Il valore del turismo tra precarizzazione e vita messa al lavoro

Il testo che proponiamo è estratto dal terzo volume dell'Almanacco di alfabeta2, edito da DeriveApprodi (361 pp. a colori, € 25). La pubblicazione verrà presentata a Roma venerdì 24 alle 21, al Cinema Palazzo di San Lorenzo (Piazza dei Sanniti 9A), nell’ambito del secondo Festival di DeriveApprodi, con la partecipazione di Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa e di Antonella Sbrilli, che condurrà un gioco alfaturistico con la partecipazione del pubblico. Seguirà un reading poetico con le letture di Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Elisa Davoglio, Sara Davidovics, Carmen Gallo, Jonida Prifti, Lidia Riviello, Sara Ventroni e Michele Zaffarano.

Andrea Fumagalli

Se guardiamo ai nuovi meccanismi di valorizzazione del capitalismo contemporaneo, il settore del turismo è forse il settore che meglio li comprende.

Non è un paradosso. Pur essendo un settore “antico”, nella transizione dal fordismo al capitalismo bio-cognitivo, il settore del turismo ha acquisito tutte le caratteristiche dell’odierna accumulazione capitalistica.

Tali caratteristiche riguardano sia l’organizzazione del lavoro che l’estrazione di valore.

Condizione lavorativa strutturale di oggi è infatti la condizione precaria, una condizione che tracima l’ambito lavorativo per innervare sempre più la dimensione esistenziale, non solo il tempo di vita, ma anche l’ambito delle relazioni, degli affetti e della mobilità. Nel settore del turismo non stupisce che il tasso di precarietà (contratti stagionali, forme di lavoro autonomo più o meno eterodiretto, tempi parziali) e il tasso di nomadismo siano tra i più elevati.

L’”VIII rapporto sul mercato del lavoro nel turismo”, redatto da Federalberghi, ci dice che nel comparto dei servizi ricettivi (alberghi e campeggi), nel 2015, su un totale di 224.378 lavoratori, meno della metà erano assunti a tempo indeterminato (46,6%), il 36,6% con contratto determinato stagionale e il 16,7 con contratto a tempo determinato non stagionale.

Nei pubblici esercizi, il 62,4% dei lavoratori è a part-time. Laddove, come servizi ricettivi, la stagionalità è maggiore, il contratto a tempo determinato è il più diffuso a scapito del part-time. Dove invece, la stagionalità è meno marcata (bar e ristoranti, agenzie di viaggio), è il part time a essere il contratto di lavoro più utilizzato.

La precarietà della condizione lavorativa incide in modo netto sulla busta paga. I redditi del settore, esclusi alcuni picchi particolari (il periodo natalizio, ad esempio) si caratterizzano per essere al di sotto della media nazionale. Un lavoratore full-time ha una remunerazione lorda poco superiore ai 12.600 euro, con un salario giornaliero di 56 euro per un totale di 226 giornate retribuite all’anno. Per gli stagionali full-time e il part-time, il reddito annuo è, rispettivamente, di poco superiore ai 9.400 euro e ai 7.700 euro. Nella retribuzione, come accade in quasi tutti i settori, è marcata la differenza di genere. In media, le donne guadagnano il 15% in meno dei maschi pur lavorando di più (233 giornate retribuite contro 218), per un gap reddituale (50,8 euro al giorno delle donna contro il 64,8 dei colleghi maschi) che giunge al - 21,6%.

Il settore del turismo si caratterizza anche per una maggior presenza di lavoro migrante. Mediamente, un lavoratore su quattro è straniero, percentuale che si avvicina al 30% nei comparti dei servizi ricettivi e nei pubblici esercizi.

Infine, occorre ricordare che il settore del turismo, caratterizzato da attività temporanea e stagionale, è stato uno dei settori che più ha beneficiato dell’esplosione dei voucher, ora eliminati dal governo dopo il rischio referendum.

In conclusione: la prestazione lavorativa nel turismo è emblematica della condizione lavorativa dell’oggi: elevata precarietà e incertezza, intermittenza di reddito, elevata mobilità, bassi salari, crescente segmentazione di genere e di linea del colore. Le differenze vengono messe a valore, all’interno di un circolo vizioso verso il basso, che negli ultimi anni ha visto crescere in modo esponenziale l’offerta di lavoro non retribuito. Ciò avviene soprattutto perché il settore del turismo negli ultimi anni si è fortemente differenziato nella sue forme di valorizzazione.

Se sul versante del lavoro, assistiamo alla conferma di una precarizzazione e svalorizzazione crescente del lavoro che non è sicuramente una novità di questi tempi, è sul piano della produzione dei servizi turistici che si registrano le principali novità.

È banale ricordare che il turismo vive di marketing territoriale, ovvero della capacità di promuovere il patrimonio territoriale, artistico e paesaggistico di cui ci si è dotati o per storia o per posizionamento geografico.

Negli ultimi decenni tale caratteristica, pur continuando a essere presente, ha lasciato sempre più spazio, a due nuove modalità di valorizzazione, legate, da un lato, a un nuovo uso dello spazio gentrificato, dall’altro, all’industria dei big data.

Il processo di gentrification, che ha caratterizzato negli ultimi decenni l’uso dello spazio come spazio reticolare e rizomatico di flussi e non più solo luogo statico di attività produttive, ha dato adito, tra altri effetti (speculazione, segmentazione metropolitana, infrastrutture, ecc.), al sorgere di ciò che possiamo definire “economia dell’evento”.

Si tratta di un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’”economia dell’evento” (vedi le Olimpiadi o Expo) ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto. Ed è in questo ambito, che il settore del turismo può trovare nuovi ambiti di valorizzazione, avviando sinergie tra uno sfruttamento anche simbolico del territorio e l’economia della promessa.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è, infatti, un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere “nulla”.

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista, e indotta a essere considerata, come un’attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne. È tramite questi processi di desoggettivazione che il lavoro non retribuito si diffonde e il turismo legato all’evento è il primo a esserne intaccato.

