Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

Andrea Inglese

Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento. Se la scintilla della contestazione era nata da una petizione in rete contro il rincaro dei carburanti, dovuto a una ecotassa, oggi lo scontro con il governo tocca direttamente la questione dei bassi salari. È interessante constatare come i gilet gialli abbiano fatto loro il linguaggio delle varie destre e sinistre di questi anni, che hanno messo tra parentesi il concetto di “salario”, troppo legato al lavoro dipendente e alla questione di classe, per sostituirgli quello più neutro e interclassista di “potere d’acquisto”. Solo che i gilet gialli quando parlano di aumentare il “potere d’acquisto” parlano soprattutto di salario, e hanno richiesto un aumento drastico del salario minimo garantito dai 1.150 euro attuali (netti per 35 ore settimanali) a 1300 (alcuni persino a 1600). In sostanza, la gente non chiede semplicemente riduzioni delle tasse o il rafforzamento delle misure di sostegno e detassazione per le persone più povere – che già esistono, per altro. Chiede di essere pagata decentemente per il lavoro che fa, non che lo Stato conceda elemosine a lavoratori poveri. Questa rivendicazione tocca anche gli aspetti simbolici del vivere sociale: lo schiacciamento dei salari, perseguito con coerenza da tutti i governi in seguito alla crisi del 2008, non solo impoverisce materialmente le persone, ma le espone anche alla svalutazione del proprio ruolo sociale e al disprezzo di coloro che lavorano nei settori prestigiosi e remunerativi.

Inizialmente i media e i rappresentanti del governo avevano buon gioco a parlare di rivendicazioni confuse. In realtà, i gruppi di gilet gialli sparsi sul territorio nazionale e spesso riuniti in assemblee locali hanno prodotto una serie di richieste, sul modello dei cahiers des doléances. Non si tratta però di semplici lamentele, bensì di proposte di legge a volte molto specifiche. Certo, le misure richieste sono molteplici e contraddittorie, ma in gran parte di esse è riscontrabile una preoccupazione per i “piccoli”, esposti al rischio dell’esclusione sociale: si chiede parità di salario tra uomini e donne, una reale progressività delle imposte (reintroduzione della tassa patrimoniale soppressa da Macron), tassazione forte sui GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e debole su piccole imprese e partite iva, aumento dei contratti a tempo indeterminato, affitti calmierati, ecc. Un’inchiesta di Le monde ha concluso che, sull’insieme delle misure richieste in una delle liste circolanti in rete a nome del movimento, due terzi almeno sono compatibili con i programmi della sinistra radicale francese (da Jean-Luc Mélenchon sino a Philippe Poutou del Nuovo Partito Anticapitalista). Non sorprende che una metà di misure provenienti dalla medesima lista siano compatibili anche con il programma di Marine Le Pen, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei servizi sul territorio (scuole, commerci, uffici postali) e la ri-nazionalizzazione delle infrastrutture (autostrade, aeroporti).

Se quindi un movimento non si definisce semplicemente per quello che dice di fare, né per quello che cerca di fare, ma anche per gli effetti che produce, allora è incontestabile che i gilet gialli hanno ottenuto in tempi rapidissimi due mutamenti di scenario mediatico e politico. La questione sociale, in tutti i suoi aspetti fino a ieri marginalizzati o rimossi, ha invaso il dibattito pubblico, e a fronte di questa esplosione di rivendicazioni, testimonianze, analisi, il silenzio del governo e quello della presidenza in particolar modo sono apparsi tanto più assordanti e intollerabili. La risposta pubblica di Macron, con le relative proposte di legge, è arrivata a un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione nazionale. Tale ritardo ha per altro creato uno scollamento tra punto di vista dei media e punto di vista dell’esecutivo. Criticato o meno, è sempre quest’ultimo in genere a fornire ai giornalisti le coordinate generali entro le quali svolgere il dibattito. Di fronte a un mese di afasia presidenziale, la stampa e la televisione hanno potuto trattare fuori da ogni tutela politica gli argomenti più critici, incluso quello generalmente inabbordabile della violenza poliziesca. Durante e dopo il biennio più sanguinoso dell’offensiva terroristica di matrice islamica contro la Francia (2015-2016), tutto si era ridotto a conflitti culturali e identitari. Ora ritorna in primo piano l’insicurezza della vita ordinaria, legata alle condizioni materiali di vita, alla precarietà, ai bassi salari, alla latitanza del servizio pubblico in ampie zone del paese.

Rappresentanza

Nonostante le enormi aspettative che il movimento ha suscitato anche nelle file della sinistra anticapitalista, un esame delle sue rivendicazioni lo colloca su di una linea riformista. Se i gilet gialli non si battono per una restaurazione della triade Dio Patria e Famiglia, non hanno neppure l’obiettivo di creare una società senza classi. Innanzitutto la composizione sociale del movimento non è costituita né dagli strati più poveri né dagli esclusi della società francese. Si sono mossi i ceti medi e popolari più recentemente impoveriti o a rischio d’impoverimento, quelli, insomma, che nei confronti del modello sociale francese avevano ancora delle aspettative, pur sentendosi traditi dalle istituzioni politiche e dai corpi intermedi (sindacati inclusi). Appare, quindi, inquietante che per rivendicare degli obiettivi di politica sociale in gran parte riformistici (rispetto almeno alle politiche neoliberali e di austerità degli ultimi decenni), il movimento abbia dovuto dotarsi di forme d’organizzazione radicali, legate alla democrazia diretta, e a forme di lotta altrettanto radicali (dalla disubbidienza civile allo scontro di strada e alla devastazione di beni). Nelle nostre democrazie parlamentari, queste forme di organizzazione e di lotta “dure” sono in genere appannaggio di movimenti rivoluzionari, laddove forme di contestazione moderata sono tipiche delle forze riformistiche. Questo indica, però, la gravità della crisi raggiunta dalle nostre democrazie parlamentari e la perdita di senso in cui esse si dibattono. Uno degli elementi di questa insensatezza è rappresentato in questa fase storica dalla continuità delle politiche economiche malgrado l’alternarsi di governi di destra e sinistra.

Il risentimento e la sfiducia nei confronti delle classi dirigenti non sono una novità. Il Partito Cinque Stelle del risentimento e della sfiducia ha fatto una leva elettorale, trasformandosi da movimento di rottura in partito di governo, ma grazie al binomio verticale Grillo-Casaleggio (leader popolare + esperto in comunicazione). I gilet gialli francesi, a differenza dei grillini o addirittura degli “eversivi” neo-salviniani, hanno avuto finora meno bisogno degli italiani scontenti di raggrupparsi dietro a un (nuovo) papà da celebrare. Durante questo primo mese di lotta, il rifiuto di affidarsi a dei capi riconosciuti è stato preponderante. Dei portavoce, uomini e donne, sono comparsi in TV, sono stati intervistati, ma nessuno di essi pretendeva di essere un rappresentante del movimento nella sua totalità. Parlando delle tendenze libertarie di movimenti come Occupy Wall Street o di Nuit debout, si è spesso sottolineato i rischi di inefficacia a cui una protesta puramente orizzontale e senza leader riconosciuti possa andare incontro. Mi è parso in questo caso che la mancanza di portavoce riconosciuti abbia favorito un meccanismo di rilancio sia della lotta che dei suoi obiettivi, mantenendo il movimento in una stato di mobilitazione e di dibattito interno permanente. Inoltre il movimento è sfuggito non solo ai tentativi – timidi in realtà – di cooptazione da parte del governo, ma soprattutto di definizione e giudizio da parte dei commentatori. Senza rappresentanti legittimi, non solo sono sventati troppo rapidi e blandi negoziati, ma anche si ritardano precipitose cristallizzazioni dell’identità. A ciò si aggiunga l’aspetto più rilevante della contesa tra i gruppi spontanei di cittadini e le istituzioni politiche, ossia la richiesta largamente condivisa di moltiplicare organi e procedure della democrazia diretta. I gilet gialli si battono per l’introduzione di referendum d’iniziativa popolare. Nella versione più ambiziosa, si prevedono quattro tipologie di consultazione autonoma (sganciate da iniziative parlamentari e partitiche): quella abrogativa, revocativa (togliere il mandato a qualsiasi responsabile politico), legislativo (il popolo propone un testo di legge), costituente (modifica della costituzione). Ad essere evocato è qui il concetto di sovranità popolare, concetto che nessuna congiuntura storica, pur difficile e rischiosa, dovrebbe screditare facilmente. Sarebbe semmai un punto, questo, sui cui attentamente riflettere, alla ricerca di un cammino in grado di sfuggire all’alternativa oggi dominante tra tecnocrazia e populismo nazionalista e xenofobo.

Certo, è possibile individuare dietro questa richiesta di democrazia diretta dei gilet gialli lo spettro del “popolo”, inteso come entità indifferenziata e omogenea, nemica di ogni pluralità e produttrice di esclusione. Né la spontaneità del popolo né la sua radicalità costituiscono di per sé un fattore di chiaroveggenza politica rispetto a obiettivi di eguaglianza sociale e autonomia individuale. La richiesta di strumenti di democrazia diretta contro il sistema parlamentare in un clima xenofobo e denso di fantasmi identitari non è privo di rischi. È vero, d’altra parte, che all’interno della sinistra marxista la nostalgia dell’avanguardia che dirige e del partito che organizza stenta a estinguersi. E quando lo fa, produce nei gruppi più attivi e radicali sogni d’insurrezioni permanenti, senza nessuna considerazione dei rapporti tra autonomia e istituzioni. Varrebbe allora la pena di ricordare la riflessione che intorno a questi temi cruciali ha svolto il militante e filosofo Cornelius Castoriadis, scomparso nel 1997 e di cui si celebra ancora oggi la preziosa eredità filosofica e politica. Mi limiterò qui a ricordare uno dei punti su cui ha spesso insistito: ogni esperienza diretta di autorganizzazione contribuisce in modo molto più determinante alla crescita della consapevolezza politica e al percorso di emancipazione che dosi di pedagogia somministrata dai dirigenti delle organizzazioni politiche e sindacali. Delle diverse iniziative di questo movimento, allora, quelle più promettenti e decisive non sono tanto i blocchi delle rotatorie, che costituiscono comunque esperienze importanti di condivisione e solidarietà, e nemmeno le scorribande nella capitale o in altre città, per dare visibilità al movimento a forza di roghi e barricate. Tutto ciò naturalmente ha fornito una tremenda forza d’impatto al movimento, sul breve termine. Ma sul lungo termine saranno altre esperienze a favorire e consolidare una crescita di consapevolezza individuale e collettiva. Penso alle assemblee locali tra militanti, come quelle che si sono svolte a Guéret, nel dipartimento della Creuze, uno dei più spopolati di Francia, situato nel Massiccio Centrale. Qui uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano, per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane. Si sono dati un organo di coordinamento provvisorio, “La Creuze unita”, e una carta di buona condotta da rispettare durante le azioni di protesta e le assemblee (sono banditi alcol e insulti razzisti, azioni violente contro polizia e giornalisti, ecc.). Non mi è possibile sapere quanto il caso della “Creuze unita” sia rappresentativo dell’insieme del movimento, ma esso manifesta due principi estremamente importanti. Il primo è quello della necessità di un dibattito assembleare, che neutralizza di fatto ogni pericolo di unanimità e omogeneità di esperienze e punti di vista. Il popolo non giunge a parlare con una voce sola che dopo le lunghe ore di discussione e mediazione assembleare, ed inoltre la sua rimane una voce parziale, ancorata a un preciso contesto sociale e geografico. Il secondo è quello difeso con particolare insistenza da Castoriadis: una forma radicale di autonomia (autogoverno, autogestione) implica un atto fondamentale di autolimitazione: la carta di buona condotta. (Si può discutere a lungo su dove porre il limite in un contesto di lotta, ma è essenziale che un limite sia posto autonomamente.) Quello che avvicina l’esperienza della “Creuze unita” alla democrazia radicale non è in ogni caso un semplice insieme di procedure, ma le finalità che queste persone immaginano come indispensabili all’azione politica: il confronto tra una molteplicità eterogenea di soggetti, condizioni ed esperienze, per formulare un piano d’azione che ne esprima nel modo più fedele possibile i bisogni e le aspirazioni principali. E tutto questo non per far prevalere i problemi locali sui problemi generali, la fine del mese sulla fine del mondo, ma per articolarli assieme, come appunto né la tecnocrazia né il populismo identitario sono in grado di fare. Lo slogan probabilmente più memorabile di questo movimento nasce da una riappropriazione di una formula passata da Nicolas Hulot, ministro dimissionario dell’ecologia, allo stesso Macron, al momento della prima ondata di manifestazioni e blocchi. Macron disse a fine novembre: “ci occuperemo sia della fine del mese che della fine del mondo”. La risposta del movimento è stata “fin du monde, fin du mois: même combat” (fine del mondo, fine del mese: stessa lotta). Nessuno crede che un tale obiettivo diventi, sotto Macron, un programma di governo, ma può diventarlo per le lotte di strada. La formula stessa, d’altra parte, è stata imposta a Hulot per primo dai gilet gialli. Lui l’ha espressa, ma sono essi ad averne reso urgente l’espressione. Quello che gli eredi dei partiti operai del novecento hanno impiegato così tanto tempo a formulare, così come, da una posizione diversa, i più recenti movimenti e partiti ambientalisti, diventa ora una constatazione ovvia e condivisa, un’idea regolatrice di tutte le importanti decisioni politiche a venire a livello (almeno) nazionale. Non solo si ribadisce che la questione sociale e quella climatica sono le facce di una stessa medaglia, ma anche che il popolo non sarà disposto farsi divedere su questo dall’opportunismo dei partiti politici.

