alfadomenica #1 giugno 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Marina Beer, Anna Maria Ortese, se questo è un animale:  Anna Maria Ortese (1914-1998) ha sempre avuto un rapporto profondo con il mondo degli animali (come Elsa Morante: eccezionali entrambe anche in questo tra gli scrittori italiani). Bastano i titoli-totem dei grandi romanzi (L’Iguana, Il cardillo addolorato): la questione moderna dell’‹‹animale›› come ultima (o prima) frontiera dell’umano è impaginata da Ortese a piene mani ovunque nella sua narrativa, che è stata fino alla fine zoomorfa e metamorfica. Animalismo e consapevolezza della sparizione della Natura vengono però divulgati con passione profetica soprattutto nei saggi e negli articoli scritti fra gli anni Settanta e Ottanta – contemporaneamente agli inizi dei movimenti per i diritti degli animali e l’Animal Welfare e dei movimenti ecologisti – ora raccolti con cura e dedizione da Angela Borghesi nel volume Le Piccole Persone: appunto gli animali, le cosiddette persone non umane. Essi occupano la scrittura della Ortese giornalista fin dagli esordi – l’elzeviro Gli amici senza parole del 1940 già contiene in nuce la maggior parte dei temi della sua riflessione. Leggi: > 
  • Enrico Testa, Leo Spitzer, scrivere di espedientiA volte gli anniversari servono a qualcosa. È forse anche per la ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale infatti che oggi, a quarant’anni dalla sua prima traduzione italiana presso Boringhieri (la splendida versione di Renato Solmi qui mantenuta), si ripresenta dal Saggiatore in una veste nuova e più ricca e in un contesto nel frattempo radicalmente mutato, un capolavoro della storia e della linguistica come le Lettere di prigionieri di guerra italiani di Leo Spitzer. Apparso la prima volta in tedesco nel 1921, il libro nacque dal caso: la decisione da parte del Ministero della Guerra austro-ungarico di affidare il compito di censore della corrispondenza dei prigionieri italiani, per lo più contadini con scarsa dimestichezza con la penna, a un giovane filologo romanzo destinato, a parere di Cesare Segre, a «giganteggiare tra gli esponenti maggiori della linguistica della prima metà del Novecento» e a diventare, secondo le lapidarie parole di Harold Bloom, «uno dei pochi eruditi critici moderni che contano». Spitzer, con un intuito pioneristico che restituisce piena dignità umana ed espressiva a testi la cui umiltà e rozzezza li facevano solitamente disprezzare dagli storici, sfruttò appieno l’occasione costruendo un libro capitale del Novecento. Leggi: >
  • Semaforo: Diversità - Lutti - Robot. Leggi: >

Anna Maria Ortese, se questo è un animale

imagesMarina Beer

Anna Maria Ortese (1914-1998) ha sempre avuto un rapporto profondo con il mondo degli animali (come Elsa Morante: eccezionali entrambe anche in questo tra gli scrittori italiani). Bastano i titoli-totem dei grandi romanzi (L’Iguana, Il cardillo addolorato): la questione moderna dell’‹‹animale›› come ultima (o prima) frontiera dell’umano è impaginata da Ortese a piene mani ovunque nella sua narrativa, che è stata fino alla fine zoomorfa e metamorfica. Animalismo e consapevolezza della sparizione della Natura vengono però divulgati con passione profetica soprattutto nei saggi e negli articoli scritti fra gli anni Settanta e Ottanta – contemporaneamente agli inizi dei movimenti per i diritti degli animali e l’Animal Welfare e dei movimenti ecologisti – ora raccolti con cura e dedizione da Angela Borghesi nel volume Le Piccole Persone: appunto gli animali, le cosiddette persone non umane. Essi occupano la scrittura della Ortese giornalista fin dagli esordi – l’elzeviro Gli amici senza parole del 1940 già contiene in nuce la maggior parte dei temi della sua riflessione.

L’animalismo e l’ecologismo di Ortese sono estravaganti, tragici e veementi, ma senza militanze ed etichette politiche – né esplicite, né corrette. L’unica militante che cita con sublime sprezzatura è la vera ‹‹regina di Francia››, la Brigitte Bardot delle campagne animaliste (e lepeniste). Poetiche e impolitiche, anacronistiche, eccessive e insieme vertiginosamente attuali queste prose, di cui molte inedite, sono ora pubblicate da Adelphi, editore che da anni sta rendendo giustizia all’opera di Ortese, e che da tempo persegue con sistematicità la divulgazione di testi dedicati agli animali e all’‹‹animale››: da Konrad Lorenz a Temple Grandin, da John M. Coetzee (con il titolo La vita degli animali, la prima versione, del 1999, di Elizabeth Costello, 2003) a Gerard Durrell, da Presenze animali di James Hillman fino al Cacciatore celeste di Roberto Calasso, che al rapporto tra uomo e animale è interamente dedicato.

