alfadomenica aprile #4

FUMAGALLI sulla CREDITOCRAZIA - SCOTINI e THEIS sulla CITTÀ - RUBRICHE di M. Giovenale – MT. Carbone e F. Lazzarato

IL RICATTO DEL DEBITO
Andrea Fumagalli

Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, DeriveApprodi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.
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UN'ALTRA CITTÀ È ANCORA POSSIBILE?
Una conversazione tra Marco Scotini e Bert Theis

Temi come urbanesimo sostenibile, ecologia politica e gentrificazione sono al centro della ricerca artistica di Bert Theis che, da anni, cerca di contrapporsi allo sviluppo del modello urbano neoliberista in contesti geopolitici diversi, che vanno dall’Europa all’Asia Orientale. In occasione della sua mostra Aggloville, in corso al PAV di Torino fino al 31 maggio, l’artista discute col curatore Marco Scotini di pratiche artistiche, trasformazioni urbane, arte pubblica.
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GIOCO (E) RADAR #15 di Marco Giovenale

Giorgio Melchiori annota che i brevi testi di Joyce noti come Epifanie, da distinguere in “drammatiche” (dialogiche, più antiche, 1900-02 circa) e “narrative” (successive, 1903-04 circa), furono pubblicate come sequenza a sé solo nel 1956, quindici anni dopo la morte dell’autore.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Leader
I vostri genitori sono tutti ambasciatori degli Stati Uniti. Non tutti hanno il titolo di “ambasciatore”, ma ognuno di loro è un ambasciatore. E tutto quello che fanno quotidianamente aiuta il nostro paese a sostenere i nostri valori, vale a dire le cose in cui crediamo: libertà di parola, democrazia, equità, giustizia.
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COORDINATE dall'America Latina di Francesca Lazzarato

Ad annunciare la differenza con manifestazioni europee consimili sono ovviamente i numeri: una durata di tre settimane, uno spazio espositivo di 45.000 metri quadrati, più di un milione di visitatori. Sì, la Feria Internacional del Libro di Buenos Aires, arrivata alla quarantunesima edizione e inaugurata il 23 aprile.
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Il ricatto del debito

Andrea Fumagalli

Nuove frontiere di comando e di subalternità (di sussunzione?) si stanno prepotentemente affacciando alla ribalta del nuovo millennio. Non è altro che il “lato oscuro” (dark side) del rapporto capitale-lavoro, il quale è sottoposto a una torsione come raramente si è verificata nella storia contemporanea, soprattutto in Europa e in Italia.

Il rapporto di sfruttamento oggi fuoriesce dal semplice atto lavorativo per andare a intaccare una sfera molto più vasta, quella della vita, o meglio, del modo di vivere. Non è più immediatamente riscontrabile nel rapporto diretto: essere umano (forza-lavoro) vs “macchina”, lavoro vivo vs lavoro morto. Oggi sempre più assistiamo al divenire macchinico dell’umano e viceversa, in un connubio dove è difficile delineare una netta separazione tra la coscienza umana e il mondo artificiale. Da questo punto di vista, lo sfruttamento è sempre più auto-sfruttamento e se, da un lato, tracima verso forme di lavoro gratuito non pagato, rompendone, in tal modo, la gabbia salariale, [ma non nel senso che molti di noi auspicavano con la parola d’ordine del “rifiuto del lavoro (salariato), anzi], dall’altro, lo alimenta tramite nuove forme di precarietà di vita e di indebitamento.

Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.

In una fase dove sempre più la contrattazione individuale diventa il perno della regolazione dei rapporti sociali, l’accesso a molti servizi di prima necessità comporta inevitabilmente un processo di indebitamento, che tende ad ampliarsi tanto più procede il processo di smantellamento, finanziarizzazione e privatizzazione del sistema di welfare. Da questo punto di vista il rapporto debito-credito diventa una delle modalità principali con la quale si attua il rapporto di sfruttamento del lavoro. Siamo di fronte ad una novità. Nel capitalismo fordista, la forza-lavoro difficilmente era in grado di indebitarsi, se non in casi particolari e ben monitorati (esempio, il mutuo per l’acquisto della casa), in quanto il vincolo di bilancio condizionava pesantemente la possibilità di disporre di moneta liquida.

