDIEU – A. CORTELLESSA e A. BOATTO su G. FIORONI – RIFIUTO DEL LAVORO – COORDINATE – SEMAFORO **

IL MONDO SECONDO BOURDIEU
Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critico simile a quello riservato anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.
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GIOSETTA FIORONI E IL MONDO DI BATAILLE
Andrea Cortellessa

È in corso sino al 12 giugno, alla galleria Diagonale di Roma, una mostra alquanto singolare di Giosetta Fioroni, dedicata a Georges Bataille (da lei conosciuto a Parigi nel ’57, presentatole da Giancarlo Marmori – come rievoca l’artista, in catalogo, dialogando con Elettra Bottazzi) e alla rivista «Acéphale», da lui animata (insieme a Pierre Klossowski e André Masson) dal 1936 al 1939. Tempi agitati, e piuttosto fuori di testa appunto (o forse, adorno-horkheimerianamente, sin troppo assennati…).
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L'ANATOMIA ACEFALA DEL MODERNO
Alberto Boatto

Con una testa decapitata, quella regale di Luigi XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno. Il suo sferico rotolare, dall’altezza dei montanti della ghigliottina da dove è caduta, non ha conosciuto soste lungo gli ultimi due secoli. Finché, di balzo in balzo, ha finito per arrestarsi provvisoriamente ai nostri piedi. Succede di essere afferrati con strana singolarità da opposte reazioni: a volte siamo tentati di allungare la mano per sollevarla pietosamente da terra; a volte di sferrarle un calcio per allontanarla in maniera spiccia da noi.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone

Il mio approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. 
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COORDINATE DALL'AMERICA LATINA 
Francesca Lazzarato

In America Latina almeno quattro milioni di persone vivono letteralmente di spazzatura: che siano cartoneros o cirujasargentini, pepenadores messicani, catadores brasiliani, questi “riciclatori informali” perlustrano le strade o esplorano le discariche a cielo aperto in cerca di tutto ciò che può essere recuperato, riutilizzato e venduto.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Esperimenti - Geroglifici - Orangutan
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Il mondo secondo Bourdieu

Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critica simile a quella riservata anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.

Ma se per quest’ultimo il tono dell’acredine si muoveva soprattutto attraverso la parola ideologica del Partito Comunista francese, che faticava ad inserire i corpi indocili nell’olimpo della lotta di classe, per il nostro Bourdieu la contestazione arrivava direttamente dagli ambienti accademici e da un’idea di sociologia e di metodologia della ricerca sociale tendenzialmente disincarnata, critica certamente, ma non abbastanza da scendere nei meandri della condizione umana al punto da darle voce, da farla parlare per mettere in discussione l’ingiustizia del potere, sia esso economico, giuridico, sociale, culturale e persino militante. Da allora sono passati degli anni e Bourdieu, financo in Italia, è stato ormai accolto come uno tra i maggiori sociologi e pensatori del ‘900. Infatti, nonostante lo “sdoganamento” laico, soprattutto nei manuali, lo si ritrova sempre tra i teorici del conflitto, spesso descritto come l’innovatore dell’apparato concettuale di Marx.

Con le famose tesi sulla prospettiva relazionale tra “posizioni sociali”, “habitus” nel senso di identità sociali prodotte e “prese di posizione”, sulla differenziazione dei gruppi sociali, sul “capitale economico e culturale”, sui conflitti per il mantenimento delle posizioni, così come sullo Stato, sul mestiere di intellettuale e accademico, sullo spazio sociale, sul dominio maschile e sulla nozione di “campo giuridico” il nostro sociologo d’Oltralpe ha sicuramente vinto, come Foucault, i pregiudizi dell’acredine critica originaria poco incline, per definizione, a mettere in discussione i canoni senza respiro che talvolta reggono i paradigmi delle scienze sociali e dell’ideologia politica, talvolta per mera difesa di posizione, talvolta solo per ignoranza.

Eppure, nonostante questo suo ingresso nell’olimpo dei classici della sociologia all’interno della manualistica, il suo testo monumentale, La misère du monde, non viene quasi mai citato, come se la parresia delle vite dei protagonisti del volume facesse ancora abbastanza paura da suscitare rimozione o come se una “metodologia comprensiva”, atta a rovesciare la classica metodologia delle ricerche qualitative e quantitative, sempre costruite a partire da un punto di vista tendenzialmente “oggettivante” e “tassonomizzante” nei confronti dello stesso attore sociale e dei fenomeni sociali, spiazzasse al punto tale da non essere presa mai sul serio fino in fondo. Ci sono voluti anni, ma ora quel titolo in francese lo si può finalmente anche pronunciare in italiano, La miseria del mondo, perché da pochissimo - grazie al paziente lavoro di traduzione di Pierangelo Di Vittorio, grazie alla passione sociologica di Antonello Petrillo e Ciro Tarantino che ne hanno curato e introdotto sapientemente l’edizione italiana e grazie a Mimesis che con questo libro inaugura una nuova collana dal titolo “Cartografie sociali” diretta da Lucio D’Alessandro e dallo stesso Petrillo, con un comitato scientifico di tutto rispetto internazionale - è arrivato anche nelle nostre librerie e biblioteche.

La grandezza di questo monumentale testo, che potrebbe essere letto anche come un romanzo sociologico, persino un pezzo per volta senza perdere la trama, è davvero molteplice. Intanto l’intervista, strumento privilegiato della ricerca sociale, si innesta con la pratica dell’ascolto dell’intervistatore sociologo e della costruzione di un mondo, di un microcosmo sociale a partire dalla biografia dello stesso intervistato, senza mai cadere nella trappola banale dell’opinione e di un certo sociologismo giornalistico. Qui l’intervista è essa stessa traduzione di un mondo impossibile da tassonomizzare in un ideal-tipo. Mondi separati, vite separate rispetto al mainstreaming prendono corpo e parola senza mai mettere in atto quella stessa separazione perché loro sono il mondo. Tanti piccoli romanzi non della miseria umana, ma della dignità dinanzi alla miseria del potere e della sua organizzazione cieca e gerarchica. Ma la cosa che più ci torna di questo testo è proprio la sua somiglianza con le parole-chiave del pensiero della differenza femminile. Qui il sapere sociologico diventa esso stesso un sapere-pratico che attinge, facendosi fonte, dall’esperienza più che dall’identità, da una sorta di materialità delle vite che non necessitano della copertura di un ordine discorsivo per dirsi fino in fondo.

Una materialità che non ha bisogno della copertura ideologica del materialismo storico perché essa stessa si fa parola simbolica e reale all’interno della relazione che ogni sociologo crea con l’intervistato e l’intervistata. Cosa è al fondo la “riflessività riflessiva” di cui ci parla Bourdieu se non il rovesciamento di un pensiero astratto che si dà sempre sul già pensato senza mai aggiungere, né togliere, alla traduzione degli ordini e dei disordini sociali? Quasi cinquanta storie di uomini e donne qualsiasi possono dunque offrirci la scientificità di una condizione letta sempre all’interno di un contesto, di uno spazio sociale contingentato, a sua volta compreso all’interno di mutamenti di scala più grandi dettati dallo Stato, dalle sue istituzioni, dal potere, dalla scomposizione del lavoro e dal sistema economico? La risposta è ovviamente di segno affermativo se accettiamo che le scienze sociali non possano in alcun modo cadere nella triplice trappola del farsi opinione, effetto del potere, “oggettivismo”, salvo tradire nel profondo la loro stessa ragion d’essere, ovvero quel “dire la verità” sul potere, quel collocarsi sempre al di qua dell’ovvio o della parola dogmatica. Ma è doppiamente affermativa se ci assumiamo lo stesso disfacimento di un’idea di società che dalla rivoluzione industriale in poi ci è sempre stata presentata come un “tutto” funzionale, organico o sistemico tenendo poco conto dei conflitti, degli scarti, dei resti che solo Simmel, prima di Bourdieu, aveva saputo restituirci.

La differenza tra i due, tuttavia, si situa sullo stile, sul modo di raccontare. Se per Simmel il particolare, il pensare “al lato” andava a coprire la relazione mancata tra teorie della società e attori sociali incarnati, quella di Bourdieu è anche e soprattutto un’idea di sociologia basata su un esprit de combat che, senza cadere mai negli ordini discorsivi prodotti dai dispositivi ideologici, ci mette dinanzi all’impossibilità stessa di pensare la sociologia come una scienza esatta, cioè come una scienza che parla sugli attori sociali senza conoscerli, andando a situare, da qui, la necessità di una scienza-conflitto. Dobbiamo proprio essere grati nei confronti di Antonello Petrillo, di Ciro Tarantino e del co-curatore di collana Lucio D’Alessandro per questa restituzione in italiano de La miseria del mondo perché adesso anche la sociologia italiana dovrà farci i conti.

Il volume di Pierre Bourdieu verrà presentato venerdì prossimo, 5 giugno, alle ore 18.00 a Esc Atelier, Via dei Volsci 159, Roma. Intervengono: Alberto De Nicola, Federica Giardini, Anna Simone, Eugenio Galioto e Antonello Petrillo.

Pierre Bourdieu
La miseria del mondo
a cura di Antonello Petrillo e Ciro Tarantino
Mimesis (cartografie sociali), pp. 858 (2015)
€ 38

Legge, desiderio, capitalismo

Anna Simone

Il volume «Legge, desiderio, capitalismo. L'anti-Edipo tra Lacan e Deleuze» (Bruno Mondadori, 2014) sarà discusso venerdì 27 marzo, alle 19.00, presso la Libreria Assaggi in via degli Etruschi (San Lorenzo), Roma. Interverranno Pino Pitasi, Francesco Vandoni, Federico Chicchi, Anna Simone, Alex Pagliardini.

Tra i disagi di questa civiltà, profondamente segnata da un’antropologia neoliberale centrata su un simbolico e su un reale di tipo plastico e tendenzialmente votato alla de-umanizzazione degli attori sociali, dal ridursi progressivo delle linee di scarto tra soggetto agito e soggetto agente, v’è sicuramente anche la distorsione, in chiave spettacolare, di ciò che possiamo chiamare cultura. Con cicliche cadenze, infatti, può accadere che un autore fondamentale del Novecento diventi improvvisamente una star, riproposta al grande pubblico dei festival e depurato di ogni sua complessità, a seconda delle esigenze della moda culturale del momento, sino a divenire, esso stesso, una sorta di psico-farmaco consolatore. Negli anni passati è accaduto a Foucault, ora pare il turno di Lacan.

Eppure il pop-Lacan che circola smisuratamente ovunque, non è il Lacan pensatore fondativo dello strutturalismo e di una serissima pratica psicoanalitica che ha coinvolto e coinvolge generazioni di studiosi e psicoanalisti, nonché analizzandi, ma solo una sua spicciola traduzione, una sorta di lacanismo senza Lacan –lui riderebbe molto di questa mancanza-, un sapere Bignami teso a rovesciare in negativo persino l’idea di una cultura intesa come evento. Perché oggi l’evento non è più taglio, apertura e irruzione del soggetto imprevisto, rivoluzionario e desiderante, come ci hanno insegnato Deleuze e Guattari, ma già cultura spettacolo, atto performativo, prestazione sempre più spesso incagliata e prodotta dalla stessa antropofagia neoliberale.

