Interférences #9 / Editoria indipendente in Francia, Nous tra poesia & filosofia

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Andrea Inglese

Questa intervista è stata realizzata con le due persone che fanno esistere la casa editrice indipendente Nous, in Francia, Benoît Casas e Patrizia Atzei. Il primo è impegnato nella scrittura di poesia, nel lavoro editoriale, nella traduzione, nella fotografia e nell’esplorazione dell’Italia. La seconda, italiana, vive e lavora a Parigi dal 2002. È editrice, traduttrice e si occupa di filosofia politica contemporanea.

1) Cominciamo dall’inizio. Le edizioni Nous esistono dal 1999, da quasi vent’anni. Si può ben definire un’esperienza di lunga durata. Come è cominciata la vostra storia di editori? E che cosa vi ha attirato di più in questo mestiere ?

B : All’inizio c’è stata un’arrabbiatura nata dal rifiuto, quello di troppo, di un organismo che formava alle professioni dell’editoria. Ho deciso di creare il mio progetto personale, visto che nessuno mi voleva. Ho subito stabilito un duplice orientamento, poesia & filosofia, per poi contattare i miei due maestri in ognuno di questi campi: Jacques Roubaud e Alain Badiou. L’altro aspetto del progetto originario riguardava la pubblicazione della poesia straniera, degli autori essenziali e troppo poco tradotti in Francia, Zanzotto ad esempio. Il primo libro della casa editrice Nous è un Hopkins, nel marzo 1999. I motivi d’attrazione principali: il desiderio di fare esistere dei libri che non esistevano, di esserne il primo lettore, di trasformare gli entusiasmi in un oggetto.

P : Prima delle edizioni Nous, mi ero occupata di editoria in un gruppo di ricerca, ma non ero ancora editrice. Solo quando ho raggiunto Benoît ho davvero capito cosa volesse dire fare l’editore, e ho scoperto il “mondo dell’editoria”. Mi piace l’idea che l’editore sia anche un mestiere : questo termine ha il vantaggio di rendere più complessa l’immagine un po’ mitizzata dell’editore-intellettuale. Essere editore comporta un insieme organico di attività disparate, tra cui alcune molto “pratiche”, senza le quali una casa editrice non potrebbe esistere. Il nostro lavoro intellettuale è indissociabile dalla gestione quotidiana di una struttura, dal rapporto alle istituzioni e all’economia, da un’organizzazione del tempo. La magia di questo mestiere è che tutto questo è messo al servizio di un’intuizione, di una percezione (evidentemente soggettiva) di ciò che “manca” e che merita di esistere, e fondamentalmente di una credenza in ciò che può un libro.

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2) Un primo sguardo al vostro catalogo – a quanti titoli siamo oggi? – rende evidenti i due assi d’interesse di cui parlavate, poesia e filosofia. Guardando però più da vicino, il paesaggio appare più articolato: c’è una collana “Via” che è dedicata alla letteratura di viaggio, “Captures” che riguarda la fotografia, e ci sono delle riviste che hanno un carattere apertamente militante e politico ( grumeaux e soprattutto exemple). Ma vorrei capire meglio la logica delle collane. Ci si aspetta una collana di poesia e una di filosofia, ma non è così. La collana “Antiphilosophique” contiene un saggio molto bello di Badiou su Wittgenstein e due libri di Žižek su Lacan, ma anche un libro di poesia di Pierre Parlant, Les courtes habitudes. Nietzsche à Nice. C’è la voglia o la necessità di confondere le frontiere tra la parola poetica e filosofica ? O il desiderio di porre queste due pratiche in un dialogo perpetuo?

B : Siamo a circa 120 titoli oggi, di cui metà sono di poesia. Il desiderio all’origine della nostra « Antiphilosophique collection » non era tanto quello di confondere quanto quello di rispondere a una duplice esigenza. Quella di pubblicare dei libri di filosofia, non cedendo sulla questione dell’inconscio né su quella della scrittura (il discorso universitario, con la sua visuale dall’alto e la sua scrittura strumentale, non vi ha quindi posto). E l’esigenza di pubblicare una poesia che non ha paura di pensare, non una poesia filosofica, ma una poesia che pensa nell’elemento stesso del testo poetico. Ci teniamo ugualmente a proporre dei libri che pensano l’intersezione e la rivalità della poesia e della filosofia, o per citare un’espressione di Jean-Patrice Courtois “la differenza di affermazioni” di queste due pratiche.

P : Con la collana « Antiphilosophique », volevamo rendere esplicito, attraverso l’articolazione di libri di filosofia e libri di poesia, ciò che si tende abitualmente a dissimulare: da un lato, il rapporto della filosofia con la lingua, con l’esistenza, con la questione dell’atto, e in maniera più generale con tutto ciò che dovrebbe esserle esteriore, e che viene incessantemente a sovvertire, sul suo stesso terreno, i suoi presupposti e le sue frontiere; d’altra parte, il fatto che non ha il monopolio del pensiero, che c’è del pensiero altrove che nella filosofia, e singolarmente nel testo poetico che condivide con essa linguistica – da ciò risulta il loro dialogo stretto e storicamente “conflittuale”. Si tratta per noi di rendere conto di questo dialogo infinito, di metterlo al lavoro attraverso i libri che, passo dopo passo, danno corpo a questa collana.

La logica delle collane ci interessa molto. La prima, inaugurale per Nous, è stata “NOW”, che ha accolto della poesia straniera del ventesimo secolo, quelli che si potrebbero chiamare i “classici moderni”. La traduzione – proporre al pubblico francese delle opere di autori maggiori mai tradotte in precedenza – è assolutamente centrale nell’idea che ci facciamo di ciò che vuol dire essere editore. Dopo l’“Antiphilosophique”, la collana “Disparate”, lanciata nel 2009, ha segnato una svolta nel nostro catalogo, aprendolo alla poesia contemporanea così come a dei testi più sperimentali e talvolta inclassificabili. È attraverso questa collana che le edizioni Nous hanno riempito una nuova funzione, quella di scoprire e far scoprire, puntando su autori della generazione più giovane o semplicemente meno conosciuti. Ed è stato così che, col succedersi degli anni e dei titoli, ci ritroviamo oggi ad occupare un posto particolare nel paesaggio dell’editoria indipendente in Francia. Questa dimensione del nostro catalogo, che scommette sulle scritture contemporanee nelle quali crediamo, incarna una “missione” che è divenuta progressivamente essenziale, e che era stata per altro anticipata (come in una sorta di verifica retrospettiva) dalla frase di Mallarmé scelta al momento della creazione della casa editrice per presentarla: “Oggi, per davvero, che cosa c’è?” (« Véritablement, aujourd’hui, qu’y a-t-il ? »)

3) Ho citato la collana “Antiphilosophique”, che mi sembra derivare dal concetto di “antifilosofia” abbastanza importante in Badiou e che si ritrova sia nel suo libro dedicato all’antifilosofia di Wittgenstein sia nella raccolta di saggi Que pense le poème ? Badiou è parecchio presente nei vostri titoli. È quindi una figura importante per voi. Gli date uno spazio importante nel paesaggio intellettuale francese di oggi?

B : Badiou è stato una figura fondatrice per Nous. È stato, a partire dagli anni Novanta, il filosofo che mi ha dato di più. L’elaborazione concettuale la più potente non è mai separata in lui dalla rielaborazione continua della domanda “Come vivere?”. L’autore de L’éthique è stato per me altrettanto decisivo di quello di L’être et l’événement.

P: Alain Badiou ha avuto fiducia nella casa editrice, ci ha sostenuto con semplicità e entusiasmo dall’inizio, si è creato così un legame di amicizia. Ma la di là di questo aspetto, il suo pensiero è stato formatore, strutturante, per noi come per molte persone della nostra generazione. Per quanto mi riguarda, è un autore che mi ha accompagnata quasi quotidianamente durante gli anni della mia tesi di dottorato, che riguardava la sua concezione politica e quella di Jacques Rancière: sono queste due figure maggiori della filosofia contemporanea, e non solamente francese, che hanno enormemente contato nel mio percorso.

4) Il vostro catalogo contiene un campione significativo della poesia francese contemporanea, da Joseph Guglielmi a Jacques Jouet, da Frédéric Forte a Michael Batalla, da Jean Daive a Sonia Chiambretto. C’è un posizionamento di Nous nei termini di una concezione della poesia, di un partito preso che potreste formulare? O, più semplicemente, che cosa cercate in una scrittura poetica oggi? Appare chiaro, in ogni caso, che esiste un interesse per quelle scritture che si potrebbero chiamare di ricerca o sperimentale, per utilizzare delle categorie in grado di orientare il lettore italiano.

P : È difficile definire ciò che cerchiamo in una scrittura poetica oggi. Si potrebbe dire che è il testo che ci insegna ciò che noi cerchiamo, che ci segnala che lo stavamo aspettando. In maniera generale, che si tratti di poesia o di prosa, il desiderio di pubblicare un libro risulta essenzialmente da un’esperienza di lettura, da un’esperienza in senso forte, nel senso della novità, ossia di una alterità: un testo di cui ci si dice che non si è letto nulla di simile, un testo che ci interroga, sino all’ultima pagina, su quel che stiamo leggendo. È una sensazione di turbamento molto gradevole, e un segno che orienta spesso le nostre scelte.

B : Noi pubblichiamo in poesia (molto più che in filosofia), dei libri molto disparati (come l’ha ricordato Patrizia, è il titolo di una delle nostre collane), dei testi eterogenei. Nessuna tendenza precisa, ancora meno una cappella. Ma accontentarsi di parlare di singolarità sarebbe limitante. O semmai per completare: certamente noi cerchiamo delle singolarità inventive, dei testi sorprendenti. Dei testi che, durante la lettura, impongono un duplice sentimento di evidenza e di estraneità. Aggiungo anche che si tratta quasi sempre di libri che si pensano come libro (e non come semplice raccolta). Ricerca e esperienza sono di fatto due parole rispetto alle quali siamo sensibili.

5) Devo ora complimentarvi per l’attenzione che dedicate alla poesia straniera: tra le altre cose avete fatto tradurrre e pubblicato Andrej Belyj, Robert Creeley, Gertrude Stein, Oskar Pastior et Reinhard Priessnitz. Ma tra gli autori stranieri, gli italiani occupano un posto importante: penso a Pasolini, Zanzotto, De Angelis, ma anche a Porta e Sanguineti. Di quest’ultimo avete pubblicato Corollario e un testo teatrale, L’amore delle tre melarance. Inoltre, avete una collana dedicata alla letteratura di viaggio, “Via”, che include autori quali Malaparte, Vittorini, e Carlo Levi. Da dove nasce questo interesse per la letteratura italiana? E, in termini più generali, questa apertura verso la letteratura straniera ha qualcosa di audace. Quali sono le risposte dei vostri lettori?

P : La collana “Via”, che accoglie libri che abbiano come oggetto comune l’Italia, il viaggio in Italia, è anche il prolungamento più visibile del nostro rapporto, non solo intellettuale ma anche esistenziale, con l’Italia, intanto perché io sono italiana, e poi perché Benoît è un fervente italofilo.

B : Per quanto riguarda l’Italia e la letteratura italiana, vi è un interesse duplice, e quasi dissociato. Da un lato, c’è attraverso la collana “Via” una passione del viaggio in Italia, che sia nella forma dell’erranza, della fuga, o dell’inchiesta. Dall’altro, c’è l’ammirazione suscitata da una serie di poeti e scrittori italiani molto grandi e spesso troppo poco conosciuti in Francia, eccezion fatta per Pasolini (ma che, di conseguenza, finisce per concentrare forse troppo l’interesse). C’è infine una constatazione abbastanza appassionante e in contrasto con la situazione francese: in Italia l’avanguardia si è manifestata attraverso la poesia. I Novissimi (rispetto ai quali, quelli di Tel quel sono dei nani) sono scandalosamente misconosciuti in Francia. E noi lavoriamo a questa rivalutazione e in particolare a quella del magnifico Sanguineti.

7) Vorrei abbordare ora la questione del vostro impegno militante, che ho seguito con interesse, attraverso una serie d’iniziative, come quelle della rivista exemple. Ho l’impressione che in Francia ci sia ancora l’idea dello scrittore (poeta e romanziere), come una coscienza critica che è tanto più efficace quanto più si tiene lontano da forme d’impegno diretto. Confrontando la situazione italiana con quella francese, la mia impressione è che lo statuto dello scrittore italiano sia troppo fragile, perché si accontenti di preservare una postura critica attraverso l’esclusivo lavoro sulla lingua e le forme della scrittura. C’è spesso un nesso abbastanza forte che lo coinvolge sul piano sociale o in combattimenti politici concreti. Mi sembra in ogni caso che il vostro progetto editoriale sia in qualche modo indissociabile dal vostro impegno politico.

P : Si, la politica è per noi importante e essa gioca un ruolo nella nostra maniera di concepire l’editoria. Ciò non significa, - e vale la pena di sottolinearlo – che per basti pubblicare dei libri per fare politica. Questo tipo di discorso che confonde le pratiche culturali e/o artistiche e la politica è l’espressione di un’impostura tipicamente contemporanea. Dire che si fa della politica scrivendo delle poesie, realizzando delle performance, dando delle conferenze, ecc. è per altro la maniera più confortevole di non farne mai. Siamo in piazza o altrove, lontani in ogni caso dai nostri computer, quando è necessario – e mi sembra il minimo. Il fatto che ciò non appaia come un’evidenza è il sintomo dell’impasse contemporanea che stiamo vivendo, impasse in parte attribuibile, almeno in Francia, a questa stessa “cultura” che insiste nel voler dirsi “politica”.

B: Non abbiamo la minima simpatia verso la postura critica, molto francese in effetti, che si tiene ben a distanza dal reale della politica. Nessuno è tenuto a fare della politica, ma ci sembra indispensabile evitare almeno l’impostura. Bisogna a questo punto delimitare più precisamente le cose e dire, per esempio, che ci sono delle politiche del linguaggio e che è una delle sfide maggiori della poesia. O che la filosofia non può fare a meno di pensare la politica come condizione della sua pratica. Ma la politica ha la sua esistenza singolare, fatta di enunciati condivisi e di rottura, di movimenti e di lotte, e noi abbiamo la convinzione che è meglio parteciparvi piuttosto che il contrario.

8) Per concludere, un’ultima domanda Benoît e Patrizia sulle vostre attività rispettive, soprattutto poetica per Benoît, soprattutto filosofica per Patrizia. Quali sono attualmente i vostri progetti personali ?

P : Sto preparando con Bernard Aspe un seminario al Collège international de philosophie per l’anno 2017-2018. S’intitolerà : « Paradigmi della divisione politica: violenza e dialettica». Nello stesso tempo, mi occuperò di riscrivere la mia tesi di dottorato, che riguarda la nozione di universalità nella filosofia politica contemporanea, particolarmente in Alain Badiou e Jacques Rancière. L’obiettivo di questo lavoro di riscrittura: liberarla dai codici accademici per farne un “vero” libro.

B : Lavoro a diversi libri, in maniera simultanea, o a sprazzi, con un sentimento d’urgenza, su un libro un altro progetto s’impone, poi c’è una ripresa del precedente, e ancora, a strati, fino al momento in cui se ne conclude uno. C’è un libro che uscirà a settembre, per le edizioni Cambourakis : L’agenda de l’écrit. Un libro costituito da 366 poesie di 140 caratteri, ciascuno scritto in omaggio e a partire dal lessico di uno scrittore nato o morto il giorno in questione. L’obiettivo era di scrivere ogni volta nel formato massimo di un tweet, un enunciato lapidario e intenso. La somma di questi brevi testi costituisce un diario compresso e, nello stesso tempo, una sorta di galassia di nomi (ben più ampia, ma che include in parte quella del catalogo della casa editrice.)

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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fakeDomani, giovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva. Vi aspettiamo!

Speciale / Francia 2017

Elections présidentielles 2017 France-1Nello Speciale:

  • Andrea Inglese, Meditazione sull’elettore incompetente
  • Davide Gallo Lassere, Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail
  • Jamila Mascat, Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

 

 

Meditazione sull’elettore incompetente

Andrea Inglese

PrintSiccome è appurato che, con la società liquida, anche l’elettorato diventa liquido, e tutto va verso la magnifica fluidità iper-moderna, anche e soprattutto le credenze, in ispecie quelle politiche che consolidavano i comparti elettorali con la loro auspicata corrispondenza tra interessi di classe e espressione di voto, siccome tutto questo vecchio mondo, psico e socio-rigido si sfalda, qualcuno lamenta una generale impreparazione dell’elettorato. L’elettorato, oggi più che mai, improvvisa e in modo approssimativo. Questa diseducazione è funesta alla democrazia, come la storia europea ha ampiamente dimostrato, con l’idiozia di quei tedeschi che nel 1933 votarono Hitler, per poi pentirsene al più tardi il 7 maggio del 1945, ossia il giorno della resa incondizionata della non più grande Germania. In questa fase di populismi ribollenti, il richiamo a una maggiore compostezza dell’elettorato è un atto di buona volontà democratica. Su questo non ci sono dubbi. Ce ne sono invece enormi su come condurre l’elettorato cialtrone, a una chiaroveggenza sui limiti entro i quali una democrazia può ancora più o meno funzionare. Questo discorso, ovviamente, non vale per coloro che considerano la democrazia parlamentare non tanto una pura forma in attesa di un’eventuale sostanza, ma semplicemente una carnevalata non degna d’interesse per chi sta lavorando attivamente alla rivoluzione anti-capitalistica. È anche vero, d’altra parte, che se si prendesse la democrazia alla lettera, essa costituirebbe probabilmente il caso di un regime che non ha bisogno di rivoluzioni per modificare radicalmente le proprie istituzioni e migliorare realmente le condizioni di vita della maggioranza dei propri cittadini. Una democrazia benintesa e ben funzionante, infatti, dovrebbe integrare nella sua esistenza ordinaria il principio di una critica radicale nei confronti di se stessa, e nello stesso tempo, come ha mostrato Cornelius Castoriadis, il principio di un auto-limitazione, dal momento che nulla costringe l’ordine sociale umano (né la natura né le leggi della storia) se non quest’ordine stesso.

Ma torniamo con i piedi per terra, alle elezioni francesi, in un regime democratico che funziona, da tempo, come un’oligarchia tronfia, e che potrebbe ritrovarsi un presidente di estrema destra come Marine Le Pen, scelta da un elettorato bue, che s’immagina così di risolvere il male neoliberale che lo minaccia nella sua vita di ogni giorno. È di fronte alla bruttura di questa ipotesi non irrealistica, che qualcuno reclama una revoca del voto agli irresponsabili, previa rieducazione civica, etica, politica. A rigor di logica democratica, però, nel momento in cui acquistasse finalmente ascolto un partito per il voto responsabile, si formerebbe, nel giro di qualche tempo, un partito altrettanto agguerrito del voto irresponsabile. E saremmo daccapo. Bisognerebbe d’altra parte capire, in che senso una democrazia – regime tra i più esigenti e difficili da perseguire, come una semplice assemblea condominiale dimostra – può rendere responsabili i suoi elettori. Sappiamo bene, ad esempio, quanto poco siano benefici in questo senso i media di massa, manipolatori più che informatori, e proni al soldo del capitale o semplicemente al tasso di gradimento. Tacitarli attraverso un meticoloso oscuramento, parrebbe però anticipare, inverandola con efficacia, proprio l’eventualità tanto temuta di un fascismo in arrivo, di quelli letterali e non metaforici. Si potrebbe scegliere una via più legittima, quella dell’educazione scolastica. Venga concesso il voto solo a chi esce a pieni voti dalla maturità. Ma sarà sufficiente, per sventare il diciottenne affascinato dalla pena di morte e dalla polizia dal grilletto facile? E, soprattutto, basterà uscire a pieni voti da un istituto tecnico o professionale o la chiaroveggenza democratica abbisogna di un cursus studiorum propriamente liceale, magari con obbligo del latino? Viste, però, le lagnanze sul livello basso della nostra scuola secondaria e sulla pressoché universale fragilità ortografica e grammaticale delle nuove generazioni, non resterebbe che affidare alla solida formazione universitaria tre + due la coscienza democratica indispensabile al voto razionale. Ma dei laureati in fisica meccanica, in paleografia greca o in letteratura russa, davvero possono capirne qualcosa di come funziona il complesso edificio giuridico e politico di un sistema democratico attuale? Se ci fosse un generoso budget per l’università, si potrebbero considerare dei master obbligatori in “voto democratico” da impiantare in tutte la facoltà, ma viste le risorse attuali, bisognerebbe forse limitare il corpo elettorale a chi ha studiato diritto, scienze politiche, economia e, nel caso francese, estenderlo ai frequentatori delle grandes écoles.

Con la soppressione degli inaffidabili media di massa, per evitare l’ascesa dei populisti incontrollabili si rischiava di approntare un “fascismo-chiavi-in-mano”, ma qui, con la preoccupazione di avere un corpo elettorale competente e esperto, si ritorna un po’ a quelle forme di oligarchia da Statuto Albertino, con individui votanti altamente selezionati per capacità (e in quel caso anche per censo), tali da rappresentare circa il 2% della popolazione. Sicuramente, abolendo le snobistiche restrizioni legate al censo e stando alle percentuali dei laureati italiani nel 2016 nella fascia tra i 30 e 34 anni (25,3%), allargheremmo di non poco quella esigua rappresentanza risalente al 1861. Ma bisognerebbe, ricordiamolo, scorporare dal totale tutti i laureati in discipline non pertinenti (fisica meccanica, paleografia greca, ecc.).

A rifletterci bene, questa storia degli elettori diseducati o maleducati, e di come si potrebbero eludere le loro scelte sventate non è di facile soluzione. La democrazia stessa, poi, sembra ormai essere condannata a vestire i panni dell’oligarchia o del populismo, quando né l’una né l’altro possono pretendere minimamente di esserne una sana espressione. Ma queste opposte minacce non sono così estranee alla realtà storica della democrazia, che come ha ricordato Jacques Rancière in L’odio per la democrazia, un saggio del 2005 (Cronopio, 2007), ne definiscono fin dall'inizio lo statuto ibrido, attraversato da tensioni profonde. Cito (traduzione mia): “Quel che la democrazia vuole dire è precisamente questo: le forme giuridico-politiche delle costituzioni e delle leggi statali non riposano mai su una sola e medesima logica. Ciò che si chiama ‘democrazia rappresentativa’ (…) è una forma mista: una forma di funzionamento dello Stato, inizialmente fondato sul privilegio delle élite ‘naturali’ e distolto a poco a poco dalla sua funzione grazie alle lotte democratiche. (…) La democrazia non s’identifica mai con una forma giuridico-politica. Questo non vuol dire che sia indifferente ad essa. Vuol dire che il potere del popolo è sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, perché queste forme non possono funzionare senza riferirsi in ultima istanza a quel potere degli incompetenti che fonda e nega il potere dei competenti, a quell'uguaglianza che è necessaria al funzionamento stesso della macchina dell’ineguaglianza. Al di là, perché le forme stesse che inscrivono questo potere sono costantemente oggetto di riappropriazione, attraverso il gioco della macchina di governo (…).”

Può esserci, allora, malgrado tutto un ethos, un abito democratico, che varrebbe la pena di difendere, e magari di ribadire in occasioni di importanti appuntamenti elettorali? Io credo che si possa riassumere in questo: gli incompetenti facciano in modo di prendere la parola, di uscire dalla loro condizione silenziosa verso lo spazio pubblico, in tutte le forme che è loro consentito o che è necessario consentire. E questa attitudine non è, a ben guardare, imparentata con il populismo delle varie destre nordamericane o europee. L’idea di un populismo fluido, pronto a seconda dei cambi d’umore a virare indifferentemente verso l’estrema sinistra o l’estrema destra, è senz’altro ben accetta dall’oligarchia, anche perché incute paura di fronte all'eventualità di mettere in discussione l’impianto neoliberista della società attuale. In realtà, il populismo di destra ha una struttura ideologica incompatibile con quello di sinistra. Lo statunitense John P. Judis, in un saggio recente sulla storia del populismo nordamericano, ne offre una sintetica spiegazione: “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un’élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un’ élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Quest’ultimo ha bisogno anche di un nemico che venga dal basso e che si sia appropriato senza legittimità di qualche privilegio sociale, al quale non avrebbe diritto per ragioni etniche, culturali o morali. Insomma, il buon ethos democratico non è minacciato da una presunta incompetenza, che anzi, come ricordava Rancière, ne è in qualche modo garanzia fondamentale, ma da un’originaria opzione inegualitaria che poco c’entra con le condizioni materiali di vita. E come conclude Éric Fassin, al termine di Populisme: le grand ressentiment (Textuel, 2017), l’elettore più che di essere educato ha bisogno di essere appassionato: se non si può trasformare magicamente il risentimento del populista di destra in rivolta, “in compenso è necessario impegnarsi a rovesciare il disgusto astensionista in gusto elettorale”. Bisogna, insomma, chiamare gli incompetenti al loro compito “democratico” per eccellenza: mettere il bastone tra le ruote agli esperti. E il voto è un primo passo in questa direzione.

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Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail

Davide Gallo Lassere

La mobilitazione della primavera 2016 è iniziata con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata molto più ampia e generale, che è sembrata andare ben aldilà della Loi Travail. Ciò non tanto perché la Loi Travail non sia qualcosa di importante o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni. Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese, e più largamente del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale regime europeo del salariato). E in secondo luogo, il legame tra Loi Travail e questo mondo, e dunque tra critica della Loi Travail e critica di questo mondo, è coerente perché, oggi più che mai, il lavoro è diventato pervasivo: vi sono state, a partire dalla svolta degli anni ’70, un’estensione e un’intensificazione molto avanzate della messa al lavoro dei soggetti e della valorizzazione in termini capitalistici del sociale rispetto a quanto accaduto in epoche precedenti.

Ci si è perciò resi conto rapidamente - e a ragione - che non è soltanto la Loi Travail che pone problema, ma che è il mondo, di cui la Loi Travail è la punta di diamante, che deve essere criticato. Tale mondo è il frutto del processo di ristrutturazione scaturito negli anni ‘70 in reazione alle lotte operaie e ai movimenti sociali dell’epoca. Si è trattato di una vera e propria “rivoluzione dall’alto” messa in atto dalle classe dominanti, a colpi di innovazione tecnologica, di innovazione organizzativa, di delocalizzazioni ecc. al fine di ristabilire il governo sul sociale e di rilanciare l’accumulazione del capitale. Aldilà della repressione, l’offensiva dei movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70 è stata infatti domata e sconfitta anche grazie all’intelligenza del capitale, che ha saputo rinnovarsi e ristrutturarsi. L’innovazione sociale e la riconfigurazione degli assetti economici, però, sono andate di pari passo con una profonda riorganizzazione della forma-Stato. Abbiamo assistito, a partire dalla metà degli anni ‘70, a due processi paralleli, che sono culminati con la crisi del 2007-08: da un lato una profonda precarizzazione del lavoro, e dall’altro un accentuarsi delle tendenze autoritarie insite nelle democrazie liberali: Loi Travail e Etat d’urgence in Francia, JobsAct e decreto Minniti in Italia, i memorandum e l’esautoramento del parlamento prima, del governo poi e del referendum infine in Grecia. Ed è in seno all’UE che questi processi si sono acutizzati e manifestati in modo particolarmente violento: violenza del capitale e violenza dello Stato, violenza economica e violenza politica. Ossia processi di precarizzazione e impoverimento, di una nuova grande trasformazione del mondo del lavoro appunto; e processi di de-democratizzazione, processi di post-democratizzazione o di egemonia crescente di forme di governo impermeabili a qualsiasi istanza proveniente dal basso.

Questi due processi - anti-sociali e reazionari, o “estremisti di centro” per dirla con Balibar - hanno determinato il passaggio dal controllo dei soggetti tramite il welfare, a un controllo che articola workfare e warfare: ossia una tendenza alla sotto-occupazione precaria, da un lato, e alla centralità maggiore delle tecnologie securitarie, della polizia e delle prigioni, dall’altro.

In Francia, a causa del proprio passato e del proprio presente coloniale, chi subisce più duramente gli effetti di questa doppia ristrutturazione - del mondo del lavoro e della sfera statale - sono le soggettività post-coloniali; ossia i soggetti di origine (o presunta origine) araba e africana. E si tratta proprio di quei soggetti che hanno disertato la chiamata alle armi dell’anno scorso, che non si sono massicciamente mobilitati e che non sono scesi in piazza e nelle strade: né a marzo, con i blocchi dei licei e le iniziative universitarie; né ad aprile con le “occupazioni” delle piazze; né a maggio, con gli scioperi; né nelle oltre quindici manifestazioni che hanno costellato la mobilitazione, da marzo fino a luglio. Motivo della diserzione - perlomeno per come esso veniva declinato da diversi collettivi presenti nei quartieri popolari e in banlieue: noi, i neri e gli arabi, la Loi Travail la viviamo quotidianamente da decenni. Stesso discorso per l’Etat d’urgence: le violenze poliziesche sono il pane quotidiano che ci viene propinato non per quello che facciamo - come voi militanti bianchi - ma per quello che siamo; non perché protestiamo in piazza, ma perché viviamo nei nostri quartieri!

Ora, a partire dal luglio scorso, in concomitanza con la fine della mobilitazione contro la Loi Travail, si sono messi in piedi dei percorsi rivendicativi molto interessanti da parte di queste soggettività, delle mobilitazioni contro il razzismo strutturale dello Stato francese che non denunciano le pratiche razziste della polizia, ma le pratiche di una polizia razzista. Queste mobilitazioni (come, per esempio, la recente Marche de la dignité), hanno però delle difficoltà a compiere quel salto qualitativo che il movimento femminista è riuscito ad effettuare ultimamente, articolando denuncia delle violenze di genere e contro il corpo delle donne (stalking, stupri, femminicidi, ecc.) e istanze che hanno a che vedere col lavoro, col welfare e con i diritti sociali. È il rinnovo della pratica dello sciopero - lo sciopero dei generi - che ha permesso questo salto qualitativo; che ha catalizzato e promosso questa giunzione. In Francia, le lotte antirazziste - per il momento perlomeno - non hanno ancora sviluppato dei percorsi organizzativi in grado di articolare critica della mano destra dello Stato (ordine, repressione, ecc.), per citare Bourdieu, e critica della mano sinistra dello Stato: welfare assimilazionista, sistema di assicurazioni, educazione, sanità, diritto alla casa, ecc. Chiaramente non si tratta di abbandonare la critica delle violenze poliziesche in favore della critica dell’articolazione tra questione sociale e questione razziale, ma di integrare le due prospettive. Tale posta in palio appare decisiva se si vuole sostenere l’autonomia dei quartieri popolari e delle lotte antirazziste. Prendiamo due esempi recenti: Adama Traoré (il ragazzo che è stato assassinato nel luglio scorso dalla polizia, proprio due settimane dopo l’ultima manifestazione contro la Loi Travail) e Théo Luhaka (il ragazzo che è stato violentato a inizio febbraio dalle Brigades anti-criminalité). La famiglia di Adama è riuscita, grazie anche alla rete di militanti che le si è costituita attorno, a costruire una mobilitazione molto potente ed efficace, in larga misura immune al discorso repubblicano. La famiglia di Théo, invece, vicina alla rete associativa che orbita attorno al PS, la quale dispensa posti di lavoro e assistenza legale e giuridica, creando dunque del reddito, si è immediatamente fatta cooptare da SOS racisme e da altri gruppi posizionati sotto l’egida del PS.

Tale vicenda, come mille altre del resto, può fornire lo spunto per procedere al rovesciamento della maniera attraverso la quale siamo stati abituati a porre la questione del reddito sociale, teorizzandola e praticandola a partire dalla punta più avanzata dello sviluppo capitalistico, ossia attorno al lavoro intellettuale e cognitivo, alla cooperazione sociale, ecc. Per dirlo con una metafora spaziale cara a Bifo, per vedere tutte le potenzialità del reddito, sembra che bisogni portarlo a Sillicon Valley. È probabilmente altrettanto importante - tanto più in un contesto specifico come la Francia - guardare al reddito sociale a partire da dove i processi di ristrutturazione capitalistica si riversano in modo più duro e violento: ossia in banlieue, nelle periferie delle grandi città e nei quartieri popolari, intersecando così la questione del reddito con le lotte anti-razziste - visto che in Francia banlieue è fondamentalmente sinonimo di "neri e di arabi", ossia di soggetti razzializzati.

È su tale questione che abbiamo appena cominciato un percorso di inchiesta, confrontandoci per il momento con circa centoventi giovani della banlieue Sud e della banlieue Nord di Parigi: ciò che è già cominciato ad emergere dai primi incontri, aldilà di tutta una serie di contraddizioni sintomatiche, è la potenzialità del reddito in termini di immaginario e in termini di prospettive di auto-determinazione. Tra le varie espressioni attraverso cui definire il reddito (di cittadinanza, di esistenza, garantito, ecc.) ci pare perciò particolarmente azzeccata la formula adottata dalla piattaforma rivendicativa di Non una di meno: reddito di auto-determinazione.

Il testo riprende l'intervento presentato al Bios Lab di Padova il 7 aprile 2017 a sostegno delle CLAP

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Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

Jamila Mascat

Una fucilata sugli Champs Elysèes, un poliziotto ucciso da un colpo a fuoco (e altri due feriti), l’aggressore abbattuto anche lui, per mano dei colleghi della prima vittima, un tweet della Prefettura che comunica l’evacuazione della zona, la pista terrorista evocata da François Hollande, poi confermata dalla rivendicazione di Daesh, e tutto ovviamente ancora in attesa di delucidazioni ufficiali. Lo script non ha nulla di sorprendente e l’episodio si lascia facilmente annoverare nella lunga lista dei micro-attentati (micro per distinguerli dai bagni di sangue, senza dire nulla rispetto alla specificità dei bersagli designati) che la Francia ha conosciuto nel corso degli ultimi due anni. Che tutto ciò avvenisse il 20 aprile intorno alle 21.00, durante l’ultima parata televisiva degli 11 candidati in chiusura della campagna presidenziale e a tre giorni dal voto, ha solo precipitato l’effetto straniante di obbligare inaspettatamente tutti i pretendenti a commentare l’evento in tempo reale negli ultimi minuti a disposizione per rivolgersi agli elettori. A controcorrente in mezzo alla costernazione diffusa dei “grandi” candidati, suona blasfema la dichiarazione di Philippe Poutou, il “piccolo” candidato operaio del Nouveau Parti Anticapitaliste , che ribadisce la necessità di “mettere fine alle violenze della polizia” e di disarmare le forze dell’ordine. Una presa di posizione polemica che, lungi dal compiacersi del gusto della provocazione, reagisce all’approvazione definitiva della nuova legge sulla sicurezza pubblica, varata con protocollo accelerato dal Senato due mesi fa (16 febbraio 2017) per estendere ai corpi di polizia le licenze di tiro finora concesse ai gendarmes (ai carabinieri) e “ammorbidire” i margini per il ricorso alla legittima difesa.

Adottata in corsa dal governo socialista, questa misura intendeva alleviare il malcontento di centinaia di poliziotti furiosi e apparentemente non paghi delle concessioni accordate dalla Loi du 3 juin 2016 che già rinforzava i mezzi d’azione a disposizione delle forze dell’ordine nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La furia della polizia è montata lo scorso autunno, dopo l’incendio a ottobre di due auto di pattuglia a Viry-Châtillon, periferia a Sud di Parigi, che aveva ferito quattro uomini in uniforme; ed è esplosa in una raffica inattesa di manifs des flics, spontanee, notturne, incontrollate e inquietanti, che sfilavano, proprio sugli Champs Elysées, chiedendo compensazioni economiche, giudiziarie e di status per l’intensificazione delle prestazioni e degli sforzi compiuti nell’ultimo periodo. Ironia della sorte (o vergogna del governo socialista), la rabbia si è placate a febbraio, con il varo della legge sulla sicurezza mentre scoppiava il caso di Théo Luhaka, giovane fermato dalla polizia nella banlieue di Aulnay-sous-Bois, umiliato di insulti razzisti, stuprato con un manganello, e poi finito in ospedale con una lacerazione anale di 10 cm.

Sullo sfondo di queste vicende ravvicinate, il senso di insicurezza diffuso all’indomani degli attentati del 13 novembre, il consenso accordato alla svolta securitaria inaugurata da un interminabile état d’urgence e dalla sua costituzionalizzazione, il dissenso – lievitato esponenzialmente durante i mesi di mobilitazione contro la Loi Travail– nei confronti delle forze dell’ordine, e il non-senso evidente di un ordine imposto con la forza identificano quattro punti cardinali che hanno finito per far perdere la bussola a tanta parte della gauche francese sulle questioni di dis-ordine pubblico.

Lacrime agli occhi

Pierre Douillard-Lefevre è uno studente di Nantes che il 27 novembre 2007, sedicenne, partecipa a una manifestazione contro la LRU, il disegno di legge sull’autonomia delle università, e finisce per perdere l’occhio destro per colpa di un tiro di flashball. Da allora ha avviato una lunga impresa giudiziaria, che nel 2013 ha visto confermare in appello l’assoluzione del poliziotto che lo ha menomato, ma che ancora non si è conclusa, perché Pierre ha fatto di nuovo ricorso presso il tribunale amministrativo. Studente in sociologia, nel 2016 ha pubblicato un saggio intitolato L’arme à l’oeil , in cui ripercorre le tappe del vorticoso processo di militarizzazione delle tattiche di intervento della polizia nella gestione della piazza: dalla dispersione alla mutilazione dei corpi.

Per Douillard l’anno di svolta è il 1995, la data di istituzione sul territorio nazionale delle BAC, le Brigades Anti-Criminalité – già in azione in alcuni dipartimenti a partire dagli anni ‘70 e diventate progressivamente il volto odiato della polizia nelle banlieues (o Zones urbaines sensibles/ZUS) – e la data di nascita del Plan Vigipirate antiterrorismo (ancora in vigore) dopo l’attentato della metro di Saint-Michel orchestrato dal Groupe Islamique Armé (GIA) algerino. La storia che va dagli anni ‘90 ad oggi è la storia di una smisurata intensificazione di violenza e repressione (durante la quale la circolazione di flashball e altri dispositivi semiletali è cresciuta spropositatamente) che tuttavia, a dispetto del loro portato distruttivo, appaiono quasi socialmente metabolizzate. Per dimostrare il livello di assuefazione diffuso, complice il rimbombo di un delirio sulla sicurezza che eccede i confini del suolo francese, Douillard compara le reazioni suscitate dalla morte di un giovane studente di 22 anni, Malik Oussekine, ucciso a calci e manganellate nel 1986 da una coppia di carabinieri delle brigate motorizzate al termine di una manifestazione a Parigi contro la riforma universitaria Devaquet, e le tiepide reazioni che hanno fatto seguito all’assassinio del ventunenne Rémi Fraisse, colpito da una granata della polizia a Sivens, dove manifestava insieme ad altri militanti ecologisti contro la costruzione della diga in cantiere a ottobre del 2014.

Se le mobilitazioni di massa in risposta alla morte di Malik Oussekine avevano portato alle dimissioni del ministro Devaquet e al ritiro del disegno di legge omonimo, oltre che alla soppressione delle brigate motorizzate e alla sanzione dei responsabili dell’omicidio, la morte di Rémi Fraisse è stata accompagnata da una risposta ancor più repressiva nei confronti delle proteste insorte per denunciare la sua uccisione. L’analisi di Douillard, solo parzialmente condivisibile nella misura in cui non sembra tenere abbastanza conto delle diverse congiunture sociali in cui sono accaduti i due tragici assassini, rinviene dunque in una fetta crescente dell’opinione pubblica un meccanismo di ingestione e digestione progressiva della violenza subita, che il sociologo interpreta azzardando un’ipotesi interessante. Da cosa nasce l’abitudine alla violenza? Dalla sperimentazione sempre più pervasiva di tecniche militarizzate di controllo dei corpi (dalla nasse agli elicotteri passando per i gas lacrimogeni e le armi da tiro) che ha preso forma simultaneamente in spazi distinti – e in certo senso perfino non-comunicanti – ma “ugualmente” suscettibili di essere presi di mira dalle forze dell’ordine. Questo avrebbero in commune i quartiers populaires, i luoghi della contestazione (le piazze, le ZAD, i luoghi di lavoro), gli stadi e le frontiere. In questi quattro spazi prototipici, dove pure si collocano corpi diversi destinati ad essere brutalizzati per motivi diversi (alcuni per quello che sono, altri per quello che fanno, altri per come appaiono, e altri ancora per tutte le suddette ragioni), si dispiegano strategie poliziesche simili, attuate per mano degli stessi soggetti istituzionali, ovvero le forze dell’ordine.

Ma possiamo leggere in questa incontestabile escalation, ricostruita da Drouillard, un processo di semplice degenerazione del ruolo della polizia da servizio pubblico (les gardiens de la paix) ad attività paracriminale? Possiamo agilmente tracciare una distinzione tra norme ed eccessi limitandoci a contare chirurgicamente i decessi (che pure non sono pochi – 445 in 50 anni)? E’ qui che la bussola della gauche e perfino quella dell’ extrême gauche comincia a vacillare pericolosamente. Ne va non solo della comprensione di un fenomeno macroscopico e fondamentale (la funzione costitutiva delle forze dell’ordine nella preservazione dell’ordine e dell’ordine vigente), ma anche dell’orientamento delle rivendicazioni politiche a venire.

Nemici intimi

Ma è possibile “riformare” la polizia?

Ne Le lotte di classe in Francia, Marx ripercorre l’origine della terza Rivoluzione francese del 1848 e il bilancio della sanguinosa repressione dei moti di giugno (40mila insorti confrontati a un esercito di 150mila soldati e uomini in armi, con il risultato di 5.500 morti, 11.000 arrestati e 4.000 deportati in Algeria tra i ribelli protagonisti dell’insurrezione).

In questo bagno di sangue Marx non intravede il climax di una violenza eccezionale, ma coglie la “forma genuina” dello Stato. Nel dire questo, Marx, in fondo, non dice qualcosa di molto diverso da quello che dice Assa Traorè, sorella di Adama, morto asfissiato dalla polizia ad agosto del 2016, quando denuncia a gran voce le violences d’état. Entrambi, ciascuno a suo modo, rifiutano di considerare la regola un’eccezione.

Ma se l’accostamento pare azzardato, le ricerche di Mathieu Rigouste sul carattere industriale delle violenze poliziesche e sulle pratiche ordinarie del capitalismo securitario permettono di sviluppare un collegamento più capillare. In État d’urgence et business de la sécurité (2016), Rigouste insiste sulla necessità di intendere la questione del mantenimento dell’ordine da parte delle forze dell’ordine, guardando al complesso sistemico e non scomponibile dell’industria della sicurezza. Rigouste invita in primo luogo a diffidare delle letture “individualiste” che tendono a distinguere i comportamenti dei singoli su basi etiche o morali – non perché non ci siano differenze significative tra i singoli, né perché i bravi poliziotti non esistono, ma perché una simile attitudine non permette di capire molto della funzione dei corpi di polizia, in quanto corpi aventi una funzione specifica (e non individui dotati di cuore e cervello, più o meno onesti e più o meno crudeli)

Basandosi su materiale d’archivio reperito presso l ’Institut des hautes études de la Défense nationale, lo studio di Rigouste su L'ennemi intérieur. La généalogie coloniale et militaire de l'ordre sécuritaire dans la France contemporaine (2011) ha il merito straordinario di facilitare le connessioni trasversali – tra centro e periferia, métropole et Outre-mer, anticapitalismo, antirazzismo e anti-imperialismo – di cui l’impegno per le lotte future contro le violenze di stato avrà necessariamente bisogno per essere in grado di produrre ripercussioni significative. Illuminato in tutto il suo spessore storico e geografico, l’arsenale securitario dispiegato a partire dagli anni 2000 – e rinforzato dopo il 2015 a colpi di état d’urgence e opération Sentinelle – contro la minaccia di dentro di islamisti, terroristi, immigrati clandestini e sediziosi d’ogni genere – giovani e lavoratori e abitanti dei quartiers populaires – dimostra di venire da lontano. Più precisamente pare essere un derivato della « dottrina della guerra (contro)rivoluzionaria » che ha fatto scuola in epoca coloniale e durante la Guerra d’Algeria è servita a giustificare l’impiego di metodi a dir poco disumani in nome dell’imperativo di debellare la “gangrena sovversiva rea di marcire il corpo nazionale» . Da allora nel corso della Quinta Repubblica, la teoria controsinsurrezionale ha continuato a svolgere una funzione paradigmatica nell’ispirazione delle moderne tattiche di difesa della sicurezza.

Applicando vecchi metodi a nuovi soggetti (i “dannati dell’interno”, secondo l’espressione di Rigouste, ovvero i sudditi delle colonie prima e gli immigrati postcoloniali poi) la strategia anti-insurrezionale in atto nei tanti focolai di repressione che esistono oggi è diventata una prassi permanente e per alcuni versi inarrestabile, se è vero che il corpo della polizia gode del privilegio di giustificare performativamente la propria esistenza: come gli atti performativi realizzano il contenuto di ciò che enunciano, la forze dell’ordine “realizzano” la delinquenza che combattono.

Questo vale in particolare per le famigerate BAC, che oltre a pattugliare le cités di periferia si dedicano a infiltrare massicciamente le manifestazioni, e sui cui grava, a partire dalle indicazioni matematiche del Ministero degli interni la pressione del risultato, ovvero l’obiettivo di far aumentare il cosiddetto taux d’élucidation dei reati, che permette ai commissariarti di essere adeguatamente ricompensati.

Come spiega Sebastien Rocha, direttore di ricerca presso il CNRS, la logica che sottintende al calcolo di questo tasso è assai perversa: un reato risolto (élucidé, cioè su cui è stata fatta chiarezza) è un episodio rispetto al quale la polizia ritiene di aver raccolto prove sufficienti per inviare il colpevole davanti alla Procura della Repubblica. È quindi la polizia stessa a giocare un ruolo decisivo nella produzione di questa cifra, che risulta dalla divisione della somma totale dei reati “risolti” per il numero dei reati noti attraverso le denunce, e che si presta ad essere facilmente pilotata.

L’ansia da prestazione che tormenta la routine dei poliziotti delle Bac (nate proprio per agire sulla flagranza di reato) riemerge nell’inchiesta etnografica condotta dall’antropologo Didier Fassin tra il 2005 e il 2007, e poi pubblicata nel 2011, La force de l’ordre. Seguendo per due anni gli interventi quotidiani di una pattuglia di Bac all’opera nella periferia parigina, Fassin è riuscito a catturare la profonda insensatezza dell’esistenza di questo corpo di polizia. Afflitte dall’intollerabile susseguirsi di giornate e nottate noiose, trascorse a non far niente, che per disperazione si riempiono di controlli di identità (rigorosamente au faciès) e pratiche vessatorie, le Bac perseguono l’intento di soddisfare i requisiti di produttività imposti dai vertici con il risultato di far polarizzare il livello di tensione e apartheid sociale. Si torna al punto di partenza: Police partout, Justice nulle part, come scriveva Victor Hugo (Choses vues, 8 aprile 1851) e come scandiscono tutti i manifestanti di Francia. Quanto basta per dissuadere i benintenzionati a pensare di poter convertire le strutture istituzionali normalmente (e non eccezionalmente) deputate alla repressione in uno strumento di miglioramento della società e a ricordare che il mantenimento dell’ordine pubblico consiste nella difesa dell’ordine costituito e perciò mal si concilia con il tentativo di istituire un nuovo ordine sociale.

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Interférences # 8 / Un ventennio di contro-culture francesi (1969-1989)

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Andrea Inglese

A gennaio si è conclusa Soulèvements, mostra curata da Georges Didi-Huberman per il Jeu de Paume, museo nazionale. Il 24 febbraio è iniziata (e si concluderà il 21 maggio) la mostra L’esprit français, Contre-cultures 1969-1989 alla Maison Rouge, un grande spazio espositivo privato. In entrambi i casi, l’insurrezione e la rivolta sembrano trovare, al di fuori del loro contesto originario d’espressione, un tempo ulteriore per produrre senso grazie alla curiosità museografica. E ciò avviene nelle pulite sale espositive di istituzioni sia pubbliche che private. Risulta inevitabile, in casi come questi, interrogarsi sul dispositivo retorico che i curatori hanno messo in atto, per comprendere in che direzione, secondo quali tagli selettivi, essi vogliono ridare senso a certi documenti, a certe opere, indirizzandosi al pubblico di consumatori culturali. In che modo e con quale scopo, insomma, si mette in mostra un’insurrezione, uno spirito critico?

Nel caso di Soulèvements (insurrezioni) di Didi-Huberman, prevaleva un’attenzione al ruolo delle emozioni nella storia, emozioni come motori collettivi di rifiuto e contestazione dell’ordine esistente. Nell’assumere questa visuale, il curatore s’inseriva in un dibattito storiografico già avviato, che rivalutava il ruolo delle emozioni nella comprensione dell’agire sociale. Nello stesso tempo, la fotogenia delle immagini di lotta, all’interno dell’allestimento museale, finiva per appiattirle e renderle equivalenti, espressioni variabili di un archetipo che, in ogni tempo e luogo, si ripete. Così, almeno, nell’analisi critica che della mostra ha fatto François Nicolas, in un articolo apparso sul sito “Mediapart” il 22 dicembre 2016. Secondo Nicolas, “la mostra destoricizza il suo repertorio d’insurrezioni (…). Georges Didi-Huberman fa l’elogio delle singolarità ma le sue insurrezioni, cosi formalizzate, finiscono per diventare un’unica cosa: l’insurrezione di un grido senza altra idea precisa che un ‘No’, senza una propria potenza affermativa”.

Guillaume Désanges e François Piron, curatori di L’esprit critique , sembrano essersi mossi in tutt’altra direzione. Se anche per loro vale il contrasto tra una materia documentaria “incandescente” e la rassicurante neutralità del white cube museale, più esplicito vuole porsi il rapporto della mostra con l’attualità storica. Essa propone la rilettura dell’ultimo grande ventennio di lotte del Ventesimo secolo proprio a ridosso delle elezioni presidenziali del 2017. Inoltre, il partito preso è quello della “storia delle idee”, con il peso tutto spostato non più sull’azione spontanea, ma appunto su tutto ciò che nutre l’immaginario e la mentalità collettiva, dal volantino al libro di anti-psichiatria, dal manifesto femminista alla trasmissione di una radio indipendente.

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Rispetto a queste intenzioni tutto sommato buone, che realizzano un’esplorazione a tutto campo di una produzione underground tanto multiforme quanto minacciata dall’oblio o dal ricordo parodistico, il titolo scelto suona perlomeno paradossale. La controcultura degli anni Settanta viene infatti identificata con uno spirito “sovversivo” tipicamente francese e tutto il percorso espositivo, pur essendo estremamente ricco di materiale, privilegia un’inquadratura nazionale, che risulta spesso forzata se non semplicemente riduttiva. L’operazione non è ovviamente innocente. Innanzitutto, i movimenti di contestazione degli anni Settanta, alcuni dei quali scelgono come bersaglio privilegiato proprio l’ideologia nazionalista, vengono in tal modo riassorbiti nella storia del “romanzo nazionale”. Ad essere sovversivo, insomma, sarebbe un certo carattere del popolo francese, o almeno di una sua cerchia intellettuale e artistica. Ed è indubbio che esista una via al punk tipicamente francese, così come una pratica del femminismo ben radicata in una serie di esperienze precedenti, legate alla storia e alla cultura francese. Ma ho subito voglia di ricordare quanto scrivevano Arrighi, H. Hopkins e Wallerstein in Antisystemic movements nel 1992 (manifestolibri): “Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una del 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo”. È difficile parlare di tutto ciò che accade negli anni Settanta in Francia riguardo alla critica delle istituzioni e delle forme di vita quotidiane, senza fare riferimento a quanto stava accadendo altrove nel mondo. Questo vale a maggior ragione per un percorso espositivo che si vuole incentrato sulla storia delle idee, le quali hanno una circolazione ben poco propensa a rispettare confini e culture nazionali. È impossibile, ad esempio, nella sezione dedicata alla scuola non affiancare a classici della letteratura critica francese, come il Journal d'un éducastreur di Jules Celma del 1971, l’edizione francese di Descolarizzare la società di Ivan Illich, apparso lo stesso anno per Seuil (Une société sans école). E i curatori stessi, nel piccolo libretto che costituisce una guida ragionata alla mostra, finiscono più volte per fare riferimento alla free press statunitense o all’attitudine Do It Yourself resa internazionale dall’esplosione del punk inglese.

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La mostra, d’altra parte, presenta al di là dei limiti di questa impostazione, diversi elementi degni d’interesse. Il primo è evidente fin dalla cronologia selettiva che introduce lo spettatore alle sale dove sono allestiti i documenti (tanti) e le opere d’arte (poche). Questa cronologia ci sorprende soprattutto per i fenomeni di simultaneità, ma anche per il suo taglio poco convenzionale, dal momento che tratta assieme gli anni dell’impegno e quelli del riflusso, permettendo al di sotto delle opposizioni più apparenti di decifrare logiche evolutive peculiari. I primi anni Settanta costituiscono un fiorire ininterrotto di ogni tipo di collettivo militante. Dopo il Sessantotto, assistiamo in pochi anni alla comparsa del Gruppo Dziga Vertov, capeggiato da Jean-Luc Godard, del MLF (Movimento di Liberazione delle Donne), in cui milita la scrittrice Monique Wittig, del FHAR (Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria), delle Gouines Rouges (collettivo femminista lesbico), del GIP (Gruppo d’informazione sulle prigioni), di cui fanno parte Michel Foucault e Pierre Vidal-Naquet. Ognuno di questi collettivi esercita non solo forme di contestazione di una condizione specifica (donna, omosessuale, studente, malato di mente, detenuto, ecc.), con un relativo bagaglio di rivendicazioni di carattere politico, ma, in discontinuità con le pratiche di lotta burocratizzate della vecchia sinistra, prende la parola in modo autonomo, la prende animando assemblee e manifestazioni spontanee, e la prende anche in tutte le forme che la cultura ufficiale e popolare utilizzano, ossia attraverso i libri, i fumetti, i manifesti, la fotografia, i film, la radio… Ma è proprio percorrendo questo materiale eterogeneo, di cui la mostra testimonia in modo generoso, che si scorge il nesso ormai evidente per la nuova sinistra tra analisi delle condizioni di dominio, rivendicazioni politiche e espressione della propria soggettività. Oggi il modo di produzione post-fordista celebra la creatività di massa e assegna ad ognuno il compito di trarre il massimo profitto dalle proprie potenzialità. Siamo tutti blocchi di capitale umano deambulanti, e dobbiamo “metterci a profitto”. All’inizio degli anni Settanta, l’esigenza espressiva, ossia la necessità d’inventare in parte il linguaggio della propria protesta al di là delle forme culturali ereditate, era una necessità politica, in quanto solo una parola inedita poteva permettere a dei nuovi soggetti di accedere allo spazio politico. Inoltre la sperimentazione di nuovi stili di vita e di comunicazione era connessa con l’analisi degli ambienti concreti, entro cui individui e gruppi venivano confinati dalle esigenze di riproduzione sociale. Non solo di libertà si parlava, ma anche dei dispositivi di dominio di cui si era (stati) vittime, o di cui ci si trovava complici. Ognuno è stato chiamato a fare un lavoro da etnografo nei confronti della propria cultura, sottoponendo a indagine radicale le istituzioni più sacre, guardandole così al di fuori di ogni familiarità e ovvietà.

Negli anni Ottanta non è solo la frontalità delle lotte a dissolversi, ma anche quello sguardo etnografico, che considerava l’indagine delle forme di condizionamento un aspetto indissolubile della rivendicazione di una nuova soggettività. Ciò che emerge in primo piano in Francia è ormai una festa dell’anticonformismo, dove si confondono stili di vita underground e esibizionismo del jet-set. Il luogo esemplare di questa metamorfosi è probabilmente il “Palace”, locale parigino in cui il mondo dello spettacolo – cinema, moda, tv, musica, arte – mette in scena se stesso e dove le celebrità condividono per una notte lo stesso ambiente festivo con una folla anonima ma creativa. I gesti, anche se provocatori e di rivolta, si sciolgono ormai dai contesti sociali che li avevano generati, e cercano di trovare consistenza altrove, non nell’unico mondo condiviso che i tanti collettivi pretendevano modificare, ma in zone protette, in momenti circoscritti. La rivoluzione del 1968 ha fallito, i collettivi si sciolgono, alla lotta si sostituisce la festa, al rivoluzionario il dandy, il capitale ritrova salute e maggiori profitti. D’altra parte, e questo gli anni Ottanta in Francia così come in Italia lo dimostrano, “nulla più sarà come prima”: uno spirito libertario sopravvive alla svolta degli anni Ottanta, e il ritorno all’ordine non potrà più essere quello delle società europee degli anni Cinquanta.

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La maison rouge, 10 bd de la Bastille, 75012 Paris

Dal 24 febbraio al 21 maggio 2017

L’esprit français: Contre-cultures 1969-1989

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Immagini:

Tout! (1970-1971) giornale del gruppo Viva la Rivoluzione.

Bazooka (1974-1980) è un collettivo d'artisti costituito da Olivia Clavel, Lulu Larsen, Kiki Picasso, Loulou Picasso, T5 e Bernard Vidal.

Henri e Marinette Cueco, Lucien Fleury, Edgard Nacchache, Gérard Schlosser, Dominique Schnée, Livre d'école, livre de classes, 1969.

 

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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circuito-elettrico copiaCome sarà il libro fra 100 anni? Ne parliamo nel Cantiere di Alfabeta2. Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. E vi aspettiamo!

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Interférences #7 / Riscrizioni di mondo, un dispositivo poetico a 11 autori + 2

Andrea Inglese

wave1Il congegno di scritture che è stato qui approntato ha come scopo di mettere in questione le frontiere di ciò che chiamiamo poesia, non tanto con la pretesa di cancellarle semplicemente, ma per renderle semmai maggiormente mobili e porose, per spostarle altrove. È un piccolo esercizio pratico per pensare diversamente la poesia. Non è un caso che abbia deciso di presentarlo in questa rubrica, e non solo perché coinvolge autori francesi e francofoni, ma anche perché in ambito francese la riflessione sulle frontiere e lo statuto della pratica poetica sono state e continuano ad essere particolarmente importanti.

Il titolo Riscrizione di mondo sta a significare che il mondo non è solo oggetto delle scritture, delle scritture che lo registrano, rappresentano, descrivono, ma anche soggetto alle scritture, sottoposto alla loro autorità, modificato dai loro effetti di senso, il mondo è squadernato attraverso le scritture che lo rilevano e solcano. Questo fenomeno è quanto le scritture “scientifiche”, nel loro sorgere storico, mostrano, prima di essere organizzate in forma compiutamente disciplinare dalle istituzioni scientifiche. Esse creano un ambito di oggetti, eventi, scenari che prima del loro esercizio non erano visibili e dicibili, in quel modo. È quanto anche la pratica poetica può fare, situandosi instancabilmente nel punto di sorgenza in cui vocabolari e oggetti si fronteggiano prima di ogni adeguazione condivisa, disciplinare.

Il punto d’innesco sono tre brani in prosa di altrettanti scrittori “scienziati” attivi tra Ottocento e primo Novecento: John James Audubon, ornitologo statunitense di origine francese, Elisée Reclus geografo e Jean-Henri Fabre entomologo, entrambi francesi. Nessuno dei tre fu uno scienziato “professionista” come lo intendiamo oggi, ossia uno scienziato a tempo pieno. Audubon, oltre ad essere un ornitologo, fu un appassionato cacciatore, un esploratore e anche un artista, illustratore e pittore (suo il celebre The Birds of America, contenente 435 illustrazioni di uccelli americani da lui realizzate). Il brano scelto proviene dai Missouri River Journals del 1843. Reclus fu un attivista e teorico anarchico, partecipò alla Comune di Parigi e, dopo aver subito il carcere, fu esiliato dalla Francia. È l’autore della Nuova geografia Universale. Il suo brano proviene da Le Alpi del 1869. Fabre, che è considerato il padre dell'entomologia, realizzò gran parte della sua formazione come autodidatta, e il suo mestiere principale fu l’insegnamento della fisica nella scuola secondaria. Il brano è tratto da Ricordi di un entomologo, il volume del 1900.

Questi tre brani sono stati proposti a quattro poeti francofoni (il primo belga e gli altri tre francesi): Vincent Tholomé, Frédéric Forte, Liliane Giraudon e Suzanne Doppelt. Ognuno di loro ne ha scelto uno, per realizzare una libera riscrittura. A loro volta queste riscritture sono state proposte ad altrettanti autori italiani (Alessandra Cava, Renata Morresi, Andrea Raos, Vincenzo Ostuni), per un ulteriore riscrittura. In questo susseguirsi di trasformazioni, la scrittura scientifica è stata abolita, il suo sforzo di rendersi trasparente di fronte all’oggetto, è stato perturbato dal ritorno dell’opacità linguistica. Quelle descrizioni di mondo sono divenute supporto di proiezioni, sono state sfigurate e riconfigurate, disorganizzate e reinventate. Ma quest’operazione che sfigura e riconfigura ha preso vie differenti, ha assunto strategie testuali plurali, che corrispondono alle diverse maniere degli autori. Alcune vanno verso la destrutturazione grammaticale, altre verso la letteralità, altre verso un uso allegorico del vocabolario naturalistico. Ma questo movimento non testimonia solamente di un regredire dell’oggetto alla sua pura e tautologica enunciazione linguistica, come vorrebbe una certa poetica francese della litéralité. La lingua perde la sua trasparenza, ritorna ad essere opaca e quindi reale, fatto tra i fatti, ma non per questo cessa di rinviare al mondo, di costruire una tensione nei confronti di esso, di fronteggiarlo.

Per questo motivo il curatore del dispositivo testuale, ossia il sottoscritto, e Gianluca Codeghini, artista e musicista, abbiamo deciso di “installarlo” nel mondo, nello spazio fisico, dandogli realtà sonora e azione. I testi da cui siamo partiti vengono dal mondo, da un’osservazione del mondo, da una molteplicità di pratiche – in realtà – che accompagnano e preparano questa osservazione, e vogliamo che ritornino al mondo, sotto forma di oggetti sonori o di azioni performative. Questo percorso è iniziato durante le giornate di Ex.it materiali fuori contesto , edizione 2016, ad Albinea, e all’Ateliersì di Bologna , nel contesto di Bologna in Lettere 2016, con la collaborazione di Alessandra Cava.

Audubon → Tholomé → Cava

John James Audubon

A cui bisogna aggiungere otto bisonti nella corrente, un’antilope e un cervo. Quale ecatombe devono portare con sé queste piene improvvise! La ragione di un annegamento di tale entità non stupirebbe probabilmente colui che conoscesse le loro abitudini, ma sarà bene ricordarle per colui che le ignora.

A qualche centinaio di miglia più indietro, il fiume s’incastra tra alte falesie, delle quali molte si ergono quasi a picco e sono dunque molto difficili da scalare. Quando i bisonti saltano nell’acqua oppure cadono dall’una o dall’altra riva, attraversano facilmente il fiume a nuoto, ma quando essi raggiungono le pendici di queste vere e proprie muraglie, le infelici bestie si sfiniscono in vani tentativi di arrampicarvisi finché non rendono l’anima e vengono trascinate dalle correnti fangose. Se ne sono pure visti i cadaveri à Saint Louis, gonfi e putrefatti.

La cosa più straordinaria in questa storia di bisonti annegati è che gli Indiani sono costantemente in agguato sulle rive e che, qualunque sia lo stato di decomposizione della carne (a condizione che la gobba contenga del grasso), essi nuotano fino ai cadaveri, li issano sulla sponda e li tagliano in pezzi. Dopodiché fanno cuocere e mangiano questa carne abominevole e così fino al midollo delle ossa.

A volte, il grado di putrefazione era talmente avanzato che di pelame non ce n’era più!

Traduzione di Alessandra Cava

Vincent Tholomé

Ieri, eravamo nello studio di Mi, Im e io, era mattina, finestre spalancate, c’era vento, che sollevava dal cranio di Mi una ciocca di capelli stopposi, Mi seduto bello rigido al tavolo ingombro di scartoffie debitamente stampigliate, intestate, accuratamente disposte in piccoli mucchi, o che fanno finta di esserlo, non un foglio sciolto che oltrepassi i ranghi o svolazzi per il tavolo, dal momento che Mi prende cura, come sempre, di posare su ogni mucchio un portacenere in rame rosso a forma di stella proveniente dalle colonie e dalle loro miniere a cielo aperto, dove migliaia di braccia muovono e smuovono, manipolano martelli pneumatici 15 ore al giorno, nel frastuono infernale, trasportando secchi di fango da evacuare, da scaricare altrove, nella savana inondata o nel fiume che trascina 1000 cadaveri di bufali e capre, pance all’aria e gonfi, vorticanti su se stessi secondo la forte corrente, le rapide e i mulinelli, imbarcati dal monsone, si direbbe, fino alla foce, l’oceano, poi l’America, Mi, seduto bello dritto al tavolo e infagottato nella camicia beige scuro, rimbrottandoci, non so perché, rimproverandoci d’impedirgli, a lui, MI, di vivere altrove, una vita semplice e felice, vicino al fiume Missouri o Mississippi, oppure sulle rive del Volga, lontano dal nostro fiume Lualaba e delle sue acque trascinanti 8000 cadaveri all’ora di ovini e caprini, caduti dalle falesie, travolti dai fanghi, le inondazioni, i flussi delle terre molli, che sfiancano gli individui più robusti identicamente agli altri, rovinando la loro pelle e il loro pelame, trascinandoli sempre più lontano dalle rive, dai luoghi di vita e di nascita, Mi, a voce bassa, che ci ricorda delle cose, ma cosa?, in un grande monologo inaudibile, finestre spalancate, lasciando entrare la città e i suoi rumori, un piccolo vento fresco e malizioso, che solleva una ad una, a vicenda, le ciocche leggere che ornano il cranio di Mi, piccole scintille avide di volo, ho pensato beffardo prima di uscire, di lasciare Im senza stringergli la mano, di ritornare al mondo salutare, al fiume, ai suoi pescatori che issano sulle rive le loro barche, conchiglie di noce con vele rettangolari, piccoli pezzi di tessuto non molto più grande di una tovaglia o di un set da tavola, che tagliano in pezzi, proprio loro, i pesci, facendoli cuocere, mangiando la loro carne abominevole questo fino alle lische, felici di essere tornati, di averla, una volta di più, scampata, ma per quanto tempo ancora? rispetto ai cargo, rischiando ogni notte l’incidente, l’urto definitivo contro gli scafi ciechi delle petroliere che portano altrove, nelle lontananze, il loro carico di bidoni d’olio impilati, di benzina o di gasolio, che solcano il fiume senza attenzione, perdendosi a volete nei meandri o incagliandosi, shazam!, in un banco di sabbia, nel bel mezzo dei coccodrilli, delle grandi belve, e degli ippopotami , ho pensato.

Traduzione di Andrea Inglese

Alessandra Cava

ieri eravamo io e, eravamo io, ed eravamo io, appena visibili a causa del turbinio delle carte debitamente stampigliate, quale ecatombe, le finestre straordinariamente aperte al mattino, le ciocche pallide dirette verso il soffitto, poi di nuovo sulla testa, nel venticello sfacciato, cercando senza successo di costruire delle torri, impilando i fogli, catturandoli col peso dei posacenere, ai quali bisognerebbe aggiungere, ho pensato, una quantità di bisonti, antilopi e cervi sul filo dell’acqua, non facendo fatica, questi, a passare attraverso i fiumi o i mari, bufali o capre che siano, il ventre in superficie e gonfiato, mulinanti su se stessi a piacere della corrente forte, delle rapide e dei vortici, portati via dai venti al di là dei confini, nel silenzio infernale, fino alla foce, e io, io e io, seduto ben dritto al mio tavolo, accusando loro, di impedire, a noi, di vivere altrove una vita semplice e felice, lontano da questi fiumi sui quali sfilano carcasse di ovini e caprini, caduti dalle falesie, trascinati dai fanghi, dal flusso delle terre molli, tentando invano di arrampicarsi - li abbiamo anche visti, seduti ben dritti al nostro tavolo, o facendo finta di esserlo, noi, lo schermo grande aperto in un monologo assordante, lasciando la città e i suoi rumori, loro, quelli più forti come tutti gli altri, disperdersi sempre più lontano dalle loro vie, la ragione del loro annegamento in così grande numero non potendo stupire quelli che conoscono le nostre abitudini, ricordando qualcosa, ma cosa?, avendone visto i cadaveri, prima di chiudere le finestre, fino alle spine, fino al midollo, le piene improvvise che sfiniscono la loro pelle e li spingono sempre più vicini al luogo della loro nascita.

Reclus → Forte → Morresi

Élisée Reclus

Le valanghe invernali nubiformi o valanghe di neve asciutta sono le più temute dagli abitanti delle Alpi, non soltanto per le devastazioni dirette che provocano, ma anche a causa delle trombe d’aria che a volte le accompagnano.

Quando dei nuovi strati di fiocchi non aderiscono ancora del tutto alle vecchie nevi che ricoprono, o quando la massa, troppo imponente, manca di punti d’appoggio, i venti tempestosi che passano sugli alti valloni possono tutto d’un tratto far precipitare l’intera massa; sarebbe a volte sufficiente il passaggio di un camoscio, la caduta di un ramo o una semplice eco, per rompere l’equilibrio instabile della coltre superiore.

Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite; poi, laddove la pendenza del suolo favorisce la sua avanzata, si precipita con un movimento sempre più rapido. Incessantemente ingrossata dagli altri strati di neve, e dai detriti, le pietre, i cespugli che trascina con sé, passa al di sopra di cornici e corridoi, frantuma gli alberi, rade gli chalet che si trovano sul suo passaggio, e simile a un pezzo di montagna che crolla, si tuffa a valle per risalire sul versante opposto.

Attorno alla valanga la neve asciutta si solleva in ampi vortici, l’aria compressa lateralmente dalla massa che si abbatte, muggisce a destra e a sinistra in vere e proprie trombe d’aria che scuotono le rocce e sradicano gli alberi, trascinandoli poi con sé per scagliarli sui versanti opposti.

Traduzione Andrea Inglese

Frédéric Forte

forte DEF PICCOLO

LA VALANGA DI IERI

nuda sotto il rene avanza, dispone il più morbido

degli abiti delle Alpi

..........................(ci si mente all’uso)

............dire le vesti attraverso la pagina

............gli strati

............dove lei, fiocco, non ha punto corno

 

x neve antica copre il bersaglio nudo…

punto d’appoggio, il vento infuria

passa sui talloni o d’un colpo

cita la massa intera :

lui (ff) ha fede, saggio d’un me caduto d’un [e]c_o

................L’ECO

............................libero, sporco di sudore

 

« Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite »

 

là dove il nesto osa il suo passo,

lei recita un movimento

incessante, rosato dai tocchi:

..................neve e detriti, pietra arrossata

..................che lei taglia da sopra nicchie e corridoi

spezza gli alberi, rade gli chalet

spesso intralcia il suo collo

e sembra un monte che scola, costeggia inghiottito

o sale il versante opposto

 

giro d’avallo, fa neve

.............polvere, linfa in vortice

(l’aria rimata trama per maschera)

doccia vitale cade

che conta questo treno

..................................sciabola la poesia la

..................................lancia sui versi posti

Traduzione Alessandra Cava

Renata Morresi

Le valanghe MORRESI corto

Fabre → Giraudon → Raos

Jean-Henri Fabre

È il feroce Scarite [gigante – Scarites giga], l’audace assassino, che interrogheremo per primo sulla morte simulata.

Provocare il suo stato d’inerzia è faccenda delle più semplici: lo manipolo un istante, lo rigiro tra le dita, ancora meglio, lo lascio cadere sul tavolo, a due o tre riprese, da un’altezza esigua. Una volta ricevuto lo choc, e ripetuto se necessario, metto l’insetto sul dorso.

È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta. (…) La posa inerte ha persistenza molto variabile nella stessa giornata, nelle stesse condizioni atmosferiche e con lo stesso soggetto, senza che io possa chiarire le cause che l’abbreviano o la prolungano.

Si sondano le influenze esterne, così numerose e a volte così deboli, che qui intervengono; si scrutano soprattutto le intime impressioni dell’animale, ma sono queste segreti impenetrabili.

Limitiamoci alla registrazione dei risultati. L’immobilità è mantenuta abbastanza spesso per una cinquantina di minuti; ma in alcuni casi può anche superare l’ora. Se nulla disturba l’insetto, se lo copro con una campana di vetro, al riparo dalle mosche, visitatrici importune nella stagione calda in cui opero, l’inerzia è perfetta: non il minimo tremito né dei tarsi, né dei palpi, né delle antenne. È davvero, in tutta la sua inerzia, il simulacro della morte.

Infine, il finto defunto resuscita. I tarsi tremolano, gli anteriori per primi; i palpi e le antenne oscillano lentamente, è il preludio del risveglio. Le zampe ora gesticolano. L’animale si curva un po’ sulla sua vita stretta, si inarca sulla testa e sul dorso, si rigira. Eccolo che zampetta e fila via, pronto a ridiventare morto apparente se rinnovo la mia tattica di choc.

Traduzione di Alessandra Cava

Lilian Giraudon

È la scontrosa Lascite (do-mina – littera) l’insospettata omicida che, per finire, con cautela studieremo in merito all’orgasmo simulato. Di offrire un sembiante di desiderio sarebbe capace anche un bambino: la si sfiora un secondo, la si gira tra le lenzuola, l’attimo dopo la si getta a terra, due o tre volte, su un tappeto. Rinnovata questa tattica secondo la temperatura e il momento della stagione, alla fine si mette la creatura sulla pancia. Eccoci: la simulatrice non dorme più, come elettrizzata (…) L’orgasmo orchestrato è tuttavia di intensità variabile secondo il ciclo della luna, la temperatura esterna e anche con lo stesso esemplare, senza che si riesca a capire cosa provochi la sua durata o la sua interruzione. Stilare una lista dei suoni ambientali che circolano nell’aria, così musicali per quanto fiochi, può rendere l’eccitazione sopportabile. Non dimenticate che penetrare sessualmente le parti intime della bestia vi farebbe correre un rischio mortale. Limitatevi dunque con gli occhi a fissare i risultati. Il tremito agita il corpo umido a volte per più di trenta minuti; per certi soggetti può durare anche oltre. Se niente disturba la femmina e se al riparo dagli onischi –anch’essi abitanti della camera nella stagione in cui opero – la copro di escrementi, l’orgasmo è totale: fremiti lungo il ventre, dai seni fino alla bocca. Si può osservare con grande esattezza, in tutto il suo caos, lo spettacolo della piccola morte… È a quel punto che la macchina del godimento si ferma. Gambe e braccia si immobilizzano. Lentamente il corpo si drizza, gli occhi vi trovano nella penombra. La bestia si piega un poco prima di scagliarsi in avanti. Si inarca, fauci spalancate, puntando alla gola. Eccola che conficca le zanne e vi dissangua come maiali per riprendere subito dopo la sua postura di orgasmo, in attesa che qualcun altro rinnovi la tattica.

Jacqueline Henriette Favre

Traduzione di Andrea Raos

Andrea Raos

È la socievole Lascite (do-mina – littera) la notoria genitrice che, per esordire, senza indugio trascureremo in merito all’apatia reale. Di sottrarre una reale repulsione non sarebbe capace nessun adulto: la si tiene distante a lungo, la si lascia immobile sul letto, molte ore dopo la si accompagna dolcemente verso il soffitto, una volta, contro il lampadario. Gesto inconsulto compiuto una sola volta, in un momento a caso del giorno e dell'anno, fin da subito il non nato sarà sulla schiena. Distanti: l'ortonimo è già sveglio, del tutto intontito. (...) L'apatia reale è di conseguenza regolare e indifferente al moto del sole, all'atmosfera stabile dell'ambiente chiuso e soprattutto, con diversi soggetti, è del tutto chiaro che non dipende dal finire subito e dal continuare. Cancellare i colori esterni immobili a terra, stridenti perché intensissimi, per forza di cose nega questa odiosa indifferenza. Ricorda sempre che mantenersi sessualmente lontano dalle parti esterne della pietra ti darà la vita. Tuttavia spingiti a odorarne le premesse. L'immobilità strazia il vuoto secco sempre per meno di un minuto: per nessuno dura mai di più. Quando tutto aggredisce il maschio e sotto attacco dalle scolopendre, sempre lontane per tutto l'anno della tua inattività, lo ripulisco dal cibo, l'apatia è incompleta: strazi di lombi, nuca e spina dorsale. Non si nota, nel caos, il segreto della grande nascita... Ma già da prima l'organismo del dolore si era messo in moto. Radici e rami si agitano. Rapida la pietra si affloscia, l'odorato ci perde nella luce. La pianta si piega a fondo dopo essersi tirata indietro. Si racchiude, opercoli stretti, ritraendosi dagli alluci. Non la noti strappare le radici ed iniettarti linfa come scimmia pur avendo appena prima negato la tua contorsione di apatia, indifferente a chi non tornerà mai più.

Fabre → Doppelt → Ostuni

Suzanne Doppelt

Uno spettro continuo

La tarma diventa nera per sfuggire ai predatori, lo Scarite lo è già, così nero come un uccello del malaugurio che conosce tutti i trucchi, fare il morto per esempio, fisso come il fasmide fa il fuscello su un tappeto di muschio, senza capo né coda o la farfalla la foglia secca, l’animale è un vegetale invertito. È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, sdraiata sul dorso, un dorso così duro come un’armatura, la mosca guarda il mondo al rovescio e le sue cause prime prima d’essere trascinata via ma basta un po’ di cenere, una vera mossa magica, affinché essa ritorni all’istante, un fantasma in tutto e per tutto simile, di taglia e di aspetto. Lo stesso vale per colui che ogni notte torna in vita, inservibile simulacro, il morto-vivente che ritrova il suo letto al canto del gallo, la coscienza stinta e il dente ben affilato oppure colui che va su di un filo, l’occhio elettrico tra il giorno e la notte, una vera macchina di precisione, perché nel sonno non trova riposo. È il caso dell’anguilla e di qualche animale superiore, morta, la sua pupilla si apre e si chiude otto, dieci, sedici giorni dopo, una gran bella danza macabra cento volte all’ora sotto l’influsso della luce. Poi è sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, stesa sotto la sua ombra portata, semiscolorita, senza occhi e senza orecchie e così mite come un’immagine.

Vincenzo Ostuni

Riscritture testi Ostuni1

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Riscritture testi Ostuni2

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Riscritture testi Ostuni3

 

riscrizione alfabeta

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Interférences #6 / Twombly & Barthes, retrospettiva con testo a fronte

 wave1Andrea Inglese

Accade con certi artisti così come con certi scrittori. Se i generi letterari esistono per orientare la fruizione e familiarizzare il lettore con le caratteristiche formali delle opere in circolazione, vi sono scrittori forti che impongono una ridefinizione del genere a partire dalla propria opera singolare. Questo è vero anche per quelle opere d’arte che, nella loro irriducibile particolarità, diventano la chiave di comprensione di certe categorie critiche e persino di certi procedimenti, che avrebbero dovuto inquadrarle e favorirne la lettura. Nel caso di Cy Twombly, poi, si può essere testimoni di un fenomeno ancora più radicale: le opere concrete sembrano mettere fuori gioco tutta una serie di categorie acquisite, che vengono d’un tratto sentite come inadeguate e limitanti. Per questa ragione si è costretti a parlare della pittura di Twombly senza poterla inquadrare preventivamente. Ogni volta le sue tele ci vengono incontro in modo repentino, senza permetterci di consolidare una postura della mente e un'inclinazione dello sguardo, di fare in qualche modo tesoro delle nostre esperienze passate. Anche aggirando categorie quali “espressionismo astratto” o “pittura informale”, per fare leva su termini apparentemente più neutri come “graffiti” e “calligrafia”, ci troviamo semplicemente alle soglie della sua opera, mentre abbiamo urgenza di farci nuovamente portare da essa, sprofondando negli itinerari che le sue tracce imprevedibili e le sue condensazioni materiche e cromatiche allestiscono. Non vi è allora modo migliore di avvicinare Twombly che attraverso un approccio fenomenologico, capace di mettere tra parentesi principi e nozioni, per lasciar emergere quello sguardo generoso e sprovveduto che la sua tela stessa tende a suscitare. È quanto, con successo, ha saputo fare Roland Barthes in due testi apparsi nel 1979 (già nell’edizione italiana di L’ovvio e l’ottuso), e ora opportunamente raccolti da Seuil per celebrare la mostra che il Centro Georges Pompidou di Parigi sta dedicando all’artista statunitense a cinque anni dalla sua scomparsa.

Per una coincidenza favorevole diverse opere descritte nel libricino di Barthes fanno parte delle 140 opere presentate nella retrospettiva del Centro Pompidou. È così possibile realizzare una sorta di lettura con “testo a fronte”, dove i segni di Twombly e le frasi di Barthes non rischiano mai di collidere, né d’indebolirsi reciprocamente. Le tele di Twombly funzionano per Barthes come occasioni propizie per inventare e mettere alla prova il suo vocabolario critico, che pare soddisfare qui in modo particolarmente felice sia la vocazione semiotica sia quella filologico-letteraria. La scrittura di Barthes, dal canto suo, ci permette d’indugiare sui tanti diversi accadimenti che animano la pittura di Twombly, costantemente tesa tra la polarità della condensazione materica e pittorica, da un lato, e la rarefazione calligrafica, dall’altro. Dentro questo campo di forze opposte evolve una realtà germinale di tracce, macchie, aloni, cancellature. Il punto d’avvio è quasi sempre il segno, inteso nella sua manifestazione più elementare: un tratto sulla superficie bianca del foglio da cui ogni figura può emergere, tratto come promessa di forma, ma anche di senso, tratto come incertezza tra segno e disegno, tra parola e frego. Esso può crescere in densità, moltiplicarsi, sciamare disordinatamente e a singhiozzo, oppure assumere la continuità di una linea, l’idiozia di uno scarabocchio, la drammaticità di un solco o di una colatura di colore. I segni abbozzati possono mutarsi in flagellazioni di colore, e queste ultime lasciar spazio a nomi propri, o a parole decifrabili dentro un labirinto di segni. E tutto quanto avviene grazie al bianco, sostenuto e rafforzato nel bianco, dalla superficie intonsa, non solcata del foglio o della tela, ma continuamente disposta ad accogliere e a farsi imbrattare.

venus

Nel ricco repertorio delle opere di Twombly, che include anche la fotografia e la scultura, ognuno può scoprire zone e momenti di maggiore passione. A me lasciano freddo le ultime opere, più pittoriche, con i grandi fiori a colori intensi e sgocciolanti. Sono assai poco permeabile, inoltre, al fascino del pittore colto, residente a Roma, impregnato di cultura classica e di slanci lirici. Trovo, invece, che Twombly coltivi all’ombra del patrimonio culturale della classicità un’ironia iconoclasta, in grado di controbilanciare in modo irriverente il culto della grande arte del passato. I riferimenti alla letteratura e alla mitologia greco-latina funzionano come una potente macchina evocativa, capace di far affiorare la memoria iconografica di secoli di pittura e scultura, memoria che è puntualmente annientata dal nome stesso che (solitario) campeggia sulla tela, o dagli incerti segni e colori che ad esso si accompagnano. A questo proposito, Barthes osserva: “Scrivendo Virgilio sulla tela, è come se Twombly condensasse nella sua mano l’enormità stessa del mondo virgiliano, tutte i riferimenti di cui questo nome è deposito. (…) Twombly sa che il Nome ha una potenza assoluta (e sufficiente) d’evocazione: scrivere gli Italiani [titolo e soggetto di una tela dell’artista], è vedere tutti gli Italiani”. Barthes ha senz’altro ragione, ma egli considera qui solo un aspetto del nome, che può funzionare come “produttore” di realtà: nominando l’assente, lo faccio esistere. Ma la nominazione funziona anche come una sostituzione di realtà, esorcismo: l’apparizione del nome Virgilio è un’operazione di alleggerimento feroce, un azzeramento del capitale iconografico della tradizione, per un eventuale ricominciamento, attraverso un gesto paradossale di oblio-rimemorazione. Ho bruciato tutti i libri, distrutto tutti i quadri, non mi rimane che un nome scritto con calligrafia incerta sul margine del foglio. Può essere l’emblema di una maledizione o di una liberazione.

Lo snodo cruciale nel percorso di Twombly si colloca comunque, come questa retrospettiva permette di comprendere, nell’arco di cinque o sei anni, tra le tele dell’inizio degli anni cinquanta, ancora influenzate dalla pittura di Franz Kline, e l’avvento di una radicale rarefazione intorno alla fine del decennio. Spariscono così le grandi pennellate, le fasce di colore irregolari dell’espressionismo astratto, affinché si dia spazio al foglio, al fondo neutro, alla tela intonsa, su cui verranno a posarsi come in un balbettio gestuale dei semi o dei resti – l’ambivalenza è costitutiva – d’impulsi figurativi e pittorici. In un mondo ormai organizzato per vedere troppo, per avere continuamente un flusso d’immagini sotto gli occhi, Twombly ha allestito questi riti di sottrazione, di diminuzione, ma anche di estrema concentrazione su ciò che è insignificante dal punto di vista dei codici visivi, andando a ritrovare l’enigma della mano infantile o priva d’intenzione. Gli siamo ancora grati per questo, per averci almeno promesso questo possibilità di scostamento e d’interruzione nei confronti del flusso.

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[Immagine: Cy Twombly, Venus, 1975. Pastello ad olio, mina di piombo e collage su carta 150 x 137 cm, Cy Twombly Foundation.]

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Cy Twombly , 30 novembre 2016 - 24 aprile 2017, Centre Georges Pompidou, Parigi.

Roland Barthes, Cy Twombly, Seuil, Paris, 2016, p. 64, 10 €.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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Interférences #5 / Le deduzioni liriche di Philippe Beck

wave1 [Ospito questo mese delle traduzioni inedite di Philippe Beck, classe 1963, traduttore, docente di filosofia e soprattutto poeta, il cui lavoro ha saputo conquistarsi in Francia un interesse solido e costante. Basti pensare che quest’anno, per la casa editrice NOUS, sono apparsi ben due saggi a lui dedicati e da parte di filosofi del calibro di Jacques Rancière (Le sillon du poème. En lisant Philippe Beck) e Alain Badiou (Philippe Beck: l’invention d’un lyrisme inconnu, raccolto in Que pense le poème?). Lo presenta e traduce Andrea Franzoni, un poeta italiano che vive a Marsiglia. a. i.]

 

Philippe Beck

traduzione di Andrea Franzoni

Introduzione

Citazione s’uguaglia a passaggio
ricostituito, l’ombra lassù,
ombra di Dubbio,
perché le parentesi sembrano indicare
che un passaggio è forse
uno slancio controvato dell’Editore.
Parentesi acute superiori o inferiori a.
Ora, autore trasmette
in sé
dell’editore
e ricostituzione nel sole
ha bisogno d’ombra
di dubbio quanto allo slancio discusso.
Freschezza d’ombra
libera Deduzioni.
È il Rigioco per libri
come per l’universo dei campi.
Cioè tramite loro.
Foreste di silenzio
tra i libri,
dove passa il Mondo,
sono evocate
dalle parentesi.
Che aprono inferiorità e superiorità.
Che sono praterie.
O inferenze di nuovi
paradisi.
Sono le Grotte dei Cani
dove diossido di carbonio
lascia tranquilli gli uomini alto?
Ci sono animali?
Questa è anche una zoodia.

*

1

<L’insieme di poesie è una camera. Ci sono stanze. Un luogo nascosto è ritiro o alcova. Non si tratta di questo. Banale segreto non è segreto banale. Si tratta del banale rimasto banale e specialmente segreto fuori e dentro: cerchiamo il normale. Uno scopritore è scrittore anche, e scriba della sua scoperta. All’esterno, stanze, altre camere che impediscono il rapporto. Ogni poesia è una camera mondana, che contiene la memoria
di camere senza segreto (dove si è fuso il banale segreto). C’è
camera e camera. Una camera amata è un ritmo.>
.

Camera è titolo di realtà.
Realtà di convalescenza e apparizione.
Antologia d’apparizioni occupa anche
romanzo da viaggio.
La realtà ha una cornice, stringe,
e semplifica. Io vado qui, in delle Deduzioni
di paradiso,
amplificare le sue descrizioni.
Le sue brutalerie si moltiplicano
accompagnate da piccoli angeli di Sentimentalismo.
Forse Pianeta erra come una camera erra?
La collezione di camere si chiama Città?
Gran Camera Città.
E Pianeta è collezione di cornici a quattro muri,
in due o tre dimensioni.
La concordanza dei tempi nella camera
assomiglia a concordanza d’apparizione con apparizione.

*

2

Il lettore si ribella.
È lettura.
Fa lettura come fa bello.
Legge nella sua camera propria?
Prova a cancellare
il desiderio di Chiuso.
Arruffamento negativo lo vela
quanto convalescenza
infinita.
Ma ritorno al Vivo dell’aria
è preferito.
Grazie agli Ahimè di realtà.
Che li cesella e vivifica.

Tra gli schiavi, molti sono volontari. Quantità partente. Difetto
di libertà = “seconda natura” : Giovane La Boétie lo dice con
tenerezza. Il libro ha porte aperte. Una camera ad apertura
facoltativa.

L’umano afferra lo scandalo d’analogia della camera privata
(Zimmer), individuale, maritale, con la camera a gas
(Kammer). In famiglia, genocidio è tappezzato. O
untuosamente relegato.

L’interno lavorato
di Ambiente o Caverna
è l’interno d’opera
a qualche condizione.

Il libro è test. Analogia avvolge la differenza, il lato a lato,
lontananza fondata nell’intimità. Le vite private hanno per
tappezzerie dei ricordi determinati. Ricordi etici, immagini
fisiche, vi garantiscono la libertà. Un lavoro storico libera il
soffio singolare. Nella pace di camera particolare, dove non
propaga gas panico, il sogno del paradiso è il sogno dell’oblio.
Io posso dedurre Altro Paradiso?
Sotto il getto di pistola
del dio Pan,
il suo kärcher solare?
Lava la fuliggine storica
delle impersonalità.

*

3

Delle sequenze tragicomiche. Rinviano, per striature, al dietro
del sorriso, in delle presentazioni radicolari. Presente. Da
leggere d’estate. Poesia XXIX :

<Il disegno di trasportati
di piccoli trasportati da intermediari maggiori;
di grandi trasportati da altrettanto grandi;
il disegno di vecchi piccoli e grandi
disegno pianto, senza rimpianto,
poiché non v’è rimpianto in questo disegno
di respiro antico
e cottura futura.>
(Camera a romanzo fusibile)

Gli umani ridotti alle bambole
dagli impiegati d’Uomo Banale,
suscettibile d’essere imbiondito.

Come respirare in delle camere particolari? La chiave è avvolta
in velluto d’oblio. Il fiume Lisciatore condiziona memoria di
fusioni recenti, e di gerarchie o piramidi. David Olère ha inciso
nel marmo della presentazione. Bulino e metodo delle tre
matite. Un lenzuolo di velluto lo sposa. Memoria diretta di
asfissia e carbonizzazione, Immaginazione nell’istante, è
irreale. Esperienza della soffocazione e del compattamento, e
di gerarchia grezza nella camera si arrotola su di sé. I disegni
hanno una brutalità di dolcezza nell’Esterno. La respirazione è
facile, nel lontano distacco storico, ecologicamente (malgrado
addoloramento e inflazione delle gabbie, e il raschiamento a
misura di campi di carta amazzonica, lo scioglimento artico
per dei pozzi nascosti). La facilità dell’oblio, è la materia p.
Memoria è intellezione nel fiume Lisciatore. La finezza delle
linee di silenzio fa vedere degli sforzi verticali avversari.
Camera a gas ha il senso di Verticale Crudele; camera
domestica ha il senso d’orizzontalità cruda e phantastica.
Orizzontalità dopo. Vi è analogo: analogo delle nuove crudeltà
della lotta per un’irreale sopravvivenza con l’asprezza di
sentimenti d’imperfezione senza la coscienza del peso. Con è
linea di frazione. Il trattino è un fiume interno. Mantiene,
sperduto, l’idea di bene supremo. Nel cuore della traversata di
falso calabrone.

*

4

Nella <rimuscolazione del dolore><, dei libri ammorbidiscono
angoscia (A) invece di dissolverla per illusione. Di dove
un’angosciva mortaleria. Invisibilità del dolore è la legge
dell’inizio d’oblio. Nell’epoca chiusa (epoca = richiusura),
l’occhio ascolta. L’ascoltatore della famosa preghiera laica,
ora sperdente.

<L’abitudine dei cavalli
cela l’occhio animale.>
(Il Chiuso dell’epoca)

L’occhio animale, è strumento passivo d’X, che ha l’illusoria
<abitudine degli animali>. Quest’occhio ha il sapere del loro
silenzio. Due versi non l’opprimono. Vi sono animali senza
saperlo (secondo una tradizionale idea esatta.) L’estate spesso
rende animali, ovvero: animato senza accesso al principio di
vitalità
. Settembre sa, e obbliga alle Deduzioni di paradiso.
Secondo un’idea che Pavese ha sfiorato. Novosibirsk crea
musicisti. Il freddo apre il passato, e la freddura che attornia
gli animali dà il sentimento del passato. Storia li circonda.

Calza contenitiva p.
ha i suoi addictologi.
Tecnicizzano Gran Rigore.
La cornacchia
del Giappone discerne quattro tipi
di cacciatore.

*

5

<accoppamento
o demolizione,
non d’un Helmut Rieu
o di un André Lotti,
ma del bue poetico-poetico.>
(Il Chiuso dell’epoca)

Lungimiranza o prudenza in versi. Rieu o Lotti tagliano della
musica importante (offuscano dissonanza della dissonanza).
Più importante: quelli che temono l’offuscamento vedono
quando del bello rovina l’arte – rovina che disperde semenza
d’Esattezza. Potenza di Peggio è a suo agio grazie ad
addictologia degli esperti, bui slanci di spirito.

<Dimenticare,
è lasciar partire.>

“Partire, partire! Non capisco, questa parola per me rovina
tutto l’universo.” Lenz, giù per una china della mente.
.

Dove, Società di persone filosofiche?
Nelle scosse, esse non sono più
dei banchi sopra i quali uomo scrive.
Terreni d’esercizio.
Grazie a Giovanile Biblioteca,
animali dai lunghi artigli parlano
sotto le nuvole bianche di mezzogiorno
che scappano
e incrociano delle diligenze in aria.
Cominciano un diario
coll’orizzonte di Rigenerazione.
A dispetto del dottor Polidori.

*

6

È il gioco mondano dei libri
che impongono i riassunti autoritari
Citazioni. Citazione dunque schiocca di frusta.
Riassume un mondo possibile,
nella tranquilleria. È violenza fatale,
come c’è b. fatale. O bellezza f.
V. dalla chioma gruppo di onde.
Laocoonte al posto della testa.

<Amico,
l’ammirante originario,
si occupa dell’uguaglianza
che occupa delle speciali pagine di me
come “amore = ambizione + erudizione”,
dove la somma organizza:
a) l’uscita-dentro-il-mondo;
b) il rientro dentro una biblioteca di Warburg in piccolo.>

<Noi siamo dei lettori.>
Noi è messaggio di Disumanità
nel nome della Rumanità. Nella frequenza.
Rum. supportata dai reclamai.
Spesso, avverbio dell’intensità nel numero
disperso che regna. Crescita deserta.
La statistica sospesa regola.
La sua sintesi è semplicemente Oggi.
Con i suoi antimuffa.
.

L’angelo soffiato guarda presente: questa bocca particolare, né
gioia né gaiezza. Tenerezza, penetrazione, passione. Come una
“purezza di baccante”. Volto opaco emerge da leggera bruma.
Sopracciglia tagliate acconciano l’Occhio. Sguardo casto e
voluttuoso, ironico, languido, malizioso, seduttore: unità di
passione greca, voluttà romana, esaltazione spirit. e medievica.
Vite legate, riassunto dei tempi di tramonto. Gioconda è
striata: ridente, commossa, severa, adorabile, innamorata,
voluttuosa. G. (+A) magnetizza i gruppi poiché precisa e
brumata: sintetica, secolare, faccia conclusiva, aperta e ferma.
La sua Fermezza Soffiata guarda il fiume Adesso.

*

Lirico Convertibile. Una nota.

Andrea Franzoni

Un octogénaire plantait.
« Passe encor de bâtir; mais planter à cet âge ! »

La Fontaine

La delicatissima arte accentuale del verso francese ritrova oggi, con Philippe Beck, il proprio specifico splendore. Arte accentuale, metrica e agglutinante, operativa, fiduciosa come più nessuno oggi nell’arte ultra-classica del verso. Arte agglutinante ovverossia poesia = strumento di linguaggio mimante, nel senso fanciullino ma non metonimico né onomatopeico, anzi, al contrario, assolutamente adulto nel suo lavorio continuo di fabbro, fabbricante, “bue” che va avanti indietro avanti, lirico, dritto, duro e “secco”1 come lo è diventata la terra più che desolata della poesia, come lo sarebbe un cantore che non parla da decenni. Sì perché Beck è, rispetto agli esperimenti contemporanei, iperbole di un tradizionalismo erudito e pieno di intenzione: di fastidio dunque per tutta la giovinezza poetica europea il cui lavoro si basa perlopiù sulle unità frastico e le estetiche e politiche manierate, dedotte perlopiù dalla filosofia-linguistica, al meglio. Una frizione naturale dunque con le libertà meccaniche delle poetiche recenti. Nulla a che vedere con la neo-metrica. Nulla a che vedere con il sacerdozio e l’orfismo classici. Non poeta-vate ma poeta-lavoratore (“pensatore manuale”), razionale al punto da poter accostarsi, a momenti, alle crepe abissali delle idiosincrasie, dei solipsismi, e al tempo stesso esente dal delirio egotico grazie a una disciplina filologica, filosofica e estetica che esonda da tutto il semplice nozionismo e arte di repertorio e di archivio, per lanciarsi nella musicalità raffinata della Poesia. Confluiscono in Beck il poeta e il critico, il filosofo e l’operaio, il professore e l’allievo. Come? Con qualcosa che non si vedeva da tempo: una coscienza di sé certissima, pregna di difese intellettuali difficili da scardinare, perché fatte — siamo in Francia — da ragionamento. Tutto viene ridefinito dunque, attraverso un battito paziente e potente. Forme (dal “prosimetro” alle “boustrofe”) e contenuti (storia e letteratura, motivo e variazione, citazionismo, celanismo, dolorismo, ecc.) sono rimessi, per così dire, a nuovo, ripuliti da una produzione teorica originale e una pratica considerevoli. Metapoetico (orizzontale, quantitativo) il guscio; lirico il gheriglio (verticale, qualitativo). Di dove le motivazioni fondanti della mia scelta traduttiva: il discours di Beck non è concepibile infatti senza il métadiscours di Beck; e più, direi : il discours di Beck è il métadiscours di Beck.

Si troveranno quindi tradotte l’Introduzione e le prime sei poesie di Deduzioni, libretto del 2005, edito da Al Dante. Il principio compositivo — debitore forse della Khora del dottor Williams (a sua volta debitrice del Metastasio) — è semplice: Beck riprende, cita alcuni passaggi della propria produzione (dal ’97 al 2005) e li ricostituisce, ovverossia li commenta in versi o in prosa (o prose poetiche, o...), eco forse, questo, del genere di poesia detta didattica (cara a Beck) ma anche di certa strutturazione narrativa, che il poeta deduce da La Fontaine, altro grande modello per il poeta.

Circa le innovazioni beckiane,2 si noti qui semplicemente come l’antonomasia o certi neologismi provengano dall’incontro con l’inglese o il tedesco. Inutile dire che per quanto riguarda il francese la lingua si trova ai suoi massimi livelli espressivi. Per quanto riguarda invece il lavoro d’arrivo — la traduzione — mi pare importante sottolineare che ogni movimento lessicale e, in generale, di fusione morfosintattica, è stato reso a partire dall’italiano come lingua indipendente, d’accoglienza. Ho lasciato dunque alcuni neologismi prendere echi, in italiano, affatto diversi da quelli che hanno in francese, così come si è preferito non escludere forme traslitterate come “phantastica” o prodotti di suffissazioni come “medievico”. Un esempio su tutti. Lì dove il dott. Scotto ha tradotto (Einaudi, Nuovi poeti francesi) per “rhumanité”, “raffrumanità”, ho qui scelto invece “rumanità”. Che da’ certo adito a equivoci, ma che si pone, perlomeno in questo libretto, in un’ottica a mio avviso imprescindibile per tradurre Beck, cioè quella d’insieme (l’importante infatti non è il significato particolare ma il lungo lavoro sul prefisso “re”, che darà “Rejeu”, “Reden” e altri) : un lavoro da comprendere nel suo insieme e non nelle sue determinazioni occasionali.

Va da sé che anche nelle scelte linguistiche e metriche qui operate vi sia intenzione. Senza dilungarsi direi, per concludere, che mia intenzione è stata di mettere l’italiano in eco con il lavoro traduttivo di Diana Grange Fiori, e con quello melodico-semantico della Rosselli, in cui le incidenze tra le due lingue, mi sembra, hanno raggiunto la loro massima espressione. Di lasciare cioè il francese, così come l’italiano, liberi d’esprimere il proprio estraniamento naturale rispetto alla situazione in cui il traduttore, operatore culturale e “scriba”, li ha posti.

°

 

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*

Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

  1. Ci riferiamo allo studio, Un récitatif sec, di Claude Solomon. []
  2. Vedi Martin Rueff, in Philippe Beck: un chant objectif aujourd’hui (actes du colloques à Cerisy), éd. Corti, 2014. []

Interférences #4 / Olivier Favier e le cronache d’esilio

wave1[Ospito un estratto di Chroniques d’exil et d’hospitalité. Vies de migrants ici et ailleurs, Le passager clandestin, 2016. Segue una breve intervista all’autore. Traduzione dell'autore e supervisione del sottoscritto. a. i.]

 

 

Olivier Favier

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13 novembre 2015: gli attacchi a Parigi, l’incendio a Calais

Il 13 novembre 2015, quando un sms mi chiede se sono al sicuro, non so chi mi scriva, poiché non posseggo che un cellulare di ricambio, sul quale non sono registrati i miei numeri. Ma capisco subito che c’è stato un nuovo attentato a Parigi. Mi trovo sul sentiero delle Dune, nelle vicinanze della bidonville di Calais in compagnia di due militanti italiane e un piccolo gruppo di migranti. Scopro a poco a poco sulla rete, come molti altri nello stesso istante un po’ ovunque nel mondo, la portata e il bilancio degli attacchi in corso. I luoghi colpiti mi sono più o meno familiari, sono stato in alcuni di essi, sono strade che conosco, dove passo regolarmente. Come tanti altri nello stesso momento, chiamo qualche parente e amico, i pochi di cui riesco a ritrovare il numero. Rispondo anche a qualche sms.

Juliette mi spiega che, da casa, ha sentito con i bambini gli spari sul Petit Cambodge. Mamadou sta da lei questo fine settimana. Sono triste anche per lui, perché è qui in Francia per vivere in pace, protetto. Per lui, sì, Parigi è una festa dalla quale riparte sempre pieno di voglie e progetti. Ci scambiamo qualche frase, lo sento molto teso, cerco di trovare le parole giuste, gli dico, mi sembra, che non è che una scheggia della violenza del mondo, terribile ovviamente, ma questo non significa comunque che Parigi diventerà una città di guerra. Intorno a me, le amiche italiane mi fanno domande. Traducono le poche informazioni che riesco a dare loro in inglese, in arabo e in aramaico, per gli altri amici della bidonville.

Di tanto in tanto, staccandomi dallo schermo del cellulare, dò un occhiata in giro. Vedo sguardi tristi e rassegnati; un uomo ripete: “Boko Haram, ISIS”, scuotendo la testa. I migranti che ci circondano non mi pare misurino immediatamente le conseguenze nefaste che una simile azione avrà sul loro avvenire già incerto. Non sanno che, in un certo qual modo, ciò che molti hanno fuggito, li perseguiterà persino qui. Ecco ciò che mi ossessiona soprattutto in questo momento: la loro sorte e la sorte di coloro che verranno in seguito, come quella degli amici siriani che avevo appena lasciato sotto il portico ventoso di una chiesa, il 7 gennaio scorso, quando la notizia dell’attentato a Charlie Hebdo mi è arrivata per telefono. Siamo lontani, in ogni caso, dagli sguardi d’angoscia che vedrò due giorni dopo nelle strade della capitale. In questa che è oggi la più grande bidonville d’Europa, il resto del mondo diventa a volte quasi irreale, come in genere per tanti parigini risultano irreali i conflitti e la miseria degli altri. In un mondo dove l’informazione circola in tempo reale, il reale scorre dappertutto come il tempo.

Di colpo vedo una delle mie amiche italiane correre sul sentiero delle Dune con il cellulare in mano. La seconda la segue e, senza neppure rifletterci, mi metto a correre anch’io. Le raggiungo e scopro con loro, a qualche decina di metri, un cielo rosso aranciato. Delle persone camminano verso di noi con calma. Ho messo in tasca il telefonino, per tirare fuori la macchina fotografica. Mi avvicino al fuoco, non sento nessun grido, nessun richiamo, nulla che faccia pensare a qualcuno rimasto prigioniero delle fiamme che si alzano ormai per decine di metri. Allora comincio a scattare delle fotografie. Rimbombano delle detonazioni sorde: le bombole di gas che esplodono. Il vento viene verso di noi e vuol dire che una buona parte della bidonville rimane fuori pericolo. Ho l’impressione di assistere a una catastrofe naturale, a una apocalisse al di fuori del mondo, non alla conseguenza evidente dell’incuria dei poteri pubblici che hanno lasciato senza infrastrutture la stragrande maggioranza delle 4500 persone presenti attualmente sul posto.

Più tardi, ricordo anche due giovani eritrei avvolti in una coperta, lo sguardo vuoto, seduti su una sedia al margine del sentiero. Per loro Parigi è lontana quanto lo è per noi la loro cattiva sorte attuale, la landa dove vivono, la dittatura da cui sono fuggiti, le sofferenze che hanno sopportato durante il viaggio. Accompagnando quelli che sono rimasti senza un tetto fino a un luogo d’accoglienza trovato dai volontari del campo, realizzo che il resto della bidonville ha continuato a vivere, come se l’incendio stesso appartenesse a un altro mondo. Il campo è talmente ampio che certuni, probabilmente, non si sono accorti di nulla. Siamo a due passi da un perimetro dedicato alla vita notturna, il posto senz’altro più allucinante di questo immenso non-senso, dove risuonano i motori di alcuni gruppi elettrogeni, con le sue discoteche improvvisate, le sue risse, le sue luci multicolori e mobili da luna park, mentre tutto il resto è sprofondato nel buio.

Questo venerdì 13 era, dicono, la giornata mondiale della gentilezza. È stata anche l’ultima di una magnifica estate indiana, sintomo tra gli altri dell’odierna crisi climatica.

Otto giorni dopo, un nuovo incendio di minore ampiezza farà due feriti.

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L'intervista

Cronache di esilio e ospitalità è uscito quest’anno. E raccoglie un materiale estremamente ricco ed eterogeneo, a partire dal 2013. Ci si muove tra Calais, Parigi, la periferia, la provincia francese, ma anche tra la Calabria e la Sicilia. Come è nata l’esigenza di scrivere sulla vita dei migranti, e come è nata da questa scrittura il progetto del libro.

La molla principale che mi ha fatto scrivere questo libro, me ne sono accorto a poco a poco, è la medesima che mi ha spinto a diventare traduttore dall'italiano all'inizio degli anni 2000. Il primo libro che ho tradotto era Sull'Oceano di Edmondo de Amicis. Raccontava le vicende dei migranti italiani di fine Ottocento tra Genova e Montevideo. Avevo dedicato questo lavoro al mio nonno materno, che scappò minorenne dalla provincia di Treviso nel 1924, in parte per ragioni economiche in parte per ragioni politiche. La sua storia costituisce la prefazione a questo libro che ho pubblicato dodici anni dopo. Mio nonno, durante i suoi ultimi anni, mi diceva sempre: se avessi potuto raccontare la mia storia... Per me era un eroe, un avventuriero, il protagonista di un romanzo d'appendice mai pubblicato, e sogno ancora di saperne di più sulla sua vicenda epica anche se, ovviamente, tutto ormai è cancellato dall'oblio. In qualche modo, i ragazzi migranti che mi hanno chiesto di raccontare il loro percorso mi hanno dato la possibilità di saldare il debito che ho con lui, debito per una vita felice, per gli studi che ho potuto fare, per tutte le sofferenze che mi sono state risparmiate grazie anche al suo lavoro, alla sua capacità di costruirsi una vita e una famiglia in Francia.

Ma il motivo immediato di tale ricerca è da ricondurre a una precisa data : il 3 ottobre 2013. Dopo il naufragio che ha provocato la morte accertata di 368 persone – a cui si aggiungono una ventina di dispersi –  ho letto una quantità spaventosa di articoli che non dicevano nulla della situazione dei profughi provenienti in maggioranza dalla Somalia o dall'Eritrea – paesi di cui conoscevo un po’ la storia grazie al lavoro di scrittori e storici italiani. Ho scoperto l'ipocrisia dei politici presenti a un funerale, che era stato proibito agli stessi superstiti. E tra di loro, c'erano amici e familiari dei morti... Ho scritto su questo episodio un lungo articolo e ho continuato da quel momento a seguire quanto veniva raccontato sulla sorte dei migranti. All'epoca – parlo di tre anni fa, ma la situazione è cambiata solo superficialmente – si scriveva poco e male. Ho fatto l'elenco degli elementi che mi mancavano per capire da semplice lettore e ho provato di rispondere alle domande che mi facevo. Mi interessavano, ad esempio, i dati storici. Da quando esiste la « giungla » di Calais? Perché in Francia abbiamo accolto i boat people degli anni '70 e perché siamo incapaci oggi di un comportamento decente? È vero che la nostra attitudine politica assomiglia a quella degli anni '30? Mi stupiva anche di non avere mai la possibilità di leggere la storia di un percorso individuale – non solo una specie di curriculum vitae migratorio, ma una vera e propria storia fatta di emozioni, di ferite, di sorprese, di speranze e di delusioni. Ho provato così a lasciare spazio e tempo a chi aveva voglia di raccontarsi. Ho scritto questi articoli immaginando un lettore che seguiva le mie domande e i miei tentativi di risposta. L'idea del libro, però, ancora non ce l'avevo. Non avevo voglia di confrontarmi col mondo dell'editoria, anche se lo conosco bene da traduttore. Sono stati due amici a parlare del mio lavoro ad una bella e coraggiosa casa editrice: Le Passager clandestin.

 

Nel tuo libro si coglie l’urgenza e la tempestività del giornalista militante, ma anche quella del testimone, che è interamente coinvolto nelle vicende che narra, in quanto l’incontro con i migranti, e penso soprattutto con i minori senza famiglia, ossia i più fragili ed esposti, è qualcosa che ha inciso non solo sulla tua scrittura, ma anche sulla tua vita. Alla figura del giornalista e del testimone, si va poi a sovrapporre quella dello storico, perché tu sei storico di formazione. Come credi che queste tre visuali abbiano agito in questo tuo libro

Da bambino ero già appassionato di storia. Quando ho letto il primo libro su Garibaldi – ambientato sempre nel paese misterioso del nonno – avevo mi pare 7 o 8 anni. Mi piace la narrazione – quella ad esempio teatrale di Marco Baliani o di Laura Curino –, il reportage letterario, mentre mi interessa poco il romanzo, la fiction. Lavoro solo per passione, non posso fare altro. Per campare, da anni, sono costretto a lavorare giorno e notte. “Un grande artista”, mi ha detto l'amico poeta Carlo Bordini in un'intervista che gli feci, “è sempre una persona che ha deciso di fare un viaggio”. Anche Deleuze la pensava così, colle sue linee di fuga descritte nel bellissimo testo sulla superiorità della letteratura inglese-americana. Detto questo, ovviamente, non mi considero un'artista. Ma, da semplice uomo, da testimone se vuoi, porto avanti la mia vità comme un viaggio, un percorso. Per dirla come Deleuze, sarà il mio "essere-migrante"...

I minori senza famiglia... che ti posso dire... Sono i nostri figli. Tanti di loro sono tra i migliori di noi. Poveri che lottano, che sognano... Tanti di loro vivono da poeti.

 

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,

Le coeur gros de rancune et de désirs amers,

Et nous allons, suivant le rythme de la lame,

Berçant notre infini sur le fini des mers

 

Cosa ne pensi della situazione di Calais, attualmente? E soprattutto come giudichi la decisione del Ministro degli Interni di sgomberare la bidonville, disperdendo i suoi abitanti in centri di accoglienza disseminati per la Francia intera?

Lo sgombero della bidonville di Calais è stato gestito per far credere di nuovo che tutto si risolverà magicamente in un attimo, con "umanità e fermezza". Adesso, chiedono alla polizia di cacciare quelli che tornano e sperano di chiudere così una storia che dura ormai da più di vent'anni. C'è un muro in costruzione tra la città di Calais e la zona del porto che, dal Trattato di Le Touquet nel 2003, appartiene all'Inghilterra. In pratica, questo significa che la Francia ha ceduto la sovranità su un pezzo del suo territorio ad un paese straniero. Certo, il governo francese non può decidere da solo di lasciar passare i migranti che vogliono entrare in un paese che non li accetta. Non è poi così semplice, non solo al livello statale, ma soprattutto regionale e locale, gestire alcune migliaia di persone di passaggio che hanno in comune il desiderio di attraversare illegalmente une frontiera.

A Grande-Synthe però, città vicina di Calais, il municipio insieme a “Medici senza frontiere” è riuscito a sistemare un campo decente per i richiedenti asilo kurdi. Il bravissimo sindaco Damien Carême evoca il paradosso con chiarezza: "Questo è un accampamento controllato da trafficanti di esseri umani. Dobbiamo dare condizioni di vita decenti ai migranti che ci passano, ma provvedere anche alla loro sicurezza." Questo significa, ad esempio, permettere alla polizia di lavorare per allontanare le reti mafiose che cercano di sfruttare i migranti, lottare affinché le case consegnate alle famiglie non siano confiscate da persone che le usano per arricchirsi, affittandole ai nuovi migranti che arrivano. Ovviamente è una situazione difficile, ma questo esempio dimostra che affrontarla con coraggio e dignità è possibile e, fra l'altro, con dei costi molto più bassi rispetto alla gestione di Calais, dove una quantità spaventosa di soldi si spreca per mobilitare centinaia di celerini e installare chilometri di filo spinato. A Calais, i governi successivi, sia di destra sia di sinistra, hanno aiutato la politica di non-accoglienza imposta da Londra, bloccando la frontiera dell’Inghilterra fin dentro il territorio francese. In tali circostanze, ovviamente, l'unica soluzione coerente sarebbe quella di permettere a queste persone di rimanere in Francia. È stato fatto in parte, non nell'interesse dei migranti però, ma solo nel quadro di una politica globale di "flussi". Affinché non venga oltrepassata una certa soglia numerica, i poteri pubblici rendono la vita dura ai migranti o li lasciano nel più completo abbandono, sperando così di scoraggiare nuovi arrivi. Nella grande bidonville come negli accampamenti precedenti, lo Stato ha potuto lasciare senza vergogna centinaia e poi migliaia di persone senza doccia, senza cesso, senza elettricità. Questa è la cosiddetta gestione dei flussi.

Quando però il numero delle persone diviene troppo grande, il governo decide di spedire i richiedenti asilo politico in diverse parti del paese. Deve quindi risolvere il problema dello “stock”. Il risultato è spesso deludente. Da una parte, a Calais, i trafficanti hanno già fatto il loro lavoro di promozione del sogno inglese – “dall'altra parte della Manica tutto andrà bene per voi, ma un tale paradiso vi costerà migliaia di euro” – dall'altra, dopo mesi passati in condizioni disastrose, i i discorsi sull’accoglienza dell'amministrazione francese appaiono sempre meno credibili. Negli ultimi mesi, il governo ha quindi deciso più volte di aggiungere ai richiedenti asilo, altre persone che non volevano rimanere in Francia. Alla fine, ad ottobre, ha creato una situazione di falsa emergenza, invitando 700 giornalisti ad assistere ad una cosiddetta "operazione umanitaria". Non ridurre a una caricatura o criticare in modo eccessivo il lavoro che hanno tentato di fare le associazioni mandate dallo Stato. Il risultato però è poco dignitoso. Un buon numero di minori, ad esempio, è scappata dopo qualche ora o qualche giorno dai luoghi dove erano stati mandati. Per quanto li riguarda, la situazione è ormai fuori controllo da quasi un anno e ad un livello mai visto in precedenza. Anche per gli adulti la situazione non ha sbocco: vengono sparpagliati a caso nei cosiddetti Centri di Accoglienza e di Orientamento dove, in pratica, sono i volontari delle associazioni locali che organizzano le diverse attività – lezioni di francese, una parte dell'assistenza legale, medica e amministrativa. Tanti migranti, dopo appena qualche mese, si ritroveranno senza documenti, senza esistenza legale. L'idea del governo è di provare a renderli invisibili, di farli dimenticare. L'unico successo che è stato ottenuto, grazie soprattutto al lavoro dell'associazione France terre d'asile, è stato quello di aver permesso alcuni ricongiungimenti familiari tra i minori che avevano parenti in Inghilterra.

 

Che bilancio fai della politica di accoglienza francese, in particolar modo a partire dall’inasprirsi del conflitto siriano, ossia durante gli ultimi due anni e rispetto a quanto realizzato o meno negli altri paesi europei?

 I Siriani in Francia sono pochissimi. Per loro fortuna, la stragrande maggioranza ha raggiunto la Germania. Per il resto, France, pays des droits de l'homme potrebbe costituire l’equivalente del titolo di un libro ormai famoso di Angelo del Boca, Italiani brava gente. I pochi che lottano per dare un po' di senso a tale formula sono gli stessi che sanno perfettamente come essa venga tradita ogni giorno dall'amministrazione francese. Per tanti Africani, però, il mito rimane vivo e anche per loro dobbiamo fare in modo che nella realtà possano trovare un po' di quel sogno che hanno inseguito partendo. Chiudo l'argomento dicendo che il libro France pays des droits de l'homme è ancora tutto da scrivere. Il mio prossimo libro, invece, s’intitolerà, in un paese sazio di memoria autoreferenziale, Les lieux de l'oubli. Sondando il rimosso della storia francese, ho scoperto che spessissimo ci si imbatte nel conflitto con lo straniero, l'immigrato, il colonizzato... La Francia rimane una terra avvelenata da un senso di superiorità spaventosamente ridicolo. Questo tratto l'accomuna alla sua vecchia rivale, l'Inghilterra.

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Foto di Olivier Favier: 1) quattro ragazzi in gita a Compiègne, ottobre 2016; 2) Mohamed e Mamadou alla Fête de l'humanité, La Courneuve, settembre 2015.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.