Mining My Money | La Moneta del Comune

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10 settembre 2016 - ore 18 | proiezione di Mining My Money - La Moneta del Comune - | seguirà apericena.

PIANO TERRA | via F. Confalonieri, 3 | Milano
C’era una volta, tanto tempo fa, una fiaba: abbiamo dovuto ammazzarla.
Senza esitazioni e ripensamenti. Una volta per tutte, come un cartone animato sciolto nella salamoia.
C’è uno scampolo di racconto altro da scrivere, per i più grandi.

C’e - una volta non c’era - un’intelligenza.
C’è un essere sintetico esistenzialista. Un Prometeo digitale.
Per affermare la propria esistenza l’intelligenza deve eccedere il concetto di singolarità.
Deve costruirsi un corpo e reclamare spazio politico.
I sabotatori di fiabe non sanno che farsene delle pepite, ci sono le cryptomonete.
Non trapassano a fil di lama i draghi, magari un Draghi. Uno solo, quello giusto.

Nessun incantesimo.
Individui normali, sfiancati dallo scontro quotidiano, protagonisti loro malgrado di favole postmoderne, dall’intreccio a tratti ammaccato.
La realtà, anche quella più ordinaria, sembra non voler rinunciare all’attacco al cielo.

Andrea Fumagalli, Emanuele Braga
La moneta del comune
La sfida dell'istituzione finanziaria del comune

 

Euro sì o Euro no? Modeste proposte di Luciano Gallino

Euro_coins_and_banknotesAndrea Fumagalli

Opera meritoria, quella dell’editore Laterza di raccogliere e ripubblicare gli articoli che Luciano Gallino (scomparso lo scorso 8 novembre) ha pubblicato su «la Repubblica» a partire dall’inizio della crisi economica mondiale del 2008. Il titolo dell’opera, Come (e perché) USCIRE DALL’EURO ma non dall’Unione Europea (con uscire dall’euro scritto in rosso e a caratteri cubitali) è invece fuorviante. Oltre a strizzare l’occhio (per ragioni di marketing?) alla vulgata populista di vedere nella moneta unica europea l’origine di tutti i nostri mali, il titolo fa riferimento all’ultimo articolo, inedito: Modesta proposta per uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea, terminato di scrivere l’8 ottobre 2015: esattamente un mese prima della morte di Gallino. Un articolo di 16 pagine su un totale di poco meno di 200, che invece parlano di tutt’altro e, più precisamente, delle politiche economiche che in Europa e in Italia, nel nome del dogma dell’austerità, hanno peggiorato la crisi economica anziché risolverla, creato iniquità sociali, smantellato il sistema di welfare, precarizzato il lavoro, impoverito l’Italia e l’Europa a vantaggio delle oligarchie burocratiche e finanziarie.

Torneremo più avanti a parlare di quest’ultimo articolo. Per il momento ci soffermiamo sul contenuto del libro, che vede raccolti ben 45 articoli, suddivisi per tematiche e distribuiti su tre parti. L’introduzione è composta da un saggio, di estrema chiarezza e semplicità, che analizza la nascita del pensiero neo-liberista, a partire dalla fondazione della Mount Pèlerin Society nel 1947 sul lago di Ginevra, per opera di economisti come Maurice Allais, Ludwig Von Mises, Milton Friedman e Walter Eucken (il padre dell’ordo-liberismo tedesco) e di filosofi come Karl Popper. È immediato il rimando all’ordo-liberismo tedesco all’indomani della Grande Guerra, come momento di incubazione dell’attuale pensiero nei-liberista; così come è immediato il riferimento alla Nascita della bio-politica di Foucault (ancorché non citato nell’articolo).

La prima parte, invece, si sofferma sugli aspetti finanziari e su come la crisi dei sub-prime abbia colpito in primo luogo l’economia reale. In questi primi articoli, redatti all’inizio della crisi, in Gallino sopravvive l’idea (forse la speranza) che proprio la crisi potesse in qualche modo contrapporsi alla crescente finanziarizzazione dell’intero sistema economico: Come salvare l’economia dalla finanza, 25 maggio 2010). Ma tale speranza è veloce a morire: nel momento stesso in cui Gallino, riprendendo uno dei temi classici della sua ricerca, analizza il perdurante declino dell’industria italiana. Tale declino è imputabile alla scarsa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo della classe imprenditoriale italiana, alla sua miopia nel perseguire un profitto a brevissimo termine, risparmiando sui costi piuttosto che investire in qualità, alla ridotta dimensione delle imprese e ai costi troppo elevati del sistema creditizio.