Pertanto tornare a pensare, togliersi da questo imbarazzo della parola che dice senza dire, significa rimettere al centro la complessità del lascito e dell’opera stessa di questi giganti del pensiero, senza temere di perdersi o di non far quadrare il cerchio. È ciò che fa mirabilmente un testo Legge, desiderio, capitalismo. L’anti-Edipo tra Lacan e Deleuze, esito di una giornata di studi organizzata da Federico Chicchi presso l’Università di Bologna nel 2012.

Al centro, come recita il sottotitolo, v’è la nozione militante dell’anti-Edipo propostaci da Deleuze e Guattari nel ‘72, mentre al lato il testo si innerva sull’incontro mancato, tentato, in alcuni casi persino provato, tra i due autori e Lacan a partire dai concetti di legge, desiderio e capitalismo, ma anche e soprattutto a partire da alcune formule assiomatiche contenute nell’anti-Edipo: disedipizzare l’inconscio andando al di là di ogni legge (saggi di Landman, Pagliardini, Fadini, Lippi, Godani, Pitasi); «il desiderio non vuole la rivoluzione, è rivoluzionario da sé e involontariamente volendo ciò che vuole» (saggi di Recalcati, Carmagnola, Vandoni, Spina e Ronchi); «il capitalismo è il limite esterno di ogni società perché non ha per quanto lo riguarda limite esterno, ma solo un limite interno che è il capitale stesso, e che non incontra, ma che riproduce spostandolo sempre» (saggi di Bazzicalupo, Giardini, Chicchi, Redaelli, Bifo).

La vera forza del libro non è solo quella di riportare Lacan sul suo terreno, al di là del lacanismo, nell’interlocuzione problematica con Deleuze e Guattari, ma anche e soprattutto quella di intercedere sul presente introducendo degli elementi che spostano, scompongono e ricompongono, senza mai cadere nella trappola dialettica, propria di ogni filosofia politica del servo, prima ancora che del padrone: o con Lacan/dunque reazionario o con Deleuze e Guattari/ dunque rivoluzionario. Magari fosse così semplice! Non potendo qui dar conto di tutti i saggi seguirò un percorso che, a mio avviso, riesce assai bene nell’opera di exit da questa mortifera contrapposizione.

Per cominciare direi che è fondamentale la lettura minuziosa di Lacan su legge e godimento che compie Alex Pagliardini nel suo saggio, perché è solo a partire da qui che diventa possibile riorientare lo psicoanalista francese sul piano della parresia. Lavorando sulla logica maschile e sulla logica femminile del godimento in Lacan, Pagliardini scrive: «La logica maschile è la logica del godimento che torna sempre allo stesso posto, che insiste e si ripete nel punto di eccedenza-eccezione che la legge del significante gli ha assegnato. In sostanza, nella logica maschile il godimento ha una legge ed è della legge», mentre la logica del godimento femminile «afferma qualcosa di più radicale, e per certi versi anche più semplice» ovvero una dimensione materiale del godimento che non necessita di una legge perché già atto, già eccedenza, già desiderio, aggiungerei.

Questo tentativo di spostare è importante non solo perché ci toglie dal mantra dell’evaporazione dei Padri, dunque della legge, riconducendo il godimento alla sua materialità non necessariamente foriera di una scissione problematica tra desiderio e godimento, ma anche e soprattutto perché introduce al rapporto intercorso tra Lacan e il femminismo francese, nonché italiano, della differenza. Cosa c’è stato di più rivoluzionario, materiale e desiderante in questo paese, del gesto di Carla Lonzi e del gruppo di rivolta femminile atto a distinguere il godimento della «donna clitoridea», da quello prodotto dalla Legge del Padre della «donna vaginale»? Su questo crinale, infatti, si muove il bel saggio di Federica Giardini contenuto nel volume.

Riprendendo Lonzi, ma anche e soprattutto Antoinette Fouque, in analisi da Lacan e Irigaray insieme, Giardini segue la pista originaria del femminismo della differenza per rileggerla alla luce del rapporto tra anti-Edipo e Legge del Padre, senza mai cadere nella trappola prescrittiva dell’una o dell’altra impostazione, ma mettendo al centro l’idea secondo cui è possibile «lavorare politicamente utilizzando se stesse (e se stessi) come materia prima» perché è solo così che l’inconscio si fa corpo e materia attraverso il linguaggio (Lacan) e concatenamento di relazioni desideranti (Deleuze-Guattari) generative, ma anche regolative.

Interessantissimo anche il saggio di Chicchi che prova a rintracciare sinestesie tra i due autori sulla scorta delle torsioni schizofreniche della società dei consumi contemporanea per andare a sostenere la tesi secondo cui «essere degni di ciò che ci accade» (Deleuze) oggi, può anche prevedere un’idea di libertà e creazione che «non cede» al proprio desiderio (Lacan), se quest’ultimo, ovviamente, è già un prodotto schizo-compulsivo del capitalismo parassitario del presente e dell’antropologia neoliberale. Non desiderio, in realtà, ma simulacro. E quindi, verrebbe da dire, quali le vere mosse di questo libro?

Intanto quella secondo cui rimuovere l’Edipo non ha senso perché, paradossalmente, il rischio di riprodurlo inconsciamente ovunque può assumere, con molta facilità, le sembianze di un asfittico rovescio che trasforma in fallimento ogni obiettivo politico e filosofico proprio perché senza corpo ed esperienza; disedipizzare l’inconscio, in molti casi, è davvero l’unico lavoro da fare, non per rimuovere, ma per prendere atto di quanto la parola ideologica, volutamente anti-edipica o considerata rivoluzionaria in quanto tale, spesso è infinitamente più edipica e senza corpo di quella prodotta in un contesto analitico; spostare, attraverso il recupero del femminismo e della logica del godimento femminile, sulla materialità dell’esperienza e sulla sua messa in parola; assumersi la possibilità che possa esservi un godimento senza legge che libera, anziché incastrare, andando così nella direzione di un ripensamento delle singolarità, al di là dell’etica, così come al di là del soggetto rivoluzionario e, aggiungo io, della rimozione, pensato da Deleuze e Guattari.