Territorio

Nel 2017, per le edizioni La Découverte è uscito un libro di Bruno Latour intitolato Où atterir? Comment s’orienter en politique (Dove atterrare? Come orientarsi in politica). In questo lavoro Latour prosegue la sua critica delle coordinate che, in continuità con il Novecento, organizzano il paesaggio politico contemporaneo. Una delle opposizioni strutturanti questo paesaggio è il Globale opposto al Locale, con il primo termine che si pone come orizzonte del movimento lineare di modernizzazione, rispetto al Locale che costituisce il fronte di tutto quanto è di retroguardia, e attende di essere modernizzato. Alla fine del Novecento anche i più dogmatici progressisti hanno dovuto cominciare a ritoccare qua e là questo schema, considerando che la freccia non può proseguire illimitatamente, tirandosi dietro di sé il costante aumento della produzione e del consumo. La globalizzazione dei mercati (e di quelli finanziari in particolare) ha cominciato a rabbuiare le visioni degli entusiasti della connessione onnilaterale. E, per finire, le lotte territoriali, come quelle dei No-Tav e degli Zadisti di Notre-Dame-des-Landes, ma anche della Lampedusa di Giusi Nicolini e della Riace di Mimmo Lucano, hanno ulteriormente indebolito l’antico quadro. Per Latour, in effetti, il territorio è ciò che sfugge a un’alternativa mistificante: o il Locale, con i suoi recentissimi fantasmi di identità ancestrali e di frontiere, o il Globale, con il suo sogno di perenne sganciamento da ogni vincolo di appartenenza. “Come fornire il sentimento di essere protetti, senza immediatamente ritornare all’identità e alla difesa delle frontiere? Attraverso due movimenti complementari che la modernizzazione aveva reso contraddittori: attaccarsi a un suolo, da un lato; e mondializzarsi dall’altro.” (Latour, 2017).

Il movimento dei gilet gialli è stato caratterizzato non solo da una dimensione sociale, ma anche da una dimensione territoriale. Alcuni commentatori hanno tentato di leggere il conflitto secondo coordinate previsibili: grandi centri urbani, dalle mentalità avanzate e “ambientaliste”, e zone rurali, dalle mentalità reazionarie e “inquinanti”. Se lo schema avesse funzionato, avremmo assistito a un piccolo capolavoro di mistificazione. È stato Hervé Le Bras, specialista della storia sociale e demografica, ha smentire tra i primi la sovrapposizione tra gilet gialli e aree di voto lepeniste. Lo dice in un’intervista apparsa anche sul Manifesto. Per Le Bras, la protesta si è mossa lungo quella che lui chiama “la diagonale del vuoto”: “una linea che attraversa regioni che si stanno spopolando, dove sopravvive la ruralità più profonda; zone che hanno visto progressivamente scomparire i servizi pubblici e dove i negozi chiudono i battenti uno dopo l’altro”. E precisa che “le zone dove la mobilitazione è stata fin qui più forte non corrispondono affatto a quelle dove Marine Le Pen è arrivata in testa alle presidenziali o dove il suo partito è maggiormente radicato. Anzi, si tratta spesso di collegi elettorali di sinistra, dove si è votato a lungo per il Partito comunista e poi per i socialisti”.

Più in generale, il fatto di aver preso le mosse dal territorio ha voluto dire, paradossalmente, essere più inclusivi, accogliendo in sé salariati, ma anche pensionati, disoccupati, piccoli imprenditori, commercianti, tutto un mondo, ad esempio, che i sindacati faticano a raggruppare. Inoltre, salendo con determinazione a Parigi per manifestare anche senza autorizzazione, i gilet gialli hanno invitato tutti gli incazzati della capitale e dintorni: studenti, gruppi radicali di sinistra, e probabilmente anche gente venuta dalle periferie. I gruppi radicali più spregiudicati, compresi alcuni collettivi queer, hanno infatti capito quello che i sindacati nazionali, come la CGT, non hanno voluto capire: sono scesi in piazza con il movimento, malgrado esso esprima al suo interno anche attitudini razziste e sessiste, e lo fanno con l’intento esplicito di portare, su questi temi, la consapevolezza delle lotte contro le discriminazioni di genere e di razza. La CGT, al contrario, si è limitata a giudicare dall’esterno il movimento, rifiutando di avvicinarlo proprio in virtù della sua scarsa maturità culturale e dell’insufficiente coerenza politica. Ora non le è più possibile però mantenere un tale atteggiamento e deve anzi constatare che è proprio la dimensione territoriale ad aver facilitato la convergenza delle lotte. Lo riconosceva una rappresentante del sindacato in un dibattito televisivo: i gilet gialli hanno cominciato a mobilitarsi al di fuori delle aziende e delle fabbriche, dove noi concentriamo invece la nostra lotta, inoltre non si sono mossi lungo le linee prestabilite delle categorie professionali. Per finire, la stessa potente CGT (primo sindacato francese) è confrontata alla scarsa efficacia delle battaglie portate avanti in questi anni, a fronte di un solo mese di lotta alla maniera dei gilet gialli.

Conclusione

Non mi azzardo a fare pronostici. Per ora l’ossessione identitaria e la fissazione sul migrante non sono state preponderanti all’interno di questo movimento, che ha trovato anzi entusiasti compagni di tumulto nelle correnti più inquiete della sinistra anticapitalista e sta risvegliando anche i sindacati più combattivi. Difficile prevedere gli effetti di quello che sta accadendo in Francia sulle prossime elezioni europee. Difficile capire se i frutti di questa durissima lotta saranno alla fine raccolti da Marine Le Pen. In un articolo apparso in occasione delle presidenziali francesi del 2017, proprio qui su “alfabeta2” citavo uno studio sul populismo del giornalista statunitense John P. Judis. Quest’ultimo dava una sintetica definizione di ciò che differenzia un populismo di sinistra da uno di destra – smentendo l’idea diffusa che il populismo sia esclusivamente un fenomeno sociale di destra. “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Appare, quindi, evidente che i gilet gialli hanno privilegiato fino ad ora l’opposizione binaria: noi, i piccoli (ceti popolari e medi), contro loro, i grandi (Macron, i grandi patrimoni, i GAFA). Se il problema maggiore diventasse, invece, il patto internazionale di Marrakech sulle migrazioni, con l’Europa e l’ONU complici di un’invasione di stranieri, scivoleremmo nello schema ternario che fa la fortuna di Salvini e dei profittatori del suo calibro.

Un’ultima parola sulla violenza che ha accompagnato questo movimento, e non solo nella capitale. Il bilancio attuale è di sei morti, cinque dei quali legati direttamente a incidenti avvenuti durante i blocchi stradali. La sesta vittima è un’ottantenne colpita a Marsiglia da un lacrimogeno sparato dalla polizia durante la manifestazione del 1 dicembre. Due persone sono in pericolo di vita, un manifestante di Tolosa di ventinove anni colpito al volto da un tiro di Flash-Ball (proiettili di caucciù di 44 mm in dotazione alla polizia francesi) e un altro di Parigi, ferito dal crollo di una cancellata dei giardini delle Tuileries, che un gruppo di gilet gialli voleva divellere. Il Ministero degli Interni ha conteggiato questa settimana 1407 feriti dall’inizio delle mobilitazione, di cui 46 gravi. Nonostante questi dati, e nonostante la lista copiosa delle devastazioni di strada, la durezza degli scontri non ha delegittimato in modo unanime il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Critiche sono state espresse in continuazione, così come paure per l’intensificazione della violenza, ma nello stesso tempo l’apparato repressivo straordinario ha suscitato analisi e denunce. L’ostinazione del movimento e la sua tolleranza nei confronti dei casseurs sono anche il prodotto diretto di un esecutivo che ha risposto alla contestazione con dosi massicce di repressione poliziesca: uso sistematico di lacrimogeni e di altre armi nocive come i Flash-Ball o granate GLI-F4 – queste ultime hanno causato già mutilazioni a diversi manifestanti –, presenza di mezzi blindati, un migliaio di fermi di polizia a Parigi per la sola giornata di sabato 8 dicembre. Chi in modo trionfante, chi in modo apocalittico ha tratto la conclusione che la violenza paga. È apparso comunque chiaro che, anche in una democrazia europea dal governo moderato, affinché una contestazione sociale ottenga un margine significativo d’ascolto mediatico e politico, un certo grado di violenza risulta indispensabile. Fino a quando qualche auto non brucia e qualche vetrina non finisce in pezzi, nulla acquista rilevanza per la stampa e i governi. Non è certo una bella notizia per la democrazia.

La civiltà idiota

[Presentiamo un ampio estratto dell’introduzione di La civiltà idiota. Saggi militanti di Andrea Inglese. Il volume, edito dalla casa editrice Valigie Rosse, raccoglie, con l’unica eccezione dell’introduzione stessa e dell’articolo finale, interventi apparsi su «alfabeta2» nei suoi primi quattro anni di vita, dal 2010 al 2014. Di questo laboratorio culturale e politico, sono anche, almeno in parte, una diretta testimonianza. Il volume include dieci opere di Franco Bellucci e Riccardo Bargellini, e la postfazione di Luca Lenzini.]

Andrea Inglese

A chi mi chiedesse con quale autorità discorro di questioni sotto le quali piegano gli scaffali delle biblioteche di storia e sociologia rispondo che non sono questioni specialistiche perché investono i destini generali.

Franco Fortini

La piccola contrada degli intellettuali e dei letterati non è molto diversa da quel restante grande mondo, dove avvengono le tante nefandezze che la piccola contrada biasima senza sosta. Anche tra intellettuali e letterati, nonostante valga un generico proclama di libertà e irriverenza, ci confrontiamo ogni giorno con le vigliaccherie, gli opportunismi, le sconfinate ambizioni che si concentrano su traguardi risibili. Basta aver avuto un’esperienza di lavoro in un’università per rendersi conto di cosa ciò voglia dire. Non è solo un problema di tempi terribili, di annunciate e perseguite, con ampia complicità, catastrofi neoliberiste. No, vi è anche una più elementare faccenda, una maggiore o minore tolleranza al sopruso, all’umiliazione, all’ipocrisia, alla demenza istituzionale. È insomma una faccenda etica, anche di affetti quindi. Ho ammirato a lungo, proprio sui banchi universitari, l’intelligenza; l’ho ammirata e desiderata, mi sono attrezzato per poterla esercitare nel luogo stesso in cui veniva esaltata e glorificata. Ho visto l’intelligenza critica e umanistica al lavoro, e da vicino, nei contesti dove essa prende piede dentro intrecci istituzionali, ambienti morali, scuotimenti politici. L’iniziale bovarismo, che me la faceva considerare una leva privilegiata per cambiare e migliorare il mondo, ha avuto molteplici occasioni di disincanto. Spesso il disgusto per i contesti concreti, dove essa doveva essere valorizzata e incoraggiata, ha rischiato di divenire disgusto per quell’intelligenza stessa e per tutta la sua strumentazione concettuale. Mi è apparso poi chiaro che il problema di una sorta di “neutralizzazione” dell’intelligenza, nel momento stesso in cui viene celebrata ed esercitata, va ben al di là della crisi reale e storica dell’istituzione universitaria, crisi che ormai anche i suoi più pragmatici e “realisti” difensori sono costretti a riconoscere.