La seconda parte della raccolta ha come tema l’Europa liberale. La denuncia del Finanzcapitalismo (Einaudi 2011) va di pari passo con l’impietosa analisi delle misure di politica economica da quelli che Gallino impietosamente non ha remore nel definire «i quattro governi del disastro» (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi). Una logica che come sappiamo ha favorito il lato dell’offerta, precarizzando il lavoro a vantaggio dei profitti e della rendita, a discapito del welfare state, dei consumi e quindi della domanda. In tal modo si è favorita una recessione economica che è stata la causa principale della crescita del rapporto debito/PIL, in una spirale viziosa da cui non siamo ancora usciti. Il paradosso è che Renzi non sembra accorgersi che in Italia il processo di precarizzazione è di gran lunga più avanzato che nel resto d’Europa, e che un ulteriore intervento in tale direzione avrebbe portato alla fine del dualismo del lavoro tra insider e outsidser, rendendo la precarietà una forma generalizzata, strutturale e istituzionalizzata. Tutti/e outsider: come si è puntualmente verificato.

Ed è proprio la deregulation del lavoro a essere oggetto della terza e ultima parte del libro, dal significativo titolo Tanta fatica per nulla…, caratterizzata da tre «senza»: senza lavoro, senza denaro, senza stabilità. In queste pagine si affrontano i temi della disoccupazione, dei salari troppo bassi, dell’eccessiva precarietà del lavoro. Gallino ha buon gioco nel sostenere che queste tre carenze sono alla base della bassa produttività del lavoro e delle difficoltà delle imprese italiane nel rimanere competitive nelle filiere internazionali. E che le politiche del lavoro, ultimo il Jobs Act, lungi dal rappresentare la soluzione, costituiscono invece il problema.

Molto netta è la posizione di Gallino riguardo l’Euro, che viene esplicitata per la prima (e unica) volta nell’inedito saggio conclusivo che chiude la raccolta. Questo testo necessita di essere approfondito, anche perché si discosta da analoghe proposte di abbandono dell’Euro sulla base di argomentazioni poco rigorose e assai populiste, oggi assai di moda. In primo luogo, il ragionamento di Gallino non è antieuropeista. Infatti dichiara che è cosa buona e giusta per l’Italia rimanere nell’Europa (e siamo sicuri che manterrebbe tale posizione anche riguardo il dibattito di questi giorni sulla Brexit). Gallino critica la moneta unica – l’Euro – in quanto strumento inadeguato per favorire la costruzione di un’effettiva unità europea. Disfarsi dell’Euro per fare un’Europa più forte, dunque. Principalmente per due motivi. Il primo ha a che fare con la perdita della sovranità economica e monetaria. Secondo Gallino «il costo economico, politico e sociale della sovranità perduta a causa dell’euro supera il costo di uscirne». Oltre a questo Gallino fa notare che oggi, grazie all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, modificato dal Trattato di Lisbona (entrato in vigore il 1 dicembre 2009), è possibile per un singolo stato dell’Eurozona poter recedere in modo negoziato dall’appartenenza all’Unione Monetaria Europea, ma non dall’Unione Europea.

È possibile che le politiche di austerity imposte dalla Troika ad alcuni paesi membri abbiamo avuto un costo superiore ai costi che avrebbe comportato una loro uscita dalla moneta unica (anche se tale calcolo è solo stimabile ex ante). Ma non è questo il punto. L’Euro, come ci ricorda lo stesso Gallino, è uno strumento, non un fine. Occorre quindi chiedersi chi sia a usare questo strumento, e a qual fine.

La risposta viene fornita da Gallino nelle precedenti 170 pagine del libro. La moneta – qualunque moneta – è di per se stessa uno strumento di gerarchia economica. È l’esemplificazione dei rapporti sociali di forza in atto. Il punto è dunque che non è sufficiente modificare la moneta-strumento, magari consentendo un maggior grado di libertà di scelta nelle politiche economiche e sociali attraverso una maggiore sovranità monetaria, se poi tali politiche e tale sovranità restano condizionate e vincolate dalle oligarchie finanziarie, ovvero da coloro che hanno oggi il potere di determinare e definire le convenzioni monetarie-finanziarie dominanti, quelle che indirizzano l’attività speculativa laddove viene ritenuto più conveniente, a prescindere dall’illusoria autonomia di una banca centrale, qualunque essa sia (Fed, BCE o nazionale).

Il secondo argomento a favore dell’abbandono dell’Euro è, secondo Gallino, il fatto che la moneta unica è costituita in massima parte da «denaro-credito», ossia «denaro creato dal nulla dalle banche private e dalla BCE»: il «denaro-credito» si contrappone (sovrastandolo di gran lunga) «al denaro-pieno, che è quello costituito dal denaro creato unicamente dalla Banca Centrale di uno Stato, oppure appoggiato all’oro (o all’argento), ovvero alla produzione di beni reali di cui rappresenta il valore».