In altre parole si tratta di ripensare la misura e il giusto, non come contenimento etico-morale, ma come mera riappropriazione della libertà, come restituzione. A partire da una mancanza, ovviamente. Altrimenti desiderare è impossibile.

Legge, desiderio, capitalismo. L'anti-Edipo tra Lacan e Deleuze
a cura di Francesco Vandoni, Enrico Redaelli, Enrico Pitasi
Bruno Mondadori (2014), pp. 248
€ 19,00

 

Nel crepuscolo del patriarcato

Anna Simone

Era il gennaio del 1996, quando un numero del «Sottosopra», storica rivista della Libreria delle donne di Milano, annunciava la fine del patriarcato attraverso un testo lungo e appassionato che provava a trarre le somme del lavoro politico fatto dal pensiero della differenza in Italia. Un pensiero e un annuncio che turbò e fece discutere non poco.

A distanza di molti anni è uscito un libro «Post-patriarcato», scritto da Irene Strazzeri, sociologa presso l’Università di Foggia e femminista legata allo stesso pensiero della differenza, che comincia così: «Il titolo di questo libro non è un annuncio. Non siamo di fronte ad una nuova era e non si è conclusa quella precedente. Possiamo, tuttavia, percepire i sintomi del declino di un ordine sociale e simbolico, quello patriarcale. Sono i sintomi di un’agonia» (Post-patriarcato. L’agonia di un ordine simbolico, pp. 129,€ 10, Aracne/donne nel Novecento, con una bella introduzione di Elettra Deiana).

In questo paziente lavoro di traduzione dei sintomi di un’agonia, la stessa «fine del patriarcato», già evocata anni fa, diventa qualcosa di più complicato. Intanto, se parliamo di un ordine in agonia non possiamo dire che sia del tutto scomparso, in secondo luogo la sua risignificazione, compiuta attraverso la complessa narrazione di una condizione definita dall’autrice «crisi delle crisi» – intesa come pericolo e opportunità insieme - può e deve tracciare ponti tra l’analisi della profonda mutazione antropologica e sociale in cui siamo immersi nel neoliberismo, la genealogia del pensiero femminista italiano e internazionale e la teoria sociale. La parola dell’autrice qui si muove con intelligenza, perché non teme di «incepparsi», attraversa molti ambiti, ma non traduce nulla in uno slogan.

Il primo gesto di Strazzeri, infatti, non è quello di elevare il «post» a condizione paradigmatica che getta alle ortiche ciò che è stato per collocarsi solo sul presente - come spesso accade quando si usa il prefisso nelle scienze umane e sociali - ma cerca di considerare il prefisso stesso come un «campo» di analisi, per usare un termine caro alla sociologia di Bourdieu, in cui giocano sullo stesso piano andate e ritorni, contraddizioni, discontinuità, sintomi e sfide, posizionamenti e conflitti. Cosicché il post-patriarcato, nonostante corrisponda ad un ordine in agonia, nonostante corrisponda alla «crisi delle crisi», può anche essere passibile di ritorni improvvisi, sotto altre vesti, di rovesci inattesi che, appunto, inceppano lo spazio liscio degli slogan, come il «paternalismo» dell’inclusione differenziale che paradossalmente genera forme di «sessismo democratico» o come «neo-patriarcato», illusorio, performativo, prestazionale, segno e sintomo di un vuoto da riempire (un esempio fra tutti è il ritorno delle destre fasciste nella crisi).

I sintomi di questa crisi del maschile, che è anche crisi di un modello di ordine sociale e simbolico, di una misura che il mondo si era dato attraverso il lavoro e i diritti sociali conquistati con le lotte, le pratiche di riconoscimento dell’altra/altro si danno – secondo l’autrice - in vuoti non ancora sostituiti, in transizioni mai compiute, oppure in rovesci violenti. Tuttavia, questi sintomi ci mettono anche dinanzi a nuove sfide in grado di superare l’impasse e riaprire il campo delle politiche trasformative.

Difficile stabilire cosa viene prima o dopo, cosa cambia e cosa resta, perché al fondo è lo stesso neoliberismo ad essere un pensiero senza capo, né coda, eppure con un unico e solo obiettivo che si articola su tre piani: scomporre tutto, includere ogni potenza trasformativa delle soggettività indocili per azzerarle, fare del capitalismo una vera antropologia universale, definitivamente sganciata dai contenimenti, dalle regolazioni e dalle misure che hanno caratterizzato il Novecento, nel bene e nel male, per tradurre tutto in marketing, in saperi e politica-spettacolo, in parola performativa.

Molto interessanti sono i passaggi in cui l'autrice analizza i rovesci della «femminilizzazione»; così come le sue analisi sulla scomposizione del lavoro, l’inclusione, la de-soggettivazione che ne deriva, il reddito di auto-determinazione come superamento di questa stessa condizione; il gioco permanente e conflittuale tra l’essere cittadine, nel senso universale del termine ed essere al contempo differenti; l’analisi della violenza maschile contro le donne letta non solo come crisi del maschile, ma anche e soprattutto come patologia sociale, come rovescio; l’analisi dell’identità e dei posizionamenti di tante differenze, non solo di quella legata alla norma eterosessuale; l’approccio critico al vuoto di parola, da parte di un pezzo del femminismo italiano, sul capitalismo contemporaneo e sulla sua crudeltà senza precedenti. Ma qual è la vera novità di questo libro, oltre a quella dell’aver messo insieme questo enorme mutamento sociale, diviso in tanti pezzi, sotto l’egida di un paradigma che possiamo convenzionalmente chiamare post-patriarcato?

Per me è la capacità, ben tradotta in parola da Irene Strazzeri, di aver scomposto e ricomposto il pensiero di femministe statunitensi come Nancy Fraser, molto legate ad una forma di eguaglianza basata sul ripristino della giustizia sociale e dei dispositivi di redistribuzione della ricchezza, nonché come gesto minimo delle politiche votate al «riconoscimento» con il pensiero della differenza italiano. La necessità di recuperare un desiderio votato al recupero dell’autorevolezza, in questo libro, cammina in parallelo con un’idea ancora più grande: quella secondo cui la potenza trasformativa che le donne possono mettere in campo dandosi e dando autorevolezza deve anche saper attraversare il piano della rivendicazione e della «restituzione», se vogliamo, per tutte e tutti, per sé e per il mondo. Non solo un «al di qua», quindi, ma anche una presa in carico del conflitto che occorre mettere in campo per cambiare il mondo, così come si presenta oggi ai nostri occhi.

Due le immagini trasformative che mi sono venute alla mente dopo aver letto questo testo. La prima rimanda alle rovine che, in quanto tali, ci parlano di qualcosa che non c’è più, che possiamo conservare perché facenti parte della nostra storia, ma su cui non possiamo attivare un controllo totale: è proprio dalle rovine che nascono le piante più durature e selvagge, indocili come il femminismo. La seconda è profondamente legata al pensiero di Jacques Lacan. Sì, il post-patriarcato non è del tutto un nuovo inizio, il fantasma del pater può sempre tornare e manifestarsi come «oggetto=x». Ed è, ancora una volta, la parola femminista che può fare la differenza. Non importa se a metterla in gioco, siano le donne o gli uomini.

Irene Strazzeri
Post-patriarcato. L’agonia di un ordine simbolico
Introduzione Elettra Deiana
Aracne (2014), pp. 129
Collana Donne nel Novecento
€ 10

Fare e disfare il genere

Anna Simone

Si dice che quando un testo viene ripubblicato a distanza di anni diventa automaticamente un “classico”. Nel caso della ripubblicazione recentissima della nuova edizione italiana di Undoing Gender di Judith Butler (2004) bisognerebbe parlare, più che altro, di un divenire classico.

Un divenire e non un automatismo perché Federico Zappino, traduttore e curatore della nuova edizione appena uscita per Mimesis, rende finalmente giustizia ad un testo importantissimo, eppure prepotentemente inficiato da un errore originario: la traduzione del titolo. Nonostante il verbo undoing denoti un “fare e disfare” nella sua resa in italiano, come peraltro mi faceva notare la stessa Butler in un’intervista che le avevo fatto per Liberazione nel 2008, il libro fu tradotto nel 2006 da Meltemi con il titolo La disfatta del genere, accompagnato da una introduzione di Olivia Guaraldo (riproposta identica in questa nuova edizione). A mia volta lo recensii, sempre per Liberazione, e l’articolo fu titolato Disfare i generi per diventare umani.

La storia stessa di questo libro, quindi, è un farsi e disfarsi, così come l’insistenza sui paradossi generati dalla confusione che solitamente fanno gli ordini discorsivi e i dispositivi di normalizzazione attorno ai poli sex (sesso biologicamente inteso) e gender (genere inteso solo come costruzione sociale). Un groviglio incredibile che a distanza di dieci anni andrebbe ripreso proprio a partire da questo libro. Cosa ci dice Butler in Fare e disfare il genere?

Intanto ci dice che l’agency dei soggetti è sempre lacerata da un paradosso, ragion per cui è esso stesso l’unica condizione di possibilità; ci dice che l’uso del concetto lacaniano di “forclusione” risulta fecondo anche per fare e disfare il femminismo; ci dice che uno dei problemi del pensiero della “differenza sessuale” è la difficoltà a stabilire connessioni con i grandi mutamenti di scala del pensiero e della realtà sociale; ci dice, a suo modo, che per superare questo gap bisognerebbe ripensare l’umano senza tornare all’umanesimo; ci dice che è impensabile l’autonomia senza collocarla in un “modo socialmente condizionato di vivere nel mondo”, in un mondo fatto di relazioni e interdipendenze; ci dice, ancora, che le “significazioni del corpo eccedono le intenzioni del soggetto” e tanto, tanto altro.

Questo testo, a differenza dei precedenti di Butler, decisamente più filosofici, si collocava e si colloca in uno spazio di pensiero critico e radicale che ha visto gli albori di quel che oggi potremmo definire come conflitto aperto tra i cattolici sostenitori del sex (inteso solo come ordine simbolico e reale legato al biologico) e i pensatori e le pensatrici del gender (inteso solo come costruzione sociale). Nonostante in questo testo vi sia un suo attacco diretto al Vaticano, così come un attacco diretto al DSM IV del 1994 che sanciva le condotte al di fuori della norma eterosessuale come GID (disturbo dell’identità di genere), a me pare che, pur muovendosi a partire dal genere, Butler non neghi la differenza sessuale, molto più semplicemente si chiede quanto dovrà aspettare per vedere la traduzione del pensiero della differenza in un ordine simbolico in grado di diventare anche sociale, in un pensiero radicale che partendo dall’esperienza incarnata tenga anche conto delle trasformazioni del mondo per risignificarle: “Un mio punto fermo è che i concetti sociologici di genere, intesi come donne e uomini, non siano riducibili alla differenza sessuale. Tuttavia, mi preoccupa ancora fortemente il fatto di concepire la differenza come ordine simbolico. Cosa significa per tale ordine essere simbolico anziché sociale? E cosa ne è del compito della teoria femminista di pensare la trasformazione sociale, qualora si accetti che la differenza sessuale è organizzata e costretta a livello del simbolico? Se essa è simbolica, è anche mutabile?”.