Nell’Uomo senza qualità, Musil fornisce all’inizio degli anni Trenta una profondità antropologica a questo problema, formulandolo in questi termini: “com’è possibile che una gran quantità d’individui straordinariamente intelligenti finiscano per produrre, una volta riuniti assieme, qualcosa di perfettamente mediocre?” Ma questa domanda può anche essere perfettamente rovesciata: “com’è possibile che da un insieme di persone mediocri possa nascere qualcosa di geniale?” La natura paradossale del rapporto tra intelligenza e idiozia ha poi spinto Musil a interrogarsi anche – come già fece Freud – su come l’uomo possa trasformare in civiltà e grandezza morale le sue pulsioni più basse e distruttive, e viceversa. Nel corso di tutto il Novecento diversi autori si sono dovuti far carico nuovamente di questi paradossi, ridefinendoli sotto la spinta di precisi eventi catastrofici. Hannah Arendt si è chiesta come un uomo non particolarmente crudele o sadico, un mediocre funzionario di Stato, potesse rendersi responsabile di crimini atroci nei confronti di milioni di persone. Günther Anders si è chiesto come una persona sana di mente e dalla condotta mediamente responsabile abbia la facoltà, quando lo ritenesse opportuno, di compiere con estrema facilità azioni folli e irresponsabili dalle conseguenze distruttive per un numero incalcolabile di persone. Ivan Illich si è chiesto perché la crescita dei saperi specialistici e del numero di esperti in grado di agire nelle istituzioni delle società più sviluppate corrisponda a un’impotenza generalizzata nei confronti dei problemi più gravi che assillano la nostra epoca. In apertura di un saggio del 1977, intitolato Professioni disabilitanti, Illich scriveva:

Propongo di chiamare la seconda metà del Ventesimo secolo l’“Era delle Professioni Disabilitanti”: un’epoca nella quale le persone avevano dei “problemi”, gli esperti possedevano delle “soluzioni” e gli scienziati misuravano realtà sfuggenti quali le “abilità” e i “bisogni”. Quest’era volge ora al termine, proprio come si può dire che sta già terminando l’era degli sprechi energetici. Le illusioni alla base di entrambe queste epoche risultano sempre più chiare a tutti, tuttavia non è ancora stata presa nessuna contromisura da parte delle istituzioni. L’accettazione acritica da parte della gente dell’onniscienza e dell’onnipotenza dei professionisti può sfociare in dottrine politiche autoritarie (con possibili nuove forme di fascismo) o in un’ulteriore esplosione di follie neoprometeiche ma essenzialmente effimere(1).

Uno dei fili conduttori degli interventi qui raccolti credo sia la diffidenza, lo scetticismo e persino una forma d’insolenza nei confronti degli esperti e del modo in cui essi usano i saperi. Qui autobiografia e storia si toccano. Da un lato, ho compiuto in prima persona, nell’ambito specifico degli studi umanistici, il percorso di specializzazione istituzionale, fino all’esperienza dell’insegnamento accademico in qualità di docente precario in un’università di Parigi. Dall’altro, sono stato come tutti testimone di uno degli eventi più importanti di inizio secolo, la crisi finanziaria che si è manifestata nel 2007 negli Stati Uniti per poi abbattersi, con conseguenze tutt’ora decisive per le nostre vite, sull’Europa negli anni immediatamente successivi. Fin da subito, ho cercato di armarmi di strumenti e documentazione sufficienti per comprendere natura e svolgimento di tale crisi, leggendola non solo nell’ottica marxista, che la inquadra in una serie storica ampia come l’ennesima crisi prodotta dalle contraddizioni interne al sistema capitalistico, ma interpretandola anche in termini “morali”, come crisi di un certo “spirito del capitalismo” e di una certa serie di figure professionali avventurose, affascinanti, autorevoli – gli amministratori delegati, gli economisti, i broker, i manager – che dagli anni Novanta del secolo scorso hanno dominato l’immaginario di una larga fetta della popolazione mondiale.

L’esito più sorprendente di questa crisi sistemica è che essa sembra non aver fornito ai nemici del capitalismo, o alle sue vittime, armi sufficienti, perché alle critiche pubbliche rivolte al sistema seguissero campagne d’opinione e provvedimenti politici efficaci, in grado d’incidere in termini sia culturali sia legislativi sulle istituzioni nazionali e internazionali che quella crisi hanno reso possibile. Le grandi illusioni sono crollate (la crescita illimitata, l’arricchimento dei pochi che favorirà il progresso sociale dei molti, ecc.), ma il tempio nel quale si veneravano sembra rimasto intatto, nonostante le scosse sismiche che ancora lo bersagliano. D’altra parte, lo “spirito del capitalismo” – e il credo neoliberista che lo sostanzia – non può essere inteso come un semplice discorso di propaganda, veicolato nel resto della società da un élite cinica e disincantata. Esso funziona piuttosto – come sostiene tra gli altri Emmanuel Todd(2) – come un dogma religioso o una patologia di tipo psichiatrico, ossia come un meccanismo derealizzante, che s’impone ostinatamente al di là del numero sempre maggiore di controprove empiriche. E la stessa maggioranza di persone, che subisce sulla propria pelle l’impatto diretto di queste controprove, abbandona con una certa fatica l’idea che coloro che dirigono gli Stati, e coloro che forniscono ad essi il sapere tecnico per farlo – e che sono persone dalle magnifiche carriere professionali e scientifiche, ai vertici di grandi aziende e istituzioni nazionali, che insegnano da cattedre universitarie di grandissimo prestigio, e tutti quanti glorificati da stipendi straordinari – tendano ad agire ciecamente, irresponsabilmente, cretinamente.

In realtà, vi è una sorta di disaffezione e di rifiuto crescente nei confronti delle istituzioni politiche sia nazionali che internazionali. In questi anni, anche limitando l’orizzonte all’Europa e al Nord America, sono nati movimenti di contestazione un po’ ovunque, movimenti extraparlamentari ma anche movimenti che si sono dati una forma parlamentare. Nello stesso tempo si è assistito alla crescita dell’astensionismo e al successo elettorale di partiti populisti di destra e di estrema destra. In un tale paesaggio di perdurante e conclamata crisi della rappresentanza politica, che è stata aggravata dalle politiche economiche imposte dalla Commissione Europea contro la volontà politica degli Stati sovrani, è sorprendente notare come ancora in Francia e in Italia gli opinionisti moderati siano pronti a tacciare di populismo e di alleati oggettivi dell’estrema destra tutte quelle espressioni di scetticismo e rivolta nei confronti delle finte alternative politiche proposte dagli attuali sistemi parlamentari. Ci troviamo così di fronte a una situazione paradossale: coloro che strenuamente condannano il populismo “di destra e di sinistra”, denunciandolo come una minaccia nei confronti della democrazia, sono anche coloro che sostengono un sistema parlamentare, in cui i margini di manovra propriamente politici si sono nel tempo ridotti, sia a destra che a sinistra, a pura cosmesi dell’esistente, ossia dei rapporti di forza in campo tra una minoranza di soggetti forti (i detentori di capitale e le grandi aziende) e una maggioranza di soggetti deboli (la restante base sociale). In tutta questa faccenda, i saperi non hanno giocato una partita neutra. Si leggano questo righe del sociologo francese Luc Boltanski, tratte da un saggio del 2009, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation. Esse illustrano in modo chiaro, da un punto di vista storico, il progressivo intreccio tra tecnocrazia e oligarchia, nel corso dell’offensiva neoliberista che data, nelle democrazie occidentali, dall’inizio degli anni Ottanta.

In questo paesaggio, l’arrivo delle scienze sociali e, soprattutto, dell’economia ha avuto come effetto di modificare considerevolmente il compromesso instaurato a partire dalla grande separazione tra una (grande) scienza e una (piccola) politica, riducendo ancora di più il campo di quest’ultima. Alla rivendicazione critica di “tutto è politico” – che ha segnato la nostra giovinezza (ma già con un carattere reattivo) – ha risposto – in maniera vieppiù chiassosa col passare del tempo – l’affermazione secondo cui tutto è scientifico, ossia riservato all’autorità degli esperti. Si può osservare in questo scivolamento da una definizione della politica fondata su un compromesso tra, da un lato, dei rappresentanti del popolo investiti del ruolo di portavoce e, d’all’altro, degli esperti che si richiamano all’autorità della scienza, a una definizione della politica quasi interamente subordinata al potere della perizia, un autentico mutamento di regime politico e un nuovo modo di dominazione.(3)

I saperi costituiscono uno dei principali terreni di conflitto, per chi voglia ancora difendere l’idea di un processo di emancipazione, che porti la società verso forme più sostanziali, e quindi partecipate e più giuste, di democrazia. La critica e la diffidenza nei confronti dello specialismo non è certo rifiuto dei saperi specialistici, ma richiesta di una loro condivisione ampia, attraverso un continuo confronto con le condizioni reali dell’esistenza della maggioranza delle persone. Non è sufficiente ricordare quanto gli strumenti di analisi e comprensione della realtà debbano crescere e svilupparsi entro una sfera protetta e autonoma, rispetto alle interferenze del mondo politico, morale, religioso. Bisogna anche riconoscere che una tale autonomia non potrà mai essere assoluta, in quanto gli strumenti di conoscenza sono sempre elaborati a partire da esigenze storiche e sociali precise, ed è nei confronti di quelle esigenze che essi devono misurare la loro efficacia e adeguatezza. Le persone comuni, allora, devono essere in grado, in base ai propri bisogni, di rivolgere domande specifiche agli specialisti, determinando almeno in parte l’agenda delle priorità nell’ambito della ricerca. I saperi, oggi, sono invece intercettati da soggetti forti, che li piegano e usano secondo i propri interessi di controllo sociale o di profitto economico, premiando abbondantemente chi li ha prodotti. Ma immaginare un uso più democratico dei saperi non significa solo, ad esempio, denunciare il primato degli economisti “ortodossi” in ambito universitario, per favorire una pluralità di orientamenti e metodi disciplinari nell’ambito della teoria economica. Un secondo obiettivo fondamentale dovrà essere quello di trovare adeguate forme di diffusione e divulgazione di quegli strumenti teorici in grado di proporre alle persone strategie e pratiche potenzialmente alternative a quelle imposte dall’attuale organizzazione capitalistica. Quest’opera di diffusione e divulgazione non è qualcosa di dato automaticamente, come naturale conseguenza dell’elaborazione, in un ambito specialistico, di un determinato sapere. Tale sapere, per sofisticato che sia, rischia di avere una portata critica limitatissima nei confronti del mondo storico, finché rimane confinato nel campo separato della ricerca universitaria e non entra a far parte di una visione largamente condivisa delle cose. Il passaggio dalla cerchia ristretta degli esperti a quello di una base sociale allargata va costruito pezzo per pezzo, ed è una costruzione a cui ognuno deve partecipare, attraverso i propri strumenti espressivi, la propria condizione sociale, la propria comunità o rete di rapporti interpersonali. Questo passaggio, inoltre, non si realizza in una sola direzione, dall’alto verso il basso, secondo una concezione tradizionale della divulgazione scientifica. Esso implica un movimento inverso, dal basso verso l’alto, attraverso cui la massa di non esperti integrino nella propria esperienza di corpo senziente e immaginante elementi d’ordine intellettuale. Nella storia novecentesca del movimento operario sono stati soprattutto i partiti e le organizzazioni sindacali ad assumersi questo ruolo di mediazione tra il territorio della teoria e quello della prassi. Oggi non esistono più organizzazioni collettive in grado di garantire questo passaggio, anche perché partiti operai e sindacati sono stati criticati per il loro carattere gerarchico e burocratico già a partire dalla fine degli anni Sessanta dagli stessi soggetti sociali che in essi avrebbero dovuto riconoscersi. D’altra parte, sebbene le singole prassi, ossia le diverse e concrete esperienze di militanza politica o associativa, producano ovviamente delle forme corrispondenti di sapere, la complessità del mondo storico e sociale non può essere fronteggiata senza fare riferimento anche a strumenti intellettuali che esulino dalla propria esperienza diretta.

Gli interventi qui raccolti sono stati scritti prevalentemente durante i primi quattro anni di esistenza di “alfabeta2”, rivista che ho contribuito a far esistere fin dalle sue fasi iniziali, lavorando nel comitato di redazione su invito di Nanni Balestrini. Al di là del generico impegno redazionale, i miei contributi specifici si sono caratterizzati per questo lavoro di “appropriazione” dei saperi, muovendo da una condizione di non esperto. Ho precisato come il lavoro di “appropriazione” non avvenga a partire da una situazione indeterminata e neutra, ma sotto la spinta di alcuni eventi che vengono considerati come cruciali e che mobilitano intorno ad essi curiosità, energie intellettuali, lavoro di memoria e immaginazione. In quanto scrittore, scrittore di poesia soprattutto, ma anche in quanto critico letterario, mi pare indispensabile intervenire nel paesaggio ideologico e culturale dominante non per ottenere rispetto ad esso una qualche esteriorità scientifica, ma per costruire nelle sue pieghe delle visuali alternative, più articolate, più nitide. Questo non lo ritengo possibile, limitandomi a parlare di ciò che davvero mi “riguarderebbe”, ossia le forme, il vocabolario, la sintassi della poesia contemporanea. Tanto meno credo utile veicolare attraverso il testo poetico (o più generalmente letterario) verità o principi d’ordine sociologico e politico. Credo, infatti, come Fortini, che l’opera d’arte come la letteratura siano, nel migliore dei casi, artifici intempestivi rispetto al discorso e all’agire politico(4). Ma mi sembra inevitabile creare una tensione tra l’elemento utopico, che la scrittura letteraria veicola nella sua ossessione formalizzante, e il paesaggio storico, contraddittorio e mutevole, che essa vorrebbe sondare e, nel contempo, oltrepassare. Il lavoro saggistico, che qui viene presentato, nasce da una sorta di prova del reale, attraverso cui, parallelamente alla presunzione di costruire un’opera, si misura la propria scrittura con l’opacità degli eventi contemporanei, per costruire tessuti d’intelligibilità condivisa, senza la quale non vi può essere né speranza né agire comune.

La civiltà idiota. Saggi militanti

Valigie Rosse, 2018, 152 pp., € 15

è possibile acquistare questo libro sul sito dell’editore [https://www.valigierosse.it/prodotto/la-civilta-idiota/] e su Ibs.it [https://www.ibs.it/civilta-idiota-saggi-militanti-libro-andrea-inglese/e/9788898518210]

Note

  1. Ivan Illich e alltri, in Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti, Erickson, Gardolo, 2008, p. 27.

  2. Emmanuel Todd, Après la démocratie, Gallimard, Paris, 2008.

  3. Luc Boltanski, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation, Gallimard, Paris, p. 185, traduzione mia. Oggi in traduzione italiana: Della critica. Compendio di sociologia dell'emancipazione, Rosenberg & Sellier, Torino, 2014.

  4. (La) più dissacrata e dissacrante, umile, fabbrile opera d’arte appare, grazie alla propria conclusione, come un artificio ‘caricato a valori’ che sempre e in ogni caso allude silenziosamente a qualcosa, ad un possibile che non solo non è mai identico al possibile avvenire del politico ma che non di rado gli è, nel senso più preciso della parola, intempestivo.” In Franco Fortini, Verifica dei poteri [1965], Garzanti, Milano, 1974, p. 111.

Ollivud

Andrea Inglese

[Presentiamo due estratti da Ollivud (Prufrock Spa, 2018), libro che si compone di due parti: una serie di 27 prose brevi, e la riedizione di Quando Kubrick inventò la fantascienza: 4 capricci su 2001, pubblicato nel 2011 per La Camera Verde.]

Stanchezza

È un film paradossale, giocato sulla complessità degli ambienti, degli intrecci e delle psicologie. Soprattutto i piani urbanistici sottomarini e le leggi incentivanti sull’ermafroditismo garantiscono peripezie grandiose, scambi verbali di rara sottigliezza, acrobazie dentro budelli di cemento allagati, ma al centro di questa macchina inesausta di argomenti e corpi in movimento vi è il grande sentimento di stanchezza, e anche il volo delle cornacchie sembra incepparsi, non trovare più margini di manovra, e se ne vedono calare quattro a casaccio, senza impulso di predazione. Più i piani interpretativi s’incastrano e moltiplicano, con coinvolgimento di allusioni numerologiche e psichiatriche, più le comparse armate siedono stancamente di fronte a tavoli sgombri, con la mascella schiodata, pendente, passando le ore a grattarsi gli stinchi e a riabbassarsi l’orlo dei pantaloni. La matassa dei motivi politici e religiosi sembra sbrogliarsi grazie al lavoro del gruppo ansiogeno, capitanato dal monaco terrorista, ma lui non ce la fa più a redigere la lettera di spiegazione, ossia la testimonianza suprema sulle origini del male, e sulla posologia della distruzione purificatrice. C’è l’enorme stanchezza dell’avambraccio, la lentezza della mano che gonfia, le palpebre ormai callose, le dita conficcate come chiodi nel palmo. Non può che accettare, persino lui, il moto languido delle alghe, l’andirivieni dello scarafaggio intrappolato nella scatola di latta, le grandi navate in resina foto-sensibile che si ispessiscono come la lingua dell’assetato poco prima di morire. Tutto rallenta senza possibilità di sviluppo, di scioglimento finale: la verità metafisica incollata al palato, dietro le labbra calcificate, mentre il piccolo trambusto del trenino elettrico pare ripercuotersi ovunque, fin dentro le aule magne dell’università, nei laboratori sotterranei di sperimentazione atomica, nella placenta delle future madri, in fuga senza cittadinanza e famiglia.

⁂ ⁂

KUBRICK

L'autista di Kubrick sta guidando nervosamente per una stradina asfaltata della Cornovaglia. Kubrick, seduto sul sedile posteriore, agita la testa da un lato e dall'altro, gettando occhiate angosciate dai finestrini. Indossa un casco da football americano e grida all'autista: “Cristo, non superare i cinquanta! Non superare i cinquanta per nessun motivo!” L'autista di Kubrick è abituato a tenere l'auto sui quaranta. Non è questa raccomandazione che lo innervosisce. Kubrick si butta sul finestrino di destra, dalla parte del conducente, e lancia un grido inarticolato. Poi chiude gli occhi e si accascia al centro del sedile posteriore: “La ghiaia sta entrando nel motore, siamo fottuti.” Kubrick è letteralmente terrorizzato dall'idea che quel poco di ghiaia che si trova inevitabilmente ai bordi di una strada asfaltata possa entrare nel motore della sua MG. “Signore, anche se della ghiaia fosse scivolata nel motore, come lei ha sicuramente con acume percepito, dovremmo riuscire a raggiungere casa senza eccessive difficoltà. Poi Tim si occuperà di fare una bella pulizia totale e saprà salvare anche stavolta il motore,” Kubrick ascolta scuotendo la testa. Batte con le nocche del pugno sinistro la superficie del casco e mormora: “Piantala con le tue stronzate, stavolta non m'incanti.”

Kubrick, attraverso 2001, non pretende soltanto d’immaginare il futuro, traducendolo in un’immagine plausibile e intrigante, ma vuole cominciare a costruirlo, anzi ambisce a intervenire in esso, a modificarlo. Mutando la mentalità degli spettatori suoi contemporanei, è sicuro di aver introdotto un nuovo elemento nel corredo ereditario della specie, elemento che finirà per deviarne irrimediabilmente il destino, la sua evoluzione tecnologica, la sua attitudine verso l’universo che la circonda. Il quesito esegetico ha quindi una rilevanza politica: in che direzione Kubrick, attraverso 2001, ha orientato la storia umana? Kubrick, nato il 26 luglio 1928 a New York, era un uomo buono o cattivo? Ha voluto regalare alla civiltà futura uno strumento di chiaroveggenza e salvezza, o un’ossessione fuorviante e suicidale?

Marvin Minsky, uno dei consulenti di Kubrick sul set di 2001, è il tipo di persona molto competente, carismatica, d’intelligenza rara, che viene pagata per occuparsi di operazioni complesse mirate a realizzare obiettivi semplici: al MIT si è occupato di un automa capace di prendere al volo una palla. Soltanto le migliori menti del nostro tempo possono sperare di districarsi dai problemi posti dall’idiozia di un automa, affinché gli sia consentito realizzare una presa di portiere d’infimo talento. (L’infrangersi delle intelligenze naturali, inquiete e schiumanti, contro la cristallina bêtise dell’intelligenza artificiale.)

La vera grande domanda della fantascienza – che interessa solo marginalmente Kubrick, ma molto il Franklin J. Schaffner de Il pianeta delle scimmie – è la seguente: fa più danni una specie evoluta tecnologicamente o una specie arretrata? Bisogna temere maggiormente l’idiozia insita nell’intelligenza, avrebbe detto Musil, o l’intelligenza insita nell’idiozia? L’odioso argomentare di Zaius, l’orangutan arcivescovo, nella sua ottusità conservatrice mostra un inaspettato risvolto umanistico: un’inclinazione per le teorie della decrescita e tutte le forme d’ecologia radicale. (L’intelligenza è forse una mente che sa come e quando ottundersi). Chi dobbiamo davvero temere: le macchine intelligenti che si sono sciolte dalla nostra tutela, come in Terminator e Matrix? Se sono più stupide di noi, queste macchine non potranno essere malvagie e distruttive quanto lo siamo noi, e quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Se sono molto più intelligenti di noi, vuol dire che avranno trovato un modo di tenere a bada la loro intelligenza, domandola e riducendola volontariamente, e anche in quel caso avremo ancora tutte le chances per farle a pezzi con l’inganno e la codardia, con la crudeltà illimitata che ci contraddistingue. È quindi ben poco plausibile che la specie umana si trovi a patire per gli attacchi di qualche alieno o robot molto più idiota o molto più intelligente di essa. Nell’uno come nell’altro caso, abbiamo tutte le probabilità di vincere. I veri cattivi del cosmo siamo noi, questo dovrebbe ormai essere acquisito anche dalla fantascienza più popolare. (È il tema di City di Clifford Simak, affrontato già nel 1954: i cani parlanti, i robot, le formiche intelligenti che guidano i robot, i mutanti che detengono la filosofia di Juwain e il dono della telepatia, i Rimbalzanti di Giove, dalla mente tersa e gioiosa, tutti questi esseri si rivelano meno nocivi e lugubri dell’uomo.) L’unico grande rischio è incontrare una specie sorella, dove l’extraterrestre, invece di avere fattezze mostruose e ripugnanti, avanzi verso di noi con un sorriso simile al nostro, in pantaloni e giubbotto di taglio elegante, con voce calda, e intavoli una conversazione arguta e cortese.

Interférences # 18 / Noi europei

Andrea Inglese

[Questo testo d’occasione, mi è stato commissionato dalla rivista “PO&SIE”, che ha dedicato i suoi ultimi tre numeri al tema dell’Europa: Trans Europe Éclairs, n° 160-161, e Trans Europe Éclairs 2, n° 162. Nous les européens è apparsa in francese in quest’ultimo numero. Ne propongo qui la versione italiana. Io non credevo si potesse scrivere una poesia sull’Europa, invece – bene o male – è successo. Il numero 162 include anche testi poetici di Michel Deguy, Michael Battala, Jacques Demarcq, Benoit Gréan, Sophie Loizeau, Valerio Magrelli, Jacques Roubaud e Martin Rueff. Tra i personaggi evocati dai diversi interventi saggistici: Walter Benjamin, Thomas Mann, Paul Valéry, Herman Melville, la poesia modernista, György Kurtág, Beatrice Cenci e Artemisia Gentileschi. A. I.]

.

NOI EUROPEI

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Stiamo abbastanza bene,

non siamo disorientati,

abbiamo ancora idee, cose da dire,

siamo zeppi di progetti, assidui nell’invenzione,

spostiamo cose, allarghiamo menti

 

noi europei, la gente ci detesta

 

non è che mi sia così familiare questa formula, “noi europei”,

certo, comprendo l’urgenza, la necessità dell’epoca,

bisogna mettersi sotto, “noi europei”, all’inizio

suona bizzarra, ma io insisto, per senso

di responsabilità, “noi europei, non siamo mica

morti, teniamo ancora la posizione, siamo qui

nella buona vecchia Europa”,

lo dico da convinto, ma la gente non ci sopporta,

gli diamo sui nervi,

vogliono schiacciarci con i camion, i furgoni, ci sparano addosso,

c’è un malinteso di civiltà, e ci costa caro

in telecamere di sorveglianza

 

gli esperti, però, dicono che abbiamo fatto le cose per bene,

possiamo esserne fieri, la vecchia Europa

non è poi così vecchia, si modernizza

di continuo, si perfeziona,

siamo adattabili, disponiamo d’una grande tolleranza,

la quantità di cose che siamo in grado di tollerare!

ma è la gente che non ci tollera più

(io vorrei diventarlo

prima di esser fatto fuori con una bombola di gas

un europeo tollerante)

 

mi rendo conto che non serve più a molto essere francese o italiano,

bisogna far fronte alla competizione mondiale

con una corazza morale e politica di europeo,

ma bisogna saperne qualcosa di storia e geografia, essere

un buon europeo non è innato

 

spero in ogni caso che se l’Europa esiste

abbia un corpo sufficientemente compatto e omogeneo

perché dentro mi ci possa infilare, un corpo

senza falle, giudeo-cristiano, ma illuminato

fino al liberalismo

 

ma non si può essere amati sempre, anche i nostri

ci detestano, i più giovani dei nostri, avevano bisogno

di più corsi in storia e geografia, di rispetto

ortografico e grammaticale,

ma non possiamo, in fondo, essere così cattivi

con tutte le chiese che abbiamo costruito,

nel corso dei secoli null’altro che magnifiche chiese cattedrali opere

di pietà in pietra e marmo

e il giuramento d’Ippocrate

e l’Enciclopedia,

ci siamo sempre preoccupati dell’umanità, dell’umanità intera, totale

abbiamo esagerato a volte, è possibile

 

ma la geografia prima di tutto, le buone lezioni alle elementari, alle medie

con la cartina dell’Europa dispiegata sul muro di fronte,

l’Europa dietro alla cattedra come un paesaggio astratto, monotono

che si anima formicolante di personaggi misteriosi appena la si avvicina:

i cerchi fragili dei villaggi sperduti, i tratti tremolanti

e fini dei fiumi secondari, le isole anonime, pezzi di terra

galleggianti senza scopo lontani dalla coste, dappresso

questa Europa si sparpagliava ovunque, vi si cercava un limite,

[un contorno

rassicurante, perché fosse come carne da salsiccia

insaccata per bene, soda di popoli e territori, ma non si capiva mai

il limite, sulla destra, a est, dove finiva la nostra casa comune

in Russia o in Unione Sovietica? il mio sguardo scivolava sempre

al di là degli Urali, sospinto verso il corridoio sconfinato, il grande

serbatoio di spazio: la spaventosa Siberia, si punta dritti a nord

prossimi al circolo polare artico, partendo da Arkhangelsk, costeggiando

[il mare

o si traccia piuttosto un cammino nel mezzo, fino al villaggio di Tobolsk,

prima d’imbattersi improvvisamente sul margine della cartina, là

la Siberia scompariva e il muro della classe tornava, sporco, idiota,

senza lo sfarzo della toponimia, e per questa ragione

non si sapeva mai dove cominciasse l’Asia dove finisse l’Europa

e che cosa fosse esattamente la grande cosa sovietica, amorfa

e ammaliante, che fluttuava nel mezzo,

da quel lato lì, in ogni caso, il limite non era stagno

 

la frontiera ovest, invece, ce lo avevano garantito, non presentava misteri:

Spagna e Portogallo, poi l’oceano, tutta una superficie azzurra che separa

ma di nuovo ero attratto lungo una diagonale ascendente,

avevo una voglia folle di andare a Reykjavík, lontano da tutto, in un’isola

dove si parlava una lingua improbabile, piazzata sul margine della carta,

verso questo nord assoluto che non possedeva più punti di riferimento,

questo nord che aveva vinto l’ostinazione meticolosa dei cartografi,

non disegnavano quasi più nulla, dei semplici contorni, non si capiva

se fosse mare, terra, ghiaccio o qualcos’altro, d’una materia differente

e anche là i conti non tornavano, ci avevano privati per amputazione

silenziosa della Groenlandia, un risparmio di spazio ovviamente,

ma confondevano ancora le carte, e con difficoltà concepisco,

dopo tale troncamento del regno di Danimarca, la “finezza di sentimento

morale”, decantato da Renan, specifico di noi indo-europei, noi ariani,

dove sarebbe la nostra proverbiale “morbidezza”, a fronte di questo gesto

da macellaio, che vuol sbrogliare una frontiera occidentale poco evidente,

per averla facile sulla carta – piatta, nitida e pulita – l’Europa?

 

ma l’Europa non è soltanto un territorio, una faccenda di frontiere

o di bacini idrografici, sono d’accordo, è anche una parola,

una cosa simbolica, un sentimento profondo, tutta una storia

di miliardi di anni di cultura, esagero, di milioni,

di qualche centinaio di anni almeno, bisogna porsi

in postura rammemorante: e già compare Rubens

Pierre Paul, vigore e raffinatezza, nessuno più europeo

di lui, ma immediatamente è l’altro che sorge per associazione,

di sei anni più giovane, la porcheria von Wallenstein Albrecht,

il condottiere, sbucano in coppia, il pittore-diplomatico

e il generale-imprenditore, la somma della pittura barocca

e la macchina di saccheggio e massacro della guerra dei Trent’Anni,

non bisogna incupirsi, ma se evoco Wittgenstein Ludwig,

il più radicale e vagabondo dei filosofi del secolo passato,

trascina con sé l’obbrobrio Hitler Adolf, stesse

scuole medie, frequentate a Linz nel 1904, è stomachevole

la memoria per noi Europei, ad ogni istante questa linea

ariana, greca, romana, cristiana, galileiana, sragiona,

si perde, non arriva veramente ad esistere,

noi europei è rischioso essere noi stessi, voler

a tutti costi fare l’avanguardia dell’umanità,

giurare fedeltà alla nostra memoria, alle frontiere

così incerte, noi europei alla fine

cerchiamo

di non essere troppo somiglianti a noi stessi

Interférences # 17 / “Leggete Karl Marx”: una cartografia

Frédéric Montferrand

traduzione di Davide Gallo Lassere e Andrea Inglese

(Si vuole dare il politico per morto, soprattutto in Italia. Intanto arriva la politica dei morti viventi, che riesumano ossame ideologico che pensavamo ormai polverizzato. D’altra parte, in Francia e nel Regno Unito, ma non solo, il marxismo è ancora un crocevia fondamentale per la formazione di generazioni che hanno voglia di comprendere come funziona e come si può cambiare il mondo a partire dai rapporti di dominazione e sfruttamento. Pubblichiamo questo articolo apparso sul numero speciale di Le Monde, collezione “Une vie, une œuvre”, Karl Marx, l'irréductible, edizione 2018. A. I.)

In un’intervista accordata alla rivista Elle nel maggio 2017, Emmanuel Macron dispensava ai “giovani” un consiglio saggio: “Leggete Karl Marx”. Più politicizzati dal movimento contro la “Loi Travail” che dalla comunicazione di “En Marche” (il partito lanciato da Macron; n. d. t.), i giovani francesi in questione non si aspettavano tanto da parte di Macron. Ciononostante, non si può non constatare come abbiano finito per seguire il consiglio del nuovo Presidente ben oltre le sue più rosee speranze. Dai seminari auto-organizzati ai gruppi di lettura, passando per diversi collettivi editoriali, blog e riviste, l’opera di Marx è infatti oggetto di usi variegati e vivaci, senz’altro favoriti dal fatto che - oggigiorno - nessun apparato politico può più pretendere di esercitare su di essa una qualsivoglia egemonia.

Sarebbe tuttavia troppo facile attribuire tale riscoperta d’interesse per l’opera di Marx e dei suoi successori alla casualità del calendario. Di fatto, il bicentenario della nascita dell’autore del Capitale, che segue di un anno il centenario della rivoluzione russa e che coincide con il cinquantesimo anniversario del Maggio ’68, sta dando luogo a numerosi eventi che forniranno l’occasione per saggiare la ricchezza dei marxismi contemporanei (per i dettagli di tali eventi marx2018.hypotheses.org). Ma la riscoperta d’interesse di cui è oggetto attualmente l’opera di Marx s’iscrive in un movimento più profondo di contestazione del capitalismo provocato dalla crisi economica del 2008 e dal nuovo ciclo di lotte sociali che l’ha accompagnata. Sulle piazze di Il Cairo, di Madrid, di Atene, di New York o di Istanbul si esprime infatti il bisogno di strumenti intellettuali che permettano al contempo di cogliere le tendenze profonde dell’economia mondiale e di orientarsi politicamente in una congiuntura in costante mutamento. Ora, una delle caratteristiche del marxismo consiste nel tenere assieme la comprensione totalizzante dei fenomeni sociali e l’intervento pratico nella contingenza storica. Tenendo a mente tale caratteristica, si possono classificare le ricerche contemporanee su Marx e il marxismo in due grandi categorie: quelle restitutive e quelle attualizzanti.

La prima categoria riunisce l’insieme dei lavori che mirano a restituire la complessità dell’opera del teorico e militante rivoluzionario tedesco, aldilà delle caricature che ne sono state fatte, anche in seno al marxismo. Le ricerche condotte dall’équipe internazionale della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), che ha recentemente pubblicato l’integralità dei canovacci e manoscritti del Capitale, sono particolarmente rappresentative di questa prima categoria. Ma si possono ugualmente ravvisare molteplici commenti al Capitale che ambiscono a rendere accessibile a un largo pubblico i grandi temi della critica marxiana dell’economia politica (Cfr. in particolare l’opera del geografo inglese Davide Harvey, Introduzione al Capitale, La casa Usher 2014, e quella del ricercatore tedesco Michael Heinrich, An introduction to the three volumes of Karl Marx’s Capital, non disponibile in italiano). A tal proposito, gli sforzi svolti in Francia dalle Éditions Sociales e dalla Grande Édition Marx et Engels (GEME) mettono a disposizione del lettore francofono un’edizione critica completa delle opere di Marx.

La seconda categoria raccoglie diverse ricerche che mirano ad attualizzare la portata critica dei concetti marxiani nel contesto contemporaneo. I lavori realizzati dal gruppo della rivista Actuel Marx – alla quale si deve la difesa di un polo di discussione marxista nell’università francese – sono particolarmente rappresentativi di questa tendenza. La rivista in effetti accoglie articoli accademici che ambiscono a rinnovare la grammatica teorica elaborata dall’autore del Capitale, mettendola a confronto con altre tradizioni intellettuali e con dei nuovi oggetti. E si fa così cassa di risonanza di una discussione internazionale sulle modalità di rinnovamento del marxismo che si realizza soprattutto in lingua inglese. Svincolati dal peso che poteva rappresentare in Germania, in Francia o in Italia, il passato stalinista dei Partiti comunisti, ma continuando ad attingere riferimenti presso autori che a quelle organizzazioni erano affiliati (Antonio Gramsci, Georg Lukács, Louis Althusser, Mario Tronti), gli intellettuali anglosassoni hanno effettivamente prodotto dei lavori originali in ambiti di ricerca che oggi ancora non vengono spontaneamente associati al marxismo: l’ecologia politica, l’estetica, la geografia urbana, le teorie critiche del razzismo, il femminismo, la teoria queer e le questioni relative alla sessualità. Bisogna sottolineare a questo proposito il ruolo di catalizzatore svolto dalla rivista inglese Historical Materialism, che organizza una conferenza annuale dove, per quattro giorni, una giovane generazione di ricercatori e militanti si accalca per ascoltare interventi tecnici sulla caduta tendenziale del tasso di profitto o sulle mutazioni contemporanee dell’industria culturale. La collezione curata dalla rivista preso la casa editrice Brill e Haymarket costituisce a oggi la fonte d’informazione più ricca sulla storia e l’attualità del marxismo.

Ciò che comunque caratterizza la situazione attuale è che il lavoro realizzato da riviste quali Actuel Marx o Historical Materialism si trova raddoppiato e arricchito dalla moltiplicazione d’iniziative editoriali autonome e extra-accademiche. Negli Stati Uniti, la rivista Jacobin, gode ormai di un’autentica visibilità giornalistica e politica. Più radicale nei suoi riferimenti, la rivista Viewpoint ha saputo dal canto suo utilizzare le risorse che offre Internet per proporre dei numeri tematici, la cui ampiezza e precisione sono tali che nessun editore si arrischierebbe più a pubblicarli. Assieme alla rivista Endnotes, essa testimonia del pubblico internazionale, di cui godono oggi certe tematiche eterodosse derivate dall’operaismo italiano, dalla critica tedesca del valore o dalle correnti francesi della communisation (Cfr. su questo punto i numeri della rivista Théorie communiste). Queste riviste inoltre esibiscono una cura estetica che rompe con l’aspetto malandato delle tradizionali pubblicazioni dell’estrema sinistra. Per trovare degli equivalenti francesi, bisogna fare riferimento alla rivista Période. Due volte a settimana questa rivista in rete propone articoli originali, interviste o traduzioni nelle quali le grandi correnti della tradizione marxista sono confrontate con i dibattiti teorici contemporanei. Période s’inscrive a questo titolo nel più ampio arcipelago delle pubblicazioni indipendenti, tra le quali bisogna citare le riviste Contretemps o Ballast, i siti Internet Palim-Psao o Plateforme d’enquête militante così come le case editrici quali Entremonde, Smolny, Syllepse, La Fabrique, Amsterdam, La Tempête, Eterotopia, La Dispute, Lux, La Ville brûle o Libertalia.

Il materiale intellettuale proposto da questi differenti collettivi resterebbe nonostante tutto lettera morta se non venisse discusso durante seminari, convegni e gruppi di lettura che costituiscono i veri spazi di auto-formazione nei quali si elabora l’intelligenza critica del presente. Se alcuni di questi spazi godono d’affiliazioni universitarie – si pensi in particolare al seminario “Marx nel XXI secolo” animato alla Sorbonne dal rimpianto Jean Salem o alle attività del laboratoro “Sophiapol” dell’università di Nanerre – si assiste in ogni caso questi ultimi tempi a uno spostamento della produzione teorica e della discussione politica al di fuori delle frontiere dell’università. La rivista Période organizza così dei gruppi di lettura a Parigi, a Strasburgo e Grenoble, dove ognuno può presentare e discutere un testo pubblicato sul sito della rivista. Quanto al “Gruppo di Ricerca Materialista”, che pubblica i Cahiers du GRM, porta avanti un lavoro d fondo sull’eredità intellettual dei movimenti operai e studenteschi europei. Più ancorato nella congiuntura, il seminario Conséquence offre uno spazio di auto-riflessione critica nei confronti delle nuove forme di radicalità emerse in occasione del movimento contro la “Legge sul lavoro”. (Si fa qui riferimento ai movimenti di contestazione emersi a partire dal marzo 2016 contro la legge promossa dalla Ministra del Lavoro Myriam El Khomri, durante il secondo governo Walls. N. d. t.) Ma è senz’altro il seminario “Letture di Marx”, organizzato una volta al mese all’École Normale Supérieure, che mostra la più bella longevità. Da quasi più di dieci anni, questo seminario autogestito riunisce un centinaio di giovani partecipanti intorno ai testi di Marx o alle problematiche marxiste. Sottolineiamo per finire le diverse sensibilità che si esprimono in questi spazi trovano nei convegni Penser l’émancipation una vasta piattaforma di confronto e di elaborazione collettiva.

Si avrebbe ovviamente torto se da una lettura di tale cartografia si concludesse che il riferimento marxiano è divenuto dominante nello spazio pubblico. Ma, nel momento in cui l’università ha avviato una riforma che rischia fortemente di accentuarne il carattere inegualitario e in cui il dibattito politico si trova sempre più polarizzato intorno a tematiche reazionarie, si troverà qualche conforto nel fatto che cento fiori sboccino, che cento scuole siano nuovamente in competizione nel campo culturale dei marxismi.

Interférences # 16 / Jean-Patrice Courtois: da Imballaggi

Traduzione di Gabriele Stera

Nota di Andrea Inglese

Ogni sorta di cose fanno le cose che arrivano a una sorta d’esistenza. L’infinito si muove per l’opaco centrale, dove gli adulti, appena lo sono, e i bambini per primi si tuffano tutti vestiti formando insieme il menù del giorno. Vivono al centro d’innumerevoli dormizioni di firme accumulate senza repertorio che valga. Una poltrona sul mare potrebbe stare come una delle definizioni dell’occhio, a disposizione dei bagnanti conservatori o distruttori delle obliterazioni di materia pensante similmente percepite. L’ora che si è fatta, se ciò che è lo è davvero, non esiste però che tenendo a distanza ogni potenziale di descrizione adesso del mondo, se no scomparirebbe come l’ora che sarebbe in seno alla paura, dove sarebbe d’essere senza opposizione l’ora che è. Allora vedere per descrivere è senza perché. Allora generare parole annodate ad altre in immagini di cose deposte nel fondo dei legami tra loro per descrivere è senza perché. Ditelo se siamo tutti delle rose, bisognerà presto sapere se lo sopporteremo. Descriveremo senza finire che le cose hanno ancora acquisito delle forme.

C’è descrizione nei nomi soltanto se c’è un movimento che porti l’oggetto al di là di ogni metafora, che non si esercita se non nell’atto dell’assalto vorace e discreto e unilateralmente. Di tanto grigio d’ore accumulate l’aleph anela. Senza descrizione d’insorgenze, il racconto si rompe e non può modificare la firma senza piega del «non ci sarà più». Gli obsoleti quando il loro momento arriva sono dei vinti, dicono gli integrati. Vediamo in essi dei vincitori inarticolati da consegnare all’adamantino e articolatorio desiderio della rigida descrizione. «Come» è manipolato da «come», risultati s’allontanano, oh i ritorni! Il discontinuo dove ieri si sono nascosti quelli che potranno nascondersi domani è a sua volta nascosto. Morto già per appartenere alle nicchie non scritte, cadavere attestato, sapremo divorarti! Sacche d’aria che fate respirare i già sepolti, sarete inerzia o utopia, ma per ora non avete nome. Già, sentite i sepolti futuri e i figli dei sepolti futuri. I licheni fanno nomi. Tutte le pietre sono incise di vecchi muschi. Ci spetta forse la rampa della prima lettera. Oppure la fuggiamo. Domande meno immergibili d’altre, siate per voi stesse il vostro stesso bagno! Bebè-cittadini, lattanti senza perché, alle vostre teste! Portatele, infine! L’effettività delle sedie autentificherà il piccolo paradiso come il grande transito.

Luminosità sparsa, differita, rasoi passano e nel fondo passano sulle pance dei disoccupati in particolare e delle frasi particolari. I disoccupati che non appartengono più a nessuna frase e le frasi che vorremmo senza impiego si associano mutualmente e per statuto sotto il mantello. L’attuale inclinazione si accentua a velocità gran V, non sarà quindi determinabile a occhio nudo. Niente di decisivo neppure con l’algoritmo equipaggiato, ma conseguenze sotto casco integrale. Alleggerire, saltare linee, scontri, ancora scontri, anch'essi sparsi. La difficoltà di riunire e il terreno dove effettuare manovra restano dialetticamente il nutrimento principale. I lampeggiamenti sono differiti e se si tratta di nuvole, lo sapremo più tardi. Il futuro si presenta instancabilmente come un esercizio a buchi senza griglia di correzione e senza buchi. Allora cucire dove!? I buchi di domani non possono immaginarsi che come impossibile compito soprannumerario per l’imbecille attivo come per la farfalla caotica. Io sono entrambi e non canto le armi. Non canto, punto. Impegno a neutralizzare, per differenza di temperature. Avviciniamoci per parlare senza forzare né forzare il timore di forzare. Il volume sonoro nasconde il sesso del proposito che non ha proposito che non ha sesso. Cucire con frasi opponibili punto per punto. E finché posso dire una frase che ascolto, posso vedere le crepe che sono le frasi dei muri. Persino di notte dormendo non dormendo, frasi, non siete che traduzioni! Mie belle fedeli, frasi del sonno che traducete quelle di veglia, reciprocamente l’inverso ma non le stesse, mi siete care in tutto! In ogni congiunzione, parola vuota e utensile, lo siete, poiché sancisco che non esiste una grammatica minore.

Le frasi sono strette pozze d’acqua debole, e lo sono senza cessare di emettere, se fare frase senza sosta pensiero è. Che da una pura accentuazione nella lingua consonante il non canto, possa apparire la deduzione delle strutture che fabbrica il rumore soltanto rumore, di questo riluce, persino nero, il discorso. Tempo qualunque che introduce una forma per dono del costante informale, tu sei un intervallo di frequentazione disponibile qualunque profondità producano gli orribili lavoratori che ti abitano. I gesti non fraterni al corpo immaginario, industrialmente e pubblicitariamente modellabile, verificano essere morbida dimensione di carne immaginabile aptata. Mentre Prosa e Prosodia, ordinate ciascuna nel proprio ordine al precisamente esatto della delicatezza urgente da percepire, feroce a volte, dileggiano come luogo di una lotta politica udibile e silenziosa. All’abbandono le frasi! – frasi da discarica certo! – fregarsene della morte dello stile infondo al bosco, certo! – che crepino gli artisti, certo! – Via di qua amanti degeneri della lingua, certo! (amanti amorevoli di lingua chiodata, certo!) – sintassieri senza stile poiché, d’alta estrazione, agili in lingua, silenzio certo! E voi tutte, parole d’ordine e clamori d’abbandono, odore artificiale d’opinione di troppo, siete l’infezione a copertura allattante universale. «Momento Tucidideo», tu e la tua testa di guanto significativo rovesciato, diventa degno dell’intacco tramite il trucco di chi ti parla! Frasi voi, all’assalto dell’accento con tutti i vostri mezzi di trasporto! Accentuatevi da sole allora! Avvicinatevi ai tanti, voi che siete d’uno e di tutti i colori! Viva la prossemica! Viva la frase!

Nell’azione stessa di ogni frase-tipo, vittoriosa abitante privilegiata degli ossequiosi grandi palazzi urbani repubblicani, scompare una frase senza rapporto adiacente. Oh frasi del centro-città a funzione di cancellatura! oh false frasi spaziali per occupare spazio! «Viva noi» ognuna di voi dice a se stessa che puzzate marcite impestate in mezzo ai profumi! Narratori indegni di fiducia, le vostre sgassate petroliose e spetacchianti stancano! Frasi a testa di frode, sciò! cuccia per la giusta causa, oh la bella parola causa! Neo-passato dal finto cappello e Lei, neo-presente manomesso, unite le vostre manipolazioni in una fanfara di un solo strumento, sarà più chiaro! Tutt’altra è la frase, nel mezzo degli scintillamenti, sperduta. Le lavagne, le tegole scure, i pendii a vista oppure l’oceano d’infanzia, i tre laghi, i cani neri, ma si sapesse dove. Dove, è proprio questo, e dove, è l’oblio. La spalla della frase smessa, l’oblio continentale, mondiale, religioso, l’oblio che abbiamo scoperto, non del tutto consumato, non ci raggiungerà più, sta lì, lato d’assenza di puzzle da vedere finalmente incompleto, ma quale. Esso è, ma si sapesse dove. Ché dove, è lì. Lì, gli anni al rasoio. Ancora voi, ritardi a credito, siete comunque contabilizzati, piccoli après-coups dall’aspetto di conti tutto incluso, proteste incluse, le grandi inutili e le piccole tribunizie. Le porte d’avorio aprono silos di desolazioni fredde. A voi, oli essenziali scaduti, il compito di preparare serenamente una gelificazione. Tempo neutro, che inciti a una cucina calma a base di visi atei per la loro bellezza e magnetizzando l’amore, tu ci resti e tu sei solo. Noi saltelliamo raggruppati attorno alla memoria e ai monconi. Andrà bene, oppure no, non andrà, ma si sapesse dove.

Il possibile spesso non ha una bella faccia. Strappare la carne senza sporcarsi, lì sta la domanda messa in bocca al principe danese assegnato al «lavoro sporco». L’horatio che sorveglia l’origine del mondo lo dice per esteso in sillabe belle non della bellezza che è il contrario del brutto. Masticando carne d’etimo, di vecchie incisioni e tutto il resto, ah che tutto vada un po’ più in fretta! N.B., con calma anche! Voi trafficate con tutte queste bobine d’inazione elementare, questo inerte in formato famiglia, tutto nuota in affanno sugli scaffali! Non c’è fronte a fronte, davanti all’illeggibile, non c’è trucco, né ci sono lettere incrostate in un primo momento e lettere intracciate in un secondo momento, non è così, perché le lettere sono l'estrazione del sonoro da una riduzione di luogo. Lo sparpagliamento, la lentezza, le ragioni risolute che abitano la parola lettera per lettera permettono la sua esistenza a tariffa ordinaria cosicché in lei stessa l’eternità la possa cambiare a fine partita tra l’inchiostro e lo schermo.