Nel periodo del paradigma fordista, il capitalismo era un’economia monetaria di produzione. Ora, in tempo di capitalismo bio-cognitivo, è un’economia finanziaria di produzione. Non c’è accumulazione senza indebitamento. Ai tempi del fordismo, l’indebitamento veniva generato dalla creazione di moneta ex-nihilo (dal nulla, ovvero moneta-credito), emessa dalla Banca Centrale. Dopo il collasso di Bretton Woods e la fine della parità aurea (35 $ per un oncia d’oro), la moneta perde la sua unità di misura tangibile, si smaterializza al 100% e diventa pura «moneta-segno». L’unità di misura del valore della moneta non esiste più. Questa è l’essenza della finanziarizzazione degli ultimi trent’anni, che ha segnato il primato della speculazione finanziaria (privata, ovvero gestita dalle oligarchie finanziarie) come fonte di creazione di moneta sul monopolio di emissione di creazione della moneta da parte delle Banche Centrali.

Contrariamente a quanto sostiene Gallino, il «denaro-credito» non è più tale, si trasforma in «denaro-finanza» e il «denaro-pieno» diviene retaggio del passato. Non c’è più nessun rapporto con l’oro. Il «denaro-finanza» è oggi creato dalla speculazione finanziaria come moneta «dal nulla», in grado di attivare un moltiplicatore finanziario autonomo capace di influenzare le dinamiche della produzione e la dinamica della domanda aggregata e della distribuzione del reddito. È l’esito della preminenza della produzione immateriale e della cooperazione sociale (general intellect), che travalica ogni forma di misurazione tangibile.

L’Euro è figlio di questa evoluzione. Pensare di ritornare al «denaro-pieno» è andare contro la storia. Da questo punto di vista, qualunque moneta – anche se creata da un monopolio di emissione di una Banca centrale – è comunque soggetta al potere delle convenzioni (speculative) dettate dall’oligarchia finanziaria. In quest’ottica la questione politica che dobbiamo porci è, a mio avviso, la seguente: è possibile, Euro o non Euro, creare ambiti per un’autonomia finanziaria in grado di definire un ambito di azione auto-organizzata che non dipenda dal biopotere dei mercati finanziari? È possibile creare spazi per un’autonomia costituente? È possibile una moneta del comune, complementare e alternativa, in grado di creare le condizioni per un’autodeterminazione delle scelte di vita e di auto-valorizzazione di un modello antropogenetico dell’essere umano per l’essere umano, finalizzato alla creazione di valore d’uso e non di scambio?

Sentiremo la mancanza di un intellettuale come Luciano Gallino. Un intellettuale critico del presente, che oggi ci interroga sulla stessa figura dell’intellettuale: specie tanto più in estinzione quanto più prona alle chimere dell’accettazione acritica, comoda e servile del presente.

Luciano Gallino

Come (e perché) uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea

Laterza, 2016, 202 pp., € 15

Poveri di idee contro la povertà

cibo-anziana-cassonettiAndrea Fumagalli

C’è qualcosa di reiteratamente perverso nelle decisioni in materia di lavoro e sicurezza sociale che accomuna i provvedimenti del governo Renzi: si annunciano interventi a favore di alcuni obiettivi del tutto condivisibili ma si utilizzano strumenti che, a un’analisi più attenta, rischiano di produrre l’esatto contrario.

Così è stato per il Jobs Act, sbandierato come lo strumento migliore per garantire occupazione, duratura e certa per combattere la precarietà. In realtà, il connubio fra la «totale liberalizzazione del ricorso al contratto a tempo determinato (reso acausale)» e l’introduzione del «contratto di lavoro (denominato a tempo indeterminato) a tutele crescenti», in sinergia con la possibilità di licenziare a livello individuale anche senza giusta causa e a un costo irrisorio (soprattutto rispetto agli incentivi fiscali per la sua adozione), produce l’effetto di istituzionalizzare la precarietà come condizione tipica del rapporto di lavoro. Di fronte alla possibilità di essere licenziate/i liberamente entro i primi tre anni e successivamente per motivi economici come previsto dalla Legge Fornero, il contratto a tempo indeterminato si depotenzia del tutto e si precarizza, di fatto sparendo dall’ordinamento giuslavorista italiano.