L’accesso al credito era possibile solo a chi poteva vantare delle proprietà che andavano oltre il mero possesso del proprio corpo. Di conseguenza solo lo Stato e le imprese erano in grado di registrare situazione debitorie, che potevano finanziare e garantire con la proprietà dei mezzi di produzione (nel caso delle imprese) e con il monopolio di creazione della moneta (nel caso dello Stato). La condizione lavorativa era così sganciata dal rapporto debito-credito e dal potere sociale esercitato dall’accesso alla moneta-credito (cfr. lemma “Debito” in Piccola Enciclopedia Precaria, a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola, Agenzia X, 2015).

Nel primo capitolo “Siamo tutti revolver”, non a caso, Andrew Ross analizza come il processo di finanziarizzazione abbia, in modo pervasivo, condizionato la vita quotidiana delle famiglie americane. Al riguardo, vengono presentati numerosi dati relativi alla diffusione delle carte di credito come sottile e necessaria catena psicologica di subordinazione alla finanza per mantenere inalterato il livello di consumo, soprattutto per quella fascia di popolazione americana che ha visto il proprio potere reale d’acquisto ridursi di quasi il 20% nell’ultimo trentennio. Il termine revolver fa riferimento alla possibilità, tramite una seconda carta di credito, o la stessa, di dilazionare il pagamento effettuato con il credito al consumo: “in altre parole, il titolare della carta ha la possibilità di pagare a rate il saldo dell’estratto conto mensile” (pag. 33). Si noti che tale meccanismo si sta diffondendo in molti paesi del mondo e recentemente, in seguito alla crisi economica, anche in Italia.

Nel nostro paese, nel 2013, il tasso medio effettivo globale su base annua (taeg) era del 17,20% per prestiti fino a 5.000 euro, con un tasso soglia del 25,2% (il tasso oltre il quale scatta l'usura), il più alto in assoluto rispetto a tutte le altre tipologie di finanziamenti: un prestito personale si aggira intorno al 10-12% di tasso medio, con un tasso soglia del 17-19% (oggi i tassi sono più ridimensionati, ma sono comunque 8-10 volte superiori a quelli ufficiali). Numeri succulenti per banche e finanziarie che magari il prestito non lo danno ma la revolving spesso la spediscono direttamente a casa.

La finanziarizzazione della vita quotidiana diviene così la norma e viene introiettata completamente nella psiche, come nuova forma di assoggettamento. Nel secondo capitolo, dal significativo titolo “Economia morale del nucleo familiare”, Ross ricostruisce, a partire dall’ideologia dell’individuo proprietario di bushiana memoria, il percorso ideologico-politico che ha creato le premesse di quella che possiamo definire la moderna forma di accumulazione primitiva, ovvero quella finanziaria. Tre sono le traiettorie che caratterizzano l’ideologia proprietaria. Al credito al consumo (proprietà privata della merce), già ricordato, occorre aggiungere l’illusione della casa di proprietà (proprietà privata dello spazio), che è stata alla base della convenzione finanziaria della bolla dei subprime, e l’accesso all’istruzione (proprietà privata della conoscenza).

Quest’ultimo aspetto è oggetto del terzo capitolo, “L’istruzione gratuita”: negli Usa, il debito studentesco delinea in modo drammatico il percorso degli studi universitari, in grado di creare quella sudditanza finanziaria che potrà essere estinta solo in base alla realizzazione delle aspettative sui redditi futuri di lavoro. Il debito studentesco sta assumendo proporzioni sempre maggiori e si realizza tramite due modalità che possiamo definire intergenerazionali. Da un lato, una famiglia media americana che intende avviare agli studi universitari i figli partecipa a un fondo assicurativo alla loro nascita in modo da disporre di un capitale iniziale per l’iscrizione. Di fatto, si sviluppa la finanziarizzazione privata del diritto allo studio. Dall’altro, nella maggior parte dei casi, tale capitale forzosamente risparmiato non è sufficiente, e ne consegue che lo stesso studente debba aprire un rapporto di debito con l’università di iscrizione, ancora una volta mediato dalle istituzioni finanziarie. L’esempio del debito studentesco, oltre a nutrire una bolla speculativa, spiega in modo chiaro come il rapporto di debito e credito rappresenti un’ipoteca sui redditi futuri. In un contesto dove anche negli Usa il lavoro non pagato aumenta (si vedano i dati raccolti da Ross nelle pp. 123ss), occorre ricordare che:

