Máirtin O Cadhain, voci ostinate da un camposanto irlandese

Andrea Comincini

Pubblicato nel 1948 sul quotidiano Irish Press, a puntate, e finalmente in libreria l’anno successivo, Cré Na Cille di Máirtin O Cadhain (Martin O’ Cain) appartiene a quegli strani casi letterari a cui ci si rivolge dicendo: “come è possibile?”

Parole nella polvere (la traduzione letterale è L’argilla del camposanto), nonostante l’indiscusso successo e le critiche entusiaste dell’epoca è svanito dal mondo culturale, tanto da non essere stato per decenni nemmeno ipotizzato di tradurlo in inglese. Lo stupore di cui sopra nasce dalla ingiustificabile rimozione, perché l’opera di questo poliedrico scrittore, pittore e frequentatore delle prigioni locali appartiene di diritto ai grandi classici del Novecento.

Riemerso dal nulla, finalmente ha cominciato a circolare grazie a due traduzioni. Le versioni sono differenti, fondate su criteri dissimili: una marca la vena umoristica, l’altra mantiene un testo aderente all’originale. In Italia la casa editrice Lindau si è basata sulla trasposizione inglese letterale e addirittura su un team: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano. Gli specialisti avranno molto da dibattere, certo è che un vuoto insopportabile è stato colmato, non solo letterario ma anche storico.

Parole nella polvere fa parte di quella tradizione orale, nonostante parola incisa su carta, tipica dell’Irlanda anticolonialista, e di un mondo gaelico difficile da comprendere per chi non ha una certa familiarità con l’isola di smeraldo. Non si tratta di contenuti, ma di una sintonia psicologica con una terra che dell’oralità ha fatto la custode di un mondo intero: romanzo sonoro per eccellenza, Cré Na Cille racconta le vicende letteralmente “terrene” di un gruppo di persone sepolte al camposanto. Sono tutti morti, o meglio: tra-passati, sospesi tra il regno dei vivi e quel non troppo chiaro limbo dove amici, parenti, vicini di casa continuano a litigare, far pettegolezzi, berciare, ridere, provare invidia, chiedere del loro funerale, di chi c’era, se mancano a qualcuno, di matrimoni e di tradimenti.

Il sottomondo è come il sopra, poco cambia. Travolti dalle parole – spesso chiassose, altre volte sussurrate – i lettori si scopriranno a ridere e a commuoversi ma soprattutto avranno la possibilità, se troveranno quella sintonia esistenziale, di comprendere l’importanza per il popolo irlandese della comunità. Dentro di essa si dirige la vita, quasi fosse una tribù, ed il vissuto collettivo trova un senso. I protagonisti del libro non raccontano solo di sé, ma ci accompagnano anche in un viaggio nel passato, quella irlandese nello specifico, divenuto quasi un custode, un baule di ricordi a cui attingere per difendersi dall’odore rancido dell’universo. Non c’è infatti solo allegria in queste pagine, ma si respira anche povertà e malattia, sfruttamento e incomprensione.

Che quel mondo sia scomparso o in estinzione è difficile dirlo: come i morti, seppur sepolti, la loro voce riecheggia ancora e non cessa di farsi sentire, e probabilmente non cesserà mai.

Ciò che è palese è che l’altra protagonista, la Morte, non smette di controllare la situazione anche quando ormai ce ne siamo dimenticati, perché travolti dal cicaleccio delle parole o dalle smorfie della protagonista principale, Caitriona Phaídín, una donna costantemente furiosa nei confronti di sua sorella Nell, per una banale storia di cuori. È la mietitrice a rimettere ordine nel mondo e nel testo: nell’interludio n. tre la “tromba del cimitero” colei che è tutte le voci, “la prima voce nell’universo senza forma” proclama la fredda verità: non c’è tempo né spazio nel cimitero, non esistono albe e tramonti, tempo o vita. “Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle […] Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Sono un guardaroba di terra[…]”.

Parole incandescenti, che stridono con l’allegria furfantesca dei protagonisti, ma tragicamente necessarie, perché come accade in tutte le grandi opere, vita e morte non possono ignorarsi. Lo sanno bene quegli strani individui seppelliti in una terra qualsiasi del Connemara.