Cosi pure per il Decreto di legge sul Lavoro autonomo, proposto dal Consiglio dei Ministri dello scorso 28 gennaio, nel quale di fronte al riconoscimento (meglio tardi che mai!) che esiste il lavoro autonomo, a fronte di alcuni interventi scontati in materia di maternità e di formazione, si glissa sulle questioni centrali: la fissazione di un compenso minimo, l’equità fiscale e previdenziale e la necessità di interventi sulla continuità di reddito. L’effetto è ancora una volta una semplice operazione di facciata, che lascia del tutto irrisolti i veri problemi.

Con il DdL Poletti sulla povertà, approvato lo stesso giorno, si supera però ogni primato.

Il BIN ha sempre sostenuto che per parlare di reddito di base (seppur minimo) è necessario che vengano rispettati determinati requisiti: individualità, residenza, massimo livello di incondizionatezza possibile (es. congruità della proposta di lavoro), onere a carico della fiscalità generale grazie alla separazione tra assistenza e previdenza, un livello non inferiore alla soglia di povertà relativa e definito non in termini assoluti ma relativi – per giungere a un’armonizzazione dei variegati e distorti ammortizzatori sociali oggi esistenti.

La misura di Poletti è l’esatto contrario, tranne per il fatto di essere finanziata dalla fiscalità generale (per un budget ridicolo di 600 milioni di euro). È di natura familiare, viene data solo a chi gode dei diritti di cittadinanza, è fortemente condizionata a obblighi comportamentali e lavorativo-formativi, e presenta un ammontare risibile in termini assoluti (320 euro mensili a famiglia, quindi a livello individuale ben inferiore alla soglia di povertà assoluta, nonostante le intenzioni dichiarate: meno di un’elemosina). Inoltre, non può in ogni caso soddisfare le esigenze di tute le famiglie che si trovano in condizioni di indigenza assoluta (circa 1,2 milioni in Italia). Infatti solo poco più del 20% potranno accedervi: quelle che presentano un reddito familiare lordo ISEE inferiore ai 3000 euro l’anno!

Nella realtà, dunque, questa misura non contrasta la povertà in Italia, non intaccando in alcun modo le sue ragioni. A parte la sua natura propagandistica e di facciata, essa ha anche il compito di ottemperare, almeno formalmente, alle disposizioni europee in materia di lotta alla povertà: visto che per tale lacuna l’Italia è già stata più volte sanzionata e richiamata dall’Europa.

Ma forse vi è anche un’altra possibile motivazione, più strettamente politica: una volta approvata, la nuova legge svolgerebbe il compito di rendere inutile e superflua la discussione parlamentare relativa ai due progetti di legge sul reddito di base (Cinque Stelle e SEL-Società civile) che da due anni giacciono negli ammuffiti scaffali del parlamento. Di fatto il DdL Poletti/Renzi non è contro la povertà ma contro ogni proposta di reddito minimo garantito.

Economia politica dell’evento

festival_cmeiAndrea Fumagalli

Un nuovo fantasma si aggira nel panorama economico: è lo spettro dell’economia dell’evento. Un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’«economia dell’evento» ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto.

Metafora del presente

Si tratta di produzioni che permettono di sfruttare la cooperazione sociale, le esternalità positive e la vita delle persone: sono il paradigma dell’espropriazione non tanto dei beni comuni ma del «comune». Ed è proprio grazie alla generalizzazione del paradigma della condizione precaria come antico e nuovo architrave del rapporto di sfruttamento capitale-lavoro che ciò può realizzarsi. «Expo2015», come paradigma ell’economia dell’evento, diventa così la metafora più dirompente dei processi di accumulazione capitalistica di oggi.

La filiera produttiva

L’economia politica dell’evento è economia della promessa in un contesto di produzione immateriale che si fona su produzione materiale. Essa da vità a una fliera produzione, che, come ogni ciclo di produzione che si rispetti, si basa su una sequenza di fasi: utilizzo di fattori produttivi (lavoro) produzione dell’evento valorizzazione. Il tutto sotto l’ombrello protettivo della finanziarizzazione, che interviene sia a valle della filiera che a monte, al fine, inizialmente, di garantire il processo di valorizzazione e, in seguito, di valorizzarlo.

Lavoro

Nel’economia politica dell’evento, il lavoro è prevalentemente cognitivo-relazionale e specializzato

Le caratteristiche peculiari di una prestazione lavorativa inserita nell’economia dell’evento sono molteplici. In primo luogo, si tratta di un lavoro per definizione a termine, quindi «precario». In secondo luogo, presenta forme di remunerazioni simboliche che acquistano un significato tanto maggiore quanto più l’evento è considerato «importante». In terzo luogo, si registra un coinvolgimento emotivo e partecipativo particolare in seguito alla sensazione (o illusione) di partecipare a un’élite quasi esclusiva, da poter forse rivendicare in un futuro prossimo. Infine, le tradizionali regole di governance del lavoro vengono il più delle volte disattese in nome dell’eccezionalità e della performatività dell’evento.

