Philippe Parreno, drammaturgia di suoni e luci

philippe-parrenoGinevra Bria

Hypothesis si è rivelata una sorta di grammatica, costituita per dare forma a diversi linguaggi, a diversi protagonisti. Riconfigurata per gli spazi di HangarBicocca, Hypothesis ha dato la possibilità di costituire un’esperienza temporale totale”. Con queste parole Philippe Parreno (1964 Oran, Algeria) introduce la sua prima antologia in Italia. La visione curatoriale di Andrea Lissoni prevede la creazione di un unico grande dispositivo temporale, scandito dalla musica, dalla luce e dalle immagini in movimento, e rivoluzionando l’ultima tranche degli spazi espositivi dell’area di via Chiese 2 e l’idea stessa di mostra.

L’itinerario rappresenta in sé la materia di un percorso che, ingegnerizzato dal mio studio, in tutto tre persone, tra tecnici dei suoni e delle luci, ha rielaborato la vita e la produzione non solo di H{N)Y P N(Y}OSIS, presentata lo scorso giugno, nella drill hall dell’Armory di Park Avenue, ma anche delle collaborazioni con altri artisti che erano intervenuti a New York. Fra i quali: Tino Sehgal la cui performance sonora è stata registrata e riproposta in HangarBicocca, così come quella di Antony Hegarty, degli Antony and the Johnsons. Questa non è una mostra su di me, sul mio lavoro, quanto piuttosto un itinerario fuori da me che riproduce una coreografia rappresentativa di una pluralità, proprio come il lavoro di Jasper Johns, Set elements for “Walkaround Time” (1968), a sua volta rievocazione di altre opere come il muro di Marcel Duchamp”.

Hypothesis sembra non solo giocare con le assonanze di H{N)Y P N(Y}OSIS, ma si diverte a meticciarne le tracce, a comporle secondo modalità differenti, riadattando, ad esempio, due installazioni come Danny the Street (2006-2015) e l’impressionante Another Day with Another Sun (2014). Il primo lavoro prende il nome del personaggio creato da Grant Morrison e Brendan McCarthy per la DC Comics ed è composta da diciannove Marquees (letteralmente foyer di teatro, ma qui per estensione si intendono una serie sculture poste parallelamente al suolo, composte in plexiglass, luci e suono). Parallelamente alla cortina che separa I sette palazzi celesti di Kiefer dallo spazio circostante, le cosiddette Navate, un boulevard sospeso si allunga illuminando, secondo forme, spessori e gradienti di luci differenti (dalle lampadine a bulbo ai neon) il percorso del visitatore, guidandolo nell’alveo del Cinema. Le Marquees, già esposte all’ingresso della Galleria Esther Schipper nel 2006 e nel 2013, in occasione della sua retrospettiva a Palais de Tokyo, sono ispirate alle insegne luminose, che negli anni Cinquanta venivano poste all’esterno dei cinema americani per promuovere i film in sala. In HangarBicocca tornano a essere indicatori, anticipatori di uno spazio cinematografico che, posto al centro del percorso, presenta, al di sopra di un enorme tappeto nero, le proiezioni di: Anywhere Out of the World (2000), Alien Seasons (2002)The Boy From Mars (2003), Invisibleboy (2010-2015), Marilyn (2012), With a Rhythmic Instinction to be Able to Travel Beyond Existing Forces of Life (2014) e il rinnovato The Crowd (2015). “Secondo una nuova connessione, ogni lavoro di altri artisti, riproposto in HangarBicocca secondo un percorso ulteriore, regala alla mostra un principio di conversazione che allarga i confini dell’autorialità, svelando gli scambi che si sono sviluppati, sostiene Parreno”.

