L’inganno della flat tax

Andrea Fumagalli

L’articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.

La progressività dell’imposizione fiscale è giustificata in base a criteri di equità, soprattutto in presenza di un sistema universale di welfare e garantisce una miglior e automatica redistribuzione del reddito: i più ricchi pagano in proporzione di più potendo accedere gratuitamente ai servizi sociali di base (istruzione, sanità, difesa, giustizia)

Al contrario, il sistema si definirebbe proporzionale se esistesse un’unica aliquota fiscale per ogni livello del reddito.

Il dettame costituzionale ha trovato applicazione solo nel 1974, con la riforma Visentini, dopo 27 anni dal varo della costituzione. Negli anni precedenti, quelli del cosiddetto “miracolo economico”, la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico, all’epoca il regime democristiano. Era evidente lo scambio politico-economico che ne conseguiva, consentendo al partito di maggioranza di godere dell’appoggio elettorale di buona parte del lavoro indipendente.

L’inesistenza di un sistema fiscale progressivo ha impedito che il fisco svolgesse la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero di rendere fattivo quel principio secondo cui negli anni di crescita economica la pressione fiscale (il rapporto tra l’ammontare delle tasse e il Pil) è destinata a aumentare, e viceversa a decrescere in caso di recessione.

Dal 1946 al 1971, infatti, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%. In presenza di progressività, la pressione fiscale avrebbe dovuto invece aumentare di almeno 10 punti percentuali, portando allo Stato italiano risorse aggiuntive pari a poco più di 80 miliardi di euro (potere d’acquisto 2010). (dati ricavati dalla serie storica della Banca d’Italia pubblicati dall’Istat).

Con la riforma Visentini si sancisce il principio “liberale” che “tutti sono uguali di fronte al fisco”: un unico sistema di aliquote progressive viene applicato, a prescindere dal cespite di reddito di provenienza (se da lavoro, da impresa, da capitale, ecc.)

Al 1 gennaio 1974, quando entra in vigore la riforma, si contano ben 22 aliquote di prelievo fiscale sul reddito delle persone fisiche, con la più bassa al 10% e la più alta che arrivava al 72%. Nel 1983, con il varo di una prima riforma fiscale, la progressività viene ridimensionata: le aliquote diventano nove, con la più bassa al 18% e la più elevata al 65%. In seguito sono stati introdotti ulteriori cambiamenti, in generale tesi a ridurre il grado di progressività del prelievo. Attualmente le aliquote di prelievo fiscale sono 5, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43% e l’esistenza di una no-tax area per redditi inferiori a 8.174 euro l’anno. Nel dettaglio, gli scaglioni sono i seguenti:

  • nessun aliquota fino a 8.174 euro di reddito da lavoro da pensione o da dipendente (4.800 euro per i redditi da lavoro autonomo): no-tax area;

  • il 23% per lo scaglione di reddito compreso tra 8.174 e 15mila euro;

  • il 27% per lo scaglione di reddito compreso tra i 15mila e i 28mila euro;

  • il 38% per lo scaglione di reddito compreso tra i 28mila e i 55mila euro;

  • il 41% per lo scaglione di reddito compreso tra i 55mila e i 75mila euro;

  • il 43% per la parte di reddito che eccede i 75mila euro.

Risulta evidente da questo schema che la progressività è stata via via limitata nel tempo e contemporaneamente sono state innalzate le imposte sui redditi più bassi e ridotte quelle sui redditi più alti.

Due sono le principali motivazioni che hanno portato alla costante riduzione della progressività delle aliquote.

La prima ha a che fare con il processo di deregolamentazione dei movimenti internazionali di capitale, che ha permesso ai percettori di redditi più elevati di stabilire la propria residenza fiscale lì dove preferiscono e hanno convenienza e ha quindi spinto i singoli Paesi a farsi concorrenza al ribasso sulle aliquote per persuadere i contribuenti più ricchi a restare sul territorio nazionale. Si è così sviluppato un dumping fiscale che oggi non rappresenta l’eccezione ma è la noma all’interno della governamentalità neo-liberale.

Questa osservazione ci porta alla seconda motivazione, la più reale anche se la più misconosciuta: ridurre le entrate fiscali al fine di tagliare sempre più il finanziamento alla spesa pubblica statale.

Tale obiettivo non dichiarato è in continuità con le politiche di austerity. Se nel recente passato il tetto alla spesa pubblica è stato dettato dall’emergenza crisi, oggi viene giustificato dalla necessità di abbassare le tasse. Nell’ambito della campagna politica per le elezioni europee è questo il nuovo mantra che tutti i partiti ripetono sino alla noia. Ovviamente, la riduzione delle tasse – si proclama e si promette – va a beneficio dei ceti meno abbienti, ma è proprio su questo punto che la proposta della flat tax evidenzia tutto il suo inganno.

Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessario un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:

  1. le imposte dirette, che colpiscono una manifestazione diretta della capacità contributiva come la percezione di un reddito (Irpef, Ires, patrimoniali);

  2. le imposte indirette che colpiscono una manifestazione mediata della capacità contributiva come la produzione, il trasferimento o il consumo dei beni (Iva);

  3. i contributi sociali, che tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali).

La tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Gli ultimi aumenti, in ordine di tempo, sono del 2011 e del 2013, quando l’Iva è passata dal 20 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi IV, nel tentativo di risanare i conti pubblici e rassicurare gli investitori internazionali, nonché per rispettare i vincoli di bilancio derivanti dal Trattato di Maastricht, ha inserito nella manovra finanziaria di luglio 2011 la cosiddetta clausola di salvaguardia. Essa prevede un aumento automatico delle aliquote IVA (sino al 24,5% ) e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora, le successive manovre di bilancio devono indicare come intendono soddisfare i vincoli di bilancio (per esempio, contraendo la spesa pubblica o aumentando le tasse). Insomma, se i vincoli di bilancio vengono sforati, la clausola di salvaguardia scatta automaticamente, aumentando aliquote IVA e accise.

Sulla base dei dati Banca d’Italia negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e di contributi sociali è rimasta più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.

Se la clausola di salvaguardia viene disattesa, con il conseguente aumento dal 22% al 24,5%, l’imposta sui consumi (Iva) diventa la principale imposta, ponendo fine con successo a un inseguimento (nei confronti delle imposte dirette sul reddito) che dura da più di 20 anni.

Occorre ricordare che l’Iva è un’imposta proporzionale (flat tax), così come l’Ires (la tassa sui profitti), che è stata progressivamente ridotta (era al 37% nel 1994) sino all’attuale valore, fissato dal governo Renzi pari al 24%.

Considerando, inoltre, che, con riferimento all’Irpef, le aliquote medie crescono dal 23% al 31% per la fascia di reddito imponibile che va dai 13.000 euro ai 53.000 (dove si colloca la quota maggiore dei contribuenti) e, a partire dai redditi superiori ai 200.000 euro, l’aliquota media rimane stabile intorno al 42%, di fatto possiamo affermare che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività

A ben guardare, la flat tax è quindi già operativa. Ciò che intende fare il governo (e in particolar modo la Lega) non è dunque introdurre la flat tax ma ridurne l’aliquota e estenderla anche ai redditi più bassi.

In tal modo si può propagandare la riduzione dell’imposizione anche per i ceti meno abbienti, ma nascondendo che i maggiori beneficiari saranno le famiglie più ricche, mentre quelle che entrano nella fascia della no-tax area, ovvero le più povere, non godranno di alcun beneficio. Si tratta di circa 10 milioni di persone. Per chi si trova nella area no-tax, il rischio è infatti che tale area venga sostituita da un flat-tax al 15%.