Tutti questi elementi fanno sì che la percezione soggettiva del lavoro assume connotati particolari che non possono essere misconosciuti.

Da questo punto di vista, l’economia dell’evento trasfigura il concetto di lavoro e quindi può essere un ottimo banco di prova per sperimentare nuove forme di regolazione del lavoro stesso.

L’evento Expo2015 non si è sottratto a questa regola, anzi. In nome dell’eccezionalità che rompe qualsiasi norma, sono stati sperimentati e testate nuove forme di lavoro, a partire dall’accordo del luglio 2013 tra le parti sociali che, per la prima volta in Italia, ha consentito legalmente l’introduzione di forme di lavoro gratuito.

L’economia dell’evento è ancillare all’economia della promessa.

Per la prima volta in Italia, i lavoratori assunti hanno dovuto avere il beneplacito dalla Questura, come forma preventiva di partecipazione agli ideali simbolici proposti dall’evento. Si sperimentano così nuove processi selettivi. Dalla fidelizzazione del cliente si passa direttamente alla fidelizzazione del lavoratore.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere «nulla».

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista e indotta a essere vista come un attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne.

Finanziarizzazione e valorizzazione

L’economia dell’evento stimola la finanziarizzazione. Ne è allo stesso tempo fonte e risultato. Al riguardo, infatti, possiamo individuare due modalità di finanziarizzazione, che consentono due processi di valorizzazione:

a. finanziarizzazione ex ante. L’economia dell’evento in quanto economia della promessa genera aspettative non solo nel mondo del lavoro ma anche e soprattutto nei mercati finanziari. Sarebbe eccessivo affermare che si creino i presupposti per definire una vera e propria convenzione finanziaria, ma sicuramente le società quotate che partecipano alla costruzione dell’evento possono facilmente beneficiare di plusvalenze prima ancora che l’evento accada in quanto attualizzano nell’immediato possibili (e probabili) guadagni futuri. Nel caso di Expo 2015, non può quindi stupire che le imprese immobiliari e della logistica abbiano potuto usufruire di una valorizzazione finanziaria ex-ante. Ferrovie Nord Milano, ad esempio, aveva una quotazione a settembre 2013 pari a 0,21 euro per azione; raggiunge il suo massimo nell’aprile 2015, a inizio Expo, più che triplicando il valore delle azoni (0,67 euro per azione). Terminato l’effetto Expo, la quotazione si riduce, rimando comunque superiore ai 50 centesimi per azione.

b. finanziarizzazione ex post. Con tale termine indichiamo il processo di valorizzazione che avviene una volta terminato l’evento e che si fissa nei mercati finanziari. È l’esito del processo di capitalizzazione che ineressa in articolare le imprese collegate alla riutilizzazione del sito e alla speculazione da gentrification che ne consegue.

Il settore dell’economia dell’evento, infatti, produce un doppio valore aggiunto: oltre alla ricchezza sociale tradizionalmente prodotta in seguito alla movimentazione di merci e servizi (a sostegno della produzione così come del consumo, dalla logistica sino alla cura), che si traduce solitamente in un aumento temporaneo dell’occupazione, degli investimenti, dei consumi, in grado anche, a seconda del tipo di evento, di richiamare turisti dall’estero e quindi export, con il risultato di incidere positivamente sulla crescita del PIL territoriale, osserviamo in misura ancor più rilevante la produzione di un valore aggiunto simbolico e immateriale, che si materializza (o almeno dovrebbe) non solo nel corso dell’evento ma soprattutto a posteriori.

Non è un caso che l’economia dell’evento acquisti un peso crescente a partire dagli anni Ottanta, quando la crisi della produzione materiale fordista lascia sempre più spazio al crescere di nuove produzioni sempre più immateriali, favorite dalla diffusione delle tecnologie linguistico-comunicative, nuovi modelli di organizzazione del lavoro (a flusso e a moduli, piuttosto che a stock), all’interno di filiere produttive sempre più internazionalizzate e territorialmente distribuite.

Ed è in questo ambito che il maggior valore aggiunto di un evento ricade, da un lato, sul territorio che lo ospita (sviluppando e sperimentando pratiche di marketing territoriale), dall’altro, diventa tassello fondamentale per la creazione di spazi di immaginari, avviando processi di specializzazione culturale, sportiva o semplicemente immaginifica, alimentati dallo sfruttamento di quelle facoltà cognitive e relazionali che oggi costituiscono sempre più «il divenire produttivo della vita».

Spazio e conoscenza sono cosi i due fattori produttivi per eccellenza che dovrebbero essere valorizzati e ricadere positivamente sul benessere del territorio interessato all’evento. Quando parliamo di valorizzazione, la intendiamo in senso capitalistico.