A distanza di molti anni io credo che queste raffinate complicazioni, questo groviglio, questo farsi e disfarsi, questa esigenza di non fermarsi solo sulla soglia del simbolico, queste domande relative ad una tensione grande verso la trasformazione del femminismo in un pensiero per tutte e tutti, per una risignificazione complessiva di ciò che è umano oggi, si siano ridotte alla produzione di un nuovo ordine dualistico tra chi difende solo la natura (la Chiesa) e chi solo la cultura (i cultori del gender).

Negli anni passati ho studiato, letto e scritto su Butler sostenendo la tesi secondo cui la forza del suo lavoro si dava nell’anteporre la critica ai dispositivi della norma eterosessuale che, di fatto, producono i generi sulla base del loro sesso biologico, ma a distanza di molti anni sento anche di poter dire che queste critiche alla differenza (fatte anche da me in passato) non possono essere banalizzate attraverso una concettualizzazione sociologica (il gender) da contrapporre ad un dato di natura.

Un conto è criticare gli ordini discorsivi “naturalizzanti”, un conto è negare di avere un sesso e pensarsi solo come una produzione sociologica, cioè un nuovo ordine discorsivo già abbondantemente embedded e completamente dentro la produzione di nuovi saperi-poteri che “oggettivano” continuamente lo stesso genere. Altro conto ancora è l’orientamento sessuale che, come diceva il buon vecchio Lacan, c’entra assai poco sia con il sex, che con il gender, dal momento che si pone solo sul piano del desiderio ovvero il contingente per eccellenza. Tale contrapposizione, in sintesi, oggi appare come il contrario della forza destabilizzante che ha sempre avuto il femminismo inteso come pensiero radicale, come pensiero in grado di trasformare l’esistente, non solo come produzione di narrazioni sugli stereotipi collocandosi rigorosamente al di fuori, sino a trasformare il femminismo stesso in “scienza”. E quindi, cosa prendere da questo testo a distanza di un decennio? Tutto, direi.

Sicuramente questo scarto tra presente e passato, tra la forza di una contrapposizione allora agli albori tra sesso e genere e il suo essere divenuta embedded, dunque banale, così come la tensione verso nuovi “universali incarnati”, parole, pratiche, agency del corpo nell’epoca dell’antropofagia neoliberale delle differenze tutte, tanto quanto del gender. Questo libro ci dovrebbe aiutare a ripartire dal corpo, dalla sua materialità e nient’altro, verrebbe da dire.

Ma lo dice meglio Federico Zappino nella chiusa della sua bellissima post-fazione al testo: “Noi siamo già luoghi di crisi e di resistenza, luoghi in cui i corpi recano le tracce di infiniti e plurali ripiegamenti malinconici che si tratta di mettere in comune e di infiniti e plurali rilanci ex-statici, tutti da organizzare”. Ripartire dal corpo, da quello spazio, da quella produzione di linguaggio che ogni giorno smentisce la scienza sociologica o che semplicemente la disfa per poi rifarla, per ricollocarsi sul piano di una rivendicazione comune di giustizia sociale nella crisi e nel neoliberismo. Se ci muoviamo su questo piano rendiamo giustizia anche al pensiero di Butler.

Judith Butler
Fare e disfare il genere
a cura di Federico Zappino
Mimesis (2014), pp. 376
€ 24,00

Genealogie del presente

Anna Simone

Checchè ne dicano i criteri stabiliti dall’Anvur, inclini a non riconoscere il valore delle curatele e della costruzione di percorsi di ricerca basati sulla relazione e sulla tensione sul presente, lavorare alla stesura di un lessico filosofico-politico è quanto di più difficile preveda l’ambito del lavoro intellettuale: partire da un punto, sviscerarlo, scioglierlo, metterlo in comune, lavorare sulla restituzione, tenere assieme stratificazioni epistemiche diverse, tradurre seppure dalla stessa lingua, fare lavoro di sponda e di concerto allo stesso tempo, dare valore al singolo percorso e al contempo amalgamarlo per la coralità del volume. In altre parole una fatica immane non sempre esente dai rischi di fallimento.

Da questo punto di vista Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti a cura di Federico Zappino, Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini (Mimesis, pp. 275, euro 22) è un esperimento perfettamente riuscito, il livello di rischiosità ampiamente superato, la restituzione di complessità assai ben rappresentata. Ma i lessici non sono solo questo. Si può partire da un assioma dogmatico e chiedere agli altri di declinarlo in vari temi, ambiti con il fine di restituire un’ideologia compatta ma differenziata, così come si può “aprire” all’imprevisto, lavorare su ciò che è “interessante” proprio perché “caotico, mutevole, sfuggente”. Il presente, appunto.

Zappino, Coccoli e Tabacchini scelgono questa seconda strada dichiarandolo subito, il resto è un posizionamento chiaro, un “muoversi su un altro piano” rispetto al solito sapere assertivo, privo di contraddizioni che spesso caratterizza il lessico politico contemporaneo, sia quello filosofico che quello istituzionale, sia quello afferente agli ordini discorsivi di alcuni movimenti sociali, sia alle parole d’ordine della grande religione neoliberista. A differenza di altri libri curati da pensatori e studiosi di sesso maschile, questo libro ha lo straordinario pregio di fare il punto su una serie di parole chiave del presente, utilizzando concetti e strumenti dichiaratamente legati al pensiero femminile e femminista. Un “pensare senza ringhiera”, concetto arendtiano, che fa dell’analisi della contingenza politica, giuridica e sociale del presente, fondamentalmente centrata sulla nozione di “crisi”, una prassi linguistica basata su ciò che Butler chiamerebbe il “farsi e il disfarsi” (undoing).