Dire il pezzo di sapone a fine corsa con dosaggio, conduttività, andatura, resta l’appannaggio cavo di un giorno fasto. La memoria del sapone, non troppo scossa, è una mummia di bendaggi antichi, illeggibili, troppo compressi. Grazie alle macchie minuziosamente reperite, i contorni, invece di ostinarsi, diventano frecce prodighe di punture realizzate che restano punture. Solo ci interessa la parola che sta nella parola, la parola plastica, la parola sotto la tela, la parola che appare per contatto tra l’acqua intima e l’acqua di fuori, il suscettibile di una forma soltanto tra due vicini o persino un unico vicino, lui soltanto ci interessa ogni volta. Allora vedo con voi, voi vedete con me, il reale che opera le parole, chirurgia non solo leggera, certamente no. Allora il reale sbobinato, lo smagliato sbigottito, l’operante pensoso lì dove manca, si dimena come un’immensa imbecillità più precoce di ogni sua forma. La parola, al di sopra delle sue stesse lettere, più della loro somma, può presentarsi a noi al di là del robot o del fantasma, né vivente, né morto, né redivivo, ma a sua volta operatore. Infine, lo svolgimento dei bendaggi! L’esca del di dentro e il di fuori pigolante, troppo pronto! Infine, questo in lingua per recupero di sbiechi e d’angoli, salute quindi a te, piccolo martello valente su tutti i tuoi lati! Quindi il senza descrizione puro sta in piedi senza troppi problemi. Allora non dimenticherete che l’esecuzione del troppo poco terribile avviene tutti i giorni in qualsivoglia ipermercato di città media. Dai amici, non ci sono amici in questo luogo che non è che lo spazio quando è possibile.

Le rianimazioni linguistiche di Jean-Patrice Courtois

Sono questi i primi testi tradotti in italiano di Jean-Patrice Courtois, ma altri ne seguiranno. Sono tratti da una sezione (Emballages) di un libro del 2010 intitolato Les jungles plates per l’editore NOUS, a cui ho dedicato un’intervista in Interférences # 9. Con Courtois siamo confrontati a un versante ben poco familiare delle scritture contemporanee francesi, che si muovono nelle propaggini più anarchiche della poesia. E si consideri l’aggettivo “anarchico” nel suo significato più specifico: vi è qui mancanza di principio e di governo, ossia di autorità, in quanto tutto ciò che dovrebbe fare autorità, sia essa la tradizione oppure il “nuovo” avanguardistico, è sottoposto a disputa, a incessante contestazione, l’alto e il basso, il metafisico e l’ornamentale, gli strati geologici della modernità e il presente di un mondo organizzato per trarre profitto anche dai più fragili respiri. Negli “imballaggi”, in modo particolare, è questione di addensare la lingua fino all’inverosimile, come per un movimento iniziale che ricorda quello del Denis Roche dei Dépôts de savoir et de technique (Seuil, 1980). Ma nei testi di Courtois il lavoro documentario, l’organizzazione stratigrafica dei registri e degli ambiti linguistici, non ha come scopo la testimonianza di uno spazio di lavoro, luogo di raccolta in attesa di un’ulteriore trasformazione. I suoi sono depositi costantemente rimescolati, rianimati e riusati fino all’ultima virgola, fino alla particella verbale più elementare. E varrà qui la pena di citare un passo della Teoria estetica di Adorno: “In generale le opere d’arte potrebbero valere tanto di più quanto più sono articolate: laddove non è rimasto nulla di morto, di non-formato; nessun campo che non sia stato percorso dal configurare”. Non inganni, allora, la preziosa sensazione di disorientamento, che si prova alla lettura di Courtois, come mettendo piede in una pasta linguistica informe. La mancanza di punti di riferimento ci obbliga infatti a ritornare sul testo, sulle sue frasi scolpite, assemblate, installate, perché in essa qualcosa di non previsto possa accadere. Magari semplicemente una rianimazione: morte costruzioni verbali sottoposte a tensioni estreme, verbi lanciati – come nell’impianto grammaticale tedesco – a fine frase, neologismi improbabili a imbrattare la suntuosità di certo lessico, un contino slittamento tra astratto e concreto, che cerca del pensiero la radice carnale e mondana.

Courtois, per altro, ci ricorda che i territori tra poesia e prosa sono continuamente percorribili in entrambe le direzioni, e che più ci si inoltra verso la prosa più ci si addentra diversamente nella poesia, la si reinventa, cancellando margini, aprendo piste, disegnando paesaggi inediti. Ma certo alcuni principi del poetico non sono più pertinenti, quando questo movimento strano tra poesia e prosa è finalmente intrapreso. Come si può ancora cercare l’orecchiabilità, e l’assimilazione metrico-mnemonica? Le occasioni di ricordo sono qui molteplici, ma come sono molteplici le possibili prensioni del lettore. Il governo ritmico è plurale, e le memorie si faranno spazio nell’eterogeneo, per scorci, per ascolti sbiechi, non certo per intruppamento metrico, per il ritorno del simile-identico.

È per me poi ragione di contentezza, che su questi testi di Courtois si sia misurato come traduttore Gabriele Stera, con il coraggio, la generosità e la noncuranza della giovinezza. E Stera viene dal mondo della sperimentazione musicale, dell’intermedialità come precondizione della scrittura stessa, e dalle correnti nostrane della spoken music (uscirà quest’anno un suo libro-cd con Jérémy Zaouati e Franziska Baur per la collana il Canzoniere diretta da Lello Voce per Squilibri). Il suo interessamento per Courtois, di conseguenza, il suo lavoro a palmo a palmo sul testo, a cui sono venuto io pure di rincalzo in alcuni passaggi, non possono che rassicurarmi sulla bontà degli sconfinamenti. Questi ultimi, infatti, sono tanto più fecondi quando, come Courtois ci insegna, non si fanno in funzione di un principio unico, in una direzione unica, ma nel senso di una complessità critica di ogni ideologia del testo (o della voce), sapendo – certo – che non si salta mai fuori a piè pari dall’ideologia.

Jean-Patrice Courtois (1954), poeta e saggista. Tra i suoi libri di poesia : Vie inverse, Deyrolle/Verdier 1992, Hors de l’heure, Deyrolle/Verdier, 1996, Complication du sommeil, Circé, 2001, D’arbre et d’œil, Prétexte, 2002, Les Jungles plates, Nous, 2010, Mélodie et jugement, Editions 1:1 (con le Lettres de Cyrano de Bergerac), 2013, Théorèmes de la nature, Editions Nous, 2017. Ha pubblicato numerosi articoli sulla poesia moderna e contemporanea: su Reverdy, du Bouchet, Jacques Dupin, Jean-Luc Parant, Valère Novarina, Maurice Roche, Olivier Cadiot tra gli altri. Lavora, da poeta e filosofo, ai rapporti tra letteratura e filosofia, estetica e ecologia.

Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

 

Interférences 15: il romanzo come arte. Intervista a Lakis Proguidis sull’Atelier du roman

Andrea Inglese

A. I. – Sei direttore da 24 anni di una rivista intitolata L’Atelier du roman, nata a Parigi all’inizio degli anni Novanta e che, da allora, non ha smesso d’interrogare, difendere, esplorare le ragioni della scrittura romanzesca al di là di ogni frontiera storica e geografica. Una delle caratteristiche principali di questo progetto intellettuale è la sua attitudine militante, che rivendica una netta distanza nei confronti del discorso e del gergo accademici. Coerentemente con queste premesse, L’Atelier ha sempre privilegiato la forma del saggio rispetto a quella dello studio specialistico. Quali sono state le circostanze e le motivazioni che hanno accompagnato in Francia la realizzazione di un tale progetto? E per quale ragione vi è un intellettuale, un saggista, insomma uno scrittore greco all’origine dell’avventura? Mi sembra importante conoscere anche un pezzo della tua storia personale, almeno negli anni che precedono la nascita della rivista.

L. P. – Io vengo dalle scienze esatte. Ho esercitato per una decina d’anni la professione d’ingegnere dei lavori pubblici. Ma, fin dall’adolescenza, sono stato un lettore di letteratura, e soprattutto di romanzi. Pensavo che i romanzi mi aiutassero a comprendere la mia epoca. Verso la fine degli anni Settanta, mi sono a tal punto innamorato dell’opera di due romanzieri, Milan Kundera e Witold Gombrowicz, che ho deciso di cambiare vita e di dedicarmi completamente alla letteratura. Il punto comune di questi due scrittori è stata l’esplorazione, romanzesca ovviamente, di un’esistenza umana minata dal pensiero astratto – o, se vogliamo, dall’ideologia –, prodotto tipico del XX secolo. Data la mia formazione e la mia vita di allora, ero nelle condizioni giuste per rendermi conto che avevano ragione. Di questo percorso parlo approfonditamente nel mio ultimo saggio, Rabelais – Que le roman commence !, pubblicato all’inizio del 2017 (Pierre-Guillaume de Roux).

L’idea di fondare L’Atelier du roman ha iniziato a prendere forma in me alla fine degli anni Ottanta. In quel periodo, scrivevo un saggio sull’opera romanzesca di Witold Gombrowicz. Gombrowicz si lamentava spesso nel suo Diario della scomparsa dei “caffè letterari” nella vita letteraria che stava emergendo in Francia e altrove nel corso degli Cinquanta. Mi sono detto allora che un caffè simile, ossia un focolaio di dialogo estetico, poteva rinascere sotto forma di rivista letteraria. L’idea fu accolta con entusiasmo da alcuni amici che, come me, assistevano all’epoca a un seminario sul romanzo che Milan Kundera teneva all’EHSS di Parigi, un seminario cosmopolita.

È del tutto evidente che se Gomobrowicz si lamentava della scomparsa dei caffè letterari non era per nostalgia. Deplorava il fatto che il discorso sull’arte, nel suo tempo, abbandonasse lo spazio pubblico per rifugiarsi negli istituti universitari, nella ricerca supposta scientifica e nei convegni e altri dibattiti di specialisti, ossia di persone risolutamente orientati verso ciò che viene oggi chiamata, senza vergogna, “l’industria del sapere”.

L’Atelier du roman è stato fondato nel 1993. Noi scrittori, che alimentiamo le sue pagine, cerchiamo di dire che un abisso invalicabile separa “l’industria del sapere” (i soldi) dal dialogo estetico (il piacere), al quale è consacrata la rivista. Da una parte, c’è il concetto; dall’altra, l’affetto. Parlo di affetto artistico. Dell’affetto che è proprio dell’essere umano. Di quell’affetto che è presente tra gli uomini e che, per questo, non sarà mai analizzato, quantificato, digitalizzato.

Per quel che riguarda la mia origine, chissà, è forse la lingua di Omero che mi ha reso così refrattario alle potenze dell’astrazione che minacciano attualmente sia l’arte che il commento estetico.

A. I. Siamo confrontati a questo paradosso. Da un lato, il romanzo sembra aver vinto la battaglia per l’egemonia nel mercato editoriale. La sola cosa che potrebbe davvero vendere è il romanzo, la sola cosa di cui gli editori sono ghiotti è il romanzo. Ognuno, oggi, ha diritto di scrivere un romanzo. D’altra parte, più il romanzo si generalizza come prodotto, più l’estensione delle sue frontiere si riduce. La sua forma e la sua lingua si ammansiscono e si codificano secondo le norme dei diversi sotto-generi. Il nostro comune amico (e redattore di lunga data della rivista) Massimo Rizzante citava in un numero recente dell’Atelier questa frase di Mario Vargas Llosa: “Il romanzo, per me, comincia laddove finisce il romanzo. Appena la gente inizia a dire che non è romanzo, è proprio a questo punto che il romanzo comincia”. Siamo ancora in grado di udirle queste parole?

L. P. – Tutti i miei lavori, L’Atelier du roman incluso, consistono principalmente nel dimostrare che il romanzo è un’arte vera e propria, come la musica, il teatro, ecc. Il romanzo come arte, quindi, è coinvolto quanto le altre arti dal paradosso che tu menzioni. Le opere degne d’integrarsi, di diversificare e di arricchire la storia dell’arte alla quale appartengono e dalla quale traggono legittimità sono rare – come sempre – con la differenza che oggigiorno, per snidarle, devi andare a frugare nell’Himalaya di una superproduzione che si vorrebbe artistica. In questo, i nostri pretesi artisti, così come coloro che di professione si occupano della commercializzazione delle loro opere, non fanno che applicare la legge dell’economia della sovrabbondanza: noi offriamo, il cliente (il drogato) lo fabbrichiamo di conseguenza – d’altra parte, anche i pubblicitari debbono pur vivere, no? Da ciò l’importanza, oggi più che mai, della critica e del dialogo estetico. Insisto su questo abbinamento, perché di critica o, per essere più precisi, di commenti promozionali ne abbiamo a bizzeffe. È il dialogo estetico che diventa sempre più raro. Perché? Perché un tale dialogo presuppone degli individui liberi e autonomi, ossia delle persone che non sono connesse 24 ore su 24 all’attualità.

Quanto all’idea di Mario Vargas Llosa, ne vedo chiaramente l’utilità. Serve per poter distinguere la creazione dalla creatività, la forma unica dalla fabbricazione in serie, l’opera innovativa dalla doxa. Ma Vargas Llosa parla in qualità di romanziere. Un critico che prende sul serio il suo lavoro non può ignorare l’ontologia dell’arte di cui si occupa. E se è critico letterario, non può evitare di interrogarsi su ciò che unisce, attraverso i secoli, tutte queste opere che hanno fatto la loro apparizione come “non romanzi”.

