Miraggi del Comunismo

Andris Brinkmanis

I due piani della galleria Laura Bulian di Milano sono stati irrevocabilmente invasi dai “Miraggi del Comunismo”. Sotto questo titolo, l’ottobre scorso, si è inaugurata una mostra del fotografo kirghiso Alimjan Jorobaev che, dopo essere stato presentato alla biennale di Istanbul del 2010 e in altre rassegne internazionali, è approdato a Milano con un’ampia retrospettiva a cura di Marco Scotini. Grazie alla lingua franca dell’ex territorio Sovietico – il russo, che ancora scarsamente padroneggio - ho avuto il privilegio di parlare a lungo con l’artista che altrimenti comunicava solo attraverso i suoi magnifici scatti fotografici e attraverso una gestualità non sufficientemente esaustiva per fare capire tutta la ricchezza condensata in quelle immagini. Immagini che raccolgono frammenti di storia e memoria collettiva, nonché gesti comuni, tramite uno sguardo fotografico che sembra scomparso dal panorama occidentale già da molto tempo. Un occhio che, seguendo un disastro sociopolitico, pare aver riacquistato tutta la sua innocenza davanti al mezzo tecnico, come quegli autori di dagherrotipi che, per la prima volta, cercavano di immortalare lo scorrere del tempo.

Alimjan Jorobaev: Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, tutti i dipendenti dello studio cinematografico per il quale lavoravo come operatore sono rimasti senza lavoro. Siamo stati letteralmente sbattuti per strada. Dovendo affrontare questa emergenza molte persone sono diventate piccoli mercanti di strada, altri si sono dedicati alla così detta imprenditoria, sfruttando la vicinanza di paesi come la Cina o la Turchia. Io invece non sono mai stato abile a fare affari. Non sapevo fare altro che scattare, quindi ero costretto a prendere in mano la mia macchina fotografica e scendere nelle strade per fare foto, cercavo di sopravvivere immortalando gli eventi della vita quotidiana più banali: feste di laurea, matrimoni, feste scolastiche ecc. È stato un periodo veramente difficile in quanto non mi ero mai occupato prima della fotografia del quotidiano. Ma la vita mi ha costretto a prendere questa strada e, per circa cinque anni, ho fatto il fotografo su chiamata. Per altri tre anni ho collaborato anche con alcune riviste e quotidiani. Ma non ho mai smesso di lavorare anche in proprio. Tutto stava crollando e cambiando davanti ai miei occhi. Cominciavano a sostituire i monumenti, cambiavano gli slogan e ho capito che l’epoca precedente stava irrevocabilmente svanendo e che bisognava assolutamente preservare qualcosa di essa. Ho intuitivamente cominciato a documentare tutto quello che era legato a Lenin, perché la maggior parte dei monumenti nei villaggi e nelle città erano dedicati a lui. Così, fotografando per me stesso ho cominciato questa serie di lavori.

Alimjan Jorobaev, Mirages of the communism #1, 1994 (Courtesy Laura Bulian Gallery)

Nel 2000 in Asia Centrale è sbarcato Jean Gaumy di Magnum photos. Questo fotografo francese ha raccolto un gruppo di 12 artisti con cui ha fatto una master-class. Lavorando con lui ho capito che artisticamente avevo scelto la direzione giusta. Inoltre lui ha trasformato questa nostra mentalità sovietica. Successivamente ho capito che cosa veramente significa la fotografia documentaria. In effetti anche un semplice scatto fotografico fatto per ricordare qualche evento è un documento, un documento che testimonia un’epoca, un certo tempo, il tempo. Quindi ho affrontato molto seriamente questo soggetto. Grazie a tutto ciò, da circa vent’anni mi occupo di fotografia documentaria. Invece quello che ho ereditato dalla scuola fotografica sovietica è indubbiamente l’uso del colore e la composizione.