Nella migliore delle ipotesi, nel nostro tempo il compenso non viene rubato ma rinviato ad un momento indefinito del futuro. A questo riguardo, non è il lavoratore ad essere considerato in debito; in realtà, è il datore di lavoro ad esserlo. Come sottolinea Michel Denning (“The Fetishism of Debt”, in Social Text, settembre 2011), il principio del lavoro salariato è che i dipendenti sono nella posizione di essere creditori, perché ‘ogni giorno prestiamo senza interessi la nostra forza lavoro ai padroni’ (p. 130).

Nel momento stesso in cui la vita viene messa a lavoro, e quindi a valore, e la condizione precaria non è più solo condizione lavorativa ma condizione esistenziale, il debito individuale diventa parte integrante del rapporto di lavoro e tende sempre più a sostituirsi al salario. A fronte di una riduzione dei salari e del loro potere d’acquisto, si allenta la morsa del vincolo di bilancio a favore di un processo di indebitamento crescente, che non a caso viene sempre più incentivato. Assistiamo al processo di finanziarizzazione della vita individuale, con l’effetto di introdurre nuovi meccanismi di dipendenza e di subalternità, non più confinati nella semplice condizione lavorativa. L’ipoteca (finanziaria-debitoria) sul futuro aumenta in tal modo le tenaglie del controllo sociale e induce nuove forme di sfruttamento e di alienazione, sino a vere e proprie forme di assoggettamento schiavistico che possono portare anche a scelte estreme e autodistruttive.

La violenza dei mercati finanziari agisce quindi direttamente sulle nostre vite, condizionandone l’evoluzione. Da questo punto di vista, il debito diventa strumento della governance sociale, sostituendosi ai meccanismi disciplinari della tempistica della fabbrica. Debito e precarietà si accomunano nell’intermittenza di reddito e nell’obbligo di rispettare comunque i tempi di restituzione dei propri debiti. Perché più si liberalizza l’accesso al debito con l’obiettivo di alimentare costantemente la finanziarizzazione dell’esistenza, più diventano ferrei e disciplinari i meccanismi che regolano le modalità e i tempi della restituzione del debito.

A fronte di questa situazione, che fare? Nell’ultimo capitolo, Ross descrive alcune iniziative che sono state organizzate per ridurre la dipendenza del debito: dalla campagna RollingJubilee al Network Strike Debt. La prima è intervenuta per ridurre la cartolarizzazione dei debiti individuali, raccogliendo fondi per l’acquisto dei crediti inesigibili, consentendo la fine dell’indebitamento dei soggetti coinvolti. Dopo un periodo che va dai 90 ai 180 giorni, infatti, le banche e gli altri istituti possono vendere i crediti non “onorati”. A tal fine, si è sviluppato un mercato ombra popolato da profittatori (costituito da finanziarie e/o hedge funds che spesso appartengono alle stesse banche che si disfano di tali crediti) che acquista a buon mercato (di solito ad un valore inferiore della metà) i crediti inesigibili e cerca di riscuotere l’intero importo. Il margine di profitto è enorme. L’idea base del RollingJubilee è quella di comprare e eliminare una parte di questi debiti scontati.

Il Network Strike Debt ha invece pubblicato – nel settembre 2012, primo anniversario di OccupyWall Street – un manuale di istruzione pubblica e di servizio per fornire consigli pratici ai debitori su come ridurre i propri debiti: Debt’sResistor Operator Manual. Si tratta di primi esempi che mostrano come sia possibile esercitare il diritto all’insolvenza, pratica che necessariamente dovrà entrare nella cassetta futura degli attrezzi del conflitto sociale, accompagnandosi alle campagne per un reddito minimo incondizionato, l’accesso ai commons, così come lo sciopero e il picchetto erano le armi più temuti dai padroni nel secolo scorso.