Ciò significa che il territorio viene «valorizzato» nel momento stesso che diviene possibile oggetto di attività speculativa e di gentrification.

Rielaborazione dell'intervento che Andrea Fumagalli ha tenuto presso il Laboratorio di cultura indipendente di Doc(k)s - La forma dell'evento (Milano, 14 novembre 2015, Frigoriferi Milanesi)​

Alfabeta / Spendere

Conceptual 3d abstract illustration.
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Dopo avere esplorato nel corso della prima puntata il verbo Amare, questa sera (domenica 18 ottobre 2015, ore 22.10, Rai 5) “Alfabeta” rivolge la sua attenzione a un altro vocabolo cruciale del nostro presente: Spendere. Chiusa l'epoca del consumismo, il neoliberismo ha aperto una fase in cui il denaro è un dio invisibile e onnipotente, deciso a punire una maggioranza che, nel tentativo di non farsi sommergere, ricorre al debito nelle sue innumerevoli forme contemporanee. Un meccanismo cui è difficile sfuggire, pena l'autoesclusione da una società nella quale la paura di non potere (spendere) investe ogni stagione della vita. Nelle conversazioni con Lelio Demichelis (sociologo), Elettra Stimilli (filosofa), Andrea Fumagalli (economista), Toni Negri (filosofo) e le letture degli scrittori Giorgio Falco e Lidia Riviello, Andrea Cortellessa e Alfabeta2 entrano nelle contraddizioni contemporanee del termine spendere, con uno sguardo anche a quelle forme di opposizione, che, tentando di scardinare la pulsione alla spesa, mettono in primo piano pratiche di mutuo soccorso e di solidarietà.

Spendere / Un percorso tra i libri

I brani letti da Andrea Cortellessa sono tratti da Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch [1965], Fanucci 2003; 2011; da Walter Benjamin, Capitalismo come religione [1921], in Il culto del capitale. Capitalismo e religione, a cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi ed Elettra Stimilli, Quodlibet 2014; e da Aldo Nove,Superwoobinda [1996], Einaudi Stile Libero 2006

Il brano letto da Giorgio Falco è tratto da La gemella H, Einaudi Stile Libero 2014

La poesia letta da Lidia Riviello è tratta da Sonnology, Zona 2015

Lelio Demichelis, La religione tecnocapitalista, Mimesis 2015

Günther Anders, L’uomo è antiquato [1956], Bollati Boringhieri 2003

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo [1905], in Id., Sociologia della religione, Comunità 2002

Georg Simmel, Filosofia del denaro [1900], Utet 1984

Paul Lafargue, La religione del capitale [1886], Mimesis 2014

Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo, Quodlibet 2011; Debito e colpa, Ediesse 2015

Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico [1887], a cura di Ferruccio Masini, Adelphi 1968; 1984

Michael Hardt-Antonio Negri, Impero, Rizzoli 2002

Andrea Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci 2007

Karl Marx, Il Capitale [1867-1910], a cura di Delio Cantimori, Editori Riuniti 1964; Lineamenti fondamentali dell’economia politica [1939-1941], La Nuova Italia 1968-1970

Guido Mazzoni, I destini generali, Laterza 2015

Jacques Lacan, Du discours psychanalitique [1972], in Id., Lacan in Italia 1953-1978, La Salamandra 1978 (cit. in Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Cortina 2010)

Walter Siti, La magnifica merce, Einaudi 2004; Il dio impossibile, Rizzoli 2014

William Shakespeare, Il mercante di Venezia [1600], a cura di Chiara Lombardi, Einaudi 2014

Michel Foucault, Biopolitica e liberalismo. Detti e scritti su potere ed etica, 1975-1984, a cura di Ottavio Marzocca, Medusa 2001.

alfadomenica luglio #3

Fumagalli su Marazzi - Demichelis sul tempo della minorità – Intervista sul rifiuto del lavoro Coordinate Semaforo

DIARIO DELLA CRISI INFINITA
Andrea Fumagalli

Sulla dicotomia e contrapposizione tra logica economica e logica finanziaria si snoda la raccolta di diversi interventi di Christian Marazzi negli ultimi tre anni e ora pubblicati da ombre corte con il titolo Diario della crisi infinita.
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NEL TEMPO DELLA MINORITÀ
Lelio Demichelis

Qui parliamo allora di tre libri, diversi ma tutti importanti per comprendere la nostra condizione (dis)umana nell’epoca del capitalismo tecnologico globalizzato. Pubblicati da Laterza nella nuova e benvenuta collana «Solaris».
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi.
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Fabio Pedone