Máirtin O Cadhain

Parole nella polvere

Traduzione di Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano

Prefazione di Alan Titley

Postfazione di Vincenzo Perna

Lindau, 2017

pp. 400, euro 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Valério Romão, viaggio al termine del parto

Andrea Comincini

Patricia Piccinini, Young Family

Valério Romão è capace di raccontare, come pochi, la realtà più ovvia e quotidiana – la realtà di cui non verrebbe in mente di parlare, perché troppo poco lontana dai nostri sguardi assopiti dalla routine, per metterla a fuoco con giudizio – con una profondità illuminante, a tratti inquietante. Già con Autismo ha dato prova di essere autore scomodo, perché abile dissolutore di granitiche certezze, frequentatore di quella zona d’ombra della psiche dove certe solide convinzioni si sgretolano rovinosamente, trascinando il lettore davanti al baratro del dubbio. Con Quel che è successo a Joana, edito da Caravan edizioni nella collana “Bagaglio a mano”, la sua scrittura demistificante e sensuale arriva a vette decisamente entusiasmanti. Joana è una donna incinta, al settimo mese, che si troverà a vivere, come tantissime persone, l’esperienza del parto. Il racconto dello scrittore tuttavia non procede per ovvie e desuete strade intorno la gioia della maternità e dei più comuni quadri familiari, ma si inoltra in un sentiero buio, mostrando appunto quella grande capacità di parlare di ciò che è normalissimo e quotidiano sotto un altro punto di vista. Joana sta male, deve correre in ospedale perché le acque si rompono, e da qui comincia la descrizione di un calvario il cui esito finale sarà incorniciato da una scena da brivido, surreale e assolutamente inattesa.

La storia di Romão comincia con un sogno, e questa condizione contagia la sua scrittura, trasformando gli eventi in un viaggio interiore, quasi onirico, dove alle grida delle partorienti si frappongono i silenzi delle sale d’attesa, ai pensieri della protagonista quelli dei medici: mondi distanti, lontanissimi, le cui esigenze collimano soltanto durante gli attimi del parto, descritto più come una evacuazione animalesca che in parole tenere e sentimentali.

Testo profondo, a tratti dissacrante per la sua minuziosa descrizione di sfinteri, corpi e analisi vaginali, quasi pulp in certe sanguinose – letteralmente – atmosfere, resta tuttavia ammantato di una delicatezza musicale, la cui origine è certamente nella lingua portoghese. Romão cita Saramago, grande conterraneo che dichiarava spesso che la sua prosa musicale era ispirata dalla grande tradizione letteraria lusitana.

Proprio qui, in questo contrasto tra brutalità delle carni e musicalità del testo, l’autore trova il suo spazio originale, e racconta la vita vera senza indugi, consegnando il lettore a un quesito: “sogno o realtà?” – perché la storia di Joana è cruda, vera, orribilmente concreta, ma anche assurda e incredibile. Come la vita del piccolo Francisco, il bambino nascituro – che deve venire fuori, e in fretta, perché vita e morte sono intimamente legate – o di Jorge, il compagno che attende fuori in sala, inconsapevole di quanto accade dentro (Figura da non sottovalutare, visto che il libro fa parte di una trilogia intitolata “paternità mancate”).

Joana è trafitta dal dolore, circondata da medici e infermiere incapaci di trattarla come un essere umano ma votati a considerare le partorienti polli da batteria, e a trattarle conseguentemente. La nascita di una nuova creatura non è descritta idealisticamente come il culmine del miracolo della vita, ma sembra quasi l’apice dell’ironia del mondo, il quale continua a sfornare creature destinate al dolore e alla violenza. Eppure, nonostante questa valutazione quasi cinica, Romão conserva una distanza intellettuale tra gli eventi e la loro descrizione che non fa cedere allo sconforto. Lo si avverte perché ogni frase e colloquio sono estremamente controllati e pensati, riflettuti e ponderati. Una scelta che induce il lettore a continuare a interrogarsi se sia immerso in un sogno o in un incubo, nella realtà degli ospedali o in una creazione fantastica.

La verità, accertata dalle cronache di ogni giorno, ci rivela che stiamo leggendo un romanzo realista, e sincero; nonostante ciò, come riesce a ogni grande scrittore, questo mondo arriva a essere redento dalla scrittura. Persino Joana, nei suoi deliri preparto e nelle minacce fatte e subite in attesa dell’evento che le cambierà la vita, nonostante il dolore insopportabile, sa che il mondo non finirà con lei e con Francisco. Persino Jorge, uomo semplice e a tratti ingenuo, sa che il domani potrà riconfermare l’orrore della specie, ma offrirà anche la possibilità di una speranza.