In realtà la riduzione dell’imposizione per i ceti medio-bassi è tutta da verificare alla luce dell’effetto sostituzione tra flat tax e le attuali detrazioni fiscali, che rischiano di essere limitate per compensare la riduzione dell’aliquota.

Alcuni studi (vedi qui), considerando diversi possibili scenari, concordano nell’evidenziare che: “La riduzione di gettito sarebbe di circa 50 miliardi di euro. Metà circa di questo risparmio andrebbe al decimo decile (il 10% più ricco, ndr.). Se vogliamo identificare la “classe media” con i decili dal sesto all’ottavo, il risparmio medio per queste famiglie sarebbe di circa 1.500 euro all’anno, 125 euro al mese per famiglia”.

Ecco allora svelati i reali intendimenti dietro la demagogia del “meno tasse per tutti” (slogan che ha sempre un certo appeal elettorale): ridurre il gettito fiscale per smantellare ancor di più lo stato sociale e favorire un incremento della concentrazione dei redditi a favore dei più ricchi.

Del comune, dell’alienazione e di altre cose del capitalismo

Andrea Fumagalli e Lelio Demichelis

Due libri apparentemente diversi già nel titolo, due libri invece concretamente molto vicini. Il primo è La grande alienazione, di Lelio Demichelis, da poco uscito per Jaca Book; il secondo, di Andrea Fumagalli, è L’economia politica del comune, pubblicato da DeriveApprodi. Il primo ha per sottotitolo: Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo; il secondo: Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo biocognitivo. Entrambi gli autori hanno una lunga storia intellettuale di analisi del capitalismo e della tecnica, il primo è sociologo, il secondo economista. Invece di una classica recensione dei due libri, Alfabeta ha chiesto ai due autori di dialogare tra loro e di aiutare i lettori a capire com’è cambiato e ancora sta cambiando il capitalismo e perché l’alienazione non è scomparsa come sembra, ma è ancora ben presente in tutti i processi tecnici e capitalistici in cui stiamo vivendo.

Andrea Fumagalli. Il tema da cui partire è l’individuazione dei sentieri di valorizzazione del capitalismo contemporaneo. A mio avviso, tali sentieri sono costituiti dalle produzioni immateriali che vanno a costituire la nuova frontiera tecnologica (bio-tecnologie, bio-genetica, intelligenza artificiale, big data, eccetera) e dal ruolo della finanza come “carburante” dell’accumulazione (finanziamento, distribuzione del reddito: finanziarizzazione del welfare e moltiplicatore finanziario). È un’interpretazione condivisibile?

Lelio Demichelis. Assolutamente sì. Il capitalismo neoliberale e tecnico – quello che definisco come tecno-capitalismo – è storicamente nato con la fase della produzione (tutti dovevano diventare produttori e proletari), passando poi alla fase del consum(ism)o (tutti dovevano imparare a consumare). Oggi siamo nella terza fase (più che nella quarta rivoluzione industriale) dell’innovazione irrefrenabile e del micro-capitalismo diffuso, in cui tutti devono innovare, farsi imprenditori di se stessi a prescindere dalla utilità sociale dell’innovazione. Chi pensava che con la rete si creasse il general intellect marxiano non vedeva l’essenza di un tecno-capitalismo – di una tecnica, soprattutto – che si faceva grande narrazione globale nel tempo della fine delle grandi narrazioni novecentesche. Io scrivo di tecno-capitalismo. Tu parli di capitalismo bio-cognitivo…

A.F. Sì, e il mio libro inizia con venti tesi su questa nuova forma di capitalismo, che si distacca strutturalmente da quella precedete fordista pur essendone “figlia”. Il capitalismo cognitivo riguarda il periodo della net-economy, con l'enfasi sul ruolo della conoscenza e dello spazio virtuale (learning economies e network economies) e solo dopo la crisi del marzo 2000 con lo scoppio della bolla speculativa internettiana si cominciano a intravvedere le forme del capitalismo bio-cognitivo attuale, fondato sulla riproduzione sociale e sulla biogenetica, nonché l’intelligenza artificiale, la robotica, gli algoritmi per la manipolazione dei dati. Ciò che si modifica è la base dell’accumulazione che va sempre più a intaccare forme di vita che erano considerate fino ad allora improduttive (welfare, consumo, formazione, tempo libero) e modifica il rapporto tecnologico tra umano e macchinico.

L.D. Concordo. Il tecno-capitalismo ha iniziato a estrarre valore dalla socialità delle persone (era la parte della vita umana che ancora non era stata messa a profitto), dal comune – come scrivi giustamente nel tuo libro – e ha riscritto questa socialità innata facendola diventare materia prima per sé, ha fatto credere che la rete fosse libera e democratica in sé e ha creato una neo-lingua fatta di sharing, smart, social, eccetera (alienandoci anche dal linguaggio e dal senso delle parole). Il tecno-capitalismo è divenuto la forma di vita totalitaria del mondo e di un nuovo uomo a una dimensione. Che crede di essere libero ma in realtà è legato alle catene virtuali del nuovo ordine non solo capitalistico ma, per me soprattutto tecnico (e la tecnica è molto più affascinante del capitalismo). Come scriveva Günther Anders, quanto più è assicurata la nostra illusione di libertà, tanto più totale è il potere e meno vediamo l’ordine – o la weberiana gabbia d’acciaio o la caverna platonica – in cui siamo rinchiusi.

A.F. Recuperare il concetto di alienazione è molto importante per un’analisi critica del presente. Tale concetto è l’altra faccia del processo di sfruttamento che oggi mi pare tanto più pervasivo quanto più l’alienazione della tecnica diventa totalizzante. È una relazione complessa perché è multiforme e quindi non definibile in categorie omogenee come invece poteva avvenire nella fase fordista dove la composizione tecnica del lavoro e quindi quella politica non era poliedrica. Nel mio testo (specie nel terzo capitolo) cerco di enumerare le diverse forme di sfruttamento (dall’estrazione, a forme di sussunzione reale e formale, alla sussunzione finanziaria, all’imprinting). La mia tesi è che in un contesto di valorizzazione bio-cognitiva, dove la finanza definisce l’ambito della stessa valorizzazione, le forme della sussunzione e quindi le forme dello sfruttamento si moltiplicano. E che tali diverse forme di sfruttamento danno vita a un nuovo processo di sussunzione, che definisco sussunzione vitale.

L.D. Da una parte c’è il capitalismo delle piattaforme e l’uberizzazione del lavoro (il nuovo che non si può fermare), tanto simile al vecchio fordismo ma che illude ciascuno di essere imprenditore di se stesso, mentre è dipendente dalla piattaforma per tutto ciò che riguarda l’organizzazione del suo lavoro e quindi è alienato senza saperlo; e dall’altra parte le imprese e il sistema capitalista giocano con la psiche umana alternando – attivandole in ciascuno – sia la voglia di differenziazione e sia il bisogno di fare gruppo/squadra/comunità. Così l’alienazione sembra scomparire; e il mascherarla permette al sistema di ottenere poi un’intensificazione della prestazionalità/sfruttamento-autosfruttamento di ciascuno quindi della sua produttività, quindi del profitto. Far identificare ciascuno con il sistema è la forma più perfetta per mascherare l’alienazione. Oggi raggiunto: nessuno parla più di alienazione, neppure il sindacato (era il rammarico anche di Luciano Gallino). Nel mio libro provo a riportare l’alienazione sulla scena.