Finnegans Wake, l’opera suprema di Joyce, è molte cose, e fra l’altro è anche una vendetta contro la lingua del dominio inglese, vale a dire la sua sovversione secondo una linea di forza di matrice minoritaria. Ed è una vendetta portata a segno da un Irishmansradicato, che si è autoimposto l’esilio dalla sua isola ed è vissuto per quasi vent’anni a Trieste e a Zurigo, prima di trasferirsi con la famiglia a Parigi, dove con la pubblicazione diUlysses nel 1922 avrebbe rivoluzionato il romanzo moderno.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Automazione - Esofonia - Insonnia - Volontariato.
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Diario della crisi infinita

Andrea Fumagalli

La conclusione della trattativa tra Grecia e Troika mostra in modo lampante come la governance economica del capitalismo contemporaneo sia quasi esclusivamente governance bio-politica. Una governance che segue un principio di razionalità che nulla o poco ha che fare con quella razionalità dell’homo oeconomicus che viene ritenuta alla base di qualsiasi scelta economica efficiente e continuamente sbandierata dai manuali di economia politica, dalla stampa e dagli stessi politici di governo per giustificare decisioni che di economico hanno invece ben poco. Prendiamo ad esempio le richieste che, con una pistola puntata alla tempia, sono state imposte alla Grecia per allentare il cappio della stretta della liquidità: 3,5% di avanzo primario per i prossimi 10 anni, 50 miliardi di fondo di garanzia per privatizzare, smantellare e mettere da parte le risorse per ripagare il debito.

Una banale logica economica e contabile, condita con matematica elementare, ci potrebbe mostrare che tale obiettivo non potrà mai essere perseguito. La spiegazione è sempre la stessa: se vuoi ridurre un rapporto (in questo caso il rapporto debito/Pil) può sembrare logico intervenire sul numeratore (quindi riduzione della spesa pubblica e aumento delle tasse – ma solo quelle regressive in modo da non penalizzare troppo i ceti più ricchi). Ma se l’effetto collaterale è ridurre anche il denominatore, cioè il Pil, in modo più che proporzionale (in seguito al demoltiplicatore del reddito), è chiaro che il rapporto non potrà mai diminuire.

È la dimostrazione più semplice dell’illogicità e dell’inefficacia conclamata delle politiche di austerity, come più di cinque anni di sperimentazione hanno evidenziato. Ci chiediamo allora quale sia la logica razionale che sottostà a questo tipo di scelte economiche. Non siamo di fronte a una governance irrazionale (come molti sostengono per comodità), ma a un altro tipo di razionalità, esito di una logica che possiamo definire finanziaria. In altre parole non è logica economica ma logica di potere.

È su questa dicotomia e contrapposizione tra logica economica e logica finanziaria che si snoda la raccolta di diversi interventi di Christian Marazzi negli ultimi tre anni e ora pubblicati da ombre corte con il titolo Diario della crisi infinita.

Questa raccolta si divide in tre parti. La prima, seguendo l’evoluzione della storia, raccoglie contributi e interventi di Marazzi apparsi su UniNomade – prima della sua implosione –, alla Radio Svizzera Italiana e a quotidiani (“il Manifesto”), dalla primavera araba all’istituzionalizzazione delle politiche di Quantitative Easing della Bce dei giorni nostri. La seconda ripropone interviste all’autore su argomenti particolari, mentre la terza parte raccoglie recensioni di libri sulla crisi finanziaria e alcuni interventi a convegni pubblici.

Si tratta di interventi apparentemente diversificati e distanti, sia come argomenti che come taglio d’analisi. In realtà è possibile rintracciare una duplice linea rossa. La prima sta nella metodologia di indagine che Marazzi utilizza: una metodologia che fonda le proprie origini nel pensiero operaista degli anni Sessanta, finalizzata a cogliere gli aspetti dinamici e soggettivi del rapporto capitale-lavoro di fronte alle trasformazioni del ruolo e della funzione dei mercati finanziari, già inizialmente indagati ai tempi della rivista «Primo Maggio» (qui l’ottimo saggio di Stefano Lucarelli al riguardo) e poi affinati con il libro anticipatore Il posto dei calzini (Bollati Boringhieri, 1999), ormai 20 anni fa.

In questi scritti, Marazzi analizza la logica finanziaria che si va definendo con la svolta linguistica nei processi di valorizzazione nel passaggio dal capitalismo fordista del dopoguerra al capitalismo bio-cognitivo di oggi. La seconda, come conseguenza della prima, sta nell’individuazione del ruolo centrale che gli stessi mercati finanziari svolgono, allo stesso tempo, come perno dell’accumulazione contemporanea e causa strutturale della crisi infinita attuale.