Una genealogia del presente, non un’ontologia perché la prima, a differenza della seconda, per rimanere fedeli a Foucault – come si legge nel preludio scritto dagli stessi curatori - “non fonda, al contrario inquieta quel si percepiva immobile, frammenta quel che si pensava unito; mostra l’eterogeneità di quel che s’immaginava conforme a se stesso”. Ma anche un’attenzione continua all’individuazione delle nuove forme di “oggettivazione” messe a punto dal capitalismo – notoriamente antropofagico con tutto quel che si muove contro di lui - e dal potere. Tuttavia, il dato “interessante” che emerge nel volume, almeno per me, è proprio la scelta, da parte degli autori, di aver escluso le voci capitalismo e neoliberismo.

Questo lessico, infatti, è più interessato agli effetti del capitalismo e del neoliberismo anziché ai due concetti in sè, come se, appunto, partisse dal presupposto secondo cui ha più senso capire come, dove e perché, fino a che punto questi due concetti si sono incarnati facendosi largo ovunque e quali resistenze hanno messo in atto. La parola chiave di Genealogie del presente è dunque crisi (scritta da Zappino), secondo me, intesa come pericolo e opportunità allo stesso tempo, al pari della definizione data dai saggi cinesi direi, nonostante l’autore riporti molto più correttamente la geneaologia sul binario che le compete, ovvero la filosofia dell’antica Grecia. Crisi come instrumentum regni, come ordine del discorso, come micro-potere e come forgiatura consapevole e inconsapevole di un’antropologia nuova fondamentalmente basata sull’economia della promessa e sul suo rovescio, l’emergenza, un presente invasivo, quasi un presentismo ed un tempo progettuale perennemente spostato.

Da qui, secondo me, discende tutto il resto del volume che ho letto disobbedendo all’ordine alfabetico dell’indice e lavorando di classificazioni mai dichiarate dai curatori, come si fa con le scatole cinesi (il bello del leggere i lessici!): il politico (Democrazia di L.Bazzicalupo, Destra/Sinistra di F. Remotti, Governabilità di S. Chignola, Movimento di M. Tabacchini, Popolo di P. Amato, Responsabilità di B. Giacomini, Trasparenza di V. Pinto, Futuro di L. Bernini); il giuridico (Bene Comune e Beni Comuni di M.R. Marella, Costituzione di G. Amendola, Legalità di U. Mattei e M. Spanò); la “questione sociale” (Povertà di L. Coccoli, Precarietà di C. Morini, Sacrificio di M. Esposito, Società di M. Ricciardi); l’inclusione differenziale (Eccellenza di F. Giardini, Eguaglianza di G. Zanetti).

Non potendo soffermarmi su tutte le voci per ragioni di spazio ne citerò solo alcune, piuttosto significative rispetto al potere antropofagico del capitale e degli ordini discorsivi neoliberisti. Maria Rosaria Marella, ad esempio, spiega con efficacia come la retorica onnipervasiva del bene comune (slogan del PD) intesa come ensemble di beni pubblici dentro la logica della legalità costituzionale di ordine statuale non abbia nulla a che vedere con le pratiche di riappropriazione dei beni comuni atte, al contrario, a disarticolare la proprietà dell’uno, lo Stato. Giso Amendola ci spiega come la crisi della mediazione costituzionale e della rappresentanza non può risolversi banalmente in un neo-costituzionalismo sovranazionale costruito a misura neoliberista, senza mai smontare i rapporti stato/società civile e pubblico/privato.

Coccoli ci spiega che il “povero” non può essere oggettivato e governato al di là della soggettività politica che questa condizione materiale esprime, così come Cristina Morini ci invita a vedere la precarietà come una nuova disciplina dei corpi e come una funzione centrale del capitalismo basato sull’estrazione di plusvalore dalla riproduzione sociale senza misura, né restituzione alcuna, per esempio attraverso il reddito di base incondizionato.
E Federica Giardini che disvela elegantemente la retorica dell’eccellenza restituendola alla sua significazione più nefasta, ovvero alle procedure di selezione meritocratica che, di fatto, ripropongono le logiche escludenti del darwinismo sociale facendoci tornare indietro di secoli.

In chiusa verrebbe proprio da dire che se i soggetti del circo politico e mediatico mainstreaming ogni tanto si fermassero e provassero a leggere, anziché fare del linguaggio una mera tecnica di persuasione comunicativa orientata al successo (l’uso smodato di parole come “cambiamento” e “riforme” ne sono un eloquente esempio) capirebbero che essi stessi, in realtà, non sono dei soggetti, ma solo delle figurine prodotte dal neoliberismo. Una sorta di trasfigurazione del vuoto da riempire solo con la prestazione tecnico-linguistica. In altre parole niente.

a cura di Federico Zappino, Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini
Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti 
Mimesis (2014), pp. 275
22

Il postumano

Anna Simone

In una società come la nostra, prevalentemente basata sulla crisi prodotta dal neoliberismo, determinata dalla non-etica della prestazione e della concorrenza, dal malessere prodotto dai processi di individualizzazione e scomposizione sociale, dall’aumento esponenziale della vendita di psico-farmaci, dall’impoverimento generalizzato, dalla gabbia d’acciaio prodotta dal debito collettivo e individuale, dalla supremazia della quantità sulla qualità, dall’aumento del tasso suicidario per ragioni economiche e da un sistema di valutazione basato sulla “meritocrazia”, ovvero un sistema che “premia” solo chi sa vendersi meglio nel mercato sottostando ciecamente alle sue regole, azzerando definitivamente la cultura dell’esigibilità dei diritti sociali, un titolo come Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (DeriveApprodi, 2014) potrebbe persino apparire ostile, se non fosse che l’autrice porta il nome di Rosi Braidotti.