Che cosa è dunque l’animalismo di Ortese? Se retorica, stile e fiammeggianti ricami barocchi risplendono ai margini di questo suo bestiario minore, il cuore di esso è una logica apocalittica, ferrea e magmatica. Ortese antepone tutte le offese fatte per rapacità dall’uomo alla Natura e alle sue creature, nel corso della storia del pianeta, anche a quelle inflitte dall’uomo alla stessa specie umana: per lei l’homo sapiens, ultimo agente del non-umano, è fin dal principio della sua storia il genocida della Natura e sarà forse da ultimo la vittima ‹‹dell’Universo››. E se nel 1965 la Natura-Iguana ancora chiede aiuto agli uomini ‹‹per non essere abbandonata [...] dato che sarà difficile, per essa, vivere senza di noi››, nei fatali anni Ottanta, quando la distruzione è ormai compiuta, Ortese vagheggia un tempo – quasi messianico – in cui soltanto la natura ‹‹angelica›› dell’animale potrà forse redimere l’uomo ‹‹degradato da creatura a padrone››. I lettori di oggi sanno che forse quel tempo è davvero arrivato.

‹‹Quando sono nata l’universo era ancora visibile››: questo l’incipit folgorante di questa raccolta di prose da leggere oggi come breviario inquietante e tormentoso per il nostro presente, discorso del mondo oscuro nel quale ci stiamo inoltrando, ‹‹nei popoli e nei tempi privi di malinconia [...] che salgono o discendono furiosamente i crepacci del vivere››: sono guizzi fulminei e tortuose illuminazioni che rischiarano paesaggi divenuti anche troppo familiari. Ed ecco la singolare miseria del modo italiano di porsi davanti alla Natura e all’animale, alla società e allo spirito; lo scandalo della sofferenza degli animali, della macellazione industriale e della vivisezione; e quello ancora maggiore dell’indifferenza davanti alla tortura dell’animale, che equivale all’odio per l’uomo, ridotto anch’esso a cosa – e così Ortese spiega non solo le torture e i genocidi del Novecento (una tesi che non è solo la sua, quella dello specismo come archetipo inconscio del razzismo), ma anche il sadismo innato (inconscio e latente) nell’uomo moderno. È vero, la percezione perturbante, kafkiana, che ‹‹gli animali, come noi li chiamiamo, potrebbero non essere affatto animali, come l’uomo, forse, non è l’uomo››, convive con stralunate perorazioni a favore di lupi e cani assassini, esiti estremi di un’antropomorfizzazione dell’animale immune da darwinismo o neodarwinismo. Consiglio però a tutti di rispondere alle 18 domande antropomorfe del Questionario in difesa degli animali probabilmente destinato da Ortese negli anni Ottanta alle scuole – un arduo «esercizio spirituale», tra arte concettuale e coscienza civile. Insomma, questo libro di ombra e di lampi è un piccolo classico della letteratura novecentesca sugli animali.

In un recentissimo intervento su doppiozero Angela Borghesi accosta il libro di Ortese da lei curato all’enciclica di papa Francesco Laudato si’, e commenta quasi delusa le recenti parole del papa contro la ‹‹gente tanto attaccata ai cani e ai gatti›› che poi lascia ‹‹senza aiuto la fame del vicino o della vicina››. Ma se a Ortese trent’anni fa era forse lecito essere ‹‹tanto attaccata ai cani e ai gatti››, oggi ha ragione Francesco. Oggi infatti i diritti degli animali stanno (apparentemente) diventando parte del senso comune globale della parte più ricca del mondo e della sua ideologia. Emarginati e quasi del tutto distrutti insieme ai loro habitat, gli animali sono diventati anche in Italia persone di famiglia e protagonisti del discorso quotidiano. Filosofia, cinema, letteratura, editoria e rete li mettono al centro. Perché?

Forse anche perché l’antropomorfizzazione degli animali e l’animalizzazione dell’uomo mettono al riparo il nostro senso comune dalla presenza e dai transiti di altre vite, alle quali vogliamo restare indifferenti, alle quali non vogliamo dare valore di vita e dalle quali – come un tempo dagli animali – ci sentiamo solo minacciati. Vite che entrano in contatto con le nostre solo come immagini e notizie. Vite di cui non vogliamo sapere nulla. Vite umane in esubero scacciate da territori resi inabitabili e devastati, non-cittadini, non-uomini, scarti dello sviluppo globale uccisi ogni giorno a centinaia nel nostro mare.