Andris Brinkmanis: Hai poi mai rivisitato i tuoi archivi degli scatti accumulati?
A.J.:
Certo. Ora ho capito l’importanza di questa mia produzione. Ho documentato quei momenti a cui ora non si può tornare. Adesso sto “ripescando” molte immagini dai miei vecchi archivi. Sto creando delle serie, un archivio insomma. Ho fatto anche un data-base dei miei scatti e so che ciò è importante sia per il mio lavoro che per la storia. Per esempio mi colpisce ancora questa fotografia (con un quadro di Lenin capovolto). Una volta se qualcuno avesse tenuto un quadro così, poteva avere a che fare con il KGB o addirittura finire in prigione ed essere severamente punito. A me interessava molto come certi valori cominciavano a perdere la loro importanza per le persone. Quello che una volta stava appeso sul muro, ora poteva essere calpestato. Era quasi tragico e doloroso vedere tutto questo. Soprattutto perché non era possibile cancellare un sistema in un giorno solo o il modo di pensare e vivere degli uomini, le loro soggettività. Sarebbe stato necessario almeno preparare le persone. Invece da noi c’è stato un crollo veramente improvviso. Ci siamo spostati dal socialismo al capitalismo in una maniera violenta, quasi in una notte. Ora viviamo in modo selvaggio da circa vent’anni.

Alimjan Jorobaev, Mirages of the communism 2, 1995 (Courtesy Laura Bulian Gallery)

A.B.: E qual è secondo te la più grande differenza tra il sistema sovietico e quello attuale?
A.J.: Se prendiamo il sistema sovietico - chiaramente non sto dicendo che era tutto positivo - ma l’educazione, le cure mediche e molte altre cose erano gratuite, pagate dallo stato. Le persone potevano viaggiare gratuitamente o permettersi di fare una vacanza almeno all’interno del vasto territorio Sovietico. Ad esempio visitare i paesi Baltici. Quindi un minimo di dignità era garantita. Ma quello che ha portato il capitalismo nel mio paese è rovina e povertà. Molte persone sono nuovamente diventate religiose, per sfuggire a una realtà insopportabile. Non esiste più un sistema politico credibile e questo gap chiaramente viene riempito con il nazionalismo estremo o con l’invenzione di correnti musulmane davvero improbabili. Ognuno può corrompere i giovani come vuole. Sono proliferate le scuole islamiche più assurde – per esempio quelle che preparano i nuovi sovversivi. Quindi questo qualunquismo è agghiacciante. Se sotto il primo presidente si vedevano ancora degli artisti e degli intellettuali, ora sembra che ognuno si sia ritirato nella sua tana nella ricerca della sopravvivenza.

Alimjan Jorobaev, Prison # 1, 2009 (courtesy Laura Bulian Gallery)

A.B.: Sembra che a certo punto invece del miraggio del comunismo tutti abbiano creduto al miraggio del capitalismo.
A.J.:
In un certo senso sì. Alla fine questa strada si è rivelata essere molto più lunga e impervia di quello che sembrava. Dobbiamo vedere se arriveremo mai.

La mostra rimane aperta fino al 26 gennaio

Oliver Ressler: L’Opera da tre soldi del 21° secolo

Andris Brinkmanis

Quale potrebbe essere la più appropriata rappresentazione dell’attuale crisi finanziaria? Come renderla «trasparente», visibile, quasi tattile, profanando il mito della sua presunta complessità e astrazione? Come evitare l’opacità dei luoghi comuni e la spettacolarizzazione apocalittica che essa sta assumendo grazie al linguaggio mediatico, televisivo, tecnico-burocratico? Se i movimenti contemporanei hanno cercato di fornire certi mezzi linguistici e semiotici utili, anche l'artista austriaco Oliver Ressler, che ha recentemente inaugurato la sua mostra a cura di Marco Scotini alla galleria Artra di Milano, punta a individuare risposte e proposte possibili a tali domande.

Il progetto col titolo profeticamente misterioso - After the Crisis is before the Crisis - attraverso questo gioco linguistico, ci rende partecipi e ci prepara simbolicamente a qualcosa che, nel momento dell’agonia del capitalismo finanziario, sta anticipando il suo vero avvenire. Non a caso in questa mostra, Ressler, sempre attento ai temi sociali più urgenti su scala globale (da un punto di vista documentarista/attivista) per la prima volta sceglie di usare linguaggio e approcci meno editi.