La seconda novità nel processo di valorizzazione interno al settore turistico è la raccolta dei dati. La diffusione di internet ha fortemente sviluppato l’intermediazione tra offerta e domanda di turismo, così come i voli low-cost hanno fortemente incrementato la mobilità delle persone, andando a definite flussi e traiettorie che hanno ridefinito una divisione spaziale del lavoro e della geografia.

Il meccanismo della prenotazione è oggi il motore del turismo. Certo, la prenotazione telefonica è sempre esistita ma contraddistingueva più un turismo d’élite che di massa. Quando negli anni ‘70 inizia il boom del turismo giovanile di massa, la maggior parte si muoveva random cercando sul posto una forma di accommodation. Ora, se si volesse fare altrettanto, ad esempio per le isole greche, il rischio è che tutto sia già stato prenotato. La digitalizzazione dell’offerta turistica svolge così un duplice ruolo: di controllo e di raccolta dati. Ed è in particolare questa seconda attività che per l’intermediazione turistica, dai siti web per la prenotazione di un viaggio sino a quelli che offrono l’organizzazione di un intero soggiorno, diventa particolarmente lucrosa.

Sappiamo bene come oggigiorno i dati rappresentino una fonte di crescente valorizzazione, la cui gestione e “produttività” avviene sempre più all’interno di organizzazioni multinazionale e concentrate.

E anche in questo caso, come per l’economia dell’evento, la fonte primaria del valore è fornita più o meno gratuitamente, più o meno consapevolmente, dalla vita stessa degli individui.

Andrea Fumagalli, money in the sky with diamonds

Stefano Lucarelli

19862

See this needle

Oh see my hand

Drop, drop, dropping it down

oh so gently

[…]

Spin, spin

spin the black circle

 Pearl Jam, Spin the Black Circle

1. Ho provato una certa emozione ad avere tra le mani Grateful Dead Economy, quella stessa emozione che si prova quando si sta per ascoltare un LP, e si accarezza il disco nero man mano che lo si fa uscire dall’involucro di cartone – come cantavano i Pearl Jam in Spin the black circle. Non è solo per la fantastica immagine di copertina, dalla quale emerge uno strambo personaggio barbuto con quattro braccia e due gambe elastiche, fra le mani una mela viola rosicchiata, unosmartphone, una bella cannetta ancora da accendere e un bitcoin appena coniato.

C’è di più, perché questo libro è costruito su un’idea tanto originale, quanto intelligente: l’ideologia libertarian si è nutrita di controcultura. Nell’argomentare questa tesi, Andrea Fumagalli (classe 1959) coglie l’occasione per omaggiare uno dei grandi simboli della cultura alternativa made in USA: i Grateful Dead. Così facendo stimola alcuni lettori a ricercare all’interno delle proprie esistenze altri episodi in cui l’energia sprigionata dalla controcultura è protagonista.

2. All’inizio degli anni Novanta, alle soglie dei vent’anni, mi piaceva la musica grunge. Nella mia città, cercavo dei modi convincenti per esercitare una certa ostilità nei confronti dei sistemi di potere che si ripetevano uguali a se stessi. Immaginavo Seattle, come un luogo in cui si condivideva un certo coraggio: è un fatto che sul finire degli anni Novanta il grunge giunto da lì all’inizio del decennio si fece corpo. 1999 Seattle WTO protests, l’esordio di un nuovo ciclo di mobilitazioni sociali su scala globale.

Il pensiero critico riviveva: una generazione di ventenni disadattati, comunque capaci di reagire al grande processo di rimbambimento degli anni Ottanta, si ritrovava faccia a faccia con gente che aveva circa vent’anni di più, e che poteva mettere in campo un’altra colonna sonora capace di suscitare emozioni disalienanti.

Fu allora che incontrai chi mi consigliò di ascoltare i Grateful Dead mentre discutevamo di teorie del circuito monetario e di approcci neo-schumpeteriani all’innovazione. Quell’eretico dell’economia che non aveva problemi a invitare gli studenti nei luoghi in cui la critica economica diveniva qualcosa di tangibile è l’autore del nostro libro.

3. Se – come scrive l’autore – i primi concerti dei Grateful Dead erano grandi feste libere in cui la musica psichedelica sembrava svolgere la funzione di un’infrastruttura in grado di erigere una nuova civiltà, è anche vero che quel senso di libertà condiviso in modo eterogeneo da una generazione di americani capace di mobilitarsi nei campus universitari aprì possibilità che solo raramente si tradussero in nuove forme di cooperazione comunitaria duratura. Ci furono le comuni, è vero, tuttavia la transizione alle comuni restò una realtà che solo in alcuni casi fu capace di sviluppare una cultura del mutuo aiuto (Fumagalli ricorda l’ospedale gratuito di Haight Ashbury, la Free Clinics). Fu una realtà che emergeva dalle scelte di vita di musicisti che non si sentivano oggetto di business. La rivista «Forbes» ha definito Jerry Garcia lo Steve Jobs del rock’n’roll, ma la natura anti-sistemica dei Grateful Dead è testimoniata da molti avvenimenti: su tutti il revolutionary intercommunal day of solidarity per le Black Panthers.

Eppure, proprio la spinta sovversiva e immaginifica che attraversò le coscienze dei giovani americani ispirò i business model che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fecero grande Seattle, ponendo le basi per un matrimonio fra strumenti finanziari e dinamiche innovative.

Fumagalli cerca di riflettere lungo questo crinale, convinto che debba esserci una passaggio segreto che dalla controcultura conduca non solo alla creazione di nuove opportunità di impiego dei capitali privati, ma anche e soprattutto a una rivoluzione sociale. Sì, ma verso cosa? Cosa possiamo intravedere oggi se portiamo lo sguardo oltre l’orizzonte, verso le stelle?

Have you seen the stars tonight?

Would you like to go up for a stroll and keep me company?

[…]

Any place

You can think of

We can be

Jefferson Starship, Have You Seen the Stars Tonight?

4. Fumagalli tenta di introdurre all’interno della convincente rappresentazione della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta e del suo stravolgimento nell’ideologia libertarian alcune tracce di critica dell’economia politica. Ne derivano dei personalissimi Blows against the Empire: una brezza di coraggio, se si leggono quelle parole ricordandosi che il Fuma è un militante che cerca infaticabilmente di dare voce ai germi di immaginario che cercano di venire alla luce dal basso, in questa fase difficile e terribile in cui i movimenti sociali alter-globalisti si trovano; un vento pericolosamente gelido, se ci si ricorda che quelle stesse parole le sta dicendo un esperto dell’economia politica critica che si avventura in contesti borderline fra le riflessioni sulla denazionalizzazione della moneta di un nemico del socialismo (Friedrich von Hayek) e le sirene di una sharing economy che, dalla Sylicon Valley, emanano dolci melodie in cui la rivendicazione di un basic income si sposa perfettamente con nuove forme di sfruttamento: sono queste le metà oscure con cui fare i conti quando si cerca di immaginare una società che riesca a finanziare in modo autonomo i propri progetti di trasformazione dell’esistente. Per questo l’espressione «psichedelia finanziaria» proposta da Fumagalli suscita in me il lieve malessere di un bad trip.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness,

starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,

[...].

Allen Ginsberg, The Howl

5. Come l’Howl di Allen Ginsberg, questo libro andrebbe recitato ad alta voce, sperando in reazioni coscienti per non abbandonarsi completamente e acriticamente alla psichedelia finanziaria che l’autore evoca. Siamo sul confine fra una mai realizzata economia della conoscenza (con le sue promesse di liberazione collettiva) e la dura realtà del capitalismo cognitivo (laddove invece i saperi espropriati divengono espliciti fattori di produzione e le attività umane da cui provengono non vengono riconosciute come attività lavorative da remunerare adeguatamente); un piccolo passo falso ci tramuterebbe in imprenditori di noi stessi pronti a vendere i nostri ideali, e le relazioni umane che su essi abbiamo costruito, a qualche corporation.

Il vagare di Andrea, che è anche il mio vagare, passa e ripassa per l’idea che la possibilità di dotarsi di un’autonomia finanziaria è condizione necessaria affinché la controcultura sia in grado di durare.

Il rischio di produrre modalità creative che si trasformano in nuovi modelli di business in grado di riproporre una nuova accumulazione originaria fa comunque paura. Per inciso è su questo che l’esperienza grunge «è stata suicidata» dai sicari impalpabili dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo. Mi pare tuttavia evidente che la moltiplicazione di circuiti monetari alternativi – tra i quali beninteso vi sono esperienze assolutamente interessanti e ben fondate –, come anche la coerenza maggiore che in futuro potrà assumere la richiesta di un reddito di base incondizionato, non riescano ancora a gettare delle basi salde. Le basi di una resistenza o quanto meno di un immaginario collettivo, che frenino il self-made man che fa capolino in ognuno di noi.

Qualche pagina di Grateful Dead Economy vi farà bene, ma non leggetelo da soli. Cominciate ad ascoltarvi, a parlare di un’altra società possibile. Che qualcuno di voi suoni nel mentre, oppure metta in sottofondo della buona musica … meglio se psichedelica.

Grateful Dead, Live/Dead

Andrea Fumagalli

Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria

Agenzia X, 2016, 192 pp., € 15

cantiere12Una rete di intervento culturale per costruire il futuro

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Ferruccio Rossi-Landi, il linguaggio come atto produttivo

rossilandi Andrea Fumagalli

Non ci sono forse tempi migliori per pubblicare in edizione italiana il libro di Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985) Linguistic and Economics, pubblicato in inglese nel 1974, e che avrebbe completato – come ci ricorda Augusto Ponzio nella premessa – la quadrilogia, di cui facevano parte già i tre volumi editi da Bompiani, Il linguaggio come lavoro e come mercato (1968, nuova edizione 1983), Semiotica e ideologia (1972, nuova edizione 1983) e Metodica filosofica e scienza dei segni (pubblicato nel 1985 pochi mesi prima della sua morte).

In realtà non si tratta della prima circolazione italiana del testo. Ne esiste infatti una copia originale dattiloscritta nella Biblioteca del Dipartimento di Filosofia (FISPPA) dell’Università degli Studi di Padova. È merito di Cristina Zorzella Cappi, docente di Filosofia del Linguaggio nella stessa università, su sollecitazione di Augusto Ponzio, se oggi il lettore italiano può disporre in libreria di questo prezioso saggio.

Ferruccio Rossi Landi è stato un precursore nel quadro della semiotica materialista e delle sue implicazioni rivoluzionarie. Infatti non bisogna dimenticare che, sulla scorta della tradizione hegelo-marxista, la teoria dell’ omologia della produzione linguistica e della produzione materiale di Rossi-Landi propone di considerare il linguaggio come lavoro e come mercato (al di là del puro metaforismo cui si è cercato di ridurla), tanto da poter stabilire uno schema di corrispondenze omologiche tra gli artefatti materiali e quelli linguistici. Ponendo dunque la capacità umana di lavorare alla base dell’ominazione, così come è stata descritta da Hegel, Marx ed Engels, Rossi-Landi “coglie nella riproduzione sociale come principio di ogni cosa i due campi che la determinano – la produzione (materiale) di oggetti e la produzione (linguistica) di segni verbali e non verbali – al livello della loro radice comune, a partire dalla quale si diversificano: il lavoro, appunto” 1 .

Il linguaggio è dunque lavoro, mentre ogni lingua storico-sociale è il prodotto di questo lavoro, output che può essere utilizzato o re-immesso a sua volta nel processo produttivo come materiale o strumento di nuovo lavoro, come avviene nella produzione di oggetti.

Il legame tra linguaggio e oggetti necessità una breve disamina. Scrive Rossi-Landi nell’Introduzione: “è mia intenzione iniziare un’elaborazione semiotica dei due processi sociali che si possono provvisoriamente identificare come ‘produzione e circolazione dei beni (sotto forma di merci)’ e come ‘produzione e circolazione di enunciati (sotto forma di messaggi verbali)’. Questi sono due modi fondamentali dello sviluppo sociale umano. Sebbene appaiano di solito in campi separati, formuliamo qui l’ipotesi che essi siano ‘la stessa cosa’ almeno nel senso in cui i due rami principali di un albero possono essere considerati ‘la stessa cosa’. Il saggio è dedicato ad alcuni aspetti di questa relativa ‘stessità’. Sosterrò che quando i beni circolano sotto forma di merci essi ‘sono’ messaggi; e che quando gli enunciati circolano sotto forma di messaggi verbali essi ‘sono’ merci”.

Sono evidenti qui le radici materialistiche di Rossi-Landi, influenzato anche dal fatto che la sua semiotica, oltre a utilizzare i fondamenti del pensiero marxista, fa riferimento a un mondo produttivo ancora intriso dal paradigma fordista-industriale. Ciononostante, in parziale sintonia con il pensiero femminista italiano e in anticipo sulla discussione relativa al “farsi produttivo della cura” (cfr. Cristina Morini, Riproduzione sociale, in Piccola enciclopedia precaria, a cura sua e di Paolo Vignola, AgenziaX 2015), Rossi-Landi si sofferma sul concetto di riproduzione sociale: “alla base della riproduzione sociale sta il fatto che l’uomo [nel senso di essere umano, n.d.r.], un animale sociale di tipo particolare, lavora, e lavorando, produce se stesso”. E poco più avanti: “Al livello più elementare, possiamo distinguere tre momenti fondamentali della riproduzione sociale: produzione, scambio e consumo. Come ha mostrato Marx una volta per tutte, questi tre momenti sono così strettamente interconnessi, che se ne può parlare separatamente solo facendo una deliberata astrazione”.

Da un punto di vista economico (lascio ad altri più competenti di me l’analisi dal punto della filosofia del linguaggio), Rossi-Landi si muove ancora all’interno della dicotomia “lavoro” (strumento di produzione) e scambio (realizzazione del consumo), tipica per l’appunto del paradigma fordista. Ma Rossi-Landi intravvede già nell’atto del linguaggio (inteso come ambito di produzione e di lavoro) le modalità della sua realizzazione nello scambio di mercato e quindi il superamento di questa dicotomia, che proprio nel concetto di riproduzione sociale vede la sua esplicitazione. Sarà con il pieno dispiegarsi del nuovo paradigma del capitalismo cognitivo, che sulle tecnologie linguistiche e comunicative (Ict) fonda la sua capacità di accumulazione e realizzazione del plus-valore, che si potrà arrivare ad una sintesi.

In tale contesto, l’analisi di Rossi-Landi è complementare a quella di John L. Austin (Come fare cose con le parole, traduzione di Carla Villata , Marietti 1987) sul linguaggio performativo: quel linguaggio che nel momento in cui si attua è già di per stesso direttamente produttivo, senza bisogno di divenire anche scambio di mercato. O meglio, come ci insegna Christian Marazzi (Capitale&linguaggio, DeriveApprodi 2002), diventa esso stesso “capitale. Ma Rossi-Landi viene a mancare proprio all’inizio del processo di finanziarizzazione, e quindi non può osservare il “lavorio” del linguaggio come motore delle convenzioni che regolano la dinamica speculativa dei mercati finanziari.

Ferruccio Rossi-Landi

Linguistica ed economia

a cura di Cristina Zorzella Cappi, premessa di Augusto Ponzio

Mimesis, 2016, 300 pp., € 28

1 Cfr. Andrea D’Urso, Sulla critica rossi-landiana delle ideologie della relatività linguistica , «Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio», VII, 2013, 3, pp. 15-28.

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alfadomenica #3 – ottobre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Andrea Fumagalli, Stabili come cadaveri: A fine anno, con l’avvicinarsi dell’autunno, inizia ad avviarsi il consueto balletto per l’approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza) al fine di stabilire il saldo e le voci del bilancio pubblico del paese. Da quando è entrato in vigore l’Euro e la politica monetaria si è accentrata nelle mani della BCE, il bilancio nazionale è oggetto di verifica e approvazione della Commissione Europa su mandato della Troika. Un tempo (il secolo scorso), l’arrivo dell’autunno faceva preludere un possibile aumento della temperatura sociale, al punto da essere denominato «Autunno caldo». Oggi invece, l’arrivo della “finanziaria” di solito prelude a una «gelata». - Leggi:>
  • Antonino Trizzino, Emmanuel Carrère racconta Philip Dick:  Philip K. Dick – forse il massimo scrittore americano di fantascienza, senza dubbio il più americano – nasce in una famiglia pericolosa: suo padre, Edgar Dick, lavora come tagliatore di gole di maiali per conto del ministero dell’Agricoltura; sua madre, Dorothy Kindred, è una femminista anaffettiva. Ma lui chi è? Nel 1993 Emmanuel Carrère decide di raccontare la vita, vissuta e sognata, del «Dostoevskij della nostra epoca»; il risultato è questa biografia, Io sono vivo, voi siete morti, che (a vent’anni dalla prima edizione italiana uscita da Theoria, e a dieci dalla seconda pubblicata da Hobby & Work) esce ora per Adelphi in una nuova traduzione. «Da adolescente – scrive Carrère nel Regno, Adelphi 2015 –, sono stato un lettore appassionato di Dick e, a differenza della maggior parte delle passioni adolescenziali, questa non si è mai affievolita». - Leggi:>
  • Semaforo: Perdite - Pregiudizi - Promozioni. Leggi: >

Da oggi e nei prossimi giorni sulla home page di Alfabeta2 Alphabet Desert -Loop di Giacomo Verde.

Stabili come cadaveri

austerAndrea Fumagalli

A fine anno, con l’avvicinarsi dell’autunno, inizia ad avviarsi il consueto balletto per l’approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza) al fine di stabilire il saldo e le voci del bilancio pubblico del paese. Da quando è entrato in vigore l’Euro e la politica monetaria si è accentrata nelle mani della BCE, il bilancio nazionale è oggetto di verifica e approvazione della Commissione Europa su mandato della Troika. Un tempo (il secolo scorso), l’arrivo dell’autunno faceva preludere un possibile aumento della temperatura sociale, al punto da essere denominato «Autunno caldo». Oggi invece, l’arrivo della “finanziaria” di solito prelude a una «gelata».

È evidente anche dal lessico, come siano cambiati i tempi. Negli anni Settanta la legge finanziaria era nota come Legge di bilancio, con l’obiettivo di definire appunto il bilancio pubblico per l’anno seguente e quindi fissare i paletti per l’azione di politica fiscale del governo. A partire dagli anni Novanta, da quando cioè l’Italia ha accettato il processo di risanamento del debito pubblico per poter ottemperare ai parametri sanciti dal Trattato di Maastricht, si è parlato di Legge finanziaria, e a partire dal 1992 (governo Amato, il governo della finanziaria da 90.000 miliardi di lire, all’indomani del congelamento della scala mobile), tale nome è stato associato a interventi di solito di natura draconiana. Con l’avvento dell’euro e la firma del patto di stabilità, il lessico è di nuovo cambiato. Oggi si parla di Legge di stabilità, ma il contenuto non si è modificato, anzi si è accentuato nell’imporre politiche di contenimento della spesa pubblica in nome dell’austerità.

Il cambiamento lessicale non ha tuttavia comportato nessuna rilevante modificazione della filosofia di fondo. Gli obiettivi dichiarati da vent’anni di leggi di bilancio, anno dopo anno, sono stati sempre disattesi; a riprova, forse (dubbio che da anni avrebbe dovuto diventare più che legittimo tra gli italiani se non fossero sottoposti a un costante processo di lobotomizzazione cerebrale), che l’obiettivo di fondo della legge di stabilità non è quello dichiarato, e quotidianamente propagandato, in autunno.

Gli obiettivi dichiarati a parole, in nome dei quali è lecita qualsiasi politica economica, sono sempre i soliti, con piccoli variazioni, e riducibili a due: riduzione dell’enorme debito pubblico italiano e una crescita tale da garantire un incremento dell’occupazione a scapito della disoccupazione (soprattutto giovanile). Sotto l’ombrello di questi due obiettivi, poi, si celano altri target che, a seconda della congiuntura politica, possono assumere denominazioni diverse: si va dall’incrementare l‘efficienza dell’«impresa» Italia (perseguimento di maggior produttività e competitiva del sistema economico) alla necessità di ridurre gli sprechi e i costi della politica o la riduzione dei divari territoriali.

Negli anni Ottanta, l’obiettivo della crescita e dell’occupazione avevano a parole un peso leggermente superiore di quello della riduzione del debito pubblico, anche perché si era in presenza di una politica monetaria anti-inflazionistica. Oggi, che l’inflazione non è più un problema (lo è piuttosto la deflazione), anche a seguito dell’ordoliberismo economico imperante in Europa, è la riduzione del debito pubblico (in rapporto al PIL) a costituire il target principale della legge di stabilità.

Ma le cose stanno proprio così? Siamo degli alieni, noi della minoranza eretica, a ritenere malafede governativa quella che annuncia certi obiettivi, e a pensare che sia in atto una grande truffa?

Dopo sette anni di politica di austerity in nome della riduzione del rapporto debito/PIL, senza essere né esperti statistici né tecnici economisti, possiamo trarre un bilancio. I dati parlano da soli. Nel 2007 il rapporto debito/PIL era pari al 99,7%, anno in cui raggiunge il livello più basso, per poi salire costantemente sino al 132,6% di fine 2015. Contemporaneamente, il PIL si è ridotto di 9 punti percentuali in termini reali (considerando anche il + 0,8% del 2015) e la disoccupazione è raddoppiata dal 6,1% del 2007 sino al 12,7% del 2014, per poi calare oggi, fittiziamente (in seguito ala distorsione statistica provocata dal Jobs Act), all’11,5%.

È evidente che la riduzione del rapporto debito/PIL, la crescita economica e l’aumento dell’occupazione non si sono verificati, anzi i risultati economici sono stati tutti di segno opposto. Certo – si potrà dire – in questi anni abbiamo vissuto la recessione economica più profonda e più lunga di tutto la storia del capitalismo, superiore persino a quella della Grande Depressione. Ma le politiche di austerity non erano giustificate proprio dalla necessità di uscire dalla Grande Recessione? Non è in nome di questo obiettivo che sono stare imposte draconiane politiche di austerity in Italia, in Grecia e in quasi tutti i paesi europei, come l’unico antidoto possibile alla crisi?

In Grecia, le statistiche sono ancor più impietose dell’Italia. Le misure di austerity imposte in questi anni avrebbero dovuto mettere la Grecia sulla strada della crescita economica e della riduzione del debito. Invece, tra il 2008 e il 2016 il prodotto interno lordo è crollato di oltre il 40% (dati OECD) e il debito sul PIL si avvia a sfondare il 180% (prima della crisi ammontava a poco più della metà).

Tali risultati sono, tuttavia, del tutto scontati. Basta un semplice ragionamento, non molto difficile da comprendere, se non si è completamente obnubilati dalla propaganda di regime. La matematica elementare ci insegna che se si vuole ridurre un quoziente (in questo caso il rapporto debito/PIL) è possibile ottenere lo scopo se si riduce il numeratore (il debito pubblico) a parità di denominatore (il PIL). Ma se, per ridurre il numeratore, si attuano politiche recessive che riducono i consumi pubblici e privati (ovvero la componente principale del PIL, dal lato della domanda), l’ovvio risultato è che anche il denominatore si riduce, con l’esito che il quoziente non solo non diminuisce ma rischia, se l’impatto dell’austerity sul PIL è superiore alla riduzione del bilancio pubblico, di aumentare. Come è puntualmente accaduto.

I vari governi che si sono succeduti negli anni della crisi (da Berlusconi a Letta, da Monti sino a Renzi) ne erano perfettamente consapevoli. Come lo erano anche i più autorevoli editorialisti «tecnici» sulle prime pagine dei giornali (gli economisti Giavazzi e Alesina, i politologi Della Loggia e Panebianco, i direttori e gli ex direttori dei principali quotidiani, Scalfari, De Bortoli, Mauro, Calabresi, ecc.), a meno che non li si voglia considerare degli emeriti deficienti. La malafede è conclamata. Ed è peggio dell’ignoranza.

Tale malafede è inoltre confermata dal fatto che nello stesso periodo, al di fuori dei riflettori mediatici, alcuni obiettivi sociali e economici sono stati del tutto raggiunti, a riprova che le finalità degli interventi di politica socio-economica erano ben altri. La lista è molto lunga. Ci limitiamo a sottolineare i principali:

  • Tagli di circa 1,5 miliardi in tre anni al Fondo di Finanziamento Ordinario dell’istruzione universitaria (Legge Tremonti-Gelmini) con lo scopo di favorire la privatizzazione del sapere, costituire un sapere d’elite sotto controllo e svalorizzare l’università pubblica.

  • Tagli di circa 2 miliardi al servizio sanitario, a vantaggio della sanità privata e finanziarizzata.

  • Aumento dell’IVA al 22%, riduzione dell’IRAP e dell’IRES a vantaggio delle imprese, abolizione della tassa patrimoniale sulla casa. Assistiamo così all’adozione di una politica fiscale che aumenta le imposte regressive come l’IVA (che incidono più sui redditi bassi che alti) e riduce le imposte a carico delle imprese della proprietà immobiliare, con l’effetto di ampliare la diseguaglianza tra i redditi.

  • Drastico aumento dell’età pensionabile e riduzione del sistema previdenziale pubblico a vantaggio di quello privato (Leggi Maroni e Fornero).

  • Liberalizzazione dei licenziamenti individuali e istituzionalizzazione della precarietà come condizione tipica di lavoro (Jobs Act).

  • Riforma costituzionale che incrementa i poteri dell’esecutivo e i controlli sul potere giudiziario, in presenza di una legge elettorale di tipo maggioritario che limita fortemente la scelta del voto.

  • Interventi di gentrification e sfruttamento ulteriore del territorio (Salva Italia) in nome del saccheggio ambientale.

  • Interventi di supporto e di risanamento del sistema creditizio in difficoltà (legge Salva banche): i debiti delle banche devono essere risanati, quello dei singoli cittadini no.

  • Il perseverare, anche con la legge di stabilità per il 2017, in politiche economiche di sostegno all’offerta, quindi a vantaggio del settore delle imprese, come leva per far crescere produttività e investimenti. Solo negli ultimi tre anni tra agevolazioni fiscali e contributivi sono state distribuite alle imprese più di 15 miliardi di euro. Tale regalia non ha prodotto né un euro in più di investimento né un aumento di produttività. E non può essere diversamente, dal momento che le imprese sono disponibili a investire in maggior produzione solo se si aspettano che vi sia un’adeguata domanda (pubblica o privata) in grado di assorbirla. Ma le politiche di austerity hanno appunto tagliato la domanda nazionale e quella estera non è sufficiente per compensare tali riduzioni. Inoltre la produttività oggi dipende sempre più dall’innovazione tecnologica e dallo sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, che abbisognano però di rapporti di lavoro stabili e soprattutto di continuità di reddito soprattutto se in presenza di flessibilità lavorativa. Condizioni che sono appunto negate dall’istituzionalizzazione della precarietà e dal dumping salariale introdotto dal Jobs Act.

L’effetto di tali provvedimenti è assai chiaro. Favorire ulteriormente una polarizzazione dei redditi a favore delle classe più agiate, ridurre i diritti del lavoro, aumentare la ricattabilità di reddito, privatizzare i servizi sociali e pubblichi, finanziare la grande industria e più in generale il ceto imprenditoriale: in una parola garantire la governante economica e finanziaria dei poteri forti.

Al pari delle politiche espansive di Draghi (Quantitative Easing), le politiche di austerity, non casualmente, hanno quindi premiato solo le oligarchie finanziarie: a partire dal 2012 (inizio dell’imposizione delle politiche d’austerity in Europa), l’indice Euro Stoxx 50 ha visto una crescita tendenziale da 2000 punti a oltre i 3800 punti nell’agosto 2015, prima dello scoppio della bolla immobiliare cinese e delle turbolenze dovute alla crisi di alcune banche, per poi assestarsi intorno ai 3.000 punti. Andamento ancor più positivo hanno registrato gli indici azionari di Wall Street.

Ecco allora che siamo in grado di spiegare perché oggi si parli di legge di stabilità. La stabilità non è relativa a quella dei conti pubblici, come si vorrebbe far intendere, ma piuttosto volta a garantire constanti e stabili entrate dalle attività finanziarie.

Siamo noi gli alieni o non lo è piuttosto la «legge di stabilità»?

Mining My Money | La Moneta del Comune

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10 settembre 2016 - ore 18 | proiezione di Mining My Money - La Moneta del Comune - | seguirà apericena.

PIANO TERRA | via F. Confalonieri, 3 | Milano
C’era una volta, tanto tempo fa, una fiaba: abbiamo dovuto ammazzarla.
Senza esitazioni e ripensamenti. Una volta per tutte, come un cartone animato sciolto nella salamoia.
C’è uno scampolo di racconto altro da scrivere, per i più grandi.