A. I.Una delle caratteristiche dell’Atelier è senz’altro questa scommessa nel dialogo tra individui liberi e autonomi, un dialogo che si realizza evidentemente nella rivista, attraverso delle discussioni intorno a degli autori (Bulgakov, Perec, Sciascia, ecc.) o a un’opera particolare (Pastorale americana di Roth, Rosie Carpe di Ndiaye, Tworki di Bieńczyk, ecc.) o a delle tematiche (filosofia e romanzo, la francofonia letteraria, l’industria culturale). Ma questo dialogo è anche nutrito da incontri conviviali a scadenza regolare nei caffè di Parigi e anche da appuntamenti più strutturati come Gli incontri di Thélème. Ci puoi parlare più precisamente della forma che questi dialoghi hanno preso nel corso degli anni?

L. P. – Quello che è estremamente difficile di questi tempi è far capire che il vero dialogo – amoroso, politico o estetico – presuppone la presenza fisica degli interlocutori. Lo scambio di messaggi, d’informazioni e di conoscenza per via elettronica non costituirà mai un dialogo. I dibattiti, così apprezzati dai media, tra avversari di cui si conosce già il pensiero non hanno niente a che vedere con il dialogo. Sono delle contese. Ai convegni, simposi e altri incontri, non si dialoga, si giustappongono monologhi. Ho quasi vergogna a dirlo, ma le persone che vogliono condurre un dialogo estetico devono aver costruito qualche legame affettivo tra di loro. È di scambi, di gusti e di piaceri personali che parliamo di fronte a opere artistiche. Non siamo in una competizione economica, sportiva o di altro tipo, dove non ci sono che vincitori e vinti.

Dal momento che ci occupiamo del romanzo, dobbiamo far incontrare le nostre letture, senza escluderne nessuna, senza eliminarne nessuna. L’unico vincitore al termine di un vero dialogo estetico è l’opera d’arte in questione. È l’opera che impone l’amicizia tra i suoi diversi ammiratori. E chi dice amicizia, letteraria o d’altro tipo, dice scambio tra corpi. Altrimenti siamo nel virtuale, ossia da nessuna parte. È così che l’opera d’arte meritevole s’inscrive durevolmente nel tempo e può apparire sempre sotto una luce nuova, per la nostra più grande felicità.

Ecco perché tutte le manifestazioni dell’Atelier du roman si caratterizzano per questo spirito di amicizia. Di amicizia letteraria, intendo. Cosa che non ha niente a che vedere con le relazioni che possono unire i membri d’un qualsiasi gruppo di pressione – di quelli che proliferano vertiginosamente ai giorni nostri. L’amicizia letteraria si coltiva. E, per quanto mi riguarda, cerco di porre questa amicizia al di sopra delle divisioni politiche, nazionali o di altro genere.

Una di queste manifestazioni è quindi l’incontro annuale di Thélème. Si svolge all’abazia di Seuilly (in Touraine) il primo week-end di ottobre e deve il suo nome all’abazia che, secondo Rabelais, il re Gargantua ha costruito per frate Giacomo, volendolo ringraziare dei suoi straordinari servigi durante la guerra contro il re Picrochole. Sul frontone di questa abazia si poteva leggere: FAI QUELLO CHE VUOI. In accordo con questa iscrizione, abbiamo scelto come argomento permanente di questi incontri la Libertà. Ogni anno undici scrittori e una quarantina di persone, che vi partecipano attivamente, parlano della libertà. Ma non parliamo mai della stessa cosa. Ogni anno, infatti, tocca a un nuovo scrittore proporre la visuale a partire dalla quale discutere della libertà. Va da sé che gli scrittori invitati – ogni volta è un gruppo nuovo – non arrivano con un testo già scritto, ma con degli appunti. Vengono per discutere. Scriveranno il testo in seguito. Per il numero de L’Atelier du roman che farà da eco all’incontro al quale hanno partecipato. E un’altra cosa va da sé: non andiamo certo nelle terre rabelesiane per parlare senza bere. D’altro canto, è risaputo dalla più lontana Antichità che non c’è miglior mezzo per costruire un’amicizia letteraria durevole che il vino…

A. I. Mi pare che tu abbia a lungo considerato che non soltanto l’invenzione del romanzo è strettamente legata alla storia dell’Europa, alla sua grande ricchezza di lingue e culture concentrate su una superficie geografica relativamente ristretta, ma che la buona salute di una cultura europea dipende anche dalla vocazione polifonica e critica del romanzo. La cultura europea, infatti, si costruisce grazie a un dialogo cosmopolita, ma anche attraverso i malintesi, le contaminazioni, l’interrogazione libera e insolente delle identità nazionali e del loro passato. Il direttorio finanziario che dirige le istituzioni europee, da un lato, e i nostalgici delle identità nazionali “stagne”, dall’altro, non sembrano più lasciare molto spazio a un’idea di Europa… Si può parlare ancora oggi di una cultura europea e del ruolo che il romanzo potrebbe svolgere nella sua creazione?

L. P. – Non lo so. Condivido in ogni caso la tua affermazione. Riguardo all’Europa (dall’Atlantico agli Urali) lo spirito e la coscienza politica sono stretti tra la cupidità che genera la mondializzazione e l’idiozia che coltiva il nazionalismo. E questo non da eri. Nel mese di dicembre, vent’anni fa, è morto a Parigi Cornelius Castoriadis. Qualche mese prima aveva dato a Praga una conferenza intitolata “Un rinascimento democratico o la barbarie”.

Non so se si possa “parlare ancora oggi di una cultura europea e di un ruolo che il romanzo potrebbe svolgere nella sua creazione”. Quello che però so con certezza è che il romanzo è consustanziale all’Europa (dall’Atlantico agli Urali) come la tragedia fu consustanziale all’Atene democratica. Il suo ruolo? Continuare ad essere ciò che è stato per cinque o sei secoli. Il ruolo della critica? Continuare a valorizzare il legame profondo tra “Europa” e “romanzo”. E quindi continuare a interrogarsi sulla necessità estetica, spirituale e storica di questo legame. Del resto, è soprattutto per rispondere a questo compito che abbiamo intrapreso i nostri incontri annuali, di cui il primo, nel 1999, s’intitolava “Romanzo: un’arte dai molteplici nomi”. È possibile trovare gli articoli dei partecipanti di questo incontro nel numero 22 della rivista (“C’era una volta l’Europa”, giugno 2000). Si trattava di riflettere sul fatto che le differenti lingue europee hanno ognuna il proprio nome per indicare il romanzo. Diciassette anni fa, ecco ciò che si poteva leggere, tra le altre cose, nel pezzo d’apertura del numero in questione:

Quelli che fanno l’Europa ?

Sono questi pochi eruditi gioiosi, questi scrittori e traduttori, che un anno fa hanno messo in comune per due giorni dizionari, letture, opere e lavori, conoscenze, gusti e preferenze a partire da una sola parola: romanzo. Perché lo chiamiamo, noi Francesi, roman, i Polacchi, powiesc, gli Islandesi, skáldsaga e gli altri Europei diversamente?

Romanzo, non è un nome qualsiasi. Designa l’arte che è consustanziale alla nascita dell’Europa, alle sue contraddizioni e malintesi, alla sua storia multidimensionale e multietnica, ai suoi itinerari nazionali sfasati, alle sue incomprensioni, le sue rotture, la sua polifonia, la sua cacofonia, la sua unità profonda, unità tessuta malgrado le guerre, le lacerazioni, i disastri e le cadute, malgrado le frontiere.

A. I. Uno degli aspetti affascinanti de L’Atelier è il suo rapporto con l’attualità. Non fate alcuno sforzo per mostrarvi aggiornati con le novità editoriali, le nuove mode letterarie, o i dibattiti intorno ai premi; ma nello stesso tempo vi è uno sguardo spesso polemico e caustico nei confronti della società contemporanea e dei suoi miti. Sapete essere nel contempo inattuali e inopportuni. Non è per nulla facile costruire questa “giusta” distanza con l’attualità. Come ci siete riusciti? Come si può sfuggire alla dittatura dell’attualità, senza rischiare di assumere la posa dello scrittore che osserva con sprezzo e sdegno confortevoli la decadenza dei tempi?

L. P. – Facciamo una distinzione: c’è l’attualità del mercato e l’attualità della creazione. Mi sembra che con la seconda abbiamo mancato di rado l’appuntamento. Le opere d’arte sono rare. Non si fabbricano su commissione e, soprattutto, non si moltiplicano per il fatto della moltiplicazione vertiginosa delle persone che si autoproclamano artisti (pittori, poeti, romanzieri, ecc.). Ciò detto, noi non voltiamo le spalle a quella che viene considerata oggi l’attualità. Al contrario, quest’attualità ci interessa moltissimo, in quanto vi cogliamo i segni dell’instaurazione di rapporti nuovi dell’uomo con il tempo. Il primo di questi segni, il più inquietante, è il rifiuto del passato, e questo avrà come conseguenza immediata la sterilizzazione totale della stessa attualità: da istante misterioso all’interno del tempo vasto, essa si ridurrà a somma di avvenimenti fortuiti. Odysséas Élytis diceva : “un giorno il passato ci sorprenderà con la forza della sua attualità”, il che vuol dire che se l’attualità vuole essere vissuta come un tempo umano, ossia un tempo aperto al caso e all’imprevisto, deve portare affettuosamente nel suo seno tutto il passato.

Sì, non è facile “sfuggire alla dittatura” dell’attuale, così come domina ai nostri giorni. Certo, non smettiamo di far dialogare nelle pagine de L’Atelier du roman le grandi opere del passato con il nostro presente. Ma questo non è sufficiente. Bisogna anche riflettere sul fenomeno di questa mutilazione del tempo e dei pericoli covati dall’uomo che soccombe al suo fascino. Uno dei nostri incontri – L’Atelier du roman, n° 73, marzo 2013 – aveva per titolo : “La guerra del Tempo e dell’Attualità”.

A. I. Vorrei concludere questa intervista con almeno una domanda sul tuo ultimo saggio Rabelais – Que le roman commence ! Nel tuo sforzo per definire un’estetica del romanzo, fai leva su una categoria per te centrale e che è stata pertanto trascurata dall’immensa produzione accademica intorno al romanzo, ossia il “riso romanzesco”. Quale sarebbe la specificità di questo ridere?

L. P. – Sento spesso intorno a me lamentele sul fatto che l’uomo di oggi perde il sentimento del tragico. Quando le riflessioni di questo tipo sono intrecciate con i discorsi che teniamo con i nostri simili su ogni cosa e il suo contrario, ciò non ha alcuna importanza. Si vuole solamente dire che bisogna prendere la vita sul serio, che la vita non deve essere vissuta come una festa illimitata. Per contro, quando sono i giornalisti, i professori di filosofia e altre personalità delle arti e delle lettere che tengono questo genere di propositi è sconfortante, in quanto prova l’abissale mancanza di cultura delle nostre supposte élite. Il sentimento del tragico e il suo correlato, la catharsis, corrispondono a un mondo scomparso da due millenni. Ovvero un mondo dove l’uomo si sente intrappolato da forze che sovrastano la sua comprensione. In seguito, e per secoli e secoli, il tragico è stato rimpiazzato dalla salvezza cristiana – dalla supposizione che il Creatore ci ami. Ma già da quattro secoli l’uomo, proclamandosi “maestro e possessore della natura”, ha preso il timone dell’universo e del suo proprio destino. Allora, in questo mondo nuovo, nuovo per l’esistenza, la sola cosa che tiene, esteticamente parlando, è il riso romanzesco. È il riso dell’uomo che si scopre intrappolato dalle sue stesse opere. È il riso che l’uomo indirizza a se stesso. Questo riso non viene dall’alto – da Dio o da Satana – né dai suoi pedagoghi, dai suoi profeti o dai suoi cinici professionisti. Viene dalle profondità della sua anima, e subito vi ritorna. Si tratta di auto-ironia. Ma questa autoironia non riguarda gli individui presi isolatamente, ma è l’autoironia della nostra civiltà nel suo insieme. Evidentemente, questo riso romanzesco non esiste in sé. Una grande arte lo porta nel suo seno, lo nutre di sé e lo trasmette attraverso le epoche e i continenti. Di quest’arte, della sua storia, del suo nocciolo estetico, parlo appunto nel saggio che hai citato.