Anna Maria Ortese

Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti

a cura di Angela Borghesi

Adelphi, 2016, 271 pp., € 14

Weil Morante Ortese, tre luminose

simone-weilRaffaella D’Elia

Andrebbero letti uno di seguito all’altro, Morante, la luminosa (volume che raccoglie gli atti di un convegno della Società Italiana delle Letterate tenutosi nel novembre 2012, a poca distanza dal centenario morantiano) e Una storia invisibile di Angela Borghesi. Il «coefficiente luminoso» si sostanzia anche nel nome dell’invisibilità – una distanza che si colma in segreta vicinanza: tra le due massime narratrici del nostro Novecento e Simone Weil. A suggerire quasi filologicamente questa capacità di Elsa Morante di rendere luminosi i suoi orizzonti romanzeschi ed esistenziali è Laura Fortini, che nel suo saggio contenuto nel volume collettivo, La ladra di lumi, s’ispira a un breve racconto dello Scialle Andaluso intitolato proprio Il ladro dei lumi. In Morante il campo semantico dell’«illuminare» non si riferisce tanto a un accrescimento di visibilità quanto al suo contrario: quell’oscurità di percezione e allarme che, insieme al lato più spensierato, caratterizzano in profondità la sua opera. Chi ruba luce accosta vita e morte, ingloba la morte nella vita di cui non è che uno dei tanti movimenti. L’individuazione di due caratteri della scrittrice, corrispondenti a due momenti della sua scrittura netti e distinti (Menzogna e sortilegio e L’isola di Arturo da una parte, La Storia e Aracoeli dall’altra), è il giro di vite attorno a cui si snodano questi saggi. Nell’introduzione Giuliana Misserville sottolinea il loro distaccarsi dalla tradizione critica, anche in virtù della distanza dalla cerchia di «iniziati», persone che a Morante si legarono in vita e che a quella tradizione hanno dato vita. Specie l’analisi dell’ultimo suo romanzo, Aracoeli, permette di rifondare lo sguardo sull’opera morantiana. Una visione che si amplia, nell’analisi del personaggio di Useppe nella Storia, da parte di Maria Vittoria Vittori; o nelle considerazioni di Graziella Bernabò sulla scrittura come prima ragione di vita e sugli spazi, mentali e non, che la ospitano. Ma da diversi dei saggi quella che emerge è la vicinanza a Simone Weil e ad Anna Maria Ortese: tangenze molteplici specie nella questione del corpo, cui rinviano alcuni dei temi morantiani più importanti (la maternità, il sogno come momento costitutivo della realtà, l’esotismo). Per Dacia Maraini parole-oggetto come «specchio» e «occhiali» non possono non rimandare all’autrice del Mare non bagna Napoli; e per Elena Stancanelli la passione per Simone Weil era divenuta in Morante un’ossessione tale da mutarne la poetica: la conferma intima a un suo personale modo del sentire, che giunge con tutta la forza di una rinascita e di una devastazione; il rigore, la severità di Simone Weil la portarono a detestarsi prima di tutto come donna.

A questi nessi è dedicato per intero il lavoro di Angela Borghesi. Vi si apprende come l’archetipo epico che soggiace alla struttura della Storia trovi le sue radici negli studi sulla letteratura greca appunto di Simone Weil, della quale in particolare Morante legge il prezioso saggio sull’Iliade. A definire inoltre il retroterra letterario del romanzo (che nel ’74 ebbe strabocchevole successo ma destò pure polemiche furiose, alle quali si riferisce una bellissima lettera di Ortese a Dario Bellezza riportata in appendice al libro), viene messo a fuoco l’amore per la filosofia orientale e l’India: che così immediati frutti ebbe com’è noto tanto in Moravia che in Pasolini, mentre in Morante risuonò per vie meno immediate. Ma, come si diceva, specialmente ammirevole in Borghesi è l’abilità con la quale individua i fili sottilissimi che disegnano una figura geometrica ai cui vertici stanno appunto Weil, Morante e Ortese. Il «temperamento di mistica» (come l’ha definito Margherita Pieracci Harwell) di quest’ultima – meno permeabile allo svelamento di sé, e così diversa per temperamento dalla scrittrice di Aracoeli – non può non ricordare l’«attenzione» di Simone Weil. Ma molte altre, e ben documentate, sono le corrispondenze esplorate dalla studiosa, che dipana anche una storia della reticenza: figura frequentata, non a caso, da tutte queste autrici. «Ho l’eresia in cuore», dichiarava Ortese in una delle sue ultime interviste, e questo – suggerisce Borghesi – è quanto di più weiliano si possa concepire.

A conferma del legame tra l’Italia e l’autrice dell’Attesa di Dio arriva inoltre in libreria un volume dedicato ai suoi viaggi nel nostro paese. L’amico Jean Posternak e i genitori sono i destinatari di un gruppo di lettere (solo in parte inedite) scritte nei cruciali 1937 e 1938, quando la pesanteur dei tempi spinge Weil a Padova, a Venezia, Firenze, Roma e Assisi; ma restituiscono l’immagine di una donna uguale e diversa, capace anche di leggerezza. Non retrocedendo mai di fronte all’orrore, la lucidità tagliente del pensiero di Simone Weil attraversa il nostro paese mescolandosi con la levità e l’amore per la bellezza.

Angela Borghesi

Una storia invisibile. Morante Ortese Weil

Quodlibet, 2015, 182 pp., € 15.30

Morante, la luminosa

a cura di Laura Fortini, Giuliana Misserville e Nadia Setti

Iacobelli, 2015, 210 pp., € 12,66

Simone Weil

Viaggio in Italia

a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito

Castelvecchi, 2015, 144 pp., € 16,50