A.F. A partire dal capitalismo delle piattaforme (ma anche oltre), il comando sul lavoro definisce una nuova forma di sfruttamento che rimanda a una nuova alienazione. Possiamo analizzare il tema da due punti di vista, tra loro strettamene interdipendenti e che si alimentano a vicenda: a. soggettivo b. economico-sociale (oggettivo?). Concordo con la tua analisi: biopolitica disciplinante, performatività, narcisismo. Aggiungerei anche la costruzione di immaginari basati sul falso mito della meritocrazia e dell’economia della promessa. Si tratta di processi che hanno l’obiettivo di plasmare una nuova soggettività antropologica, quella dell’homo neliberalis, dove l’interazione umana tra individui non produce socialità (quindi potenziale conflitto) ma sociabilità (per dirla con Simmel), cioè l’attitudine a vivere in società ma senza essere sociale.

L.D. Soggettività neoliberale, sì; ma soprattutto tecnica (pensiamo alla potenza narrativa/libertaria di un personal computer e oggi degli apparati individuali mobili): ma è una falsa soggettività, è un falso individualismo perché siamo individui che hanno perso la capacità e la possibilità di creare la propria individuazione e di immaginare se stessi, da soli e insieme.

A.F. L’aspetto della tecnica lo richiamerei anche con riferimento ai cambiamenti strutturali nell’organizzazione del lavoro: femminilizzazione, individualizzazione contrattuale come perno intorno a cui ruotano necessità di cooperazione sociale e gerarchia. Nuovi dispositivi di controllo (qui il nesso con la biopolitica disciplinante è evidente) centrati sull’autocontrollo: precarietà e indebitamento. Tu scrivi: “i vecchi modi di intendere e analizzare l’alienazione e la società della prestazione, da Marx alla Scuola di Francoforte, sono necessari ancora oggi (con un tecno-capitalismo che torna a sfruttare il lavoro e i lavoratori come e forse peggio dell’Ottocento)”. Concordo, ma non è sufficiente. In un testo del 2010: Alienazione e homo precarius nel capitalismo bio-cognitivo, scritto con Cristina Morini e pubblicato su Millepiani, n. 37, si fa riferimento all’alienazione cerebrale come esito della schizofrenia che pervade il lavoro cognitivo-relazionale, tra standardizzazione tecnica e afflato/imperativo “performativo”. È in questo ambito che diventa centrale il concetto di alienazione tecnologica. Ma tale concetto è assimilabile all’idea marxiana di alienazione (nelle quattro fattispecie che Marx individua) e in quella francofortese? O non è piuttosto un nuovo tipo di alienazione, legata alla crescente ibridazione tra macchinico e umano?

L.D. Alienati – nel senso di Marx, ma non solo – sono i lavoratori uberizzati nel capitalismo delle piattaforme, ma anche quelli etero-motivati da un manager della felicità; è chi si è fatto attore-comparsa nell’industria culturale e nello spettacolare integrato 2.0; è l’uomo portato a vivere in uno stato di perenne dinamizzazione e mobilitazione – e precarizzazione – di se stesso adattandosi alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro (era il compito del neoliberalismo secondo Walter Lippmann e gli ordoliberali); è chi delega la sua vita a qualcosa che pensa per lui (e secondo Franklin Foer, dopo l’automazione del lavoro siamo oggi all’automazione del pensiero, via algoritmi). Anche nella Fabbrica-rete/sciame di oggi,si replica quella che chiamo la legge ferrea del tecno-capitalismo: individualizzare/separare/suddividere, per poi totalizzare/integrare/organizzare il singolo in qualcosa di superiore. Mentre la società amministrata dei francofortesi si realizza oggi nella rete tramite social, internet delle cose (e degli uomini) e motori di ricerca. Per questo ho cercato di rileggere la Teoria critica, attualissima anche oggi.

A.F. Siamo in presenza di nuove forme di sussunzione. La mia tesi è che sono compresenti sia sussunzione formale che reale che danno origine alla sussunzione vitale (non totale). Vi è un parallelismo con il concetto di “alienazione totale”? In ogni caso, il concetto di alienazione tecnologica è centrale.

L.D. L’alienazione non muta le sue forme, muta e si affina invece la capacità del sistema tecno-capitalista di mascherarla. La divisione del lavoro e della vita psichica (l’individuo diventa un divisum, scriveva già Anders) serve all’integrazione dell’uomo in un apparato tecnico, in questo il tecno-capitalismo è, come ho scritto, religioso e produce, per sé una nuova forma di teologia politica, la teologia tecnica, tutto deve essere integrato nell’Uno del tecno-capitalismo. Per questa logica perversa, anche l’uomo non deve essere più solo un’appendice delle macchine, ma deve appunto ibridarsi con le macchine: non sono più fisicamente separato dalla macchina che pure mi vuole far diventare sua parte funzionale, ma sono parte integrata (quindi, ancor più funzionale, eliminando ogni possibile resistenza) nella (e non solo con la) macchina. Andiamo verso il post-umano? Sicuramente verso la completa trasformazione delle forme tecniche in forme sociali.

 

A.F. Scrivi:“Ma le nuove forme del lavoro sono in realtà nuove solo in apparenza (è sempre il doppio movimento …: che strutturava il lavoro nel fordismo concentrato delle fabbriche così come struttura e definisce il lavoro nel fordismo individualizzato ed esternalizzato/uberizzato della fabbrica rete)”.

L.D. Le nuove forme di lavoro si realizzano nel capitalismo delle piattaforme – sul quale abbiamo qualche differenza - dove per me la piattaforma/fabbrica è il mezzo di connessione e di produzione come lo era ieri la catena di montaggio. Ma è proprio da questa logica – tecnica, prima che capitalista – di individualizzazione e separazione che nasce la scomposizione delle classi e l’evaporazione di ogni coscienza collettiva, ora incorporata e sublimata nello e dallo stesso apparato tecnico.

 

A.F. Dai tuoi scritti, (ad esempio La religione tecno-capitalista), mi sembra di ravvisare una continuità strutturale tra la fase fordista e quella successiva (che non a caso denomini ancora con il termine “fordismo”, seppur non più centralizzato ma appunto individualizzato/esternalizzato), fondata sulla natura tecnologica dell’organizzazione capitalistica. È sul piano sovrastrutturale che si possono cogliere le differenze, nel momento in cui le soggettività vengono plasmate in modo indiretto e non più direttamente dai processi di standardizzazione taylorista, a svantaggio di“un individuo che non deve essere libero, ma deve crederlo di esserlo”. Sostituirei il “deve” con il “può”. A me pare che dalla crisi del fordismo-taylorismo si esca con una rottura socio-economica discontinua e irreversibile, principalmente basata su due aspetti: a. la totale smaterializzazione della moneta (il divenire “segno” della moneta, e quindi la crisi della sua misura: dalla moneta credito alla moneta finanza); b. la compenetrazione umano-macchina, ovvero il divenire umano della macchina e il divenire macchinico dell'umano. Quali invece per te le vie d’uscita?