Valerio Romão consegna un testo forte nelle mani di persone forse impreparate a coglierne al principio tutte le sfumature, costretti come siamo a leggere la realtà avviluppati da luoghi comuni del pensiero unico, ma consapevole che la sua storia produrrà un cambiamento, e ciò che è successo a Joana sarà anche ciò che capiterà al lettore, il quale comprenderà che realtà e sogno non sono così distanti, ma si intrecciano inevitabilmente ogni giorno, in una lotta simile a quella che la protagonista del libro affronterà quando solcherà le porte dell’ospedale, in attesa che il miracolo della vita si riveli in ogni sua forma.

Valerio Romᾶo,

Quello che è successo a Joana

Caravan edizioni, 2017

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

La violenza addomesticata

Andrea Comincini

Massimo Filippi, autore di numerosi contributi sulla “questione animale”, rinnova e chiarisce in un libro breve ma estremamente incisivo gli obiettivi formulati in altri scritti a proposito dell’antispecismo, movimento fondato per contrastare una gigantesca rimozione, le cui dimensioni appaiono tanto sconcertanti quanto più l’occultamento è evidente: l’homo sapiens ha creato la propria immagine di essere superiore e padrone del creato attraverso la distruzione, la cancellazione e lo sfruttamento del suo altero ego, l’animale. Che non si tratti di un semplice statement rivolto a una élite ma di un progetto emancipante per la comunità intera è elemento centrale della battaglia culturale proposta dallo studioso: nella polis l’uomo racconta a sé stesso una biografia tale da mondare le sue mani dal sangue degli animali, per giustificare le pratiche di abominio sui corpi intorno a lui, liberandosi dai sensi di colpa e rimuovendo una distinzione tra lui e l’altro che non sussiste.

Ognuno di noi, sebbene le responsabilità maggiori appartengano al Capitale, ha accolto passivamente questa pseudo classificazione, accettando una tassonomia razzista. Distanziando uomo da animale infatti si autorizza uno smembramento di vite per i fini più abietti. È così che intorno a noi ci troviamo a registrare una continua operazione di macelleria: animali allevati e fatti a pezzi per la nutrizione, per il divertimento (bioparchi e simili), per esperimenti di laboratorio ma anche cosmetici, addestrati a subire le peggiori angherie possibili, trasformati in oggetti di arredamento o sfruttati per scommesse sportive e azioni persino militari. Filippi snocciola alcuni dati davvero impressionanti: si tratta di decine di miliardi di morti all’anno, dovuti a quella scelta politica di cui sopra, la divisione uomo/animale, che consente, una volta stabilita l’inferiorità innata del secondo, di usufruirne a piacimento senza remore di coscienza. “La barriera uomo animale è politica, non biologica”.

L’assunto fa riflettere su come la questione animale non sia estranea a quella umana, ma ne sia il centro segreto e sottratto alla vista. È la storia dell’uomo a essere fondata sulla violenza. Dal cittadino ateniese fino a oggi, il potere e il privilegio – ancora una volta – si basano sulla esclusione di qualcosa o qualcuno dal privilegio stesso. Nel corso dei tempi schiavi, donne, barbari sono stati sempre soggiogati per ottenere una rendita: è un capitalismo (da caput, capo bestiame: ancora gli animali usati come merce) che vuole sembrare naturale, inevitabile, ma in realtà è determinato da scelte classiste e oppressive le quali, quando si profilano troppo cruente persino per noi soggetti passivi e addomesticati, vengono ostentatamente nascoste. Filippi è molto caustico quando descrive l’occultamento quotidiano di tale violenza. Se alcune scelleratezze arrivano agli occhi del cittadino consumatore dal cuore sensibile, ecco che il biopotere dell’uomo bianco comincia ad adottare delle contromisure.

La violenza subita dagli animali viene addomesticata con un vocabolario capace di non urtare i più suscettibili, oppure trasformando i rivali in persone squinternate e addirittura pericolose. È il caso del movimento vegano, ormai classificato a mera operazione modaiola, priva di incidenza politica, trend radical-chic ma condannato non appena diventa eccessivamente invadente. Le persone vengono trasformate in “seguaci”, in setta composta da individui pericolosi e frivoli e, come sempre, discriminati e isolati. I genitori che scelgono la dieta vegana per i loro figli sono descritti in tv e telegiornali come persone squilibrate e esaltate, prive di giudizio. Attraverso il potenziamento della favola giustificazionista, trasformando la pratica sanguinaria di smembramento in una necessità naturale, l’uomo ha segnato il suo destino e quello delle altre specie. I suoi strumenti, oltre la violenza nuda e cruda, sono stati almeno altri tre: il monoteismo, che ha innalzato l’uomo a creatura favorita dal signore, autorizzato a dominare il mondo; l’umanesimo rinascimentale, che lo ha posto a misura del cosmo; la tecnica, grazie alla quale oggi gli animali sono a disposizione di ogni tipo di esperimento e tortura.

L’antispecismo è chiaramente un movimento che ha le sue fondamenta nella cultura emancipante della sinistra, e sebbene abbia quindi degli alleati, risulta esposto a un pericolo estremo. Filippi nota che il potere rigenerante e assimilante del capitale è tale da poter compromettere la battaglia animalista: essere assorbiti e trasformati in una moda freak, come spesso è accaduto ad altri soggetti emancipanti, non è un’ipotesi da scartare ma una realtà da evitare. Si tratta di una lunga battaglia che vedrà innanzitutto fra i suoi obiettivi quello di abbattere il muro della divisione tra uomo e animale, per collocare entrambi su un piano egualitario. La liberazione dell’uno porterà anche alla liberazione dell’altro, e ciò significherà una società strutturata in maniera totalmente differente da ora. Come afferma Derrida: “Pensare la guerra in cui siamo non è solo un dovere, una responsabilità, un obbligo, è anche una necessità, una costrizione a cui, volente o nolente, direttamente o indirettamente, nessuno potrebbe sottrarsi. Ora più che mai”.

Il rischio di diventare invisibili, continua lo studioso, o di sparire dalla scena politica, è una possibilità che il movimento antispecista dovrà affrontare, considerati i suoi nemici e i dispositivi di controllo delle attuali società poliziesche, ma è una sfida che diventa ogni giorno più necessaria che mai: la libertà dell’animale, poiché frantumazione della violenza originaria dell’uomo sulla natura, avrà come risultato non solo il rispetto dei nostri simili, ma anche la redenzione dell’oppressore dalla sua tragica storia di sfruttamento e massacri.

Massimo Filippi

Questioni di specie

Elèuthera, 2017

pp. 120, euro 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Alfadomenica # 2 – ottobre 2017

Sono arrivate nuove risposte al questionario di Alfabeta (sotto il sommario ripetiamo le domande, i messaggi vanno mandati a redazione@alfabeta2.it). Grazie a chi ci ha scritto e a chi lo farà, e grazie a chi ha scelto di aderire all'associazione Alfabeta, dando un sostegno concreto alla vita della rivista.

Ed ecco il sommario di oggi:

  • Maria Teresa Carbone, Ishiguro, uno scrittore del mondo fluttuanteAll'indomani dell'assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Kazuo Ishiguro proponiamo una intervista rilasciata dallo scrittore una dozzina di anni fa, al tempo dell'uscita di quello che è forse il suo romanzo più bello, Never Let Me Go (tradotto in italiano come Non lasciarmi, Einaudi 2006). - Leggi:>
  • Andrea Comincini, La violenza addomesticata: Massimo Filippi, autore di numerosi contributi sulla “questione animale”, rinnova e chiarisce in un libro breve ma estremamente incisivo gli obiettivi formulati in altri scritti a proposito dell’antispecismo, movimento fondato per contrastare una gigantesca rimozione, le cui dimensioni appaiono tanto sconcertanti quanto più l’occultamento è evidente: l’homo sapiens ha creato la propria immagine di essere superiore e padrone del creato attraverso la distruzione, la cancellazione e lo sfruttamento del suo altero ego, l’animale.- Leggi:>
  • Semaforo: Colori - Sinistra - Smartphone - Leggi:>

Il questionario di Alfabeta: 

  • Da quanto tempo leggi Alfabeta? Con quale frequenza leggi gli articoli di alfa+? Come accedi ai testi che pubblichiamo online: attraverso la newsletter, passando per i link dei social (Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest) o direttamente dal sito? Ti è mai capitato di segnalare o condividere gli articoli di Alfabeta2?
  • Quali sono secondo te gli aspetti più interessanti di Alfabeta2 e cosa invece si potrebbe migliorare?
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I Situazionisti non se ne sono mai andati

Andrea Comincini

Mentre il capitalismo del dopoguerra generava trionfanti narrazioni autoreferenziali, parti di società subivano l’orrore di inautentici automatismi privi di significato, trasformando il lavoro nella fabbrica e la vita in periferia in prigioni esistenziali amorfe capaci di uccidere il desiderio e la vita nella sua bellezza più autentica. Sin dai tempi di Rimbaud e Breton è stata l’avanguardia artistica, in Francia, il luogo dove qualsiasi processo di contrasto a quel mondo disumanizzato ha trovato terreno fertile; e proprio oltralpe, negli anni Cinquanta, si svilupparono le più significative istanze rivoluzionarie, colmate poi nel Maggio del ’68. Gli intellettuali degli anni Sessanta ebbero un passato culturale con cui confrontarsi: dadaisti, lettristi e realtà artistico-letterarie di ogni genere, accomunate tuttavia da una radicale e intransigente critica del reale. Chi furono dunque i nuovi Prometeo che sfidarono il dio del Capitale? Lo raccontano da una parte Gianfranco Marelli, già insegnante nei licei ed esperto di pensiero critico; dall’altra, Donatella Alfonso, giornalista e scrittrice di lungo corso. Con L’amara vittoria del situazionismo e Una imprevedibile situazione, la storia dell’Internazionale situazionista viene raccontata da due punti di vista differenti: da un lato un’analisi storiografica, dall’altro un’ottica più intima e sentimentale. Ciò che si evince da entrambi è che l’Internazionale situazionista fu una organizzazione senza gerarchie ma fortemente controllata ai vertici, senza alcuna idea di progetti ideologici e metodologici ma incredibilmente attenta al proprio programma, aperta al mondo e contemporaneamente in trincea, vittima di continue epurazioni. Compito principale dei situazionisti fu attuare “una trasformazione radicale e totale della realtà a partire dai comportamenti individuali, tant’è che il compito degli artisti rivoluzionari è anzitutto quello di abbandonare il ciarpame della cultura decomposta per vivere essi stessi in modo rivoluzionario”.

Marelli attraversa la storia dell’Internazionale evidenziandone limiti e pregi indiscutibili e, fedele a una disamina scientificamente attenta ai fatti, ai proclami e ai documenti ufficiali, mostra chiaramente come la natura stessa del movimento fosse magmatica. L’energia rivoluzionaria che l’attraversava infatti, votata a sconfiggere quella “cultura decomposta”, si trovò inevitabilmente a rivolgersi contro di sé per eccesso di intransigenza. In che modo stabilire ciò che è veramente emancipante e libero se non… decidendolo? La risposta ultima arrivò sempre dal leader indiscusso: Guy Debord bollò molti dei vecchi compagni come vittime del capitale o di idee prive di “eccezionalità”, incapaci di cogliere la loro funzione rivoluzionaria (in ciò criticando il concetto stesso di funzione) – lasciando trasparire un’intransigenza simile a quella denunciata nei partiti di sinistra. Pur dialogando con critici marxisti quali Lefebvre o Goldmann, infatti, l’Internazionale rifiutava i metodi di lotta di classe “ideologici”. Sostenitori di una rivoluzione completa, basata sul soggetto, e libera da apparati di qualsiasi natura, gli esponenti di questa forza (Pinot-Gallizio, Debord, Bay, Melanotte, Jorn, Rumney, Olmo – la cui presenza nel gruppo, come detto, fu spesso transitoria) – sostennero la necessità di “costruire delle situazioni, cioè degli ambienti collettivi, un insieme di impressioni che determinano la qualità del momento”.

Marelli evidenzia molto lucidamente i limiti che gli epigoni di questi grandi intellettuali mostrarono: ciò che caratterizzò la fine del movimento fu anche lo scimmiottamento di una spontaneità ormai estinta. Eppure, nonostante limiti personali, nel testo emerge un fattore essenziale per comprendere l’Internazionale e il maggio francese. La critica feroce al capitale e alla bulimia delle merci, la battaglia contro l’alienazione quotidiana ha finito per apparire simile – nei metodi e nei risultati – al sensazionalismo che si crea intorno al prodotto capitalistico. “Una volta passati gli ardori rivoluzionari e cancellata ogni possibilità di agire in un tessuto sociale del tutto prono alle esigenze di trasformazione produttiva imposte dalla globalizzazione economica, la critica radicale dell’Internazionale situazionista è stata frantumata, parcellizzata e adattata alla moda dei nuovi saltimbanchi della cultura e dell’arte, pronti a rivendicare la propria critica dello spettacolo mediatico, divenendo lo spettacolo critico mediatico più à la page”.

La dimensione più intima e personale è approfondita come si diceva da Donatella Alonso, la quale preferisce raccontare le origini del movimento e le passioni delle persone che lo fondarono. La giornalista spiega quanto fosse necessario al disegno rivoluzionario non solo demolire il reale, e ogni linguaggio che lo descriveva, ma anche tracciarne una nuova mappa urbana. Se la metropoli è simbolo del potere costituito, non deve stupirci che l’origine di un movimento votato letteralmente a smantellare l’arte borghese, fino a porsi avanguardia del maggio ’68, ebbe sede in un piccolo paese anonimo. A Cosio d’Arroscia (Imperia) un gruppo disparato e disperato di giovani poeti, musicisti, architetti trovò la sua naturale collocazione, trasformando un grazioso villaggio nel cuore pulsante del progetto che prenderà nome di Internazionale situazionista appunto, in cui convogliarono esperienze di precedenti avanguardie come il MIBI (movimento internazionale per una Bauhaus immaginista), o il CO.BR.A (Comitato psicogeografico di Londra).

Arte, vino ribellione: si evince dal sottotitolo quanto la storia narrata si faccia largo tra ricordi e suggestioni, intimità e pensieri sotterranei. Sono percorsi di una fratellanza segreta, esaltata spesso dall’incredibile capacità dei protagonisti di condividere lo stesso amore per lo spirito, e non spirito interiore, non solo, ma quello che arricchisce l’alcool, rendendolo un imprescindibile alleato nella dura battaglia per la rivoluzione infinita. Con gusto ed estrema perizia Alonso tratteggia un quadro a tinte vivaci di altrettanti personaggi: lo scrittore cineasta Debord, il quale inaugurava la mattinata con un litro di vino al bar del centro; il musicista Walter Olmo, un ragazzo pieno di speranze e presto sferzato dal mentore francese, o ancora Rumsay, Jorn, Pinot-Gallizio, Piero e Elena Simondo: tutti protagonisti di un’epoca raccontati lontano dalle cronache di rito, per apparire nella loro più nuda umana precarietà, sottratta a quelle luci della ribalta che da lì a pochi anni sarebbero divenute accecanti.

La vita a Cosio è travolta da pitture e psicocoreografie, musiche sperimentali e urbanistiche d’avanguardia. E dalla personalità già evidentemente ribelle dei protagonisti: “I sottoscritti Guy-E. Debord, di nazionalità francese, di professione cineasta, e Piero Simondo, di nazionalità italiana, di professione pittore, dichiarano di essere stati interrogati pubblicamente in modo insolente e arbitrario dall’agente dei carabinieri in servizio a Cosio d’Arroscia oggi, 2 agosto 1957, alle 16.30 sulla piazza di S. Sebastiano, e in conseguenza domandano al signor sindaco di voler chiedere alla polizia locale spiegazioni e scuse”. Non erano rari momenti come questi, cercati e voluti più che altro per portare avanti quella idea di ribaltare, svuotare, distruggere e ricreare la società intera partendo da gesti simbolici, da situazioni. Nel breve viaggio in cui ci conduce la Alonso tuttavia, si intravede anche una sfumata tinta di malinconia. Traspare dai grandi amori e dalle grandi sofferenze (si pensi alla nipote di Guggenheim, Peggy, raccontata in un capitolo denso di emozioni), o nei ricordi di Ilva Simondo, nipote di Piero, quando parecchi anni dopo rammenta l’allegria del tintinnare di quei bicchieri, ormai vuoti.

Se il suicidio di Debord, nel ’94, getta una luce triste sull’Internazionale, la Alfonso preferisce soffermarsi sull’aspetto spensierato di quei giorni, ricordando il legame profondo e travolgente tra gli artisti e Cosio: “C’è una porta con su scritto “Taverna”, tra i vicoli in pietra. Accanto, c’è una riproduzione di una foto di quel luglio lontano, una di quelle scattate da Ralph (Rumsay ndr): sembra un tempo sospeso. In fondo, i Situazionisti non se ne sono mai andati da qui. Una cantina si può sempre riaprire, per loro”.

Gianfranco Marelli
L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957-1972
Mimesis, 2017, 456 pp., € 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Donatella Alfonso
Un’imprevedibile situazione. Arte vino ribellione: nasce il situazionismo
il melangolo, 2017, 94 pp., € 14

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Il caro estinto virtuale

Andrea Comincini

digital-memoriesPer migliaia di anni la paura più grande dell’uomo ha avuto il volto del buio che tutto avvolge: athazagorafobia, ovvero il terrore di essere dimenticati e dimenticare. Lo sa bene Ulisse quando, incontrando i Lotofagi, comprende quanto sia facile per il suo equipaggio lasciarsi andare e rinunciare a tornare a casa. Il frutto della dimenticanza è una condanna per chiunque abbia un progetto; di peggio c’è soltanto la caduta dell’essere umano stesso nell’oblio. Gli eroi omerici combattono per raggiungere l’immortalità, per compiere grandi gesta. Achille lo confessa chiaramente quando decide di andare in guerra: “è precluso a me il ritorno, ma avrò gloria immortale;se invece andassi a casa nella cara terra dei padri, sarebbe perduta per me la nobile gloria” (Il. IX, 413-415).

Dopo più di duemila anni, nel pieno della rivoluzione digitale che ci sta attraversando, il paradigma è rovesciato o per lo meno ha assimilato nuove prospettive così radicali da essere costretti a parlare di un vero e proprio mutamento sociale e antropologico. Nella storia si presenta il problema di voler essere dimenticati, e ciò accade quando stiamo comprendendo che non sia operazione così facile e scontata. Giovanni Ziccardi, ex hacker, giornalista e docente di informatica giuridica alla Statale di Milano, prova a fare il punto della situazione in un saggio necessario e illuminante, Il libro digitale dei morti. Il titolo richiama ovviamente il celebre Bardo Thodol, il libro dei morti tibetano, noto manuale per raggiungere il nirvana attraverso vari stadi di purificazione e pratiche irrinunciabili per quanti non vogliano ritornare nel ciclo delle vite, nel samsara. La prospettiva di Ziccardi è eminentemente terrestre, sebbene il fulcro del suo saggio attraversi e investighi il mondo digitale, dei social network, e quindi la realtà virtuale; una realtà, però, ormai decisamente più invadente e concreta del vecchio mondo cartaceo e d’archivio classico. Il dato inquietante da cui parte è l’annuncio comunicato dalla BBC il 13 marzo 2016: “a breve, su Facebook, ci saranno più morti che vivi. Il social network per eccellenza ha già preso le sembianze di un cimitero digitale, in costante e inarrestabile crescita”.

Il mondo contemporaneo si trova ad affrontare un problema enorme, e probabilmente senza avere ancora gli strumenti adatti per risolverlo. Come garantire l’oblio, la cancellazione dei nostri dati, delle foto, dei profili social dalla rete, dai cloud, e da qualsiasi dispositivo tecnologico? Ognuno di noi, osserva il giornalista, è avvolto da una serie di informazioni trasformatesi ormai in una gabbia mediatica. Conti correnti on line, immagini per accedere ai pc, password, email riservate e pubbliche, profili facebook, twitter, instagram, linkedin, snapchat, whatsapp, ecc.: siamo di fronte a uno sdoppiamento dell’uomo che lo coglie impreparato soprattutto quando arriva il momento finale, la morte. Se Achille viveva angosciato dalla paura dell’oblio, oggi ci troviamo a essere spesso terrorizzati dal non poter cancellare utenze e informazioni che ci appartengono, o a non essere in grado di selezionarli. Ziccardi investiga giuridicamente e socialmente la galassia delle leggi e delle possibilità offerte oggi manifestando chiaramente quanto siamo ignoranti e impreparati. Tra deleghe a terzi per estinguere un profilo facebook e rimozioni forzate per aver impostato la propria privacy prima di morire, le opzioni sono innumerevoli; ma non sempre sicure. Il caso dell’FBI, che nel 2015 ha sollecitato la Apple affinché sbloccasse l’Iphone di un terrorista (Syed Rizwan Farook) a San Bernardino, è solo un esempio di come siamo tutti esposti a una legislazione piena di imperfezioni e in costante evoluzione. In questo specifico caso si richiedeva una “autopsia digitale”, per capire la rete di legami che l’assassino aveva intrattenuto. La trattativa per la condivisione delle informazioni tra Stato e Apple è stata inutile. La società non ha accettato di spartire i segreti del sistema di accesso dei dati, ritenendolo un pericoloso precedente e un cavallo di troia. Gli Stati Uniti infine si sono dovuti rivolgere a un hacker israeliano, e pagarlo un milione di dollari, per ottenere quanto volevano.

La complessità del fenomeno rende la lettura del libro, come sottolineato, necessaria perché l’analfabetismo digitale si appresta a essere un grave problema per la società futura e non è possibile ignorarlo; illuminante, poiché indica non solo il quadro complessivo del rapporto uomo-tecnologia, ma fa emergere chiaramente anche un fattore estremamente interessante: il passaggio evolutivo da homo sapiens sapiens a homo digitalis.

Il rapporto con la morte, per migliaia di anni manifestatosi in pratiche ancestrali e rituali emancipatori (si legga il bellissimo Storia della morte in Occidente di Philippe Ariès), ha oggi mutato straordinariamente le proprie coordinate, tanto da trasformare i comportamenti di ognuno di noi di fronte all’estremo limite. Ziccardi analizza l’atteggiamento di quanti ormai vivono il trapasso attraverso i social, quasi a esorcizzarlo o a trasformarlo in evento collettivo – quindi forse per proteggersene e non per semplice e puro narcisismo –, ed elenca una serie di siti che cominciano a proliferare dedicati a come gestire il dopo. A chi lasciare il proprio profilo? Lo si vuole cancellare? Renderlo commemorativo? Perché relazionarsi a esso? (L’autore accenna anche a una death etiquette, un galateo per la morte social.)

Alcuni siti sembrano proporre delle soluzioni. È il caso del servizio offerto da Eterni.me per esempio, il cui slogan è “tutti dobbiamo morire, prima o poi, lasciando soltanto pochi nostri ricordi dietro di noi, per la famiglia, gli amici e l’umanità, e saremo tutti dimenticati. Ma cosa accadrebbe se, invece, tu potessi essere ricordato per sempre?”. In questo caso la scelta è per salvare la memoria dell’estinto, ovviamente, ma si tratta solo di una delle innumerevoli opzioni che le nuove “pompe funebri digitali” stanno offrendo ai loro new customers, i morti digitali.

Insomma i funerali delle star, le commemorazioni in diretta, la trasmissione di delitti on line: tutto il mondo virtuale che accomuna questi eventi li sta trasformando, e noi con loro. Il destino appare in continua e rapida evoluzione, e l’eterna lotta tra immortalità e oblio sembra ancora lungi dall’essere conclusa.

Giovanni Ziccardi

Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto eternità e oblio nell’era dei social network

Utet, 2017, 259 pp., € 15

Oggi alle 11.45 il volume verrà presentato presso lo Spazio prospettive digitali del Salone del Libro di Torino. Partecipa, con l'autore, Hamilton Santià.

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cantieri arancioneGiovedì 25 maggio alle 18 si terrà  a Roma, presso lo Spazio culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3)   il primo seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. All'incontro, intitolato Verità alternative. Filosofia media politica scienza, partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (e anche chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Alfadomenica #3 – maggio 2017

Post-Truth-HeadlineNel suo intervento sulla pervasività dei selfie, con cui apriamo l'alfadomenica di oggi, Donatella Della Ratta cita questa frase di Siegfried Kracauer: “Mai come ora un'epoca è stata così informata su se stessa, se essere informati significa avere un'immagine di oggetti che ci rassomigliano. Mai come ora un'epoca ha conosciuto così poco di se stessa”. Difficile trovare una migliore introduzione al primo seminario organizzato dal Cantiere di AlfabetaVerità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, in programma giovedì 25 maggio alle 18, presso lo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3). Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto e gratuito. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Ed ecco cosa potete leggere oggi su alfadomenica, oltre al quotidiano reportage da Cannes 70 firmato da Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri:

  • Donatella Della Ratta, Tutto il mondo (si) fa selfie: Gli occhi grigi di Alexey Navalny, nemico giurato di Putin e leader dell'opposizione “web 2.0” schierata contro l'imperatore russo, fanno capolino nell'inconfondibile formato stretto sul volto e sguardo in camera. È il selfie che ha spedito in rete il marzo scorso dopo essere stato arrestato e condannato a pagare la multa di 330 euro e detenzione amministrativa per 15 giorni con l'accusa di aver istigato moti di piazza non autorizzati. “Verrà il giorno in cui saremo noi a giudicarli, ma quel giorno lo faremo in maniera onesta”, ha scritto Navalny dall'aula del tribunale e, dopo essersi autoscattato, con un click ha gettato in pasto alla rete la sua condanna sprezzante al potere, impacchettata in formato selfie. Effetto immediatamente virale.  - Leggi:>
  • Andrea Comincini, Il caro estinto virtuale: Per migliaia di anni la paura più grande dell’uomo ha avuto il volto del buio che tutto avvolge: athazagorafobia, ovvero il terrore di essere dimenticati e dimenticare. Lo sa bene Ulisse quando, incontrando i Lotofagi, comprende quanto sia facile per il suo equipaggio lasciarsi andare e rinunciare a tornare a casa. Il frutto della dimenticanza è una condanna per chiunque abbia un progetto; di peggio c’è soltanto la caduta dell’essere umano stesso nell’oblio.  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / In cucina si è costretti a immaginare: Comincio subito con una idea di ricetta, e dovrebbe essere un inizio promettente. Me la ripeto o o piuttosto la attendo, partendo dal titolo. Che sia riso in bianco o pasta al sugo è lo stesso, e il nome già dovrebbe pormi un duplice problema ; non solo come cuocerò il riso oppure di che sugo si tratterà, ma c’è il bianco che tinge il riso e il sugo – di che colore ? rosso, marroncino .. – la pasta. Opero una scelta di colore, e di testura cromatica. E vado oltre scegliendo i chicchi e le pennucce che amo tanto  - Leggi:>