E non è un caso, infatti, che l’enorme curva della luce, l’enorme arco, o rotaia, tracciata lungo gli orizzonti laterali dello spazio di via Chiese 2, sia stata realizzata in collaborazione con Liam Gillick. Si tratta di Another Day with Another Sun intervento strutturale sospeso esattamente sul fronte opposto rispetto alle Marquees di Danny the Street. Il lavoro, composto da una luce artificiale che attraversa lo spazio espositivo, grazie ad un sistema di binari sospesi, rievoca un passaggio sintetico, quasi industriale, del sole che accompagna il visitatore ad assistere ad una rotazione dell’intero pianeta-mostra. Il potentissimo faro dalla luce sbiancata proietta le ombre dei cavi e dei sistemi di allestimento che sorreggono il boulevard luminoso, direttamente sulla cortina che nasconde le installazioni di Kiefer, dando vita ad una fantasmagoria in bianco e nero, una rappresentazione essenziale dello skyline dell’intera mostra.

L’avvicinamento parallelo di questi due progetti genera una danza della luce che, dai toni caldi delle insegne orizzontali, ai toni siderali dell’enorme faro LED, posto su un binario lungo decine di metri, modifica la consistenza fisica dell’allestimento, sistemazione che sembra smaterializzarsi e ruotare come un corpo celeste, pur rimanendo saldamente ancorato a qualche metro da terra. La durata dell’intero percorso, qualora si volessero fruire appieno non solo dei diversi stacchi sonori prodotti da una coppia di pianoforti, ma anche degli improvvisi cambi di scenografia -dal buio assoluto, alla luminosità più accecante- è di due ora circa. Qualora si riuscisse a prolungare la visita o a far coincidere con essa un lungo momento di stasi, di fronte alle proiezioni centrali, si consiglia di non mancare The Boy From Mars, lungometraggio girato nel villaggio di Sanpatong in Tailandia che ripercorre diversi attraversamenti climatici e temporali della Battery House, ideata da François Roche, una sorta di shed che genera energia elettrica mediante un sistema di pulegge attivato dalla forza di alcuni buoi da tiro. Il lavoro è incentrato sulla dispersione di energia e sui cambiamenti di intensità luminosa emanati dalla struttura e dal contesto naturale circostante, mentre sul finale la voce del cantautore Devendra Banhart intona la canzone che conferisce il titolo al film.

Posto nel mezzo tra Kiefer e Ortega sento che questo percorso si trova nel mezzo di un prima e di un dopo - rimarca Parreno. - E se è vero, come afferma Sehgal che il formato-mostra sia solo un’invenzione del XVII secolo, allora questa concezione deve essere superata, fin da ora, a partire da Hypothesis. Vorrei che le persone, attraversando il percorso, provassero a ricomporlo a modo loro creando una nuova memoria, una nuova connessione con le mostre precedenti e quelle successive in relazione a qualcos’alto che deve ancora venire”.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Giovedi 29 ottobre, alle 16.25, replica di Giocare, con Umberto Eco, Gianni Clerici, Stefano Bartezzaghi, Giulia Niccolai.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

Ragnar Kjartansson – The Visitors

Cristina Romano

Nell’ampio spazio dello Shed di Hangar Bicocca, articolato in una sorta di galleria delimitata dagli schermi per le proiezioni video, The Visitors mostra l’artista e alcuni amici musicisti impegnati in una performance, nelle stanze e nel patio della residenza di Rokeby Farm. Una villa della prima metà del XIX secolo costruita lungo il fiume Hudson per la celebre famiglia Astor. Un luogo che ha esercitato una forte attrazione sull’immaginario romantico di Kjartansson, già scelto in precedenza per Blossoming Trees Performance (2008).

L’ingegnoso dispositivo è formato da nove proiezioni video in scala 1:1, su schermi che, accostati uno all’altro, risultano, come in un polittico rinascimentale, a spazio unificato. Qui però tutto si articola nello spazio. Gli schermi sono usati come pareti, ognuno con la rispettiva proiezione e traccia sonora, e vengono utilizzati da Kjartansson per realizzare il concetto di “Music in Space”, che trae origine dal principio di spazializzazione del suono di Karlheinz Stockausen. Si tratta di otto sintagmi filmici, o piani sequenza, per una durata di 64 minuti, eccetto uno, quello che presenta la visione esterna del patio e che accoglie il finale dell’opera. In quest’ultima ripresa la telecamera si muove ruotando su se stessa per creare l’inquadratura finale, che mostra gli artisti mentre lasciano tutti insieme Rokeby Farm.