L.D. Il tecno-capitalismo è dominato dalla volontà di potenza. Richiamando lo Zarathustra di Nietzsche, il sistema ci offre l’illusione di poter essere fanciulli cosmici (e di poter dire: io sono!) affinché si sia sempre più cammelli (tu devi, nella società della prestazione). Il tecno-capitalismo non conosce limiti, è irresponsabile (il riscaldamento globale, le disuguaglianze crescenti), è futurista/nichilista per essenza. Tende all’egemonia e al dominio. Per uscire dalla grande alienazione occorre in primo luogo riconoscerla; poi serve riconsiderare il concetto di limite ed esercitare responsabilità nei confronti degli altri, dell’ambiente e delle generazioni future. E governare i processi tecnici, per non esserne governati. Dovremmo introdurre quindi – dopo la democrazia politica ed economica (oggi in crisi) la democrazia tecnica, la cui mancanza reputo essere la ragione della crisi della democrazia politica ed economica.

A.F. Se il nostro obiettivo politico è “migliorare” lo stato di cose presenti a favore della costruzione di una comunità di uomini e donne liberi/e, autonomi e autodeterminati/e, le due strategie che il secolo XX ci ha indicato non sono al momento percorribili: la rivoluzione che porta alla presa del palazzo d’inverno (se oggi il palazzo d’inverno è costituito dall’oligarchia finanziaria, assume essa una forma materiale?) o il progetto riformista (ma oggi ogni riformismo viene sussunto dal capitale, anche quando si presenta sotto la forma dell’antagonismo e dell’anti-sistema e di conseguenza non è possibile definire un patto sociale se non in termini di capitolazione e compatibilità). Di conseguenza, credo che l’unica strada sia quella di sperimentare forme di autonomia inclusiva, ovvero creare istituzioni autonome in grado di corrodere e bloccare i tentacoli della voracità tecnologica e soggettiva del capitale, spazi di autodeterminazione sufficientemente forti da non poter essere sussunti dal capitale. E perché ciò sia possibile, non bastano criteri di auto-organizzazione produttiva fondata sulla produzione di valori d’uso ma occorre soprattutto un’autonomia economica e finanziaria. La moneta del comune ha lo scopo di creare le basi per essere monetariamente autonomi e non dipendere dal potere finanziario e essere soggetti alla sua violenza. Il welfare del comune (Commonfare) ha lo scopo di consentire l’autodeterminazione libera e consapevole della persona, garantendo incondizionatamente un reddito di base e l’accesso ai servizi sociali e ai beni comuni che qualificano l’esistenza e rendono la vita degna di essere vissuta. Si tratta di strumenti che non sono, in sé e per sé, sufficienti se non inseriti in un fine più ampio.

Lelio Demichelis

La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo

Jaca Book_Collana Dissidenze, Pag. 283, 25.00

Andrea Fumagalli

Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo

DeriveApprodi, Pag. 237, 18.00

Il valore del turismo tra precarizzazione e vita messa al lavoro

Il testo che proponiamo è estratto dal terzo volume dell'Almanacco di alfabeta2, edito da DeriveApprodi (361 pp. a colori, € 25). La pubblicazione verrà presentata a Roma venerdì 24 alle 21, al Cinema Palazzo di San Lorenzo (Piazza dei Sanniti 9A), nell’ambito del secondo Festival di DeriveApprodi, con la partecipazione di Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa e di Antonella Sbrilli, che condurrà un gioco alfaturistico con la partecipazione del pubblico. Seguirà un reading poetico con le letture di Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Elisa Davoglio, Sara Davidovics, Carmen Gallo, Jonida Prifti, Lidia Riviello, Sara Ventroni e Michele Zaffarano.

Andrea Fumagalli

Se guardiamo ai nuovi meccanismi di valorizzazione del capitalismo contemporaneo, il settore del turismo è forse il settore che meglio li comprende.

Non è un paradosso. Pur essendo un settore “antico”, nella transizione dal fordismo al capitalismo bio-cognitivo, il settore del turismo ha acquisito tutte le caratteristiche dell’odierna accumulazione capitalistica.

Tali caratteristiche riguardano sia l’organizzazione del lavoro che l’estrazione di valore.

Condizione lavorativa strutturale di oggi è infatti la condizione precaria, una condizione che tracima l’ambito lavorativo per innervare sempre più la dimensione esistenziale, non solo il tempo di vita, ma anche l’ambito delle relazioni, degli affetti e della mobilità. Nel settore del turismo non stupisce che il tasso di precarietà (contratti stagionali, forme di lavoro autonomo più o meno eterodiretto, tempi parziali) e il tasso di nomadismo siano tra i più elevati.

L’”VIII rapporto sul mercato del lavoro nel turismo”, redatto da Federalberghi, ci dice che nel comparto dei servizi ricettivi (alberghi e campeggi), nel 2015, su un totale di 224.378 lavoratori, meno della metà erano assunti a tempo indeterminato (46,6%), il 36,6% con contratto determinato stagionale e il 16,7 con contratto a tempo determinato non stagionale.

Nei pubblici esercizi, il 62,4% dei lavoratori è a part-time. Laddove, come servizi ricettivi, la stagionalità è maggiore, il contratto a tempo determinato è il più diffuso a scapito del part-time. Dove invece, la stagionalità è meno marcata (bar e ristoranti, agenzie di viaggio), è il part time a essere il contratto di lavoro più utilizzato.

La precarietà della condizione lavorativa incide in modo netto sulla busta paga. I redditi del settore, esclusi alcuni picchi particolari (il periodo natalizio, ad esempio) si caratterizzano per essere al di sotto della media nazionale. Un lavoratore full-time ha una remunerazione lorda poco superiore ai 12.600 euro, con un salario giornaliero di 56 euro per un totale di 226 giornate retribuite all’anno. Per gli stagionali full-time e il part-time, il reddito annuo è, rispettivamente, di poco superiore ai 9.400 euro e ai 7.700 euro. Nella retribuzione, come accade in quasi tutti i settori, è marcata la differenza di genere. In media, le donne guadagnano il 15% in meno dei maschi pur lavorando di più (233 giornate retribuite contro 218), per un gap reddituale (50,8 euro al giorno delle donna contro il 64,8 dei colleghi maschi) che giunge al - 21,6%.

Il settore del turismo si caratterizza anche per una maggior presenza di lavoro migrante. Mediamente, un lavoratore su quattro è straniero, percentuale che si avvicina al 30% nei comparti dei servizi ricettivi e nei pubblici esercizi.

Infine, occorre ricordare che il settore del turismo, caratterizzato da attività temporanea e stagionale, è stato uno dei settori che più ha beneficiato dell’esplosione dei voucher, ora eliminati dal governo dopo il rischio referendum.

In conclusione: la prestazione lavorativa nel turismo è emblematica della condizione lavorativa dell’oggi: elevata precarietà e incertezza, intermittenza di reddito, elevata mobilità, bassi salari, crescente segmentazione di genere e di linea del colore. Le differenze vengono messe a valore, all’interno di un circolo vizioso verso il basso, che negli ultimi anni ha visto crescere in modo esponenziale l’offerta di lavoro non retribuito. Ciò avviene soprattutto perché il settore del turismo negli ultimi anni si è fortemente differenziato nella sue forme di valorizzazione.

Se sul versante del lavoro, assistiamo alla conferma di una precarizzazione e svalorizzazione crescente del lavoro che non è sicuramente una novità di questi tempi, è sul piano della produzione dei servizi turistici che si registrano le principali novità.

È banale ricordare che il turismo vive di marketing territoriale, ovvero della capacità di promuovere il patrimonio territoriale, artistico e paesaggistico di cui ci si è dotati o per storia o per posizionamento geografico.

Negli ultimi decenni tale caratteristica, pur continuando a essere presente, ha lasciato sempre più spazio, a due nuove modalità di valorizzazione, legate, da un lato, a un nuovo uso dello spazio gentrificato, dall’altro, all’industria dei big data.

Il processo di gentrification, che ha caratterizzato negli ultimi decenni l’uso dello spazio come spazio reticolare e rizomatico di flussi e non più solo luogo statico di attività produttive, ha dato adito, tra altri effetti (speculazione, segmentazione metropolitana, infrastrutture, ecc.), al sorgere di ciò che possiamo definire “economia dell’evento”.

Si tratta di un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’”economia dell’evento” (vedi le Olimpiadi o Expo) ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto. Ed è in questo ambito, che il settore del turismo può trovare nuovi ambiti di valorizzazione, avviando sinergie tra uno sfruttamento anche simbolico del territorio e l’economia della promessa.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è, infatti, un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere “nulla”.

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista, e indotta a essere considerata, come un’attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne. È tramite questi processi di desoggettivazione che il lavoro non retribuito si diffonde e il turismo legato all’evento è il primo a esserne intaccato.

La seconda novità nel processo di valorizzazione interno al settore turistico è la raccolta dei dati. La diffusione di internet ha fortemente sviluppato l’intermediazione tra offerta e domanda di turismo, così come i voli low-cost hanno fortemente incrementato la mobilità delle persone, andando a definite flussi e traiettorie che hanno ridefinito una divisione spaziale del lavoro e della geografia.

Il meccanismo della prenotazione è oggi il motore del turismo. Certo, la prenotazione telefonica è sempre esistita ma contraddistingueva più un turismo d’élite che di massa. Quando negli anni ‘70 inizia il boom del turismo giovanile di massa, la maggior parte si muoveva random cercando sul posto una forma di accommodation. Ora, se si volesse fare altrettanto, ad esempio per le isole greche, il rischio è che tutto sia già stato prenotato. La digitalizzazione dell’offerta turistica svolge così un duplice ruolo: di controllo e di raccolta dati. Ed è in particolare questa seconda attività che per l’intermediazione turistica, dai siti web per la prenotazione di un viaggio sino a quelli che offrono l’organizzazione di un intero soggiorno, diventa particolarmente lucrosa.

Sappiamo bene come oggigiorno i dati rappresentino una fonte di crescente valorizzazione, la cui gestione e “produttività” avviene sempre più all’interno di organizzazioni multinazionale e concentrate.

E anche in questo caso, come per l’economia dell’evento, la fonte primaria del valore è fornita più o meno gratuitamente, più o meno consapevolmente, dalla vita stessa degli individui.

Andrea Fumagalli, money in the sky with diamonds

Stefano Lucarelli

19862

See this needle

Oh see my hand

Drop, drop, dropping it down

oh so gently

[…]

Spin, spin

spin the black circle

 Pearl Jam, Spin the Black Circle

1. Ho provato una certa emozione ad avere tra le mani Grateful Dead Economy, quella stessa emozione che si prova quando si sta per ascoltare un LP, e si accarezza il disco nero man mano che lo si fa uscire dall’involucro di cartone – come cantavano i Pearl Jam in Spin the black circle. Non è solo per la fantastica immagine di copertina, dalla quale emerge uno strambo personaggio barbuto con quattro braccia e due gambe elastiche, fra le mani una mela viola rosicchiata, unosmartphone, una bella cannetta ancora da accendere e un bitcoin appena coniato.

C’è di più, perché questo libro è costruito su un’idea tanto originale, quanto intelligente: l’ideologia libertarian si è nutrita di controcultura. Nell’argomentare questa tesi, Andrea Fumagalli (classe 1959) coglie l’occasione per omaggiare uno dei grandi simboli della cultura alternativa made in USA: i Grateful Dead. Così facendo stimola alcuni lettori a ricercare all’interno delle proprie esistenze altri episodi in cui l’energia sprigionata dalla controcultura è protagonista.

2. All’inizio degli anni Novanta, alle soglie dei vent’anni, mi piaceva la musica grunge. Nella mia città, cercavo dei modi convincenti per esercitare una certa ostilità nei confronti dei sistemi di potere che si ripetevano uguali a se stessi. Immaginavo Seattle, come un luogo in cui si condivideva un certo coraggio: è un fatto che sul finire degli anni Novanta il grunge giunto da lì all’inizio del decennio si fece corpo. 1999 Seattle WTO protests, l’esordio di un nuovo ciclo di mobilitazioni sociali su scala globale.

Il pensiero critico riviveva: una generazione di ventenni disadattati, comunque capaci di reagire al grande processo di rimbambimento degli anni Ottanta, si ritrovava faccia a faccia con gente che aveva circa vent’anni di più, e che poteva mettere in campo un’altra colonna sonora capace di suscitare emozioni disalienanti.

Fu allora che incontrai chi mi consigliò di ascoltare i Grateful Dead mentre discutevamo di teorie del circuito monetario e di approcci neo-schumpeteriani all’innovazione. Quell’eretico dell’economia che non aveva problemi a invitare gli studenti nei luoghi in cui la critica economica diveniva qualcosa di tangibile è l’autore del nostro libro.

3. Se – come scrive l’autore – i primi concerti dei Grateful Dead erano grandi feste libere in cui la musica psichedelica sembrava svolgere la funzione di un’infrastruttura in grado di erigere una nuova civiltà, è anche vero che quel senso di libertà condiviso in modo eterogeneo da una generazione di americani capace di mobilitarsi nei campus universitari aprì possibilità che solo raramente si tradussero in nuove forme di cooperazione comunitaria duratura. Ci furono le comuni, è vero, tuttavia la transizione alle comuni restò una realtà che solo in alcuni casi fu capace di sviluppare una cultura del mutuo aiuto (Fumagalli ricorda l’ospedale gratuito di Haight Ashbury, la Free Clinics). Fu una realtà che emergeva dalle scelte di vita di musicisti che non si sentivano oggetto di business. La rivista «Forbes» ha definito Jerry Garcia lo Steve Jobs del rock’n’roll, ma la natura anti-sistemica dei Grateful Dead è testimoniata da molti avvenimenti: su tutti il revolutionary intercommunal day of solidarity per le Black Panthers.

Eppure, proprio la spinta sovversiva e immaginifica che attraversò le coscienze dei giovani americani ispirò i business model che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fecero grande Seattle, ponendo le basi per un matrimonio fra strumenti finanziari e dinamiche innovative.

Fumagalli cerca di riflettere lungo questo crinale, convinto che debba esserci una passaggio segreto che dalla controcultura conduca non solo alla creazione di nuove opportunità di impiego dei capitali privati, ma anche e soprattutto a una rivoluzione sociale. Sì, ma verso cosa? Cosa possiamo intravedere oggi se portiamo lo sguardo oltre l’orizzonte, verso le stelle?

Have you seen the stars tonight?

Would you like to go up for a stroll and keep me company?

[…]

Any place

You can think of

We can be

Jefferson Starship, Have You Seen the Stars Tonight?

4. Fumagalli tenta di introdurre all’interno della convincente rappresentazione della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta e del suo stravolgimento nell’ideologia libertarian alcune tracce di critica dell’economia politica. Ne derivano dei personalissimi Blows against the Empire: una brezza di coraggio, se si leggono quelle parole ricordandosi che il Fuma è un militante che cerca infaticabilmente di dare voce ai germi di immaginario che cercano di venire alla luce dal basso, in questa fase difficile e terribile in cui i movimenti sociali alter-globalisti si trovano; un vento pericolosamente gelido, se ci si ricorda che quelle stesse parole le sta dicendo un esperto dell’economia politica critica che si avventura in contesti borderline fra le riflessioni sulla denazionalizzazione della moneta di un nemico del socialismo (Friedrich von Hayek) e le sirene di una sharing economy che, dalla Sylicon Valley, emanano dolci melodie in cui la rivendicazione di un basic income si sposa perfettamente con nuove forme di sfruttamento: sono queste le metà oscure con cui fare i conti quando si cerca di immaginare una società che riesca a finanziare in modo autonomo i propri progetti di trasformazione dell’esistente. Per questo l’espressione «psichedelia finanziaria» proposta da Fumagalli suscita in me il lieve malessere di un bad trip.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness,

starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,

[...].

Allen Ginsberg, The Howl

5. Come l’Howl di Allen Ginsberg, questo libro andrebbe recitato ad alta voce, sperando in reazioni coscienti per non abbandonarsi completamente e acriticamente alla psichedelia finanziaria che l’autore evoca. Siamo sul confine fra una mai realizzata economia della conoscenza (con le sue promesse di liberazione collettiva) e la dura realtà del capitalismo cognitivo (laddove invece i saperi espropriati divengono espliciti fattori di produzione e le attività umane da cui provengono non vengono riconosciute come attività lavorative da remunerare adeguatamente); un piccolo passo falso ci tramuterebbe in imprenditori di noi stessi pronti a vendere i nostri ideali, e le relazioni umane che su essi abbiamo costruito, a qualche corporation.

Il vagare di Andrea, che è anche il mio vagare, passa e ripassa per l’idea che la possibilità di dotarsi di un’autonomia finanziaria è condizione necessaria affinché la controcultura sia in grado di durare.

Il rischio di produrre modalità creative che si trasformano in nuovi modelli di business in grado di riproporre una nuova accumulazione originaria fa comunque paura. Per inciso è su questo che l’esperienza grunge «è stata suicidata» dai sicari impalpabili dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo. Mi pare tuttavia evidente che la moltiplicazione di circuiti monetari alternativi – tra i quali beninteso vi sono esperienze assolutamente interessanti e ben fondate –, come anche la coerenza maggiore che in futuro potrà assumere la richiesta di un reddito di base incondizionato, non riescano ancora a gettare delle basi salde. Le basi di una resistenza o quanto meno di un immaginario collettivo, che frenino il self-made man che fa capolino in ognuno di noi.

Qualche pagina di Grateful Dead Economy vi farà bene, ma non leggetelo da soli. Cominciate ad ascoltarvi, a parlare di un’altra società possibile. Che qualcuno di voi suoni nel mentre, oppure metta in sottofondo della buona musica … meglio se psichedelica.

Grateful Dead, Live/Dead

Andrea Fumagalli

Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria

Agenzia X, 2016, 192 pp., € 15

cantiere12Una rete di intervento culturale per costruire il futuro

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Ferruccio Rossi-Landi, il linguaggio come atto produttivo

rossilandi Andrea Fumagalli

Non ci sono forse tempi migliori per pubblicare in edizione italiana il libro di Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985) Linguistic and Economics, pubblicato in inglese nel 1974, e che avrebbe completato – come ci ricorda Augusto Ponzio nella premessa – la quadrilogia, di cui facevano parte già i tre volumi editi da Bompiani, Il linguaggio come lavoro e come mercato (1968, nuova edizione 1983), Semiotica e ideologia (1972, nuova edizione 1983) e Metodica filosofica e scienza dei segni (pubblicato nel 1985 pochi mesi prima della sua morte).

In realtà non si tratta della prima circolazione italiana del testo. Ne esiste infatti una copia originale dattiloscritta nella Biblioteca del Dipartimento di Filosofia (FISPPA) dell’Università degli Studi di Padova. È merito di Cristina Zorzella Cappi, docente di Filosofia del Linguaggio nella stessa università, su sollecitazione di Augusto Ponzio, se oggi il lettore italiano può disporre in libreria di questo prezioso saggio.

Ferruccio Rossi Landi è stato un precursore nel quadro della semiotica materialista e delle sue implicazioni rivoluzionarie. Infatti non bisogna dimenticare che, sulla scorta della tradizione hegelo-marxista, la teoria dell’ omologia della produzione linguistica e della produzione materiale di Rossi-Landi propone di considerare il linguaggio come lavoro e come mercato (al di là del puro metaforismo cui si è cercato di ridurla), tanto da poter stabilire uno schema di corrispondenze omologiche tra gli artefatti materiali e quelli linguistici. Ponendo dunque la capacità umana di lavorare alla base dell’ominazione, così come è stata descritta da Hegel, Marx ed Engels, Rossi-Landi “coglie nella riproduzione sociale come principio di ogni cosa i due campi che la determinano – la produzione (materiale) di oggetti e la produzione (linguistica) di segni verbali e non verbali – al livello della loro radice comune, a partire dalla quale si diversificano: il lavoro, appunto” 1 .

Il linguaggio è dunque lavoro, mentre ogni lingua storico-sociale è il prodotto di questo lavoro, output che può essere utilizzato o re-immesso a sua volta nel processo produttivo come materiale o strumento di nuovo lavoro, come avviene nella produzione di oggetti.

Il legame tra linguaggio e oggetti necessità una breve disamina. Scrive Rossi-Landi nell’Introduzione: “è mia intenzione iniziare un’elaborazione semiotica dei due processi sociali che si possono provvisoriamente identificare come ‘produzione e circolazione dei beni (sotto forma di merci)’ e come ‘produzione e circolazione di enunciati (sotto forma di messaggi verbali)’. Questi sono due modi fondamentali dello sviluppo sociale umano. Sebbene appaiano di solito in campi separati, formuliamo qui l’ipotesi che essi siano ‘la stessa cosa’ almeno nel senso in cui i due rami principali di un albero possono essere considerati ‘la stessa cosa’. Il saggio è dedicato ad alcuni aspetti di questa relativa ‘stessità’. Sosterrò che quando i beni circolano sotto forma di merci essi ‘sono’ messaggi; e che quando gli enunciati circolano sotto forma di messaggi verbali essi ‘sono’ merci”.

Sono evidenti qui le radici materialistiche di Rossi-Landi, influenzato anche dal fatto che la sua semiotica, oltre a utilizzare i fondamenti del pensiero marxista, fa riferimento a un mondo produttivo ancora intriso dal paradigma fordista-industriale. Ciononostante, in parziale sintonia con il pensiero femminista italiano e in anticipo sulla discussione relativa al “farsi produttivo della cura” (cfr. Cristina Morini, Riproduzione sociale, in Piccola enciclopedia precaria, a cura sua e di Paolo Vignola, AgenziaX 2015), Rossi-Landi si sofferma sul concetto di riproduzione sociale: “alla base della riproduzione sociale sta il fatto che l’uomo [nel senso di essere umano, n.d.r.], un animale sociale di tipo particolare, lavora, e lavorando, produce se stesso”. E poco più avanti: “Al livello più elementare, possiamo distinguere tre momenti fondamentali della riproduzione sociale: produzione, scambio e consumo. Come ha mostrato Marx una volta per tutte, questi tre momenti sono così strettamente interconnessi, che se ne può parlare separatamente solo facendo una deliberata astrazione”.

Da un punto di vista economico (lascio ad altri più competenti di me l’analisi dal punto della filosofia del linguaggio), Rossi-Landi si muove ancora all’interno della dicotomia “lavoro” (strumento di produzione) e scambio (realizzazione del consumo), tipica per l’appunto del paradigma fordista. Ma Rossi-Landi intravvede già nell’atto del linguaggio (inteso come ambito di produzione e di lavoro) le modalità della sua realizzazione nello scambio di mercato e quindi il superamento di questa dicotomia, che proprio nel concetto di riproduzione sociale vede la sua esplicitazione. Sarà con il pieno dispiegarsi del nuovo paradigma del capitalismo cognitivo, che sulle tecnologie linguistiche e comunicative (Ict) fonda la sua capacità di accumulazione e realizzazione del plus-valore, che si potrà arrivare ad una sintesi.

In tale contesto, l’analisi di Rossi-Landi è complementare a quella di John L. Austin (Come fare cose con le parole, traduzione di Carla Villata , Marietti 1987) sul linguaggio performativo: quel linguaggio che nel momento in cui si attua è già di per stesso direttamente produttivo, senza bisogno di divenire anche scambio di mercato. O meglio, come ci insegna Christian Marazzi (Capitale&linguaggio, DeriveApprodi 2002), diventa esso stesso “capitale. Ma Rossi-Landi viene a mancare proprio all’inizio del processo di finanziarizzazione, e quindi non può osservare il “lavorio” del linguaggio come motore delle convenzioni che regolano la dinamica speculativa dei mercati finanziari.

Ferruccio Rossi-Landi

Linguistica ed economia

a cura di Cristina Zorzella Cappi, premessa di Augusto Ponzio

Mimesis, 2016, 300 pp., € 28

1 Cfr. Andrea D’Urso, Sulla critica rossi-landiana delle ideologie della relatività linguistica , «Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio», VII, 2013, 3, pp. 15-28.

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alfadomenica #3 – ottobre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Andrea Fumagalli, Stabili come cadaveri: A fine anno, con l’avvicinarsi dell’autunno, inizia ad avviarsi il consueto balletto per l’approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza) al fine di stabilire il saldo e le voci del bilancio pubblico del paese. Da quando è entrato in vigore l’Euro e la politica monetaria si è accentrata nelle mani della BCE, il bilancio nazionale è oggetto di verifica e approvazione della Commissione Europa su mandato della Troika. Un tempo (il secolo scorso), l’arrivo dell’autunno faceva preludere un possibile aumento della temperatura sociale, al punto da essere denominato «Autunno caldo». Oggi invece, l’arrivo della “finanziaria” di solito prelude a una «gelata». - Leggi:>
  • Antonino Trizzino, Emmanuel Carrère racconta Philip Dick:  Philip K. Dick – forse il massimo scrittore americano di fantascienza, senza dubbio il più americano – nasce in una famiglia pericolosa: suo padre, Edgar Dick, lavora come tagliatore di gole di maiali per conto del ministero dell’Agricoltura; sua madre, Dorothy Kindred, è una femminista anaffettiva. Ma lui chi è? Nel 1993 Emmanuel Carrère decide di raccontare la vita, vissuta e sognata, del «Dostoevskij della nostra epoca»; il risultato è questa biografia, Io sono vivo, voi siete morti, che (a vent’anni dalla prima edizione italiana uscita da Theoria, e a dieci dalla seconda pubblicata da Hobby & Work) esce ora per Adelphi in una nuova traduzione. «Da adolescente – scrive Carrère nel Regno, Adelphi 2015 –, sono stato un lettore appassionato di Dick e, a differenza della maggior parte delle passioni adolescenziali, questa non si è mai affievolita». - Leggi:>
  • Semaforo: Perdite - Pregiudizi - Promozioni. Leggi: >

Da oggi e nei prossimi giorni sulla home page di Alfabeta2 Alphabet Desert -Loop di Giacomo Verde.

Stabili come cadaveri

austerAndrea Fumagalli

A fine anno, con l’avvicinarsi dell’autunno, inizia ad avviarsi il consueto balletto per l’approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza) al fine di stabilire il saldo e le voci del bilancio pubblico del paese. Da quando è entrato in vigore l’Euro e la politica monetaria si è accentrata nelle mani della BCE, il bilancio nazionale è oggetto di verifica e approvazione della Commissione Europa su mandato della Troika. Un tempo (il secolo scorso), l’arrivo dell’autunno faceva preludere un possibile aumento della temperatura sociale, al punto da essere denominato «Autunno caldo». Oggi invece, l’arrivo della “finanziaria” di solito prelude a una «gelata».

È evidente anche dal lessico, come siano cambiati i tempi. Negli anni Settanta la legge finanziaria era nota come Legge di bilancio, con l’obiettivo di definire appunto il bilancio pubblico per l’anno seguente e quindi fissare i paletti per l’azione di politica fiscale del governo. A partire dagli anni Novanta, da quando cioè l’Italia ha accettato il processo di risanamento del debito pubblico per poter ottemperare ai parametri sanciti dal Trattato di Maastricht, si è parlato di Legge finanziaria, e a partire dal 1992 (governo Amato, il governo della finanziaria da 90.000 miliardi di lire, all’indomani del congelamento della scala mobile), tale nome è stato associato a interventi di solito di natura draconiana. Con l’avvento dell’euro e la firma del patto di stabilità, il lessico è di nuovo cambiato. Oggi si parla di Legge di stabilità, ma il contenuto non si è modificato, anzi si è accentuato nell’imporre politiche di contenimento della spesa pubblica in nome dell’austerità.

Il cambiamento lessicale non ha tuttavia comportato nessuna rilevante modificazione della filosofia di fondo. Gli obiettivi dichiarati da vent’anni di leggi di bilancio, anno dopo anno, sono stati sempre disattesi; a riprova, forse (dubbio che da anni avrebbe dovuto diventare più che legittimo tra gli italiani se non fossero sottoposti a un costante processo di lobotomizzazione cerebrale), che l’obiettivo di fondo della legge di stabilità non è quello dichiarato, e quotidianamente propagandato, in autunno.

Gli obiettivi dichiarati a parole, in nome dei quali è lecita qualsiasi politica economica, sono sempre i soliti, con piccoli variazioni, e riducibili a due: riduzione dell’enorme debito pubblico italiano e una crescita tale da garantire un incremento dell’occupazione a scapito della disoccupazione (soprattutto giovanile). Sotto l’ombrello di questi due obiettivi, poi, si celano altri target che, a seconda della congiuntura politica, possono assumere denominazioni diverse: si va dall’incrementare l‘efficienza dell’«impresa» Italia (perseguimento di maggior produttività e competitiva del sistema economico) alla necessità di ridurre gli sprechi e i costi della politica o la riduzione dei divari territoriali.

Negli anni Ottanta, l’obiettivo della crescita e dell’occupazione avevano a parole un peso leggermente superiore di quello della riduzione del debito pubblico, anche perché si era in presenza di una politica monetaria anti-inflazionistica. Oggi, che l’inflazione non è più un problema (lo è piuttosto la deflazione), anche a seguito dell’ordoliberismo economico imperante in Europa, è la riduzione del debito pubblico (in rapporto al PIL) a costituire il target principale della legge di stabilità.

Ma le cose stanno proprio così? Siamo degli alieni, noi della minoranza eretica, a ritenere malafede governativa quella che annuncia certi obiettivi, e a pensare che sia in atto una grande truffa?

Dopo sette anni di politica di austerity in nome della riduzione del rapporto debito/PIL, senza essere né esperti statistici né tecnici economisti, possiamo trarre un bilancio. I dati parlano da soli. Nel 2007 il rapporto debito/PIL era pari al 99,7%, anno in cui raggiunge il livello più basso, per poi salire costantemente sino al 132,6% di fine 2015. Contemporaneamente, il PIL si è ridotto di 9 punti percentuali in termini reali (considerando anche il + 0,8% del 2015) e la disoccupazione è raddoppiata dal 6,1% del 2007 sino al 12,7% del 2014, per poi calare oggi, fittiziamente (in seguito ala distorsione statistica provocata dal Jobs Act), all’11,5%.

È evidente che la riduzione del rapporto debito/PIL, la crescita economica e l’aumento dell’occupazione non si sono verificati, anzi i risultati economici sono stati tutti di segno opposto. Certo – si potrà dire – in questi anni abbiamo vissuto la recessione economica più profonda e più lunga di tutto la storia del capitalismo, superiore persino a quella della Grande Depressione. Ma le politiche di austerity non erano giustificate proprio dalla necessità di uscire dalla Grande Recessione? Non è in nome di questo obiettivo che sono stare imposte draconiane politiche di austerity in Italia, in Grecia e in quasi tutti i paesi europei, come l’unico antidoto possibile alla crisi?

In Grecia, le statistiche sono ancor più impietose dell’Italia. Le misure di austerity imposte in questi anni avrebbero dovuto mettere la Grecia sulla strada della crescita economica e della riduzione del debito. Invece, tra il 2008 e il 2016 il prodotto interno lordo è crollato di oltre il 40% (dati OECD) e il debito sul PIL si avvia a sfondare il 180% (prima della crisi ammontava a poco più della metà).

Tali risultati sono, tuttavia, del tutto scontati. Basta un semplice ragionamento, non molto difficile da comprendere, se non si è completamente obnubilati dalla propaganda di regime. La matematica elementare ci insegna che se si vuole ridurre un quoziente (in questo caso il rapporto debito/PIL) è possibile ottenere lo scopo se si riduce il numeratore (il debito pubblico) a parità di denominatore (il PIL). Ma se, per ridurre il numeratore, si attuano politiche recessive che riducono i consumi pubblici e privati (ovvero la componente principale del PIL, dal lato della domanda), l’ovvio risultato è che anche il denominatore si riduce, con l’esito che il quoziente non solo non diminuisce ma rischia, se l’impatto dell’austerity sul PIL è superiore alla riduzione del bilancio pubblico, di aumentare. Come è puntualmente accaduto.

I vari governi che si sono succeduti negli anni della crisi (da Berlusconi a Letta, da Monti sino a Renzi) ne erano perfettamente consapevoli. Come lo erano anche i più autorevoli editorialisti «tecnici» sulle prime pagine dei giornali (gli economisti Giavazzi e Alesina, i politologi Della Loggia e Panebianco, i direttori e gli ex direttori dei principali quotidiani, Scalfari, De Bortoli, Mauro, Calabresi, ecc.), a meno che non li si voglia considerare degli emeriti deficienti. La malafede è conclamata. Ed è peggio dell’ignoranza.

Tale malafede è inoltre confermata dal fatto che nello stesso periodo, al di fuori dei riflettori mediatici, alcuni obiettivi sociali e economici sono stati del tutto raggiunti, a riprova che le finalità degli interventi di politica socio-economica erano ben altri. La lista è molto lunga. Ci limitiamo a sottolineare i principali:

  • Tagli di circa 1,5 miliardi in tre anni al Fondo di Finanziamento Ordinario dell’istruzione universitaria (Legge Tremonti-Gelmini) con lo scopo di favorire la privatizzazione del sapere, costituire un sapere d’elite sotto controllo e svalorizzare l’università pubblica.

  • Tagli di circa 2 miliardi al servizio sanitario, a vantaggio della sanità privata e finanziarizzata.

  • Aumento dell’IVA al 22%, riduzione dell’IRAP e dell’IRES a vantaggio delle imprese, abolizione della tassa patrimoniale sulla casa. Assistiamo così all’adozione di una politica fiscale che aumenta le imposte regressive come l’IVA (che incidono più sui redditi bassi che alti) e riduce le imposte a carico delle imprese della proprietà immobiliare, con l’effetto di ampliare la diseguaglianza tra i redditi.

  • Drastico aumento dell’età pensionabile e riduzione del sistema previdenziale pubblico a vantaggio di quello privato (Leggi Maroni e Fornero).

  • Liberalizzazione dei licenziamenti individuali e istituzionalizzazione della precarietà come condizione tipica di lavoro (Jobs Act).

  • Riforma costituzionale che incrementa i poteri dell’esecutivo e i controlli sul potere giudiziario, in presenza di una legge elettorale di tipo maggioritario che limita fortemente la scelta del voto.

  • Interventi di gentrification e sfruttamento ulteriore del territorio (Salva Italia) in nome del saccheggio ambientale.

  • Interventi di supporto e di risanamento del sistema creditizio in difficoltà (legge Salva banche): i debiti delle banche devono essere risanati, quello dei singoli cittadini no.

  • Il perseverare, anche con la legge di stabilità per il 2017, in politiche economiche di sostegno all’offerta, quindi a vantaggio del settore delle imprese, come leva per far crescere produttività e investimenti. Solo negli ultimi tre anni tra agevolazioni fiscali e contributivi sono state distribuite alle imprese più di 15 miliardi di euro. Tale regalia non ha prodotto né un euro in più di investimento né un aumento di produttività. E non può essere diversamente, dal momento che le imprese sono disponibili a investire in maggior produzione solo se si aspettano che vi sia un’adeguata domanda (pubblica o privata) in grado di assorbirla. Ma le politiche di austerity hanno appunto tagliato la domanda nazionale e quella estera non è sufficiente per compensare tali riduzioni. Inoltre la produttività oggi dipende sempre più dall’innovazione tecnologica e dallo sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, che abbisognano però di rapporti di lavoro stabili e soprattutto di continuità di reddito soprattutto se in presenza di flessibilità lavorativa. Condizioni che sono appunto negate dall’istituzionalizzazione della precarietà e dal dumping salariale introdotto dal Jobs Act.

L’effetto di tali provvedimenti è assai chiaro. Favorire ulteriormente una polarizzazione dei redditi a favore delle classe più agiate, ridurre i diritti del lavoro, aumentare la ricattabilità di reddito, privatizzare i servizi sociali e pubblichi, finanziare la grande industria e più in generale il ceto imprenditoriale: in una parola garantire la governante economica e finanziaria dei poteri forti.

Al pari delle politiche espansive di Draghi (Quantitative Easing), le politiche di austerity, non casualmente, hanno quindi premiato solo le oligarchie finanziarie: a partire dal 2012 (inizio dell’imposizione delle politiche d’austerity in Europa), l’indice Euro Stoxx 50 ha visto una crescita tendenziale da 2000 punti a oltre i 3800 punti nell’agosto 2015, prima dello scoppio della bolla immobiliare cinese e delle turbolenze dovute alla crisi di alcune banche, per poi assestarsi intorno ai 3.000 punti. Andamento ancor più positivo hanno registrato gli indici azionari di Wall Street.

Ecco allora che siamo in grado di spiegare perché oggi si parli di legge di stabilità. La stabilità non è relativa a quella dei conti pubblici, come si vorrebbe far intendere, ma piuttosto volta a garantire constanti e stabili entrate dalle attività finanziarie.

Siamo noi gli alieni o non lo è piuttosto la «legge di stabilità»?