Andrew Ross
Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo
ombre corte (2015), pp. 194
traduzione di Gigi Roggero
€ 18,00

alfadomenica marzo #3

ANDREW ROSS sulla CREDITOCRAZIA - JUDITH REVEL sull'ITALIAN THEORY - GIOCO(E)RADAR - Giovenale - SEMAFORO - Carbone

CREDITOCRAZIA
Andrew Ross

Riconoscere tali debiti come illegittimi non dovrebbe essere semplicemente un preludio alla contrattazione individuale sulle condizioni di rimborso. Il loro ripudio e, in ultima analisi, la loro abolizione, sono sicuramente una questione urgente per ogni società che valorizza la libertà umana.
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L'ITALIAN THEORY E LE SUE DIFFERENZE
Judith Revel

Forse sarebbe ora di tornare a pensare alla violenza di un gesto teorico che cancella paradossalmente le sue tracce, e si appella all’analisi filologica (Foucault, come Benjamin, reso materia di note a piè di pagina) o all’affascinante e pacificante dispiegamento di una continuità di lunga durata (il pensiero italiano da Machiavelli a noi), pur di non pensare ciò che avvenne nel 1966 e che fu – quello si – squisitamente italiano.
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GIOCO (E) RADAR #9 - SCRITTURE INSTALLATIVE
Marco Giovenale

Era del 2006 un intervento che, su gammm, dava l’avvio non soltanto ad alcune delle peculiari scelte editoriali o indicazioni del sito, ma all’osservazione di una serie di fenomeni testuali che da vari anni – a quell’altezza della diffusione di scritture di ricerca in rete – erano presenti sulla scena, e che da allora si sarebbero ulteriormente moltiplicati. Per semplicità – e forse semplificazione non però del tutto fuori luogo – si era pensato di chiamare alcune di queste opere “scritture installative”.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Confini - Ere - Trattamenti
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Creditocrazia

Andrew Ross

Anticipiamo un estratto da Creditocrazia e il rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) in libreria da mercoledì 18 marzo. In questo lavoro di inchiesta e di denuncia, Andrew Ross analizza nei dettagli il funzionamento della schiavitù del debito, il ruolo delle banche, la subalternità della politica. Spiega i motivi per cui possiamo parlare di una vera e propria “creditocrazia”, di un sistema cioè in cui i governi rispondono esclusivamente al mondo della finanza, mentre i cittadini sono costretti a indebitarsi per soddisfare i propri bisogni primari.

Quando spingono per l’adozione di politiche di austerità, i falchi del deficit invocano spesso una giustizia intergenerazionale: è ingiusto trasmettere ai nostri figli e nipoti enormi debiti pubblici. Ma i debiti pubblici sono ben lungi dall’essere quella minaccia o quel peso oneroso così come ci vengono dipinti dai sostenitori dell’austerità. Probabilmente, sarebbe più ingiusto tramandare alla prossima generazione una democrazia gravemente compromessa, in cui ogni attività domestica è un mercato aperto ai creditori per estrarre rendita. Quando una società converte i suoi bisogni sociali fondamentali in una fonte di rendite economiche per gli affaristi, rifiutare i debiti contratti in questo processo non è solo legittimo, come ho già affermato, ma anche il solo modo per garantire che il futuro dei nostri figli sarà diverso. Il prestito è sempre un atto di rinuncia al futuro, soprattutto quando i tassi di interesse composto ne assorbono grandi pezzi. I prestiti sono impegni anticipati del nostro tempo e del nostro lavoro. A che punto l’insieme di tutte queste promesse soffoca la possibiltà di un futuro diverso? Quando il costo di un debito eccede il valore del bene sottostante, siamo in una condizione di patrimonio netto negativo, per usare il linguaggio della finanza. Qual è l’equivalente per una società liberale? Quando la democrazia stessa fa default?

Durante la Guerra fredda, le democrazie occidentali hanno cercato di consegnare un futuro progressivamente migliore alla maggioranza della popolazione. Questa promessa si fondava sulla garanzia di un’assistenza sanitaria universale, e così la maggior parte di questi paesi ha istituito un sistema nazionale di prestazioni mediche. Le prime forme di assicurazioni sociali, in Gran Bretagna e in Germania, sono state istituite per allontanare lo spettro del socialismo, comprando il consenso politico dei lavoratori o arginando l’avanzata dei loro sindacati.

Negli Stati Uniti del dopoguerra, gli sforzi dell’amministrazione Truman per promuovere l’assistenza sanitaria nazionale sono stati efficacemente sommersi dalla sloganistica anti-comunista da parte dell’industria medica e dei suoi alleati parlamentari. I sindacati erano anche preoccupati di perdere la loro apprezzata capacità di conquistare protezioni sociali per i propri aderenti. Tuttavia, in assenza di un programma governativo universale, prosperavano le prestazioni di assistenza medica negoziate dal sindacato, che proteggevano i lavoratori dall’effettiva incidenza dei costi dell’assistenza sanitaria e che sono diventate una componente assolutamente centrale del contratto sociale del dopoguerra. Per competere in un’epoca di relativa piena occupazione, i datori di lavoro, in luoghi non sindacalizzati, erano anche costretti a offrire una serie di protezioni sempre maggiori, indipendentemente dal debito. In questo modo, il salario sindacale diventatva anche un salario sociale per una parte molto più ampia di popolazione. Per molti destinatari, i diritti per la salute dei lavoratori sono stati più apprezzati di una busta paga più consistente: l’assicurazione sanitaria è stata spesso un buon motivo per conservare un lavoro monotono.

Per quanto possa essere stata tenuta a galla dal credito al consumo, la creazione di un ceto medio relativamente stabile con aspettative crescenti e con qualche promessa di sicurezza fisica e mentale per la vecchiaia è stata il punto più alto delle conquiste del secolo americano. Ma questa realizzazione è stata costantemente erosa negli ultimi quarant’anni. I costi della sanità sono cresciuti tanto velocemente quanto i costi dell’istruzione universitaria, mentre l’aumento del debito medico, anche per coloro che hanno coperture assicurative private, sembra inarrestabile. Se giudicati secondo i parametri della assistenza sanitaria pubblica, gli Stati Uniti spendono molto di più nel trattamento medico, e con meno risultati, di ogni altra nazione industrializzata. Nel 2011 questi costi hanno rappresentato quasi il 18 per cento del Pil (l’Olanda era il paese ricco che più si avvicinava, con il 12 per cento) e, secondo le stime del governo, consumeranno un quinto dell’economia entro il 2021. Tra il 1950 e il 2011, il Pil reale pro capite negli Stati Uniti è cresciuto a una media del 2 per cento l’anno, mentre la spesa nazionale pro capite per l’assistenza sanitaria è cresciuta del 4,4 per cento l’anno19. Il divario tra i due tassi di crescita è insostenibile. Né vi è alcuna ragione di credere che i costi complessivi (e i debiti) saranno frenati dalle riforme sanitarie approvate dall’amministrazione Obama nel 2010, dal momento che i cambiamenti stimoleranno quasi certamente una crescita della spesa. Il sistema sanitario nazionale dovrebbe invece tagliare i costi, aumentare i risultati della cura sanitaria e sopprimere il peso schiacciante del debito medico (quasi inesistente nel resto del mondo industrializzato) distribuendo il rischio in modo appropriato.

L’“Obamacare” quasi certamente ridurrà i debiti per molte delle persone precedentemente non coperte da un’assicurazione. Ma i suoi mandati possono anche contribuire ad allargare la rete del debito ingrossando le file dei “sotto-assicurati”, che includeranno ora quelli che scelgono i “piani di bronzo”, con premi più bassi, coprendo solo il 60 per cento dei costi dei sottoscrittori. Questi ultimi possono anche richiedere più trattamenti rispetto a prima di essere assicurati, ma saranno incapaci di pagare per intero i loro conti ospedalieri e i costi delle medicine perché i “valori attuariali” stimati dagli assicuratori li condannano preventivamente a un sistema di prestito per coprire la differenza. Per il settore privato, l’Obamacare garantisce che questi profitti continueranno a essere suntuosi, non solo per l’industria medica, ma anche per le istituzioni finanziarie che riscuotono i debiti dei pazienti, fissano i rating di credito per gli ospedali e forniscono i prestiti per mantenere il complesso apparato guidato dal mercato nel mondo degli affari. Poiché il numero delle persone prive di assicurazione diminuisce, verrà meno anche la possibilità di una cura caritatevole del paziente, relativamente libera dal debito; gli ospedali pubblici e di comunità sono già stati spinti fuori dal mercato, mentre i giganti privati, e sempre più monopolisti, consolidano il loro dominio.