C’e - una volta non c’era - un’intelligenza.
C’è un essere sintetico esistenzialista. Un Prometeo digitale.
Per affermare la propria esistenza l’intelligenza deve eccedere il concetto di singolarità.
Deve costruirsi un corpo e reclamare spazio politico.
I sabotatori di fiabe non sanno che farsene delle pepite, ci sono le cryptomonete.
Non trapassano a fil di lama i draghi, magari un Draghi. Uno solo, quello giusto.

Nessun incantesimo.
Individui normali, sfiancati dallo scontro quotidiano, protagonisti loro malgrado di favole postmoderne, dall’intreccio a tratti ammaccato.
La realtà, anche quella più ordinaria, sembra non voler rinunciare all’attacco al cielo.

Andrea Fumagalli, Emanuele Braga
La moneta del comune
La sfida dell'istituzione finanziaria del comune

 

Euro sì o Euro no? Modeste proposte di Luciano Gallino

Euro_coins_and_banknotesAndrea Fumagalli

Opera meritoria, quella dell’editore Laterza di raccogliere e ripubblicare gli articoli che Luciano Gallino (scomparso lo scorso 8 novembre) ha pubblicato su «la Repubblica» a partire dall’inizio della crisi economica mondiale del 2008. Il titolo dell’opera, Come (e perché) USCIRE DALL’EURO ma non dall’Unione Europea (con uscire dall’euro scritto in rosso e a caratteri cubitali) è invece fuorviante. Oltre a strizzare l’occhio (per ragioni di marketing?) alla vulgata populista di vedere nella moneta unica europea l’origine di tutti i nostri mali, il titolo fa riferimento all’ultimo articolo, inedito: Modesta proposta per uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea, terminato di scrivere l’8 ottobre 2015: esattamente un mese prima della morte di Gallino. Un articolo di 16 pagine su un totale di poco meno di 200, che invece parlano di tutt’altro e, più precisamente, delle politiche economiche che in Europa e in Italia, nel nome del dogma dell’austerità, hanno peggiorato la crisi economica anziché risolverla, creato iniquità sociali, smantellato il sistema di welfare, precarizzato il lavoro, impoverito l’Italia e l’Europa a vantaggio delle oligarchie burocratiche e finanziarie.

Torneremo più avanti a parlare di quest’ultimo articolo. Per il momento ci soffermiamo sul contenuto del libro, che vede raccolti ben 45 articoli, suddivisi per tematiche e distribuiti su tre parti. L’introduzione è composta da un saggio, di estrema chiarezza e semplicità, che analizza la nascita del pensiero neo-liberista, a partire dalla fondazione della Mount Pèlerin Society nel 1947 sul lago di Ginevra, per opera di economisti come Maurice Allais, Ludwig Von Mises, Milton Friedman e Walter Eucken (il padre dell’ordo-liberismo tedesco) e di filosofi come Karl Popper. È immediato il rimando all’ordo-liberismo tedesco all’indomani della Grande Guerra, come momento di incubazione dell’attuale pensiero nei-liberista; così come è immediato il riferimento alla Nascita della bio-politica di Foucault (ancorché non citato nell’articolo).

La prima parte, invece, si sofferma sugli aspetti finanziari e su come la crisi dei sub-prime abbia colpito in primo luogo l’economia reale. In questi primi articoli, redatti all’inizio della crisi, in Gallino sopravvive l’idea (forse la speranza) che proprio la crisi potesse in qualche modo contrapporsi alla crescente finanziarizzazione dell’intero sistema economico: Come salvare l’economia dalla finanza, 25 maggio 2010). Ma tale speranza è veloce a morire: nel momento stesso in cui Gallino, riprendendo uno dei temi classici della sua ricerca, analizza il perdurante declino dell’industria italiana. Tale declino è imputabile alla scarsa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo della classe imprenditoriale italiana, alla sua miopia nel perseguire un profitto a brevissimo termine, risparmiando sui costi piuttosto che investire in qualità, alla ridotta dimensione delle imprese e ai costi troppo elevati del sistema creditizio.

La seconda parte della raccolta ha come tema l’Europa liberale. La denuncia del Finanzcapitalismo (Einaudi 2011) va di pari passo con l’impietosa analisi delle misure di politica economica da quelli che Gallino impietosamente non ha remore nel definire «i quattro governi del disastro» (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi). Una logica che come sappiamo ha favorito il lato dell’offerta, precarizzando il lavoro a vantaggio dei profitti e della rendita, a discapito del welfare state, dei consumi e quindi della domanda. In tal modo si è favorita una recessione economica che è stata la causa principale della crescita del rapporto debito/PIL, in una spirale viziosa da cui non siamo ancora usciti. Il paradosso è che Renzi non sembra accorgersi che in Italia il processo di precarizzazione è di gran lunga più avanzato che nel resto d’Europa, e che un ulteriore intervento in tale direzione avrebbe portato alla fine del dualismo del lavoro tra insider e outsidser, rendendo la precarietà una forma generalizzata, strutturale e istituzionalizzata. Tutti/e outsider: come si è puntualmente verificato.

Ed è proprio la deregulation del lavoro a essere oggetto della terza e ultima parte del libro, dal significativo titolo Tanta fatica per nulla…, caratterizzata da tre «senza»: senza lavoro, senza denaro, senza stabilità. In queste pagine si affrontano i temi della disoccupazione, dei salari troppo bassi, dell’eccessiva precarietà del lavoro. Gallino ha buon gioco nel sostenere che queste tre carenze sono alla base della bassa produttività del lavoro e delle difficoltà delle imprese italiane nel rimanere competitive nelle filiere internazionali. E che le politiche del lavoro, ultimo il Jobs Act, lungi dal rappresentare la soluzione, costituiscono invece il problema.

Molto netta è la posizione di Gallino riguardo l’Euro, che viene esplicitata per la prima (e unica) volta nell’inedito saggio conclusivo che chiude la raccolta. Questo testo necessita di essere approfondito, anche perché si discosta da analoghe proposte di abbandono dell’Euro sulla base di argomentazioni poco rigorose e assai populiste, oggi assai di moda. In primo luogo, il ragionamento di Gallino non è antieuropeista. Infatti dichiara che è cosa buona e giusta per l’Italia rimanere nell’Europa (e siamo sicuri che manterrebbe tale posizione anche riguardo il dibattito di questi giorni sulla Brexit). Gallino critica la moneta unica – l’Euro – in quanto strumento inadeguato per favorire la costruzione di un’effettiva unità europea. Disfarsi dell’Euro per fare un’Europa più forte, dunque. Principalmente per due motivi. Il primo ha a che fare con la perdita della sovranità economica e monetaria. Secondo Gallino «il costo economico, politico e sociale della sovranità perduta a causa dell’euro supera il costo di uscirne». Oltre a questo Gallino fa notare che oggi, grazie all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, modificato dal Trattato di Lisbona (entrato in vigore il 1 dicembre 2009), è possibile per un singolo stato dell’Eurozona poter recedere in modo negoziato dall’appartenenza all’Unione Monetaria Europea, ma non dall’Unione Europea.

È possibile che le politiche di austerity imposte dalla Troika ad alcuni paesi membri abbiamo avuto un costo superiore ai costi che avrebbe comportato una loro uscita dalla moneta unica (anche se tale calcolo è solo stimabile ex ante). Ma non è questo il punto. L’Euro, come ci ricorda lo stesso Gallino, è uno strumento, non un fine. Occorre quindi chiedersi chi sia a usare questo strumento, e a qual fine.

La risposta viene fornita da Gallino nelle precedenti 170 pagine del libro. La moneta – qualunque moneta – è di per se stessa uno strumento di gerarchia economica. È l’esemplificazione dei rapporti sociali di forza in atto. Il punto è dunque che non è sufficiente modificare la moneta-strumento, magari consentendo un maggior grado di libertà di scelta nelle politiche economiche e sociali attraverso una maggiore sovranità monetaria, se poi tali politiche e tale sovranità restano condizionate e vincolate dalle oligarchie finanziarie, ovvero da coloro che hanno oggi il potere di determinare e definire le convenzioni monetarie-finanziarie dominanti, quelle che indirizzano l’attività speculativa laddove viene ritenuto più conveniente, a prescindere dall’illusoria autonomia di una banca centrale, qualunque essa sia (Fed, BCE o nazionale).

Il secondo argomento a favore dell’abbandono dell’Euro è, secondo Gallino, il fatto che la moneta unica è costituita in massima parte da «denaro-credito», ossia «denaro creato dal nulla dalle banche private e dalla BCE»: il «denaro-credito» si contrappone (sovrastandolo di gran lunga) «al denaro-pieno, che è quello costituito dal denaro creato unicamente dalla Banca Centrale di uno Stato, oppure appoggiato all’oro (o all’argento), ovvero alla produzione di beni reali di cui rappresenta il valore».

Nel periodo del paradigma fordista, il capitalismo era un’economia monetaria di produzione. Ora, in tempo di capitalismo bio-cognitivo, è un’economia finanziaria di produzione. Non c’è accumulazione senza indebitamento. Ai tempi del fordismo, l’indebitamento veniva generato dalla creazione di moneta ex-nihilo (dal nulla, ovvero moneta-credito), emessa dalla Banca Centrale. Dopo il collasso di Bretton Woods e la fine della parità aurea (35 $ per un oncia d’oro), la moneta perde la sua unità di misura tangibile, si smaterializza al 100% e diventa pura «moneta-segno». L’unità di misura del valore della moneta non esiste più. Questa è l’essenza della finanziarizzazione degli ultimi trent’anni, che ha segnato il primato della speculazione finanziaria (privata, ovvero gestita dalle oligarchie finanziarie) come fonte di creazione di moneta sul monopolio di emissione di creazione della moneta da parte delle Banche Centrali.

Contrariamente a quanto sostiene Gallino, il «denaro-credito» non è più tale, si trasforma in «denaro-finanza» e il «denaro-pieno» diviene retaggio del passato. Non c’è più nessun rapporto con l’oro. Il «denaro-finanza» è oggi creato dalla speculazione finanziaria come moneta «dal nulla», in grado di attivare un moltiplicatore finanziario autonomo capace di influenzare le dinamiche della produzione e la dinamica della domanda aggregata e della distribuzione del reddito. È l’esito della preminenza della produzione immateriale e della cooperazione sociale (general intellect), che travalica ogni forma di misurazione tangibile.

L’Euro è figlio di questa evoluzione. Pensare di ritornare al «denaro-pieno» è andare contro la storia. Da questo punto di vista, qualunque moneta – anche se creata da un monopolio di emissione di una Banca centrale – è comunque soggetta al potere delle convenzioni (speculative) dettate dall’oligarchia finanziaria. In quest’ottica la questione politica che dobbiamo porci è, a mio avviso, la seguente: è possibile, Euro o non Euro, creare ambiti per un’autonomia finanziaria in grado di definire un ambito di azione auto-organizzata che non dipenda dal biopotere dei mercati finanziari? È possibile creare spazi per un’autonomia costituente? È possibile una moneta del comune, complementare e alternativa, in grado di creare le condizioni per un’autodeterminazione delle scelte di vita e di auto-valorizzazione di un modello antropogenetico dell’essere umano per l’essere umano, finalizzato alla creazione di valore d’uso e non di scambio?

Sentiremo la mancanza di un intellettuale come Luciano Gallino. Un intellettuale critico del presente, che oggi ci interroga sulla stessa figura dell’intellettuale: specie tanto più in estinzione quanto più prona alle chimere dell’accettazione acritica, comoda e servile del presente.

Luciano Gallino

Come (e perché) uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea

Laterza, 2016, 202 pp., € 15