Semaforo # 2 – maggio 2017

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Creativi

Richard Florida è famoso per avere diffuso la teoria in base alla quale la creatività stimola lo sviluppo urbano: gli artisti e gli altri bohémien rendono divertenti e attraenti determinati luoghi, e i lavoratori della conoscenza confluiscono in comunità aperte e tolleranti, dotate dei servizi culturali e delle comodità che generalmente vengono di pari passo. Questi vantaggi possono aumentare nel tempo, creando super-città come New York, Londra e Los Angeles, dove gli affitti sono alti ma la produttività e i redditi sono ancora più alti. Nel suo ultimo libro, The New Urban Crisis , Florida analizza gli effetti negativi degli ultimi due decenni di questo rinnovamento urbano di cui proprio lui è stato un araldo. Queste metropoli in fermento – molte delle quali si sono sviluppate sulla base delle sue teorie – sono ora vittime del loro stesso successo, dal momento che una disuguaglianza pazzesca è cresciuta accanto alla prosperità e all'innovazione, raggiungendo i suoi picchi perversamente nelle città più liberali e creative.

Anna Louie Sussman, Richard Florida on Why the Most Creative Cities Are the Most Unequal , Artsy, 9 maggio 2017

Influencer

"La bolla degli influencer crollerà del tutto nei prossimi dodici mesi, se non si starà molto attenti al denaro che i vari brand spendono e spandono nel loro sforzo di acquistare influencer placement", afferma Caroline Issa, fashion director e chief executive della rivista “Tank”, ex star dello street style, diventata poi influencer a tempo perso. Da quando quello che un tempo si definiva tastemaker è diventato un lavoro e il passaparola si è trasformato in influencer marketing, l'attenzione si è concentrata soprattutto sui rischi che i brand corrono nel momento in cui si legano a una persona. Vedi, per esempio, la lezione di PewDiePie, star di YouTube che aveva firmato accordi con Disney e Google di cui poi si è scoperto che aveva fatto dichiarazioni antisemite. (I marchi aziendali hanno tagliato tutti i legami, com'era prevedibile).

Vanessa Friedman, The Rise and (Maybe) Fall of Influencers , New York Times, 10 maggio 2017

Operai
La classe bianca operaia non è stata più incline a votare nell'ultima elezione presidenziale che in quella precedente. La vittoria di Trump non è dovuta a un aumento di affluenza della sua base. Ci sono stati però cambiamenti significativi nel comportamento di altri gruppi demografici. Grossi cali nell'elettorato nero e ispanico potrebbero essere all'origine della sconfitta di Hillary Clinton in alcuni stati in precedenza democratici. (…) Diversi sono i fattori che possono aver contribuito a una vittoria fondata su un differenza di appena 78.000 voti. Ma ora sappiamo quello che non è successo: un picco di voti nella base elettorale di Trump.

Ted Mellnik, That big wave of less-educated white voters? It never happened , Washington Post, 10 maggio 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

 

Semaforo #2 – aprile 2017

woman_traffic-300x202Ferrovie

Un sondaggio del 2015 ha messo in luce che una netta maggioranza di cittadini britannici vorrebbe che le ferrovie (così come l'acqua e altre utenze) venissero di nuovo nazionalizzate; sorprendentemente anche moltissimi elettori conservatori hanno sostenuto questa posizione. Non si tratta un delirio di massa, ma dell'esperienza di milioni di passeggeri che si sentono truffati ed esasperati da un servizio scadente. Al di là dei titoli sul “caos nei trasporti” e dei milioni di attività economica svaniti nel nulla, il fallimento della privatizzazione delle ferrovie britanniche apre questioni più ampie, che risuonano al di là di questo paese. Ha davvero senso che i servizi essenziali da cui tutti noi dipendiamo siano a scopo di lucro? I risultati di questo esperimento durato due decenni sono una sfida a coloro che credono nella superiorità innata del settore privato.

Owen Jones, Why Britain’s Trains Don’t Run on Time: Capitalism , New York Times, 4 aprile 2017

Lotterie

Keynes era appassionato d'arte, sostenitore e amico di artisti, avveduto collezionista. La sua collezione di 135 opere è stata lasciata in eredità al King's College dell'università di Cambridge. Ed è questo capitolo della sua vita straordinaria che gli economisti David Chambers, Elroy Dimson e Christophe Spaenjers hanno analizzato per il loro prossimo studio, Art Portfolios, allo scopo di comprendere meglio la performance di lungo periodo dell'arte come classe di beni. La collezione di Keynes gli costò complessivamente meno di 13.000 sterline. Nel 2013 la sua valutazione era di oltre 70 milioni di sterline, per un tasso reale di rendimento annualizzato del 4,2% nel corso dell'ultimo mezzo secolo, virtualmente corrispondenti alla performance del rendimento totale su titoli azionari rispetto allo stesso periodo. Cosa ci dice dunque la ricerca dei tre economisti circa il mercato dell'arte? Analizzando l'andamento della raccolta di Keynes e confrontandola con le prestazioni simulate di migliaia di ipotetici portafogli d'arte, Chambers, Dimson e Spaenjers hanno trovato che il mercato dell'arte è strutturato in modo molto simile a una lotteria, con relativamente pochi vincitori (artisti e loro collezionisti) che raccolgono enormi guadagni, e la maggior parte degli artisti in posizione marginale rispetto al valore complessivo del mercato.

Anna Louie Sussman, Keynes’s Art Collection Shows Why Art Investing Is Like the Lottery , Artsy, 5 aprile 2017

Unicorni

Mentre negli Usa sono sempre più numerosi i grandi magazzini che chiudono e l'era del banco cosmetici pare finita, i negozi di prodotti di bellezza crescono grazie al successo dei selfie. Gli acquirenti vogliono emulare il look visto su piattaforme come Instagram o Pinterest. (…) I makeup a tema, come la recente moda del “trucco unicorno” di ispirazione fiabesca, diventano popolari attraverso i social media e le aziende del settore seguono con attenzione e rispondono rapidamente a queste tendenze. “Tutti nel nostro team siamo ossessionati dai social media”, ha detto a “Jezebel” Evelyn Wang, vice presidente senior del marketing presso l'azienda di cosmetici Wet N’Wild . “Ci consideriamo un marchio di fast fashion, così ogni volta che intercettiamo un trend, il nostro obiettivo è saltarci su il più presto possibile”.

Zameena Mejia, Amid the “retail apocalypse” one type of store is thriving, thanks to selfies , Quartz, 4 aprile 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone