Ma noi facciamone un’altra. Un congedo

Alfabeta2, come la precedente alfabeta, è legata indissolubilmente al nome e all’opera di Nanni Balestrini, che – come sapete – non è più tra noi dallo scorso 19 maggio. Per questo con il numero di oggi, dopo aver pubblicato i testi raccolti o commissionati prima della sua scomparsa, ci congediamo dai nostri lettori. Anche se la rivista chiude le pubblicazioni, tutti i materiali che abbiamo pubblicato in questi anni resteranno accessibili in rete almeno sino alla fine del 2020 e, in seguito, all’interno dell’Archivio Balestrini.

Sappiamo che questa, per i lettori, è una perdita. Lo è anche per noi. Dal 2010 in avanti, prima su carta e poi in rete, alfabeta2 ha avuto un ruolo importante in un dibattito, quello culturale e politico italiano, più che mai impoverito. Del lavoro che abbiamo fatto insieme alla comunità dei nostri collaboratori, che negli anni è sempre cresciuta in quantità e qualità, per quanto è stato possibile in un contesto certo non facile, siamo fieri. E lo siamo pure del riscontro ottenuto, della discussione che in molti casi abbiamo contribuito a stimolare. Proprio per questo il congedo odierno vale anche come una dichiarazione di intenti; mutuando il motto brechtiano di Nanni, assicuriamo che, nel futuro più o meno prossimo, anche noi ne faremo un’altra. Alfa e Beta sono solo le prime due lettere.

Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa

Alfabeta2 è stato un luogo di critica e di non allineamento. Senza, però, quell’aria di famiglia da ceto intellettuale e/o di sinistra che lascia sempre nell’aria un che di appiccicoso.

Un luogo nel quale si sono messi in circolo anticorpi per provare a respingere pregiudizi e conformismi.

Un luogo dove ci si è presi cura del linguaggio a fronte della sua semplificazione, provocata e cavalcata dalla politica della paura.

Abbiamo affrontato un campo di devastazione che si accompagna alla violenza contro i corpi dei più fragili. E delle donne.

Con i suoi pregi e i suoi difetti Alfabeta2 si è mossa lungo questo solco con un’ operazione pensata e portata avanti da Nanni Balestrini e da quanti e quante, per primi Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, hanno sostenuto e realizzato il progetto.

Io credo che sia stata presa bene la mira e che molte delle idee di Nanni continueranno a circolare.

Letizia Paolozzi

Alfabeta2 dunque chiude.

Usando Melville, direi: avrei preferito di no. Prima è mancato il profumo della sua materialità (oltre al profumo intellettuale degli articoli pubblicati sulla edizione cartacea); ora mancherà anche l’immaterialità dell’edizione online.

Alfabeta2 dunque chiude. E mancherà anche a chi, come me è entrato nel mondo di Alfabeta solo con la seconda Alfabeta, ma vivendo comunque una bellissima avventura. Ma lo spirito di Alfabeta non muore: perché non deve morire; perché i tempi sono difficili e serve un luogo/tempo di riflessione critica e di dissenso. Dissenso non solo culturale, ma anche o soprattutto sociale e politico. Alfa e Beta sono le prime due lettere dell’alfabeto greco: perché allora non immaginare e costruire davveromorta una rivista se ne fa un’altra - una nuova rivista e chiamarla ad esempio Alfabetagamma - continuando cioè le nostre riflessioni oltre le prime due lettere (ovvero, oltre il già fatto)? Oppure, e più semplicemente: Alfabeta3?

Ultima cosa, in realtà la più importante: grazie Nanni!

Lelio Demichelis

Alfabeta2 sono gli incontri a casa di Letizia, le cene a Testaccio, gli incontri con Nanni a Maria ai Monti e sul terrazzo. Incontri per utilizzare parole, per dialogare, comprendere, discutere, litigare, con il massimo di libertà e di anarchia, riuscendo a rendere visibile il futuro a cui si sta pensando nei modi più diversi. Alfabeta2 unitaria e diversa, irritante ed entusiasmante, noiosa e geniale, come tutte le altre cose di cui ci dobbiamo occupare nelle nostre vite. Parole, idee, suggestioni che rimarranno scritte, da poterle riguardare perché tutto per la natura delle cose dobbiamo dimenticare ed essere dimenticati.

Michele Emmer

La conclusione di ogni esperienza collettiva è sempre un evento vagamente luttuoso; se poi, come nel caso di Alfabeta2, a questo si sovrappone il lutto per la scomparsa di una figura e di una persona come Nanni Balestrini, ecco che questo sentimento diventa sempre più concreto e quasi si materializza davanti ai nostri occhi. A questa esperienza dolorosa si oppone da sempre la certezza che una parte di ciò che scompare continua a vivere e a mutarsi in altre forme: non intendo certo sottrarmi, né potrei del resto, a questa legge umana. Così ovunque si praticheranno l’idea della cultura come intelligenza collettiva che svolge una funzione critica del presente e il gusto per la connessione di campi disciplinari anche molto distanti Alfabeta2 in qualche misura rivivrà. Alfabeta2 è stata una scheggia di un mondo in cui sembrava possibile fare quasi tutto ciò che era sentito come giusto proiettata in un mondo in cui quasi tutto è predeterminato, in cui ogni via di fuga sembra essere abolita. A chiunque non si vuole rassegnare a vivere solo in questo mondo attuale spetta il compito etico di rilanciare, nei modi che gli competono, schegge di quell’altro mondo.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2 si congeda, ma come scrivono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, nel saluto di oggi – 15 settembre 2019 – è contenuta l’intenzione di “farne un’altra”, un’altra rivista, un’altra festa, un’altra trasformazione.
Un’altra mano del gioco, possiamo dire, nello spirito di Nanni Balestrini, che sempre si è mosso nella dimensione regolata e imprevedibile, dilatata e futura dei suoi giochi con il linguaggio, con le cose e con i tempi.

Nell’avventura di alfabeta2 on line, la rubrica “alfagiochi”, per quasi tre anni, ha intercettato l’attitudine alla partecipazione ludica di lettori e lettrici, che hanno scambiato e condiviso immagini al confine fra scrittura e pittura, sensi e nonsensi trovati in giro e rilanciati: grazie a chi ha contribuito, ha intuito e proposto nuove possibilità, a chi è stato al gioco. Stare al gioco. Intermezzi ludici e replicabili tra parole e immagini, il volume pubblicato da alfabeta edizioni e DeriveApprodi, mantiene traccia di questi scambi (e di molto altro), così come rimane attivo, ancora per qualche tempo, l'account twitter @alfabetadue.

Antonella Sbrilli

La piada

La farina che sia zero

Un decimo di strutto vero

La s’impasta a palla lesto

E si spiana poi rotonda

La si pone sopra il testo

Volta, rivolta, è pronta.

Alberto Capatti

Adesso ci fermiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non vale più la pena Nanni
Va bene Nanni continuiamo

E’ tutto inutile Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si vende abbastanza Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non abbiamo più soldi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

C’è lo sfacelo ovunque Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Gli sbirri menano più di prima Nanni
Va bene Nanni continuiamo

I vecchi fasci sembrano come nuovi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

La poesia non ci salva né da soli né in gruppo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Hanno scritto che non serve a niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Il governo non è meglio della strada, la strada non è meglio del governo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non leggono più niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non guardano nemmeno più in aria Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono di sì a tutto Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si capisce neppure da che parte stiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono che siamo morti Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Andrea Inglese *

*

Su questo testo si basa la traccia audio di un video dal titolo omonimo, realizzato da Gianluca Codeghini e Andrea Inglese e presentato il 2 luglio 2019 a Milano presso la galleria Mudima, in occasione della serata in omaggio a Nanni Balestrini. 

Qui di seguito l'annuncio di due incontri dedicati a Nanni Balestrini che si terranno nei prossimi giorni a Milano e a Roma. 

Martedì 17 settembre, ore 16, Sala del Grechetto alla Biblioteca Sormani, Milano:

Giornata di studio su Nanni Balestrini

Intervengono Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Franca D’Agostini, Eugenio Gazzola, Milli Graffi, Giorgio Longo, Federico Milone, Ugo Perolino.

Presiede Luigi Ballerini.

Lunedì 23 settembre, ore 17, Upter (via IV novembre 157), Roma:
Nanni Balestrini. Una retrospettiva
Con Maria Grazia Calandrone, Maria Teresa Carbone, Fiammetta Cirilli, Andrea Cortellessa, Elisa Davoglio, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Giulio Marzaioli, Guido Mazzoni, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello, Franca Rovigatti, Sara Ventroni, Michele Zaffarano

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Un genere legittimato dal suo futuro. Idee, pratiche e comunità d’ascolto di poesia.

Andrea Inglese

Sbarazziamoci di questa nozione di una corrente principale nella storia e rendiamoci conto che stiamo andando in diverse direzioni.

John Cage

In un mondo d’inizio millennio, che pare mosso dall’inesauribile potenza delle sue crisi croniche e molteplici, anche la piccola landa della poesia ha percepito (e ancora percepisce) se stessa come in stato di crisi profonda, permanente, forse terminale. Questo fatto è riscontrabile procedendo a un rapido catalogo delle lamentazioni più frequenti. Manca quasi tutto: lettori curiosi, editori illuminati, distributori appropriati, librai indipendenti e, naturalmente, autori validi. Questo quadro sconfortante è di tanto in tanto radicalmente rovesciato. Appare allora chiaro che i poeti incarnano l’espressione più pura dell’etica della scrittura (qualsiasi cosa questo voglia dire) e che, nel grande mercimonio promosso dall’industria culturale, o dall’industria dell’intrattenimento tout-court, essi costituiscono l’ultimo fronte della resistenza (quale che sia la patria immacolata da difendere). La cosa consolante nel profluvio di tali discorsi vittimistici o euforici è che, in Europa, non sono solo i poeti nostrani a nutrirsene. Chi ha avuto modo di partecipare a qualche tavola rotonda sulla poesia in altri paesi, o in occasione di qualche festival internazionale di poesia, può facilmente testimoniarlo.

Pochi sono stati i tentativi d’inquadrare in un’ottica più ampia, non esclusivamente interna al genere, questa crisi della poesia e del suo statuto all’interno del sistema letterario. Tra questi, è importante ricordare il saggio di Guido Mazzoni intitolato Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia apparso nel 2017 in rivista («Ticontre. Teoria testo traduzione»,VIII) e in rete. Per l’autore, “ciò che definisce l’ingresso della poesia nella sua stagione contemporanea, prima che un mutamento interno alla letteratura, è un mutamento sociale”. Puntando lo sguardo all’evoluzione della società italiana nella stagione della cultura di massa, Mazzoni analizza tutta una serie di fenomeni che hanno determinato a partire dagli anni Settanta uno stravolgimento del campo poetico: declino delle poetiche e delle riviste militanti, assenza di un canone condiviso, perdita di autorevolezza del poeta in quanto intellettuale, eclissi di una scena ufficiale a cui eventualmente opporre una scena underground, diffusione della poesia in rete attraverso siti web, blog individuali e collettivi, social network. La riflessione di Mazzoni si chiude su di un sentimento di perdita secca, assunto però con stoico disincanto. La marginalità culturale della poesia non è riconducibile a qualche causa semplice, o a qualche colpa ben circoscritta, essa è parte di una necessità storica inscritta nell’evoluzione delle democrazie occidentali.

L’articolata diagnosi realizzata da Mazzoni conferma e sistematizza tutta una serie di valutazioni che hanno accompagnato la riflessione sul declino della poesia e sui guasti della cultura di massa a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e di cui un critico come Alfonso Berardinelli è stato uno dei più influenti capostipiti. Questa lettura è stata oggi assimilata quasi del tutto acriticamente, ma essa presenta alcuni punti discutibili. Quello che m’interessa trattare qui riguarda il concetto di “mandato sociale del poeta”. Secondo Mazzoni, in Italia, “la poesia italiana moderna ha conosciuto due perdite del mandato sociale: quella di inizio Novecento e quella che comincia a emergere proprio nel corso degli anni Settanta”. All’inizio del secolo scorso è la stessa borghesia che, dopo avergli attribuito l’autorità di rappresentarla “poeticamente”, revoca al poeta questa prerogativa. Nel corso degli anni Settanta, sarebbe invece la società di massa a incaricarsi di questa ulteriore revoca di mandato. Non è una questione oziosa, perché verte in qualche modo sulle forme di legittimazione che un genere letterario può fornire nei confronti della società del suo tempo. La nozione di un mandato sociale (moderno) del poeta (del letterato) è però fin dall’origine contraddittoria. Ne aveva scritto Guido Guglielmi con la sua consueta nettezza: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale” (in Ironia e negazione, Einaudi, 1974, p. 13). Il mandato sociale del poeta, in epoca moderna, si costituisce a partire da questa mistificazione: una classe particolare vuole riflettersi in una letteratura che si pretende universale. Questa contraddizione non è stata risolta dai tentativi di creare una letteratura proletaria, che esprimesse marxianamente l’universale concreto dell’umanità, né mi pare risolvibile in una società di massa, in cui le stratificazioni sociali non sono state dissolte. Di certo la poesia è delegittimata nell’universo dell’industria editoriale, che affida ai suoi autori-produttori almeno un mandato commerciale. Esso potrebbe essere così espresso: “quale che sia la rilevanza letteraria dei vostri libri, essi devono persuadere un numero significativo di consumatori-lettori”.

A fronte di queste difficoltà, le scritture poetiche potrebbero accettare, a partire dagli anni Zero, di considerarsi senza scandalo, e realisticamente, delle pratiche di minoranza. Esiste un gruppo sociale non di principio omogeneo e chiuso da un punto di vista sociologico, anche se presenta probabilmente degli importanti aspetti comuni, e questo gruppo è costituito da scriventi versi, da critici letterari spesso legati al mondo accademico, e da un piccolo numero di lettori non scriventi e non interessati alla poesia per ragioni professionali. Il principio di coesione di tale gruppo, ossia la poesia come genere letterario, non può risiedere nel passato. Nel corso del Novecento, dalle avanguardie in poi, non è più esistita un’unica linea genealogica in grado di dire che cosa sia la poesia agli scrittori. Nemmeno, come abbiamo visto, la poesia può legittimarsi rispetto alle concezione dei prodotti letterari dell’epoca presente. Essa è una forma di anomalia, di errore, nel vasto mare delle produzioni culturali destinate a circolare per un rapido consumo. La poesia, allora, può solo sperare di legittimarsi nel futuro, in virtù della sua capacità di trasmissione. Solo in questa prospettiva diacronica, la sua incerta e fragile esistenza può assumere, in quanto pratica, una forma di radicamento antropologico. Ma ciò comporta l’esistenza di un dialogo intergenerazionale, ossia la messa in opera, ma anche l’invenzione e la sperimentazione, di tutta una complessità di pratiche – pratiche di lettura, di studio, di dialogo e diffusione – che vanno ben al di là della semplice facoltà di un individuo di esprimere linguisticamente i suoi stati d’animo su di un qualche supporto fisso e/o riproducibile. Senza l’esistenza di una comunità d’ascolto, e di un desiderio condiviso di utilizzare la pratica poetica come una forma di godimento e di conoscenza del mondo attraverso il linguaggio, nessuna scrittura poetica può avere futuro, e quindi esistere.

Legittimare la poesia a partire dal futuro significa anche sopprimere una delle mosse più tipiche che le poetiche novecentesche utilizzavano per conquistare l’egemonia sul campo. Oggi nessuna scrittura, per sperimentale che sia, può pretendere di agganciarsi alle spinte collettive rivoluzionarie, quasi che scritture d’avanguardia e avanguardie politiche fossero portate da una medesima necessità storica. Sarà altrettanto difficile dimostrare che una poetica un po’ più popolare di un'altra (in termini di mero conteggio del numero dei lettori) esprima per ciò stesso lo “spirito del tempo”. Ciò non dovrebbe implicare né la fine di ogni giudizio di valore (“questa scrittura poetica è più rilevante di quest’altra”) né la fine di ogni possibile nesso tra scritture poetiche e pratiche collettive volte all’uguaglianza e all’emancipazione. Questo nesso, infatti, trova una sua ragione d’essere nelle varie forme (anche estetico-letterarie) che può assumere la critica dell’ideologia dominante. Una buona parte delle analisi dell’impatto che i nuovi media tecnologici hanno sullo statuto dell’autore, sulle frontiere del libro, sulle modalità di circolazione dei testi, sembrano dimenticare che sotto il tessuto mobile, fluido, dissipativo della rete, permangono non solo “arcaici” rapporti di dominio, monopoli produttivi e distributivi, conflitti tra capitale e lavoro, ma anche anelastiche formazioni ideologiche, radicate in abitudini pratiche, affettive, estetiche e cognitive.

Il risultato di questa situazione è una sorta di contesa perenne intorno ai valori e ai confini del poetico, che rende problematica la definizione di un canone condiviso. È quindi auspicabile che le poetiche mantengano la loro dimensione polemica, e s’impegnino a rendere esplicita, attraverso strumenti di verifica storici e concettuali, l’ideologia letteraria che le sottende. Viene così riconosciuta, per altro, una persistente pretesa intellettuale insita nel lavoro poetico, nel momento in cui trapassa anche nel discorso critico e teorico in grado di individuare rapporti possibili tra il contesto storico e le forme della poesia. Alla lotta per l’egemonia, che vorrebbe giustificare in virtù di qualche entità mitica (le leggi dell’evoluzione storica, l’inconscio del pubblico, lo Spirito del tempo) la supremazia oggettiva di una poetica sull’altra, andrebbe sostituito un impegno per la testimonianza, intesa in senso ampio, come testimonianza di un’idea di poesia, e di una comunità possibile d’ascolto, e delle potenzialità che un testo o un’azione “poetica” possono avere nei confronti delle coordinate estetico-conoscitive strutturanti il nostro rapporto con il mondo.

I poeti presentati qui testimoniano di una pluralità di atteggiamenti. “Paesaggisticamente” toccano un arco ampio che andrebbe dal pop e dalla poesia dell’oralità della coppia Francesca Genti-Luigi Socci alla poesia più “politica“ e intransitiva della coppia Simona Menicocci-Luigi Severi, passando per il lavoro estremamente sfaccettato e inquieto di Renata Morresi. La cosa per me più interessante, però, è proprio lo scarto che ciascuno di essi realizza rispetto alle ordinarie pretese topografiche. Genti, la più anti-intellettualistica dei presenti, difende una certa idiozia del sentimento proprio contro il sentimentalismo pervasivo della cultura pop, dentro cui lei stessa nuota, ma controcorrente, e riconfigurando costantemente il profilo della propria femminilità attraverso un gioco con e contro gli stereotipi di genere. Non è poesia (scrittura) femminile ma poesia che tematizza il genere femminile. Luigi Socci – anche lui restio rispetto a posture teoriche e critiche – è un tipico caso che inceppa le partizioni: perfettamente a suo agio in scena, perfettamente calibrato sulla pagina, lui pure lontano da ogni tentativo di sublimare la lingua, e abile nel risvegliare le metafore dormienti nel linguaggio ordinario. In Renata Morresi, studiosa di letteratura angloamericana e traduttrice, è paradossalmente invece lo spessore delle cose a emergere prima ancora che quello degli enunciati. I testi di Genti e Socci sono disposti spesso in forme metriche riconoscibili, organizzandosi sul tempo della chiusa, della formula arguta. In Morresi è lo spazio che prevale, e i testi si organizzano secondo un ritmo variabile, percussivo, cercando l’inclusione a vasto raggio, a volte quasi impossibilitati a chiudere. E la sperimentazione delle forme è guidata da questa attenzione quasi archeologica verso il paesaggio contemporaneo, sondato nella sua inesauribilità e enigmaticità. Anche in Severi è presente uno sguardo archeologico, però mediato dal passaggio per il deposito linguistico inattuale. Attraverso un furioso lavoro d’intarsio, di montaggio di frammenti documentari, emerge nella sua poesia una lingua opaca, una lingua-cosa. Ma in questa lingua di deposito, nel suo lessico composito, dormono occasioni d’incontro e racconto della realtà contemporanea, della sua ruvidezza e del suo splendore materiale. Con Simona Menicocci si tocca uno dei fronti più combattivi e convinti della poesia di ricerca. Ogni eredità formale e figurativa del “poetico-letterario” è criticamente vagliata, elusa o disarticolata, sottoposta in ogni caso a una sorta di “prova di realtà” storica. Nei suoi testi, però, più che l’elemento ludico-nichilista, o puramente dimostrativo-concettuale, prevale un’attenzione per le specifiche trame dell’ideologia contemporanea. Non è poesia civile quella di Menicocci, ma “politica”, ossia di parte (con un fortiniano nemico da additare), e come tale non si può mai leggere come compiuto ordigno letterario, perché cerca il senso fuori di sé, nei conflitti sociali che tutt’ora attraversano e rendono instabile il nostro mondo storico.

ANTOLOGIA

Francesca Genti

Francesca Genti è nata a Torino nel 1975, vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Bimba Urbana (Premio Delfni, Mazzoli, 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004), Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009; Sartoria Utopia, 2015), L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (Sartoria Utopia, 2014), Il mio bambino mi ha detto (Sartoria Utopia, 2016), Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza (HarperCollins, 2018) e il saggio La poesia è un unicorno (Mondadori, 2018). Con Manuela Dago ha fondato la capanna editrice Sartoria Utopia.

se tu mi dici :“sei una guerriera”
pensando di farmi apprezzamento
e che il mio piglio di amazzone vera
dello charme non va certo a detrimento

io, certo, accolgo il complimento,
ma in verità un poco mi rattrista,
perché la guerra la odio tutta intera:
voglio essere un'apicultrice dadaista

fare del miele e risanare la biosfera,
con una motosega ecologista
potare tutti i pali delle luci,

convincere la cara amica Sylvia
che non è vero
che ogni donna ama un fascista.

P.S.
riscrivere la storia. (e abbasso i duci).

Inedito

*

IO, OGGI, CON LA MIA DISPERAZIONE

sto qui. completamente costernata.

l'hai fatta grossa in questa situazione:
hai fatto veramente la cazzata.

parlo così, io:
alla mia tigre
alla mia maleducazione
alla malora di questa mia giornata.

vorrei passare un brutto quarto d'ora:
io e la mia tigre
essere sbranata.

vorrei andarmene dritta giù in prigione.

sto qui. completamente frastornata.

a dire alla mia tigre cosa non deve fare
a dire alla mia tigre di comportarsi bene
io alla mia tigre a cui voglio tanto bene
ma che non riesco ad addomesticare.

*

HO SPACCATO COSE

piatti bicchieri acquasantiere
sedie orologi e vasi di fiori
ho sradicato porte, cassettiere.
ho sporcato centrini tovaglioli
merletti lenzuola di lino di seta
di cotone fazzoletti federe
camicie tappeti e canottiere.

ho fatto incantesimi preso il malocchio
pianto e perso sangue rovesciato sale
ho cucinato male piatti di una tradizione
che non ero mia e non riuscivo a accettare.

mi sono sentita una sposa andata a male
un bisbetico UFO un agnello pasquale
una casalinga al cubo in fase terminale.

Da Poesie d’amore per ragazze kamikaze, 2009

 

Simona Menicocci

Simona Menicocci (1985) proletaria senza prole, studia filosofia e lavora come istitutrice a Roma. Tra le sue pubblicazioni: Posture Delay (La Camera Verde, Roma 2013); Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissons (Benway Series, Tielleci, 2014); Manuale di ingegneria domestica (Arcipelago Edizioni, 2015); Glossopetrae/tonguestones (IkonaLiber, 2017); di prossima pubblicazione Saturazioni (dia°foria, 2019). Alcuni testi da Si fa per dire nel numero monografico sulla poesia italiana della rivista francese «Nioques» (#14, 2015); alcuni testi da H24 nel numero monografico della rivista svedese «OEI» (#68-69, 2015). Assieme a Fabio Teti cura il laboratorio di scritture “anomale” prove d'ascolto.

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dall’analisi dei fossili emerge che
2,4 milioni di anni fa
l’uomo barattò la capacità di masticare
per poter avere un cervello piú grande
per produrre altri modi di masticare

dall’analisi dei viventi emerge che
una scatola cranica grande non è causa
di un cervello grande o di ciò di cui
un cervello è causa
*
ogni lingua ha bisogno di una lingua
lusus culturæ #2: scrivere ciò che non rimane

sono sufficienti pochi decenni di cultura imprevidente
o le poche ore di un cantiere

homo homini homo
divora deve divorare vede divorare dove vede divora dove etc.

le parole passano di bocca in bocca orizzontalmente
le bocche passano di strato in strato verticalmente

le polveri le farine le ceneri le sabbie i detriti i resti i segni i talchi

la divisibilità della materia
la distinzione delle cose
il corpo macinato assieme ai suoi scarti

nella terra ci sono cose che non circolano nella storia
la speranza è che non tutto sia servito

Da: glossopetrae/tonguestones, 2017

*

La moneta corrente è l’amoxicillina.
Si svegliano, diventano incoscienti, poco a poco.
Defecano nei vestiti, mentre borbottano sui climi che furono.
Tenuti in vita dal plusvalore di anni prima.
Potrebbero gridare e non possono.
Tutto è stato a favore di physis e capitale.
I pigiami afflitti dal lavorio della vita, dagli assurdi dolori,
......................................[dagli interrogativi informi.
Il moto del corpo nel mondo, l’unica rivoluzione espletabile.
365 giorni per arrivare in cucina.
Davanti al nero rinvigoriscono, provano la guerra.
Lallano il rancore, la lotta di classe.
Rilasciano enormi quantità di microplastiche nell'acqua di scarico.
Spasmi, disartria, nessun ricordo felice.
Muoiono in un giorno uguale agli altri, solamente più corto.
I bambini scatarrano, dicono è mio.
Alcuni sono ancora forti in proprietà, potere, produzione.
Le nevi perenni sulle mattonelle della cucina.
Un solo reddito non basta mai.
È molto difficile capire come il tempo evolverà nel tempo.
La coscienza di classe psicosomatica: scioperano solo gli organi vitali.
Metalli e umori pesanti nell’aria, particole di idrocarburi, benzene.
Le teste infestate dai pidocchi, dalle concezioni proprietarie
............................[del mondo.
Si rompono i piatti, i polmoni, nel divenire della morte, della giornata
.............................[come tante.
Fanno parte di classi esplose nella crisi.
Ognuno col suo guanto spaiato, la sua necrosi, la sua vita da frantume.
Dopo alcuni giorni dal decesso alcuni si reincarnano in un'autoimpresa.
Irrecuperabile la lente che cade nel lavandino, sparisce nel gorgo
............................[assieme alla cornea.
Rari episodi di qualità letteraria e sindacalismo.
Si presentano edematosi, con vari ecchimosi, sdentati dal data mining.
Custoditi in un'urna, sepolti o dispersi, gli antagonismi sociali.
Riaffiorano condizioni impensabili.
Nei tempi morti.

Da Lebensformen (inedito)

Renata Morresi

Renata Morresi (Recanati, 1972) ha pubblicato poesia in Cuore comune (peQuod 2010), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), e su varie riviste e antologie. È redattrice di Nazione Indiana. Cura la collana “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. Ama tradurre; di recente: Sei nessuno anche tu?, una serie di Emily Dickinson accompagnata dalle fotografie di Mario Giacomelli (Arcipelago Itaca, 2017). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012), nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Scrive cose storte e liriche, tra l’esperimento e la compassione. Sta sempre pensando a un ritmo.

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Una casa avrà i vecchi e gli allettati
allineati per orizzontale e composti
gli uni sugli altri, alternati da strati
di badanti polacche e moldave,
per il sostentamento disposte ad incastro,
a spina di pesce, coi centenari montanari
a triplo vincolo, le vecchissime vergare
marchigiane usate a mo’ di foratelle,
gli intubati sussunti nel grande disegno,
le fantesche innestate come impianti,
i curati e i curanti, i validi e gli invalidi,
canterti delle nuove anti-sismiche,
anti-abitanti, senza bisogno.

*

Una casa sarà fatta di tutte le frasi
le belle frasi, le frasi tipo, frasi-struttura,
“la memoria di quanto accaduto”
“la prevenzione nelle zone ad alto rischio”
“per prime le scuole dovranno”
architettura di frasi ad alto rendimento,
a basso costo, senza tema di risparmio di frasi,
anzi sondando
i corpora delle più pronunciate
frasi dopo il disastro.
Sarà una casa inattaccabile,
leggera come il fiato della frase,
modulare, prefabbricata, ecologica,
con i “nessuno sarà lasciato solo” accanto ai
“prendiamo a modello il Giappone”.
Grazie alla forza intrinseca della materia prima più diffusa
ecco la casa altro che popolare: casa in prosa, casa fonetica!
Con tanti rappresentanti e funzionari e urbanisti
ma anche i sognatori e la gente comune senza le lauree,
tutti quanti in prima linea, in maniche di camicia
arrotolate sopra il gomito, i muscoli delle braccia
tesi mentre tengono le mani a megafono
tutti rivolti a sud-ovest a gridare frasi
bellissime, indistruttibili.
Qualche burlone griderà “forza Juve” o “viva la fica”.
Poi ci saranno pure quelli senza voglia di gridare,
i soliti sfaticati rimasti senza casa, peggio per loro.

Da “Anti-sismiche” (in Terzo paesaggio, in corso di pubblicazione)

*

Tra gli infissi sessanta cose
tra sedia, radio, mais, cipolla
e discreta importanza di tavola
cose intessute sul motivo
ripetibile, della tovaglia.

Scansi facile le molliche
scrollandola dal davanzale
con un gesto che ci lega
a tutti i pranzi
a tutti gli avanzi riposti.

Forse domani
davanti al frigo
la stessa sillaba.

Da “Cuore comune”, in Cuore comune, 2010

Luigi Severi

Luigi Severi è nato a Roma nel 1972. Ha scritto saggi sulla letteratura rinascimentale (tra cui una monografia, edita da Vecchiarelli) e sulla letteratura novecentesca, anche in chiave militante (tra cui l’e-book Sull’intellettuale dissidente, E-dizioni Biagio Cepollaro, 2007). Suoi versi e racconti sono apparsi in diverse sedi cartacee e tematiche («Atelier», «Poesia», «L’Ulisse», ecc.). Nel 2006 è uscito il suo primo libro di poesia, Terza persona (ed. Atelier); nel 2013, per le edizioni della Camera Verde, Specchio di imperfezione e Corona. Il suo ultimo lavoro poetico è Sinopia (Anterem Edizioni; Premio Lorenzo Montano 2016).

CERTA IGIENE SOCIALE

Ridursi a poco è sempre un gesto unanime,
consentono facilmente gli abitanti
spartiscono (per abitudine) lo spazio che rimane.

(La bottiglia, sul tavolo) (spaziatura sul rigo)
(rumori per le scale) (la minaccia del debito)
(ascoltali passare) (deglutire del vino).

Da Terza persona, 2006

*

LEZIONE SEMPLICE

una lucertola ad esempio
(abitare in quell’atomo)

divora un corpo in volo / poi infuria
di seduzione / elegante disfà
per creare altrove

nel lampo di sfuggire sotto il taglio
della rotaia, si capovolge
sanguina / è presente
feroce ma in amore, freccia che azzera ma
preghiera nel sole / supplizio gentile
di inizio, di fine

Da Corona, 2013

*

con certi gesti, a secco, con certe
soluzioni di luce a metà
alla fine ci siamo: due figure in piedi, che si incontrano
le mie parole caute nella sua mente, e senza dire, fredde pietre levigate,
il suo corpo indolore, di lei tutta in un passo, un quasi
fiore: blocca di più, concentra le risorse: la bella mano, ecc.,

Così camminava davanti a
Così si avviava con semplice fierezza
Così restava immobile, libera da (fino a che morte

cessava il vento vivo, ora scolpito, perenne
in un panneggio

*

tutto quel pullulare, nascono in forma e rientrano
nel taglio della terra, che inghiotte e si gonfia, di corpi e vanno in fila
raccontando al giudizio: quante voci
fatte e disfatte, innocue, tutto quel gorgheggiare
di corpi esaminati sul pendio, nervi, epiteli sfoderati, osserva
giunzioni, connettivi, fibre, placche – tutto rientra in frammenti
dallo stesso taglio, beve la terra, succhia dallo scarico, placido
scolatoio, ringloba il frattanto, le tutte quante storie,
aduna bocche e denti
in un sorridente perfosfato, utilizzabile fresco, zero scorie

(al centro la cattedrale, pezzi di
[…]
camminiamo su tele
di tegumenti, tegole, corpi abbracciati, armati

(vedi il nibbio posare, dopo preda
rametti terra e lana, un lento sonno

Da Sinopia, 2016

Luigi Socci

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966. Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico ha pubblicato Prevenzioni del tempo (Premio Ciampi Valigie Rosse, 2017) e Il rovescio del dolore (Italic Pequod 2013, Premio Metauro e Premio Tirinnanzi-Città di Legnano). Scrive di teatro per Il Messaggero, Il Resto del Carlino e il lit-blog “Le parole e le cose”. È direttore artistico e organizzatore, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua” e dell’omonima collana per l’editore Italic Pequod.

SE È VERO CHE LA POLVERE

Scarsi reperti, resti.
Nella scarpiera in frigo
nel posto delle scope
pochi grammi di scorie.
...........................Come tipo
mi accontento di poco.
A me mi basta un niente
(un niente, 2-3 niente)
se è vero che la polvere
domestica è composta
dal nostro quotidiano sbriciolarci
in parte consistente.

Questa poesia è così buona
che si può dimostrare:
me la scrivo e non chiedo
cosa c’è da mangiare.

*

0.2

Per scriverci in corsivo
finita la matita
la morte entra nel vivo
si tempera le dita.

*

ROMA

Tra una bocciofila
e un luna park rionale,
in un quartiere di case basse,
di innocui e minimali
cactus senza puntali
e gentili richieste di non parcheggio.

Via NICOLO (senza accento
per errore epigrafico)
PICCININI, famoso condottiero
e altre vie intitolate a illustrissimi
esistiti cartografi davvero.

Dove, attraverso i buchi
nella rete, come da uno spiraglio
di sipario che limita i confini,
tocca anche a noi la nostra
visione su un dettaglio
del povero teatro dei cortili.

Dove azzurrati al posto di imbiancati,
celestinati per tenere a bada
i parassiti e gli altri pestilenti
perniciosi animali,
crescono i delicati stenti
degli ulivi condominiali.

Tocca anche a noi la nostra
parte che impara l’arte
dello spasso da parte a parte.

Tocca anche a noi poveri
rimatori guardoni diplomati
poeti laureati
mai bocciati.

Da Il rovescio del dolore, 2013

Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

Andrea Inglese

Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento. Se la scintilla della contestazione era nata da una petizione in rete contro il rincaro dei carburanti, dovuto a una ecotassa, oggi lo scontro con il governo tocca direttamente la questione dei bassi salari. È interessante constatare come i gilet gialli abbiano fatto loro il linguaggio delle varie destre e sinistre di questi anni, che hanno messo tra parentesi il concetto di “salario”, troppo legato al lavoro dipendente e alla questione di classe, per sostituirgli quello più neutro e interclassista di “potere d’acquisto”. Solo che i gilet gialli quando parlano di aumentare il “potere d’acquisto” parlano soprattutto di salario, e hanno richiesto un aumento drastico del salario minimo garantito dai 1.150 euro attuali (netti per 35 ore settimanali) a 1300 (alcuni persino a 1600). In sostanza, la gente non chiede semplicemente riduzioni delle tasse o il rafforzamento delle misure di sostegno e detassazione per le persone più povere – che già esistono, per altro. Chiede di essere pagata decentemente per il lavoro che fa, non che lo Stato conceda elemosine a lavoratori poveri. Questa rivendicazione tocca anche gli aspetti simbolici del vivere sociale: lo schiacciamento dei salari, perseguito con coerenza da tutti i governi in seguito alla crisi del 2008, non solo impoverisce materialmente le persone, ma le espone anche alla svalutazione del proprio ruolo sociale e al disprezzo di coloro che lavorano nei settori prestigiosi e remunerativi.

Inizialmente i media e i rappresentanti del governo avevano buon gioco a parlare di rivendicazioni confuse. In realtà, i gruppi di gilet gialli sparsi sul territorio nazionale e spesso riuniti in assemblee locali hanno prodotto una serie di richieste, sul modello dei cahiers des doléances. Non si tratta però di semplici lamentele, bensì di proposte di legge a volte molto specifiche. Certo, le misure richieste sono molteplici e contraddittorie, ma in gran parte di esse è riscontrabile una preoccupazione per i “piccoli”, esposti al rischio dell’esclusione sociale: si chiede parità di salario tra uomini e donne, una reale progressività delle imposte (reintroduzione della tassa patrimoniale soppressa da Macron), tassazione forte sui GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e debole su piccole imprese e partite iva, aumento dei contratti a tempo indeterminato, affitti calmierati, ecc. Un’inchiesta di Le monde ha concluso che, sull’insieme delle misure richieste in una delle liste circolanti in rete a nome del movimento, due terzi almeno sono compatibili con i programmi della sinistra radicale francese (da Jean-Luc Mélenchon sino a Philippe Poutou del Nuovo Partito Anticapitalista). Non sorprende che una metà di misure provenienti dalla medesima lista siano compatibili anche con il programma di Marine Le Pen, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei servizi sul territorio (scuole, commerci, uffici postali) e la ri-nazionalizzazione delle infrastrutture (autostrade, aeroporti).

Se quindi un movimento non si definisce semplicemente per quello che dice di fare, né per quello che cerca di fare, ma anche per gli effetti che produce, allora è incontestabile che i gilet gialli hanno ottenuto in tempi rapidissimi due mutamenti di scenario mediatico e politico. La questione sociale, in tutti i suoi aspetti fino a ieri marginalizzati o rimossi, ha invaso il dibattito pubblico, e a fronte di questa esplosione di rivendicazioni, testimonianze, analisi, il silenzio del governo e quello della presidenza in particolar modo sono apparsi tanto più assordanti e intollerabili. La risposta pubblica di Macron, con le relative proposte di legge, è arrivata a un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione nazionale. Tale ritardo ha per altro creato uno scollamento tra punto di vista dei media e punto di vista dell’esecutivo. Criticato o meno, è sempre quest’ultimo in genere a fornire ai giornalisti le coordinate generali entro le quali svolgere il dibattito. Di fronte a un mese di afasia presidenziale, la stampa e la televisione hanno potuto trattare fuori da ogni tutela politica gli argomenti più critici, incluso quello generalmente inabbordabile della violenza poliziesca. Durante e dopo il biennio più sanguinoso dell’offensiva terroristica di matrice islamica contro la Francia (2015-2016), tutto si era ridotto a conflitti culturali e identitari. Ora ritorna in primo piano l’insicurezza della vita ordinaria, legata alle condizioni materiali di vita, alla precarietà, ai bassi salari, alla latitanza del servizio pubblico in ampie zone del paese.

Rappresentanza

Nonostante le enormi aspettative che il movimento ha suscitato anche nelle file della sinistra anticapitalista, un esame delle sue rivendicazioni lo colloca su di una linea riformista. Se i gilet gialli non si battono per una restaurazione della triade Dio Patria e Famiglia, non hanno neppure l’obiettivo di creare una società senza classi. Innanzitutto la composizione sociale del movimento non è costituita né dagli strati più poveri né dagli esclusi della società francese. Si sono mossi i ceti medi e popolari più recentemente impoveriti o a rischio d’impoverimento, quelli, insomma, che nei confronti del modello sociale francese avevano ancora delle aspettative, pur sentendosi traditi dalle istituzioni politiche e dai corpi intermedi (sindacati inclusi). Appare, quindi, inquietante che per rivendicare degli obiettivi di politica sociale in gran parte riformistici (rispetto almeno alle politiche neoliberali e di austerità degli ultimi decenni), il movimento abbia dovuto dotarsi di forme d’organizzazione radicali, legate alla democrazia diretta, e a forme di lotta altrettanto radicali (dalla disubbidienza civile allo scontro di strada e alla devastazione di beni). Nelle nostre democrazie parlamentari, queste forme di organizzazione e di lotta “dure” sono in genere appannaggio di movimenti rivoluzionari, laddove forme di contestazione moderata sono tipiche delle forze riformistiche. Questo indica, però, la gravità della crisi raggiunta dalle nostre democrazie parlamentari e la perdita di senso in cui esse si dibattono. Uno degli elementi di questa insensatezza è rappresentato in questa fase storica dalla continuità delle politiche economiche malgrado l’alternarsi di governi di destra e sinistra.

Il risentimento e la sfiducia nei confronti delle classi dirigenti non sono una novità. Il Partito Cinque Stelle del risentimento e della sfiducia ha fatto una leva elettorale, trasformandosi da movimento di rottura in partito di governo, ma grazie al binomio verticale Grillo-Casaleggio (leader popolare + esperto in comunicazione). I gilet gialli francesi, a differenza dei grillini o addirittura degli “eversivi” neo-salviniani, hanno avuto finora meno bisogno degli italiani scontenti di raggrupparsi dietro a un (nuovo) papà da celebrare. Durante questo primo mese di lotta, il rifiuto di affidarsi a dei capi riconosciuti è stato preponderante. Dei portavoce, uomini e donne, sono comparsi in TV, sono stati intervistati, ma nessuno di essi pretendeva di essere un rappresentante del movimento nella sua totalità. Parlando delle tendenze libertarie di movimenti come Occupy Wall Street o di Nuit debout, si è spesso sottolineato i rischi di inefficacia a cui una protesta puramente orizzontale e senza leader riconosciuti possa andare incontro. Mi è parso in questo caso che la mancanza di portavoce riconosciuti abbia favorito un meccanismo di rilancio sia della lotta che dei suoi obiettivi, mantenendo il movimento in una stato di mobilitazione e di dibattito interno permanente. Inoltre il movimento è sfuggito non solo ai tentativi – timidi in realtà – di cooptazione da parte del governo, ma soprattutto di definizione e giudizio da parte dei commentatori. Senza rappresentanti legittimi, non solo sono sventati troppo rapidi e blandi negoziati, ma anche si ritardano precipitose cristallizzazioni dell’identità. A ciò si aggiunga l’aspetto più rilevante della contesa tra i gruppi spontanei di cittadini e le istituzioni politiche, ossia la richiesta largamente condivisa di moltiplicare organi e procedure della democrazia diretta. I gilet gialli si battono per l’introduzione di referendum d’iniziativa popolare. Nella versione più ambiziosa, si prevedono quattro tipologie di consultazione autonoma (sganciate da iniziative parlamentari e partitiche): quella abrogativa, revocativa (togliere il mandato a qualsiasi responsabile politico), legislativo (il popolo propone un testo di legge), costituente (modifica della costituzione). Ad essere evocato è qui il concetto di sovranità popolare, concetto che nessuna congiuntura storica, pur difficile e rischiosa, dovrebbe screditare facilmente. Sarebbe semmai un punto, questo, sui cui attentamente riflettere, alla ricerca di un cammino in grado di sfuggire all’alternativa oggi dominante tra tecnocrazia e populismo nazionalista e xenofobo.

Certo, è possibile individuare dietro questa richiesta di democrazia diretta dei gilet gialli lo spettro del “popolo”, inteso come entità indifferenziata e omogenea, nemica di ogni pluralità e produttrice di esclusione. Né la spontaneità del popolo né la sua radicalità costituiscono di per sé un fattore di chiaroveggenza politica rispetto a obiettivi di eguaglianza sociale e autonomia individuale. La richiesta di strumenti di democrazia diretta contro il sistema parlamentare in un clima xenofobo e denso di fantasmi identitari non è privo di rischi. È vero, d’altra parte, che all’interno della sinistra marxista la nostalgia dell’avanguardia che dirige e del partito che organizza stenta a estinguersi. E quando lo fa, produce nei gruppi più attivi e radicali sogni d’insurrezioni permanenti, senza nessuna considerazione dei rapporti tra autonomia e istituzioni. Varrebbe allora la pena di ricordare la riflessione che intorno a questi temi cruciali ha svolto il militante e filosofo Cornelius Castoriadis, scomparso nel 1997 e di cui si celebra ancora oggi la preziosa eredità filosofica e politica. Mi limiterò qui a ricordare uno dei punti su cui ha spesso insistito: ogni esperienza diretta di autorganizzazione contribuisce in modo molto più determinante alla crescita della consapevolezza politica e al percorso di emancipazione che dosi di pedagogia somministrata dai dirigenti delle organizzazioni politiche e sindacali. Delle diverse iniziative di questo movimento, allora, quelle più promettenti e decisive non sono tanto i blocchi delle rotatorie, che costituiscono comunque esperienze importanti di condivisione e solidarietà, e nemmeno le scorribande nella capitale o in altre città, per dare visibilità al movimento a forza di roghi e barricate. Tutto ciò naturalmente ha fornito una tremenda forza d’impatto al movimento, sul breve termine. Ma sul lungo termine saranno altre esperienze a favorire e consolidare una crescita di consapevolezza individuale e collettiva. Penso alle assemblee locali tra militanti, come quelle che si sono svolte a Guéret, nel dipartimento della Creuze, uno dei più spopolati di Francia, situato nel Massiccio Centrale. Qui uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano, per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane. Si sono dati un organo di coordinamento provvisorio, “La Creuze unita”, e una carta di buona condotta da rispettare durante le azioni di protesta e le assemblee (sono banditi alcol e insulti razzisti, azioni violente contro polizia e giornalisti, ecc.). Non mi è possibile sapere quanto il caso della “Creuze unita” sia rappresentativo dell’insieme del movimento, ma esso manifesta due principi estremamente importanti. Il primo è quello della necessità di un dibattito assembleare, che neutralizza di fatto ogni pericolo di unanimità e omogeneità di esperienze e punti di vista. Il popolo non giunge a parlare con una voce sola che dopo le lunghe ore di discussione e mediazione assembleare, ed inoltre la sua rimane una voce parziale, ancorata a un preciso contesto sociale e geografico. Il secondo è quello difeso con particolare insistenza da Castoriadis: una forma radicale di autonomia (autogoverno, autogestione) implica un atto fondamentale di autolimitazione: la carta di buona condotta. (Si può discutere a lungo su dove porre il limite in un contesto di lotta, ma è essenziale che un limite sia posto autonomamente.) Quello che avvicina l’esperienza della “Creuze unita” alla democrazia radicale non è in ogni caso un semplice insieme di procedure, ma le finalità che queste persone immaginano come indispensabili all’azione politica: il confronto tra una molteplicità eterogenea di soggetti, condizioni ed esperienze, per formulare un piano d’azione che ne esprima nel modo più fedele possibile i bisogni e le aspirazioni principali. E tutto questo non per far prevalere i problemi locali sui problemi generali, la fine del mese sulla fine del mondo, ma per articolarli assieme, come appunto né la tecnocrazia né il populismo identitario sono in grado di fare. Lo slogan probabilmente più memorabile di questo movimento nasce da una riappropriazione di una formula passata da Nicolas Hulot, ministro dimissionario dell’ecologia, allo stesso Macron, al momento della prima ondata di manifestazioni e blocchi. Macron disse a fine novembre: “ci occuperemo sia della fine del mese che della fine del mondo”. La risposta del movimento è stata “fin du monde, fin du mois: même combat” (fine del mondo, fine del mese: stessa lotta). Nessuno crede che un tale obiettivo diventi, sotto Macron, un programma di governo, ma può diventarlo per le lotte di strada. La formula stessa, d’altra parte, è stata imposta a Hulot per primo dai gilet gialli. Lui l’ha espressa, ma sono essi ad averne reso urgente l’espressione. Quello che gli eredi dei partiti operai del novecento hanno impiegato così tanto tempo a formulare, così come, da una posizione diversa, i più recenti movimenti e partiti ambientalisti, diventa ora una constatazione ovvia e condivisa, un’idea regolatrice di tutte le importanti decisioni politiche a venire a livello (almeno) nazionale. Non solo si ribadisce che la questione sociale e quella climatica sono le facce di una stessa medaglia, ma anche che il popolo non sarà disposto farsi divedere su questo dall’opportunismo dei partiti politici.

Territorio

Nel 2017, per le edizioni La Découverte è uscito un libro di Bruno Latour intitolato Où atterir? Comment s’orienter en politique (Dove atterrare? Come orientarsi in politica). In questo lavoro Latour prosegue la sua critica delle coordinate che, in continuità con il Novecento, organizzano il paesaggio politico contemporaneo. Una delle opposizioni strutturanti questo paesaggio è il Globale opposto al Locale, con il primo termine che si pone come orizzonte del movimento lineare di modernizzazione, rispetto al Locale che costituisce il fronte di tutto quanto è di retroguardia, e attende di essere modernizzato. Alla fine del Novecento anche i più dogmatici progressisti hanno dovuto cominciare a ritoccare qua e là questo schema, considerando che la freccia non può proseguire illimitatamente, tirandosi dietro di sé il costante aumento della produzione e del consumo. La globalizzazione dei mercati (e di quelli finanziari in particolare) ha cominciato a rabbuiare le visioni degli entusiasti della connessione onnilaterale. E, per finire, le lotte territoriali, come quelle dei No-Tav e degli Zadisti di Notre-Dame-des-Landes, ma anche della Lampedusa di Giusi Nicolini e della Riace di Mimmo Lucano, hanno ulteriormente indebolito l’antico quadro. Per Latour, in effetti, il territorio è ciò che sfugge a un’alternativa mistificante: o il Locale, con i suoi recentissimi fantasmi di identità ancestrali e di frontiere, o il Globale, con il suo sogno di perenne sganciamento da ogni vincolo di appartenenza. “Come fornire il sentimento di essere protetti, senza immediatamente ritornare all’identità e alla difesa delle frontiere? Attraverso due movimenti complementari che la modernizzazione aveva reso contraddittori: attaccarsi a un suolo, da un lato; e mondializzarsi dall’altro.” (Latour, 2017).

Il movimento dei gilet gialli è stato caratterizzato non solo da una dimensione sociale, ma anche da una dimensione territoriale. Alcuni commentatori hanno tentato di leggere il conflitto secondo coordinate previsibili: grandi centri urbani, dalle mentalità avanzate e “ambientaliste”, e zone rurali, dalle mentalità reazionarie e “inquinanti”. Se lo schema avesse funzionato, avremmo assistito a un piccolo capolavoro di mistificazione. È stato Hervé Le Bras, specialista della storia sociale e demografica, ha smentire tra i primi la sovrapposizione tra gilet gialli e aree di voto lepeniste. Lo dice in un’intervista apparsa anche sul Manifesto. Per Le Bras, la protesta si è mossa lungo quella che lui chiama “la diagonale del vuoto”: “una linea che attraversa regioni che si stanno spopolando, dove sopravvive la ruralità più profonda; zone che hanno visto progressivamente scomparire i servizi pubblici e dove i negozi chiudono i battenti uno dopo l’altro”. E precisa che “le zone dove la mobilitazione è stata fin qui più forte non corrispondono affatto a quelle dove Marine Le Pen è arrivata in testa alle presidenziali o dove il suo partito è maggiormente radicato. Anzi, si tratta spesso di collegi elettorali di sinistra, dove si è votato a lungo per il Partito comunista e poi per i socialisti”.

Più in generale, il fatto di aver preso le mosse dal territorio ha voluto dire, paradossalmente, essere più inclusivi, accogliendo in sé salariati, ma anche pensionati, disoccupati, piccoli imprenditori, commercianti, tutto un mondo, ad esempio, che i sindacati faticano a raggruppare. Inoltre, salendo con determinazione a Parigi per manifestare anche senza autorizzazione, i gilet gialli hanno invitato tutti gli incazzati della capitale e dintorni: studenti, gruppi radicali di sinistra, e probabilmente anche gente venuta dalle periferie. I gruppi radicali più spregiudicati, compresi alcuni collettivi queer, hanno infatti capito quello che i sindacati nazionali, come la CGT, non hanno voluto capire: sono scesi in piazza con il movimento, malgrado esso esprima al suo interno anche attitudini razziste e sessiste, e lo fanno con l’intento esplicito di portare, su questi temi, la consapevolezza delle lotte contro le discriminazioni di genere e di razza. La CGT, al contrario, si è limitata a giudicare dall’esterno il movimento, rifiutando di avvicinarlo proprio in virtù della sua scarsa maturità culturale e dell’insufficiente coerenza politica. Ora non le è più possibile però mantenere un tale atteggiamento e deve anzi constatare che è proprio la dimensione territoriale ad aver facilitato la convergenza delle lotte. Lo riconosceva una rappresentante del sindacato in un dibattito televisivo: i gilet gialli hanno cominciato a mobilitarsi al di fuori delle aziende e delle fabbriche, dove noi concentriamo invece la nostra lotta, inoltre non si sono mossi lungo le linee prestabilite delle categorie professionali. Per finire, la stessa potente CGT (primo sindacato francese) è confrontata alla scarsa efficacia delle battaglie portate avanti in questi anni, a fronte di un solo mese di lotta alla maniera dei gilet gialli.

Conclusione

Non mi azzardo a fare pronostici. Per ora l’ossessione identitaria e la fissazione sul migrante non sono state preponderanti all’interno di questo movimento, che ha trovato anzi entusiasti compagni di tumulto nelle correnti più inquiete della sinistra anticapitalista e sta risvegliando anche i sindacati più combattivi. Difficile prevedere gli effetti di quello che sta accadendo in Francia sulle prossime elezioni europee. Difficile capire se i frutti di questa durissima lotta saranno alla fine raccolti da Marine Le Pen. In un articolo apparso in occasione delle presidenziali francesi del 2017, proprio qui su “alfabeta2” citavo uno studio sul populismo del giornalista statunitense John P. Judis. Quest’ultimo dava una sintetica definizione di ciò che differenzia un populismo di sinistra da uno di destra – smentendo l’idea diffusa che il populismo sia esclusivamente un fenomeno sociale di destra. “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Appare, quindi, evidente che i gilet gialli hanno privilegiato fino ad ora l’opposizione binaria: noi, i piccoli (ceti popolari e medi), contro loro, i grandi (Macron, i grandi patrimoni, i GAFA). Se il problema maggiore diventasse, invece, il patto internazionale di Marrakech sulle migrazioni, con l’Europa e l’ONU complici di un’invasione di stranieri, scivoleremmo nello schema ternario che fa la fortuna di Salvini e dei profittatori del suo calibro.

Un’ultima parola sulla violenza che ha accompagnato questo movimento, e non solo nella capitale. Il bilancio attuale è di sei morti, cinque dei quali legati direttamente a incidenti avvenuti durante i blocchi stradali. La sesta vittima è un’ottantenne colpita a Marsiglia da un lacrimogeno sparato dalla polizia durante la manifestazione del 1 dicembre. Due persone sono in pericolo di vita, un manifestante di Tolosa di ventinove anni colpito al volto da un tiro di Flash-Ball (proiettili di caucciù di 44 mm in dotazione alla polizia francesi) e un altro di Parigi, ferito dal crollo di una cancellata dei giardini delle Tuileries, che un gruppo di gilet gialli voleva divellere. Il Ministero degli Interni ha conteggiato questa settimana 1407 feriti dall’inizio delle mobilitazione, di cui 46 gravi. Nonostante questi dati, e nonostante la lista copiosa delle devastazioni di strada, la durezza degli scontri non ha delegittimato in modo unanime il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Critiche sono state espresse in continuazione, così come paure per l’intensificazione della violenza, ma nello stesso tempo l’apparato repressivo straordinario ha suscitato analisi e denunce. L’ostinazione del movimento e la sua tolleranza nei confronti dei casseurs sono anche il prodotto diretto di un esecutivo che ha risposto alla contestazione con dosi massicce di repressione poliziesca: uso sistematico di lacrimogeni e di altre armi nocive come i Flash-Ball o granate GLI-F4 – queste ultime hanno causato già mutilazioni a diversi manifestanti –, presenza di mezzi blindati, un migliaio di fermi di polizia a Parigi per la sola giornata di sabato 8 dicembre. Chi in modo trionfante, chi in modo apocalittico ha tratto la conclusione che la violenza paga. È apparso comunque chiaro che, anche in una democrazia europea dal governo moderato, affinché una contestazione sociale ottenga un margine significativo d’ascolto mediatico e politico, un certo grado di violenza risulta indispensabile. Fino a quando qualche auto non brucia e qualche vetrina non finisce in pezzi, nulla acquista rilevanza per la stampa e i governi. Non è certo una bella notizia per la democrazia.

La civiltà idiota

[Presentiamo un ampio estratto dell’introduzione di La civiltà idiota. Saggi militanti di Andrea Inglese. Il volume, edito dalla casa editrice Valigie Rosse, raccoglie, con l’unica eccezione dell’introduzione stessa e dell’articolo finale, interventi apparsi su «alfabeta2» nei suoi primi quattro anni di vita, dal 2010 al 2014. Di questo laboratorio culturale e politico, sono anche, almeno in parte, una diretta testimonianza. Il volume include dieci opere di Franco Bellucci e Riccardo Bargellini, e la postfazione di Luca Lenzini.]

Andrea Inglese

A chi mi chiedesse con quale autorità discorro di questioni sotto le quali piegano gli scaffali delle biblioteche di storia e sociologia rispondo che non sono questioni specialistiche perché investono i destini generali.

Franco Fortini

La piccola contrada degli intellettuali e dei letterati non è molto diversa da quel restante grande mondo, dove avvengono le tante nefandezze che la piccola contrada biasima senza sosta. Anche tra intellettuali e letterati, nonostante valga un generico proclama di libertà e irriverenza, ci confrontiamo ogni giorno con le vigliaccherie, gli opportunismi, le sconfinate ambizioni che si concentrano su traguardi risibili. Basta aver avuto un’esperienza di lavoro in un’università per rendersi conto di cosa ciò voglia dire. Non è solo un problema di tempi terribili, di annunciate e perseguite, con ampia complicità, catastrofi neoliberiste. No, vi è anche una più elementare faccenda, una maggiore o minore tolleranza al sopruso, all’umiliazione, all’ipocrisia, alla demenza istituzionale. È insomma una faccenda etica, anche di affetti quindi. Ho ammirato a lungo, proprio sui banchi universitari, l’intelligenza; l’ho ammirata e desiderata, mi sono attrezzato per poterla esercitare nel luogo stesso in cui veniva esaltata e glorificata. Ho visto l’intelligenza critica e umanistica al lavoro, e da vicino, nei contesti dove essa prende piede dentro intrecci istituzionali, ambienti morali, scuotimenti politici. L’iniziale bovarismo, che me la faceva considerare una leva privilegiata per cambiare e migliorare il mondo, ha avuto molteplici occasioni di disincanto. Spesso il disgusto per i contesti concreti, dove essa doveva essere valorizzata e incoraggiata, ha rischiato di divenire disgusto per quell’intelligenza stessa e per tutta la sua strumentazione concettuale. Mi è apparso poi chiaro che il problema di una sorta di “neutralizzazione” dell’intelligenza, nel momento stesso in cui viene celebrata ed esercitata, va ben al di là della crisi reale e storica dell’istituzione universitaria, crisi che ormai anche i suoi più pragmatici e “realisti” difensori sono costretti a riconoscere.

Nell’Uomo senza qualità, Musil fornisce all’inizio degli anni Trenta una profondità antropologica a questo problema, formulandolo in questi termini: “com’è possibile che una gran quantità d’individui straordinariamente intelligenti finiscano per produrre, una volta riuniti assieme, qualcosa di perfettamente mediocre?” Ma questa domanda può anche essere perfettamente rovesciata: “com’è possibile che da un insieme di persone mediocri possa nascere qualcosa di geniale?” La natura paradossale del rapporto tra intelligenza e idiozia ha poi spinto Musil a interrogarsi anche – come già fece Freud – su come l’uomo possa trasformare in civiltà e grandezza morale le sue pulsioni più basse e distruttive, e viceversa. Nel corso di tutto il Novecento diversi autori si sono dovuti far carico nuovamente di questi paradossi, ridefinendoli sotto la spinta di precisi eventi catastrofici. Hannah Arendt si è chiesta come un uomo non particolarmente crudele o sadico, un mediocre funzionario di Stato, potesse rendersi responsabile di crimini atroci nei confronti di milioni di persone. Günther Anders si è chiesto come una persona sana di mente e dalla condotta mediamente responsabile abbia la facoltà, quando lo ritenesse opportuno, di compiere con estrema facilità azioni folli e irresponsabili dalle conseguenze distruttive per un numero incalcolabile di persone. Ivan Illich si è chiesto perché la crescita dei saperi specialistici e del numero di esperti in grado di agire nelle istituzioni delle società più sviluppate corrisponda a un’impotenza generalizzata nei confronti dei problemi più gravi che assillano la nostra epoca. In apertura di un saggio del 1977, intitolato Professioni disabilitanti, Illich scriveva:

Propongo di chiamare la seconda metà del Ventesimo secolo l’“Era delle Professioni Disabilitanti”: un’epoca nella quale le persone avevano dei “problemi”, gli esperti possedevano delle “soluzioni” e gli scienziati misuravano realtà sfuggenti quali le “abilità” e i “bisogni”. Quest’era volge ora al termine, proprio come si può dire che sta già terminando l’era degli sprechi energetici. Le illusioni alla base di entrambe queste epoche risultano sempre più chiare a tutti, tuttavia non è ancora stata presa nessuna contromisura da parte delle istituzioni. L’accettazione acritica da parte della gente dell’onniscienza e dell’onnipotenza dei professionisti può sfociare in dottrine politiche autoritarie (con possibili nuove forme di fascismo) o in un’ulteriore esplosione di follie neoprometeiche ma essenzialmente effimere(1).

Uno dei fili conduttori degli interventi qui raccolti credo sia la diffidenza, lo scetticismo e persino una forma d’insolenza nei confronti degli esperti e del modo in cui essi usano i saperi. Qui autobiografia e storia si toccano. Da un lato, ho compiuto in prima persona, nell’ambito specifico degli studi umanistici, il percorso di specializzazione istituzionale, fino all’esperienza dell’insegnamento accademico in qualità di docente precario in un’università di Parigi. Dall’altro, sono stato come tutti testimone di uno degli eventi più importanti di inizio secolo, la crisi finanziaria che si è manifestata nel 2007 negli Stati Uniti per poi abbattersi, con conseguenze tutt’ora decisive per le nostre vite, sull’Europa negli anni immediatamente successivi. Fin da subito, ho cercato di armarmi di strumenti e documentazione sufficienti per comprendere natura e svolgimento di tale crisi, leggendola non solo nell’ottica marxista, che la inquadra in una serie storica ampia come l’ennesima crisi prodotta dalle contraddizioni interne al sistema capitalistico, ma interpretandola anche in termini “morali”, come crisi di un certo “spirito del capitalismo” e di una certa serie di figure professionali avventurose, affascinanti, autorevoli – gli amministratori delegati, gli economisti, i broker, i manager – che dagli anni Novanta del secolo scorso hanno dominato l’immaginario di una larga fetta della popolazione mondiale.

L’esito più sorprendente di questa crisi sistemica è che essa sembra non aver fornito ai nemici del capitalismo, o alle sue vittime, armi sufficienti, perché alle critiche pubbliche rivolte al sistema seguissero campagne d’opinione e provvedimenti politici efficaci, in grado d’incidere in termini sia culturali sia legislativi sulle istituzioni nazionali e internazionali che quella crisi hanno reso possibile. Le grandi illusioni sono crollate (la crescita illimitata, l’arricchimento dei pochi che favorirà il progresso sociale dei molti, ecc.), ma il tempio nel quale si veneravano sembra rimasto intatto, nonostante le scosse sismiche che ancora lo bersagliano. D’altra parte, lo “spirito del capitalismo” – e il credo neoliberista che lo sostanzia – non può essere inteso come un semplice discorso di propaganda, veicolato nel resto della società da un élite cinica e disincantata. Esso funziona piuttosto – come sostiene tra gli altri Emmanuel Todd(2) – come un dogma religioso o una patologia di tipo psichiatrico, ossia come un meccanismo derealizzante, che s’impone ostinatamente al di là del numero sempre maggiore di controprove empiriche. E la stessa maggioranza di persone, che subisce sulla propria pelle l’impatto diretto di queste controprove, abbandona con una certa fatica l’idea che coloro che dirigono gli Stati, e coloro che forniscono ad essi il sapere tecnico per farlo – e che sono persone dalle magnifiche carriere professionali e scientifiche, ai vertici di grandi aziende e istituzioni nazionali, che insegnano da cattedre universitarie di grandissimo prestigio, e tutti quanti glorificati da stipendi straordinari – tendano ad agire ciecamente, irresponsabilmente, cretinamente.

In realtà, vi è una sorta di disaffezione e di rifiuto crescente nei confronti delle istituzioni politiche sia nazionali che internazionali. In questi anni, anche limitando l’orizzonte all’Europa e al Nord America, sono nati movimenti di contestazione un po’ ovunque, movimenti extraparlamentari ma anche movimenti che si sono dati una forma parlamentare. Nello stesso tempo si è assistito alla crescita dell’astensionismo e al successo elettorale di partiti populisti di destra e di estrema destra. In un tale paesaggio di perdurante e conclamata crisi della rappresentanza politica, che è stata aggravata dalle politiche economiche imposte dalla Commissione Europea contro la volontà politica degli Stati sovrani, è sorprendente notare come ancora in Francia e in Italia gli opinionisti moderati siano pronti a tacciare di populismo e di alleati oggettivi dell’estrema destra tutte quelle espressioni di scetticismo e rivolta nei confronti delle finte alternative politiche proposte dagli attuali sistemi parlamentari. Ci troviamo così di fronte a una situazione paradossale: coloro che strenuamente condannano il populismo “di destra e di sinistra”, denunciandolo come una minaccia nei confronti della democrazia, sono anche coloro che sostengono un sistema parlamentare, in cui i margini di manovra propriamente politici si sono nel tempo ridotti, sia a destra che a sinistra, a pura cosmesi dell’esistente, ossia dei rapporti di forza in campo tra una minoranza di soggetti forti (i detentori di capitale e le grandi aziende) e una maggioranza di soggetti deboli (la restante base sociale). In tutta questa faccenda, i saperi non hanno giocato una partita neutra. Si leggano questo righe del sociologo francese Luc Boltanski, tratte da un saggio del 2009, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation. Esse illustrano in modo chiaro, da un punto di vista storico, il progressivo intreccio tra tecnocrazia e oligarchia, nel corso dell’offensiva neoliberista che data, nelle democrazie occidentali, dall’inizio degli anni Ottanta.

In questo paesaggio, l’arrivo delle scienze sociali e, soprattutto, dell’economia ha avuto come effetto di modificare considerevolmente il compromesso instaurato a partire dalla grande separazione tra una (grande) scienza e una (piccola) politica, riducendo ancora di più il campo di quest’ultima. Alla rivendicazione critica di “tutto è politico” – che ha segnato la nostra giovinezza (ma già con un carattere reattivo) – ha risposto – in maniera vieppiù chiassosa col passare del tempo – l’affermazione secondo cui tutto è scientifico, ossia riservato all’autorità degli esperti. Si può osservare in questo scivolamento da una definizione della politica fondata su un compromesso tra, da un lato, dei rappresentanti del popolo investiti del ruolo di portavoce e, d’all’altro, degli esperti che si richiamano all’autorità della scienza, a una definizione della politica quasi interamente subordinata al potere della perizia, un autentico mutamento di regime politico e un nuovo modo di dominazione.(3)

I saperi costituiscono uno dei principali terreni di conflitto, per chi voglia ancora difendere l’idea di un processo di emancipazione, che porti la società verso forme più sostanziali, e quindi partecipate e più giuste, di democrazia. La critica e la diffidenza nei confronti dello specialismo non è certo rifiuto dei saperi specialistici, ma richiesta di una loro condivisione ampia, attraverso un continuo confronto con le condizioni reali dell’esistenza della maggioranza delle persone. Non è sufficiente ricordare quanto gli strumenti di analisi e comprensione della realtà debbano crescere e svilupparsi entro una sfera protetta e autonoma, rispetto alle interferenze del mondo politico, morale, religioso. Bisogna anche riconoscere che una tale autonomia non potrà mai essere assoluta, in quanto gli strumenti di conoscenza sono sempre elaborati a partire da esigenze storiche e sociali precise, ed è nei confronti di quelle esigenze che essi devono misurare la loro efficacia e adeguatezza. Le persone comuni, allora, devono essere in grado, in base ai propri bisogni, di rivolgere domande specifiche agli specialisti, determinando almeno in parte l’agenda delle priorità nell’ambito della ricerca. I saperi, oggi, sono invece intercettati da soggetti forti, che li piegano e usano secondo i propri interessi di controllo sociale o di profitto economico, premiando abbondantemente chi li ha prodotti. Ma immaginare un uso più democratico dei saperi non significa solo, ad esempio, denunciare il primato degli economisti “ortodossi” in ambito universitario, per favorire una pluralità di orientamenti e metodi disciplinari nell’ambito della teoria economica. Un secondo obiettivo fondamentale dovrà essere quello di trovare adeguate forme di diffusione e divulgazione di quegli strumenti teorici in grado di proporre alle persone strategie e pratiche potenzialmente alternative a quelle imposte dall’attuale organizzazione capitalistica. Quest’opera di diffusione e divulgazione non è qualcosa di dato automaticamente, come naturale conseguenza dell’elaborazione, in un ambito specialistico, di un determinato sapere. Tale sapere, per sofisticato che sia, rischia di avere una portata critica limitatissima nei confronti del mondo storico, finché rimane confinato nel campo separato della ricerca universitaria e non entra a far parte di una visione largamente condivisa delle cose. Il passaggio dalla cerchia ristretta degli esperti a quello di una base sociale allargata va costruito pezzo per pezzo, ed è una costruzione a cui ognuno deve partecipare, attraverso i propri strumenti espressivi, la propria condizione sociale, la propria comunità o rete di rapporti interpersonali. Questo passaggio, inoltre, non si realizza in una sola direzione, dall’alto verso il basso, secondo una concezione tradizionale della divulgazione scientifica. Esso implica un movimento inverso, dal basso verso l’alto, attraverso cui la massa di non esperti integrino nella propria esperienza di corpo senziente e immaginante elementi d’ordine intellettuale. Nella storia novecentesca del movimento operario sono stati soprattutto i partiti e le organizzazioni sindacali ad assumersi questo ruolo di mediazione tra il territorio della teoria e quello della prassi. Oggi non esistono più organizzazioni collettive in grado di garantire questo passaggio, anche perché partiti operai e sindacati sono stati criticati per il loro carattere gerarchico e burocratico già a partire dalla fine degli anni Sessanta dagli stessi soggetti sociali che in essi avrebbero dovuto riconoscersi. D’altra parte, sebbene le singole prassi, ossia le diverse e concrete esperienze di militanza politica o associativa, producano ovviamente delle forme corrispondenti di sapere, la complessità del mondo storico e sociale non può essere fronteggiata senza fare riferimento anche a strumenti intellettuali che esulino dalla propria esperienza diretta.

Gli interventi qui raccolti sono stati scritti prevalentemente durante i primi quattro anni di esistenza di “alfabeta2”, rivista che ho contribuito a far esistere fin dalle sue fasi iniziali, lavorando nel comitato di redazione su invito di Nanni Balestrini. Al di là del generico impegno redazionale, i miei contributi specifici si sono caratterizzati per questo lavoro di “appropriazione” dei saperi, muovendo da una condizione di non esperto. Ho precisato come il lavoro di “appropriazione” non avvenga a partire da una situazione indeterminata e neutra, ma sotto la spinta di alcuni eventi che vengono considerati come cruciali e che mobilitano intorno ad essi curiosità, energie intellettuali, lavoro di memoria e immaginazione. In quanto scrittore, scrittore di poesia soprattutto, ma anche in quanto critico letterario, mi pare indispensabile intervenire nel paesaggio ideologico e culturale dominante non per ottenere rispetto ad esso una qualche esteriorità scientifica, ma per costruire nelle sue pieghe delle visuali alternative, più articolate, più nitide. Questo non lo ritengo possibile, limitandomi a parlare di ciò che davvero mi “riguarderebbe”, ossia le forme, il vocabolario, la sintassi della poesia contemporanea. Tanto meno credo utile veicolare attraverso il testo poetico (o più generalmente letterario) verità o principi d’ordine sociologico e politico. Credo, infatti, come Fortini, che l’opera d’arte come la letteratura siano, nel migliore dei casi, artifici intempestivi rispetto al discorso e all’agire politico(4). Ma mi sembra inevitabile creare una tensione tra l’elemento utopico, che la scrittura letteraria veicola nella sua ossessione formalizzante, e il paesaggio storico, contraddittorio e mutevole, che essa vorrebbe sondare e, nel contempo, oltrepassare. Il lavoro saggistico, che qui viene presentato, nasce da una sorta di prova del reale, attraverso cui, parallelamente alla presunzione di costruire un’opera, si misura la propria scrittura con l’opacità degli eventi contemporanei, per costruire tessuti d’intelligibilità condivisa, senza la quale non vi può essere né speranza né agire comune.

La civiltà idiota. Saggi militanti

Valigie Rosse, 2018, 152 pp., € 15

è possibile acquistare questo libro sul sito dell’editore [https://www.valigierosse.it/prodotto/la-civilta-idiota/] e su Ibs.it [https://www.ibs.it/civilta-idiota-saggi-militanti-libro-andrea-inglese/e/9788898518210]

Note

  1. Ivan Illich e alltri, in Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti, Erickson, Gardolo, 2008, p. 27.

  2. Emmanuel Todd, Après la démocratie, Gallimard, Paris, 2008.

  3. Luc Boltanski, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation, Gallimard, Paris, p. 185, traduzione mia. Oggi in traduzione italiana: Della critica. Compendio di sociologia dell'emancipazione, Rosenberg & Sellier, Torino, 2014.

  4. (La) più dissacrata e dissacrante, umile, fabbrile opera d’arte appare, grazie alla propria conclusione, come un artificio ‘caricato a valori’ che sempre e in ogni caso allude silenziosamente a qualcosa, ad un possibile che non solo non è mai identico al possibile avvenire del politico ma che non di rado gli è, nel senso più preciso della parola, intempestivo.” In Franco Fortini, Verifica dei poteri [1965], Garzanti, Milano, 1974, p. 111.

Ollivud

Andrea Inglese

[Presentiamo due estratti da Ollivud (Prufrock Spa, 2018), libro che si compone di due parti: una serie di 27 prose brevi, e la riedizione di Quando Kubrick inventò la fantascienza: 4 capricci su 2001, pubblicato nel 2011 per La Camera Verde.]

Stanchezza

È un film paradossale, giocato sulla complessità degli ambienti, degli intrecci e delle psicologie. Soprattutto i piani urbanistici sottomarini e le leggi incentivanti sull’ermafroditismo garantiscono peripezie grandiose, scambi verbali di rara sottigliezza, acrobazie dentro budelli di cemento allagati, ma al centro di questa macchina inesausta di argomenti e corpi in movimento vi è il grande sentimento di stanchezza, e anche il volo delle cornacchie sembra incepparsi, non trovare più margini di manovra, e se ne vedono calare quattro a casaccio, senza impulso di predazione. Più i piani interpretativi s’incastrano e moltiplicano, con coinvolgimento di allusioni numerologiche e psichiatriche, più le comparse armate siedono stancamente di fronte a tavoli sgombri, con la mascella schiodata, pendente, passando le ore a grattarsi gli stinchi e a riabbassarsi l’orlo dei pantaloni. La matassa dei motivi politici e religiosi sembra sbrogliarsi grazie al lavoro del gruppo ansiogeno, capitanato dal monaco terrorista, ma lui non ce la fa più a redigere la lettera di spiegazione, ossia la testimonianza suprema sulle origini del male, e sulla posologia della distruzione purificatrice. C’è l’enorme stanchezza dell’avambraccio, la lentezza della mano che gonfia, le palpebre ormai callose, le dita conficcate come chiodi nel palmo. Non può che accettare, persino lui, il moto languido delle alghe, l’andirivieni dello scarafaggio intrappolato nella scatola di latta, le grandi navate in resina foto-sensibile che si ispessiscono come la lingua dell’assetato poco prima di morire. Tutto rallenta senza possibilità di sviluppo, di scioglimento finale: la verità metafisica incollata al palato, dietro le labbra calcificate, mentre il piccolo trambusto del trenino elettrico pare ripercuotersi ovunque, fin dentro le aule magne dell’università, nei laboratori sotterranei di sperimentazione atomica, nella placenta delle future madri, in fuga senza cittadinanza e famiglia.

⁂ ⁂

KUBRICK

L'autista di Kubrick sta guidando nervosamente per una stradina asfaltata della Cornovaglia. Kubrick, seduto sul sedile posteriore, agita la testa da un lato e dall'altro, gettando occhiate angosciate dai finestrini. Indossa un casco da football americano e grida all'autista: “Cristo, non superare i cinquanta! Non superare i cinquanta per nessun motivo!” L'autista di Kubrick è abituato a tenere l'auto sui quaranta. Non è questa raccomandazione che lo innervosisce. Kubrick si butta sul finestrino di destra, dalla parte del conducente, e lancia un grido inarticolato. Poi chiude gli occhi e si accascia al centro del sedile posteriore: “La ghiaia sta entrando nel motore, siamo fottuti.” Kubrick è letteralmente terrorizzato dall'idea che quel poco di ghiaia che si trova inevitabilmente ai bordi di una strada asfaltata possa entrare nel motore della sua MG. “Signore, anche se della ghiaia fosse scivolata nel motore, come lei ha sicuramente con acume percepito, dovremmo riuscire a raggiungere casa senza eccessive difficoltà. Poi Tim si occuperà di fare una bella pulizia totale e saprà salvare anche stavolta il motore,” Kubrick ascolta scuotendo la testa. Batte con le nocche del pugno sinistro la superficie del casco e mormora: “Piantala con le tue stronzate, stavolta non m'incanti.”

Kubrick, attraverso 2001, non pretende soltanto d’immaginare il futuro, traducendolo in un’immagine plausibile e intrigante, ma vuole cominciare a costruirlo, anzi ambisce a intervenire in esso, a modificarlo. Mutando la mentalità degli spettatori suoi contemporanei, è sicuro di aver introdotto un nuovo elemento nel corredo ereditario della specie, elemento che finirà per deviarne irrimediabilmente il destino, la sua evoluzione tecnologica, la sua attitudine verso l’universo che la circonda. Il quesito esegetico ha quindi una rilevanza politica: in che direzione Kubrick, attraverso 2001, ha orientato la storia umana? Kubrick, nato il 26 luglio 1928 a New York, era un uomo buono o cattivo? Ha voluto regalare alla civiltà futura uno strumento di chiaroveggenza e salvezza, o un’ossessione fuorviante e suicidale?

Marvin Minsky, uno dei consulenti di Kubrick sul set di 2001, è il tipo di persona molto competente, carismatica, d’intelligenza rara, che viene pagata per occuparsi di operazioni complesse mirate a realizzare obiettivi semplici: al MIT si è occupato di un automa capace di prendere al volo una palla. Soltanto le migliori menti del nostro tempo possono sperare di districarsi dai problemi posti dall’idiozia di un automa, affinché gli sia consentito realizzare una presa di portiere d’infimo talento. (L’infrangersi delle intelligenze naturali, inquiete e schiumanti, contro la cristallina bêtise dell’intelligenza artificiale.)

La vera grande domanda della fantascienza – che interessa solo marginalmente Kubrick, ma molto il Franklin J. Schaffner de Il pianeta delle scimmie – è la seguente: fa più danni una specie evoluta tecnologicamente o una specie arretrata? Bisogna temere maggiormente l’idiozia insita nell’intelligenza, avrebbe detto Musil, o l’intelligenza insita nell’idiozia? L’odioso argomentare di Zaius, l’orangutan arcivescovo, nella sua ottusità conservatrice mostra un inaspettato risvolto umanistico: un’inclinazione per le teorie della decrescita e tutte le forme d’ecologia radicale. (L’intelligenza è forse una mente che sa come e quando ottundersi). Chi dobbiamo davvero temere: le macchine intelligenti che si sono sciolte dalla nostra tutela, come in Terminator e Matrix? Se sono più stupide di noi, queste macchine non potranno essere malvagie e distruttive quanto lo siamo noi, e quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Se sono molto più intelligenti di noi, vuol dire che avranno trovato un modo di tenere a bada la loro intelligenza, domandola e riducendola volontariamente, e anche in quel caso avremo ancora tutte le chances per farle a pezzi con l’inganno e la codardia, con la crudeltà illimitata che ci contraddistingue. È quindi ben poco plausibile che la specie umana si trovi a patire per gli attacchi di qualche alieno o robot molto più idiota o molto più intelligente di essa. Nell’uno come nell’altro caso, abbiamo tutte le probabilità di vincere. I veri cattivi del cosmo siamo noi, questo dovrebbe ormai essere acquisito anche dalla fantascienza più popolare. (È il tema di City di Clifford Simak, affrontato già nel 1954: i cani parlanti, i robot, le formiche intelligenti che guidano i robot, i mutanti che detengono la filosofia di Juwain e il dono della telepatia, i Rimbalzanti di Giove, dalla mente tersa e gioiosa, tutti questi esseri si rivelano meno nocivi e lugubri dell’uomo.) L’unico grande rischio è incontrare una specie sorella, dove l’extraterrestre, invece di avere fattezze mostruose e ripugnanti, avanzi verso di noi con un sorriso simile al nostro, in pantaloni e giubbotto di taglio elegante, con voce calda, e intavoli una conversazione arguta e cortese.

Interférences # 18 / Noi europei

Andrea Inglese

[Questo testo d’occasione, mi è stato commissionato dalla rivista “PO&SIE”, che ha dedicato i suoi ultimi tre numeri al tema dell’Europa: Trans Europe Éclairs, n° 160-161, e Trans Europe Éclairs 2, n° 162. Nous les européens è apparsa in francese in quest’ultimo numero. Ne propongo qui la versione italiana. Io non credevo si potesse scrivere una poesia sull’Europa, invece – bene o male – è successo. Il numero 162 include anche testi poetici di Michel Deguy, Michael Battala, Jacques Demarcq, Benoit Gréan, Sophie Loizeau, Valerio Magrelli, Jacques Roubaud e Martin Rueff. Tra i personaggi evocati dai diversi interventi saggistici: Walter Benjamin, Thomas Mann, Paul Valéry, Herman Melville, la poesia modernista, György Kurtág, Beatrice Cenci e Artemisia Gentileschi. A. I.]

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NOI EUROPEI

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Stiamo abbastanza bene,

non siamo disorientati,

abbiamo ancora idee, cose da dire,

siamo zeppi di progetti, assidui nell’invenzione,

spostiamo cose, allarghiamo menti

 

noi europei, la gente ci detesta

 

non è che mi sia così familiare questa formula, “noi europei”,

certo, comprendo l’urgenza, la necessità dell’epoca,

bisogna mettersi sotto, “noi europei”, all’inizio

suona bizzarra, ma io insisto, per senso

di responsabilità, “noi europei, non siamo mica

morti, teniamo ancora la posizione, siamo qui

nella buona vecchia Europa”,

lo dico da convinto, ma la gente non ci sopporta,

gli diamo sui nervi,

vogliono schiacciarci con i camion, i furgoni, ci sparano addosso,

c’è un malinteso di civiltà, e ci costa caro

in telecamere di sorveglianza

 

gli esperti, però, dicono che abbiamo fatto le cose per bene,

possiamo esserne fieri, la vecchia Europa

non è poi così vecchia, si modernizza

di continuo, si perfeziona,

siamo adattabili, disponiamo d’una grande tolleranza,

la quantità di cose che siamo in grado di tollerare!

ma è la gente che non ci tollera più

(io vorrei diventarlo

prima di esser fatto fuori con una bombola di gas

un europeo tollerante)

 

mi rendo conto che non serve più a molto essere francese o italiano,

bisogna far fronte alla competizione mondiale

con una corazza morale e politica di europeo,

ma bisogna saperne qualcosa di storia e geografia, essere

un buon europeo non è innato

 

spero in ogni caso che se l’Europa esiste

abbia un corpo sufficientemente compatto e omogeneo

perché dentro mi ci possa infilare, un corpo

senza falle, giudeo-cristiano, ma illuminato

fino al liberalismo

 

ma non si può essere amati sempre, anche i nostri

ci detestano, i più giovani dei nostri, avevano bisogno

di più corsi in storia e geografia, di rispetto

ortografico e grammaticale,

ma non possiamo, in fondo, essere così cattivi

con tutte le chiese che abbiamo costruito,

nel corso dei secoli null’altro che magnifiche chiese cattedrali opere

di pietà in pietra e marmo

e il giuramento d’Ippocrate

e l’Enciclopedia,

ci siamo sempre preoccupati dell’umanità, dell’umanità intera, totale

abbiamo esagerato a volte, è possibile

 

ma la geografia prima di tutto, le buone lezioni alle elementari, alle medie

con la cartina dell’Europa dispiegata sul muro di fronte,

l’Europa dietro alla cattedra come un paesaggio astratto, monotono

che si anima formicolante di personaggi misteriosi appena la si avvicina:

i cerchi fragili dei villaggi sperduti, i tratti tremolanti

e fini dei fiumi secondari, le isole anonime, pezzi di terra

galleggianti senza scopo lontani dalla coste, dappresso

questa Europa si sparpagliava ovunque, vi si cercava un limite,

[un contorno

rassicurante, perché fosse come carne da salsiccia

insaccata per bene, soda di popoli e territori, ma non si capiva mai

il limite, sulla destra, a est, dove finiva la nostra casa comune

in Russia o in Unione Sovietica? il mio sguardo scivolava sempre

al di là degli Urali, sospinto verso il corridoio sconfinato, il grande

serbatoio di spazio: la spaventosa Siberia, si punta dritti a nord

prossimi al circolo polare artico, partendo da Arkhangelsk, costeggiando

[il mare

o si traccia piuttosto un cammino nel mezzo, fino al villaggio di Tobolsk,

prima d’imbattersi improvvisamente sul margine della cartina, là

la Siberia scompariva e il muro della classe tornava, sporco, idiota,

senza lo sfarzo della toponimia, e per questa ragione

non si sapeva mai dove cominciasse l’Asia dove finisse l’Europa

e che cosa fosse esattamente la grande cosa sovietica, amorfa

e ammaliante, che fluttuava nel mezzo,

da quel lato lì, in ogni caso, il limite non era stagno

 

la frontiera ovest, invece, ce lo avevano garantito, non presentava misteri:

Spagna e Portogallo, poi l’oceano, tutta una superficie azzurra che separa

ma di nuovo ero attratto lungo una diagonale ascendente,

avevo una voglia folle di andare a Reykjavík, lontano da tutto, in un’isola

dove si parlava una lingua improbabile, piazzata sul margine della carta,

verso questo nord assoluto che non possedeva più punti di riferimento,

questo nord che aveva vinto l’ostinazione meticolosa dei cartografi,

non disegnavano quasi più nulla, dei semplici contorni, non si capiva

se fosse mare, terra, ghiaccio o qualcos’altro, d’una materia differente

e anche là i conti non tornavano, ci avevano privati per amputazione

silenziosa della Groenlandia, un risparmio di spazio ovviamente,

ma confondevano ancora le carte, e con difficoltà concepisco,

dopo tale troncamento del regno di Danimarca, la “finezza di sentimento

morale”, decantato da Renan, specifico di noi indo-europei, noi ariani,

dove sarebbe la nostra proverbiale “morbidezza”, a fronte di questo gesto

da macellaio, che vuol sbrogliare una frontiera occidentale poco evidente,

per averla facile sulla carta – piatta, nitida e pulita – l’Europa?

 

ma l’Europa non è soltanto un territorio, una faccenda di frontiere

o di bacini idrografici, sono d’accordo, è anche una parola,

una cosa simbolica, un sentimento profondo, tutta una storia

di miliardi di anni di cultura, esagero, di milioni,

di qualche centinaio di anni almeno, bisogna porsi

in postura rammemorante: e già compare Rubens

Pierre Paul, vigore e raffinatezza, nessuno più europeo

di lui, ma immediatamente è l’altro che sorge per associazione,

di sei anni più giovane, la porcheria von Wallenstein Albrecht,

il condottiere, sbucano in coppia, il pittore-diplomatico

e il generale-imprenditore, la somma della pittura barocca

e la macchina di saccheggio e massacro della guerra dei Trent’Anni,

non bisogna incupirsi, ma se evoco Wittgenstein Ludwig,

il più radicale e vagabondo dei filosofi del secolo passato,

trascina con sé l’obbrobrio Hitler Adolf, stesse

scuole medie, frequentate a Linz nel 1904, è stomachevole

la memoria per noi Europei, ad ogni istante questa linea

ariana, greca, romana, cristiana, galileiana, sragiona,

si perde, non arriva veramente ad esistere,

noi europei è rischioso essere noi stessi, voler

a tutti costi fare l’avanguardia dell’umanità,

giurare fedeltà alla nostra memoria, alle frontiere

così incerte, noi europei alla fine

cerchiamo

di non essere troppo somiglianti a noi stessi

Interférences # 17 / “Leggete Karl Marx”: una cartografia

Frédéric Montferrand

traduzione di Davide Gallo Lassere e Andrea Inglese

(Si vuole dare il politico per morto, soprattutto in Italia. Intanto arriva la politica dei morti viventi, che riesumano ossame ideologico che pensavamo ormai polverizzato. D’altra parte, in Francia e nel Regno Unito, ma non solo, il marxismo è ancora un crocevia fondamentale per la formazione di generazioni che hanno voglia di comprendere come funziona e come si può cambiare il mondo a partire dai rapporti di dominazione e sfruttamento. Pubblichiamo questo articolo apparso sul numero speciale di Le Monde, collezione “Une vie, une œuvre”, Karl Marx, l'irréductible, edizione 2018. A. I.)

In un’intervista accordata alla rivista Elle nel maggio 2017, Emmanuel Macron dispensava ai “giovani” un consiglio saggio: “Leggete Karl Marx”. Più politicizzati dal movimento contro la “Loi Travail” che dalla comunicazione di “En Marche” (il partito lanciato da Macron; n. d. t.), i giovani francesi in questione non si aspettavano tanto da parte di Macron. Ciononostante, non si può non constatare come abbiano finito per seguire il consiglio del nuovo Presidente ben oltre le sue più rosee speranze. Dai seminari auto-organizzati ai gruppi di lettura, passando per diversi collettivi editoriali, blog e riviste, l’opera di Marx è infatti oggetto di usi variegati e vivaci, senz’altro favoriti dal fatto che - oggigiorno - nessun apparato politico può più pretendere di esercitare su di essa una qualsivoglia egemonia.

Sarebbe tuttavia troppo facile attribuire tale riscoperta d’interesse per l’opera di Marx e dei suoi successori alla casualità del calendario. Di fatto, il bicentenario della nascita dell’autore del Capitale, che segue di un anno il centenario della rivoluzione russa e che coincide con il cinquantesimo anniversario del Maggio ’68, sta dando luogo a numerosi eventi che forniranno l’occasione per saggiare la ricchezza dei marxismi contemporanei (per i dettagli di tali eventi marx2018.hypotheses.org). Ma la riscoperta d’interesse di cui è oggetto attualmente l’opera di Marx s’iscrive in un movimento più profondo di contestazione del capitalismo provocato dalla crisi economica del 2008 e dal nuovo ciclo di lotte sociali che l’ha accompagnata. Sulle piazze di Il Cairo, di Madrid, di Atene, di New York o di Istanbul si esprime infatti il bisogno di strumenti intellettuali che permettano al contempo di cogliere le tendenze profonde dell’economia mondiale e di orientarsi politicamente in una congiuntura in costante mutamento. Ora, una delle caratteristiche del marxismo consiste nel tenere assieme la comprensione totalizzante dei fenomeni sociali e l’intervento pratico nella contingenza storica. Tenendo a mente tale caratteristica, si possono classificare le ricerche contemporanee su Marx e il marxismo in due grandi categorie: quelle restitutive e quelle attualizzanti.

La prima categoria riunisce l’insieme dei lavori che mirano a restituire la complessità dell’opera del teorico e militante rivoluzionario tedesco, aldilà delle caricature che ne sono state fatte, anche in seno al marxismo. Le ricerche condotte dall’équipe internazionale della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), che ha recentemente pubblicato l’integralità dei canovacci e manoscritti del Capitale, sono particolarmente rappresentative di questa prima categoria. Ma si possono ugualmente ravvisare molteplici commenti al Capitale che ambiscono a rendere accessibile a un largo pubblico i grandi temi della critica marxiana dell’economia politica (Cfr. in particolare l’opera del geografo inglese Davide Harvey, Introduzione al Capitale, La casa Usher 2014, e quella del ricercatore tedesco Michael Heinrich, An introduction to the three volumes of Karl Marx’s Capital, non disponibile in italiano). A tal proposito, gli sforzi svolti in Francia dalle Éditions Sociales e dalla Grande Édition Marx et Engels (GEME) mettono a disposizione del lettore francofono un’edizione critica completa delle opere di Marx.

La seconda categoria raccoglie diverse ricerche che mirano ad attualizzare la portata critica dei concetti marxiani nel contesto contemporaneo. I lavori realizzati dal gruppo della rivista Actuel Marx – alla quale si deve la difesa di un polo di discussione marxista nell’università francese – sono particolarmente rappresentativi di questa tendenza. La rivista in effetti accoglie articoli accademici che ambiscono a rinnovare la grammatica teorica elaborata dall’autore del Capitale, mettendola a confronto con altre tradizioni intellettuali e con dei nuovi oggetti. E si fa così cassa di risonanza di una discussione internazionale sulle modalità di rinnovamento del marxismo che si realizza soprattutto in lingua inglese. Svincolati dal peso che poteva rappresentare in Germania, in Francia o in Italia, il passato stalinista dei Partiti comunisti, ma continuando ad attingere riferimenti presso autori che a quelle organizzazioni erano affiliati (Antonio Gramsci, Georg Lukács, Louis Althusser, Mario Tronti), gli intellettuali anglosassoni hanno effettivamente prodotto dei lavori originali in ambiti di ricerca che oggi ancora non vengono spontaneamente associati al marxismo: l’ecologia politica, l’estetica, la geografia urbana, le teorie critiche del razzismo, il femminismo, la teoria queer e le questioni relative alla sessualità. Bisogna sottolineare a questo proposito il ruolo di catalizzatore svolto dalla rivista inglese Historical Materialism, che organizza una conferenza annuale dove, per quattro giorni, una giovane generazione di ricercatori e militanti si accalca per ascoltare interventi tecnici sulla caduta tendenziale del tasso di profitto o sulle mutazioni contemporanee dell’industria culturale. La collezione curata dalla rivista preso la casa editrice Brill e Haymarket costituisce a oggi la fonte d’informazione più ricca sulla storia e l’attualità del marxismo.

Ciò che comunque caratterizza la situazione attuale è che il lavoro realizzato da riviste quali Actuel Marx o Historical Materialism si trova raddoppiato e arricchito dalla moltiplicazione d’iniziative editoriali autonome e extra-accademiche. Negli Stati Uniti, la rivista Jacobin, gode ormai di un’autentica visibilità giornalistica e politica. Più radicale nei suoi riferimenti, la rivista Viewpoint ha saputo dal canto suo utilizzare le risorse che offre Internet per proporre dei numeri tematici, la cui ampiezza e precisione sono tali che nessun editore si arrischierebbe più a pubblicarli. Assieme alla rivista Endnotes, essa testimonia del pubblico internazionale, di cui godono oggi certe tematiche eterodosse derivate dall’operaismo italiano, dalla critica tedesca del valore o dalle correnti francesi della communisation (Cfr. su questo punto i numeri della rivista Théorie communiste). Queste riviste inoltre esibiscono una cura estetica che rompe con l’aspetto malandato delle tradizionali pubblicazioni dell’estrema sinistra. Per trovare degli equivalenti francesi, bisogna fare riferimento alla rivista Période. Due volte a settimana questa rivista in rete propone articoli originali, interviste o traduzioni nelle quali le grandi correnti della tradizione marxista sono confrontate con i dibattiti teorici contemporanei. Période s’inscrive a questo titolo nel più ampio arcipelago delle pubblicazioni indipendenti, tra le quali bisogna citare le riviste Contretemps o Ballast, i siti Internet Palim-Psao o Plateforme d’enquête militante così come le case editrici quali Entremonde, Smolny, Syllepse, La Fabrique, Amsterdam, La Tempête, Eterotopia, La Dispute, Lux, La Ville brûle o Libertalia.

Il materiale intellettuale proposto da questi differenti collettivi resterebbe nonostante tutto lettera morta se non venisse discusso durante seminari, convegni e gruppi di lettura che costituiscono i veri spazi di auto-formazione nei quali si elabora l’intelligenza critica del presente. Se alcuni di questi spazi godono d’affiliazioni universitarie – si pensi in particolare al seminario “Marx nel XXI secolo” animato alla Sorbonne dal rimpianto Jean Salem o alle attività del laboratoro “Sophiapol” dell’università di Nanerre – si assiste in ogni caso questi ultimi tempi a uno spostamento della produzione teorica e della discussione politica al di fuori delle frontiere dell’università. La rivista Période organizza così dei gruppi di lettura a Parigi, a Strasburgo e Grenoble, dove ognuno può presentare e discutere un testo pubblicato sul sito della rivista. Quanto al “Gruppo di Ricerca Materialista”, che pubblica i Cahiers du GRM, porta avanti un lavoro d fondo sull’eredità intellettual dei movimenti operai e studenteschi europei. Più ancorato nella congiuntura, il seminario Conséquence offre uno spazio di auto-riflessione critica nei confronti delle nuove forme di radicalità emerse in occasione del movimento contro la “Legge sul lavoro”. (Si fa qui riferimento ai movimenti di contestazione emersi a partire dal marzo 2016 contro la legge promossa dalla Ministra del Lavoro Myriam El Khomri, durante il secondo governo Walls. N. d. t.) Ma è senz’altro il seminario “Letture di Marx”, organizzato una volta al mese all’École Normale Supérieure, che mostra la più bella longevità. Da quasi più di dieci anni, questo seminario autogestito riunisce un centinaio di giovani partecipanti intorno ai testi di Marx o alle problematiche marxiste. Sottolineiamo per finire le diverse sensibilità che si esprimono in questi spazi trovano nei convegni Penser l’émancipation una vasta piattaforma di confronto e di elaborazione collettiva.

Si avrebbe ovviamente torto se da una lettura di tale cartografia si concludesse che il riferimento marxiano è divenuto dominante nello spazio pubblico. Ma, nel momento in cui l’università ha avviato una riforma che rischia fortemente di accentuarne il carattere inegualitario e in cui il dibattito politico si trova sempre più polarizzato intorno a tematiche reazionarie, si troverà qualche conforto nel fatto che cento fiori sboccino, che cento scuole siano nuovamente in competizione nel campo culturale dei marxismi.