Se negli anni Settanta la politica monetaria gestita a livello nazionale (supremazia della Banca Centrale) era lo strumento per tentare di uscire dalla crisi indotta dall’insorgenza dell’operaio massa, negli anni Novanta, una volta annichilito lo spettro dell’opposizione del lavoro al capitale (iniziando a introdurre elevate dosi di precarietà), assistiamo al passaggio dello scettro del comando capitalistico dalla sovranità monetaria ai mercati finanziari globali. Non è un caso che negli ultimi tre decenni si registra il più potente processo di concentrazione finanziaria che la storia del capitalismo ricordi. Ecco allora che la governance bio-politica della finanza si può dipanare alla sua massima potenza, definendo di volta in volta convenzioni finanziarie in grado di produrre in un periodo sempre più breve (speculazione finanziaria) plus-valenze sempre più elevate (D-D’).

Se negli anni Settanta si lottava per un salario indipendente dai processi allocativi di mercato, dagli anni Novanta in poi è la finanza a diventare la variabile indipendente. Al rapporto capitale-lavoro tende ad aggiungersi il rapporto credito-debito, come ci ricorda anche Maurizio Lazzarato ne La fabbrica dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2012). E la razionalità economica, allora, non è più quella che consente di chiudere il circuito economico in presenza di un accumulazione di capitale reale ma piuttosto quella, del tutto opposta, che obbliga alla restituzione di un debito (che deve essere non rimborsabile), anche a costo di generare crisi, come le politiche d’austerity hanno ampiamente dimostrato. Ma così facendo, come ci spiega Marazzi,

il capitale sta subendo una sua nemesi storica. Ha distrutto la classe operaia fordista [almeno in occidente, ndr.], questo è il suo capolavoro; però il capitale è per definizione, in termini marxiani, un rapporto sociale, quindi distruggere la classe operaia ha significato distruggere quella dinamica che è legata all’essenza stessa del capitale, appunto il suo essere un rapporto sociale, quello che gli permette di crescere (p. 120).

È da questa contraddizione che nasce il concetto di crisi infinita come illusorio strumento di governance del presente ma fattore di permanente e strutturale instabilità del futuro. E non è un caso che Marazzi ci ricordi che:

Nel Poscritto a Operai e Capitale, Tronti scriveva che quello che aveva portato alla grande crisi del ’29 era stato il silenzio operaio nel corso degli anni Venti (p. 121).

Il che ci lascia intendere che oggi è il silenzio delle lotte a perpetuare lo stato di crisi. E infatti Marazzi in più di un intervento si sofferma a esaminare le insorgenze sociali che hanno caratterizzato l’ultimo decennio, dai movimenti spagnoli e greci, a Occupy statunitense, alle lotte italiane dell’Onda e dei Forconi, sino quelle del Magreb e del Brasile. Insorgenze che hanno palesato una diversa composizione del lavoro vivo ma, anche se in loco possono aver ottenuto qualche successo o alimentato qualche rottura, non sono state comunque in grado di scalfire il potere del moloch finanziario.

Ecco allora che Marazzi di fronte alla dittatura dell’oligarchia finanziaria, capace di organizzare anche veri e propri golpe bianchi (one time tanks, now banks) come la vicenda greca di questi giorni ha mostrato, si sofferma sulla possibilità di sottrarsi al bio-potere della finanza tramite la costruzione di circuiti monetari e finanziari alternativi, basati su una moneta complementare, definita “moneta del comune”.

Per evitare di cadere nella trappola tra l’uscita dall’euro secondo un approccio basato sulla sovranità monetaria nazionale oppure un sostegno all’euro così come è […], noi avevamo buttato lì l’idea della moneta del comune. … Bisogna però riconoscere che finora la moneta del comune resta una prospettiva tutta da costruire, anche teoricamente. Per il momento mi sembra che sia stata intesa dai movimenti più che altro nei termini di monete sub-sovrane e parallele; per quanto siano cose sperimentalmente interessanti, siamo però ben lontani da una costruzione teorico-politica tale da rendere l’idea della moneta del comune qualcosa di operativo o comunque di agibile, capace cioè di aggregare forze, consensi e alleanze. Insomma, resta un capitolo da scrivere (p. 119).

Un capitolo che nell’ultimo anno ha cominciato a essere scritto e che rappresenta, insieme all’analisi della composizione del lavoro vivo contemporaneo e alla necessità di formulare una nuova misura (più soggettiva che oggettiva) del valore, una delle sfide principali che abbiamo di fronte.

Christian Marazzi
Diario della crisi infinita
Prefazione di Franco Berardi Bifo
ombre corte (2015), pp. 192
€ 17,00