Sul tema, infatti, si scrive da più di un decennio, a ridosso della grande rivoluzione analogica e a ridosso dell’avvento della bio-genetica, delle bio-tecnologie, delle neuro-scienze, del successo delle scienze psico-cognitive, la cibernetica e via dicendo, ma l’approccio si è sempre collocato su un doppio binario: o l’accettazione esaltata della nuova realtà, o la critica radicale. All’interno di questa letteratura, invece, leggere il nuovo libro di Braidotti – che peraltro non avevamo il piacere di leggere in Italia dal 2008 - può generare un respiro, un sollievo, ma anche qualche punto di domanda, come vedremo più avanti.

La sofisticata ricostruzione epistemologica di Braidotti, infatti, pur collocandosi sempre al presente e nel presente resta prepotentemente legata ad una certa idea di intendere la ricerca e la scrittura che non prescinde mai né dal corpo, né dall’esperienza. Questa postura, propria di molto pensiero della differenza, incarnata da una scrittura densa e intervallata da una miriade di esempi, in Braidotti incontra sempre un esterno, ovvero un grande tema della contemporaneità, togliendo ogni dubbio sulle critiche ad un approccio femminista che non tiene mai conto dei grandi mutamenti sociali in relazione alle stesse trasformazioni del sé.

Ma ha anche una specificità perché Braidotti, fin da Madri, Mostri e Macchine, ha sempre fatto suo l’approccio rizomatico e in divenire di Deleuze e Guattari, producendo a sua volta una “differenza” rispetto ad altri autori maschi che hanno fatto la stessa scelta epistemica, collocandosi dentro e oltre Marx. La differenza è data soprattutto dalla postura epistemica: fuori da ogni dualismo l’autrice riesce sempre a dare conto anche di ciò che produce “striature” nello “spazio liscio” del perenne divenire, riesce sempre a situarsi a partire dal corpo e dall’esperienza – come dicevamo -, riesce ad avere sempre una tensione etica, non esce mai dal bisogno di chiarire dove può collocarsi una nuova soggettività in grado di essere responsabile e rivoluzionaria insieme. Affermativa e dentro l’avanguardia, ma mai assertiva e imperativa, la parola di Braidotti chiarisce subito due punti essenziali prima di scendere nelle declinazioni possibili di quel che lei definisce “condizione postumana”.

Intanto l’impossibilità di scindere il dato dal costruito, ovvero la natura dalla cultura, contro l’ipotesi socio-costruttivista secondo cui tutto è solo cultura. Concentrandosi sui processi di naturalizzazione e di culturalizzazione prodotti dalle bio-tecnologie e dalla biogenetica è possibile, infatti, disvelare le pratiche e gli ordini discorsivi che rendono merce i corpi o pezzi di corpi nel mercato, così come assumendosi la logica secondo cui non v’è biopolitica senza tanatopolitica si rifiuta il principio di rimozione permanente sull’inumano o sul disumano presenti nelle società globali (guerre, gestione della paura, il fantasma del nucleare etc.). Ma c’è anche di più. Questo bisogno di collocare le varie declinazioni della complessità generata dalla condizione postumana diventa, per Braidotti, un’occasione fondamentale anche per riflettere sul ruolo delle scienze umane e sociali, nonché sul ruolo delle Università. Il volume, infatti, si compone di quattro parti, tutte collegate tra loro: il postumanesimo in tutte le sue declinazioni, il postantropocentrismo, l’inumano (ovvero le tanatopolitiche) e le scienze postumane.

Con l’ambizione riuscita di tracciare un grande quadro di riferimento l’esito di questa ricerca tocca da vicino anche la postura politica da assumere dinanzi a queste radicali trasformazioni dell’umano, della vita e dei saperi. La “politica affermativa” di Braidotti – come abbiamo già detto mai liscia e messianica, ma sempre caratterizzata da un alto livello di complessità - si attesta, come sempre nei suoi lavori, soprattutto su due linee: il ripensamento delle soggettività nel postumano e la necessità di tradurre la politica attraverso una nuova etica pubblica. Ma è proprio qui che collocherei i miei punti di domanda: da cosa può essere data la misura nell’epoca della dismisura prodotta anche dal postumano? Situarsi criticamente nell’oltre, inventando una nuova etica, è davvero così facile se la governance neoliberale e il capitalismo, sempre più veloci di noi, svolgono in prima battuta una funzione antropofagica sia dell’umano che del suo desiderio?

Insomma, al di là di ogni bisogno e desiderio di produrre nuove politiche affermative dentro la condizione postumana, non sarebbe anche utile capire quanto, di fatto, l’estrazione di valore e plusvalore, dentro la logica dell’accumulazione del capitale, tocchi e produca prepotentemente il senso stesso della vita e della morte? Qui le strade tornano ad essere due: o una nuova etica pubblica dentro la linea del divenire e delle metamorfosi prodotte dalla condizione postumana, come suggerisce Braidotti, o la sottrazione, la resistenza, il conflitto per difendere quel che resta dell’umano, nel senso della sua irriducibile materialità. Io propenderei per seguire entrambe le strade perchè non è detto che sia sufficiente seguire l’avanguardia per produrre potenza critica al suo interno. La storia recente e la crisi della nozione stessa di società, così come la crisi irrevocabile delle scienze umane e sociali, ci raccontano una storia un po’ più tragica.

Anna Simone
Il postumano
La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte

traduzione di Angela Balzano
DeriveApprodi (2014), pp. 220
€ 17,00