Uno dei segnali di vivere in una creditocrazia è che il futuro sembra essere stato confiscato. Non più accarezzato come un tempo in cui avremo conquistato il diritto a essere più liberi, il futuro è sempre più prefigurato come un periodo molto prolungato, che ora arriva fino alla vecchiaia, quando sarà duro affrontare i nostri debiti. Da qualche tempo, il settore finanziario è stato impostato sulla privatizzazione dell’assistenza sanitaria e della sicurezza sociale, i soli pilastri delle garanzie sociali rimasti in piedi dalla Guerra fredda. Nel 1980, il 40 per cento della forza lavoro americana godeva delle tradizionali pensioni a prestazioni definite. Più di metà di queste sono state convertite nei rischiosi piani 401(k), alimentando direttamente i profitti di Wall Street. Poiché spostano il rischio lontano dal datore di lavoro e lo scaricano sull’individuo, le aziende erodono il più velocemente possibile i vantaggi derivanti dai contratti di lavoro. Prendendo spunto dal settore privato, i politici e i dirigenti statali stanno sempre più spingendo affinché si operino profondi tagli negli oneri pensionistici relativi agli impiegati pubblici.

Lo stesso modello di declino si applica all’assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro; coloro che ancora ne godono stanno pagando molto di più per i premi, ottenendone in cambio una copertura sempre minore. Uno dei risultati è il costante aumento della percentuale di bancarotte personali determinate dal debito medico: solo l’8 per cento nel 1981, sono salite al 50 per cento nel 2001 e hanno superato il 62 per cento nel 2007. La ricerca su questo modello condotta da Elizabeth Warren e altri colleghi di Harvard, ha scoperto che nel 2007 il 78 per cento aveva l’assicurazione sanitaria all’inizio della malattia, tra cui il 60,3 per cento aveva una copertura privata. Non ci sono prove che possano far pensare che l’Obamacare ridurrà le bancarotte dovute alla spese mediche: anzi, non vi è stata un’apprezzabile diminuzione quando lo stesso tipo di programma di assistenza sanitaria è stato introdotto in Massachusetts sotto il governatore Mitt Romney.

Altrettanto rilevante è il numero degli attualmente occupati costretti a prelevare degli anticipi sui loro fondi pensionistici per pagare i debiti medici, anche quando tale azione comporta notevoli sanzioni. Ciò equivale all’auto-cannibalizzazione per coloro la cui capacità di tenere insieme corpo e anima nel presente è stata decimata dalla sanità for-profit. Dare in pegno salari futuri è una parte implicita di qualunque formale contratto debitorio, ma in questo caso conservare la salute fisica nel presente implica il cedere i mezzi per farlo negli anni a venire. Garantire che gli anziani possano sopravvivere dopo aver perso la loro capacità di guadagnare un salario di sussistenza è un principio fondamentale di una società umana, ed è molto più importante, come prova della giustizia generazionale, del tenere sotto controllo i debiti pubblici. Quando siamo costretti a rinunciare alle garanzie a lungo termine al fine di sopavvivere nel breve periodo, allora il diritto alla vita, per non parlare di quello alla libertà, è in pericolo.

Ecco perché David Blacker include l’assistenza sanitaria, accanto al debito per l’istruzione, nella sua definizione di “debito esistenziale”,“un tipo di debito da cui è impossibile separare la propria stessa esistenza”. Sostiene che i debiti esistenziali, “che si sono accumulati contro il proprio vero essere, sono ipso facto intollerabili per ogni tipo di società giusta e democratica, perché, muovendosi attraverso la vita, annettono completamente gli individui, esercitando su di loro un controllo esorbitante”. Nel caso dei debiti studenteschi e medici, i beni proprietari – e quelli contro cui questi debiti si trovano cartolarizzati – sono autentiche componenti di noi stessi, non merci esterne come macchine e case. Infatti, è perché sono così intrinseci al mantenimento della vita e delle sue opzioni che questi modernissimi debiti americani sono spesso paragonati alle condizioni della servitù feudale e del peonaggio, dove i legami sono vincolanti per tutta la vita, inevitabili e determinanti per la sopravvivenza fisica. Riconoscere tali debiti come illegittimi non dovrebbe essere semplicemente un preludio alla contrattazione individuale sulle condizioni di rimborso. Il loro ripudio e, in ultima analisi, la loro abolizione, sono sicuramente una questione urgente per ogni società che valorizza la libertà umana.