Con il suo ultimo video (creato in collaborazione con Z. Begg) Bull laid the bear, la nuova strategia estetica di Ressler ci rivela subito le sue fonti e il proprio metodo, sotto il soundtrack del classico God Bless the Child, reso celebre da Billy Holiday (qui re-interpretata dalla neozelandese Singing Sadie). Nel 1928 Brecht mette in scena l’Opera da tre soldi, nella quale attraverso un lucido collage demoniaco, attacca la borghesia dell’epoca creando lo strumento del teatro epico anticipando così la futura crisi politica, il fascismo.

Oliver Ressler, After the Crisis is Before the Crisis (installation view, Artra Milano 2012)

Nel video, che ha come conclusione la famosa frase di Brecht: «Che cos’è l’effrazione (rapina) di una banca di fronte alla fondazione di una banca?», Begg e Ressler scelgono come propria estetica non l’approccio moralizzante del documentario politico classico, ma il linguaggio dei cartoon, inserendo alcuni personaggi reali in un ambiente disegnato e ritraendo i rappresentanti della finanza in perfetto stile delle più famose riviste di satira del secolo scorso.

Quando mai, se non oggi, l’opera di Brecht ha nuovamente raggiunto la sua massima attualità? In quale società, se non quella contemporanea, i criminali, come il personaggio di Mackie Messer, non solo non vengono impiccati, ma vengono graziati, con un premio fornitogli dalle massime rappresentanze regali o statali? E dove, se non nelle riviste di satira sotto i regimi totalitari dell’epoca della guerra fredda, si poteva decodificare un discorso serio sul proprio tempo e sulla propria storia?

In linea, dunque, sono anche gli altri lavori. Una serie di fotografie in stile Brechtiano dichiarano invalidi i dispositivi di un potere statale classico, mostrando i suoi massimi rappresentanti - poliziotti, manager e militari - ammucchiati a terra come il residuo di una democrazia statale che ormai ha perso ogni rilevanza e controllo sulla situazione attuale. Alcuni frammenti di una recinzione - dispositivo disicurezza per eccellenza - qui vengono detournati etrasformati in un’eventuale grande griglia a disposizione di tutti. Il video Robberies riflette invece sul fenomeno recente di saccheggio dei negozi da parte dei «nuovi poveri», contrapponendo le foto di questi eventi alle immagini di Merkel e Sarkozy che prendono decisioni sul saccheggio dei propri cittadini.

Oliver Ressler, We Have a Situation Here (2011)

Un’altra doppia videoproiezione si focalizza sul mercato comunale di Yerevan come il luogo simbolico della nuova miseria e fornisce documentazione che ritrae l’eredità industriale in disuso in Armenia. Per concludere, troviamo infine, la stampa digitale di una macchina di lusso sul pavimento della galleria, come la carrozza reale chenell’Opera da tre soldi giunge ad annunciare la grazia del criminale principale.

Torna tutto! Anche in quest’ «Opera» ci sono i mendicanti, i poveri lamentosi, gli ufficiali statali corrotti, le didascalie gigantesche (il metodo usato nel teatro epico). Una di queste - Too Big to fail - è una scritta che riproduce nelle lettere le foto di una manifestazione viennese contro le banche, cambiando completamente il significato della frase normalmente usata parlando del sistema bancario. La perversione del contesto invece emerge dall’insieme di lavori messi in mostra. Così il gioco qui diventa un atto di resistenza per profanare quello che sembra l’improfanabile.

Walter Benjamin parlando dello stato d’eccezione in cui viviamo, che è diventata la regola, propone di contrapporgli uno stato di eccezione «effettivo», che è nostro compito realizzare, a partire dalla tradizione degli oppressi. «Dobbiamo giungere - afferma - a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come compito, la produzione dello stato di eccezione effettivo». Ressler non fa altro che invitarci a compiere questa urgenza!

LA MOSTRA
Galleria Artra, Milano
After the Crisis is Before the Crisis
a cura di Marco Scotini
artista: Oliver Ressler
Sino al 28 aprile 2012