The Visitors è il risultato di una ricerca sperimentale nell’uso della tecnica cinematografica nel corso della quale la regia passa attraverso più fasi: Kjartansson che concepisce il dispositivo e insieme ai suoi compagni compone rigorosamente l’andamento musicale, l’azione performativa realizzata dall’artista e dai compagni musicisti girata in un giorno in un’unica ripresa, e lo spettatore che viene messo nelle condizioni di operare il découpage di montaggio, in modo del tutto arbitrario, a seconda dei suoi movimenti all’interno dello spazio delimitato dagli schermi. In questo senso l’opera può essere vista infinite volte in altrettanti modi diversi, rendendo il punto di vista del singolo l’unico possibile.

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)
Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)

In The Visitors Kjartansson riesce a rompere le barriere spazio-temporali suggerendo la presenza di Rokeby Farm all’interno di Hangar Bicocca, e la possibilità di muoversi al suo interno. L’idea è quella di poter osservare gli artisti nei singoli ambienti, che con i loro strumenti suonano e cantano simultaneamente una melodia composta da Kjartansson, con alcune aggiunte di David Thor Jonson, sul testo poetico dell’ex moglie Ásdís Sif Gunnarsdóttir. Come spiega l’artista: “L’opera è una serie di ritratti, il ritratto della casa, il ritratto dell’artista, il ritratto di una serie di musicisti, il ritratto di una comunità, il ritratto di una generazione…”.

Anche in questo caso, come a Venezia, per il Padiglione islandese (2009), arte e vita si incontrano, diventando l’uno il nutrimento dell’altro e viceversa, Kjartansson e i suoi compagni interpretano loro stessi. L’opera sembra essere anche l’ultimo omaggio a un rapporto esaurito e concluso, una sorta di elaborazione per la separazione dalla moglie Ásdís. “…There are stars exploding / and there is nothing you can do”, sono i versi finali della poesia Feminine Ways di Ásdís Sif Gunnarsdóttir, ripetuti in modo estenuante, come ritornello della melodia.

Essi risuonano in profondità e pongono l’accento sulla ricerca di una dimensione universale di matrice romantica. In questo modo Kjartansson pone come punto di partenza concettuale e nodo centrale di tutto il lavoro una poesia, recuperando anche le sue radici culturali. Per l’artista: “l’Islanda è un paese di cantastorie e novellieri. Prima della fine del XIX secolo non esisteva una produzione di arti visive né di musica, ma solo poesia e letteratura. Proprio per questa ragione in tutti i miei lavori creo delle situazioni che si prestano a diventare delle storie” (2009).

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)
Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012 (Stills)

Il tema principale dell’opera è la riflessione sul significato dell’amicizia, sul legame tra l’individuo nella propria intimità e il gruppo. Kjartansson mette in scena la sintonia armonica che la musica è in grado di generare tra un gruppo di individui, destinando solo al momento della proiezione, l’unione delle nove singole tracce sonore e dei rispettivi video. L’artista con The Visitors ha sviluppato ulteriormente la tipologia della videoinstallazione che ha come antecedenti più prossimi God (2007), e The End (2009), ma che qui trova un compimento straordinariamente equilibrato e forte.

Ora Kjartansson allenta la tensione verso un protagonista per cedere il passo e celebrare una potente coralità che ritma tutti i diversi gradi d’intensità dell’opera e lascia allo stesso tempo ampio margine di partecipazione al pubblico.

Ragnar Kjartansson
The Visitors
A cura di Andrea Lissoni e Heike Munder, Hangar Bicocca - Milano fino al 17.11
In collaborazione con Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo