Basterà un esercito di maestri elementari per sconfiggere la Cosa Nera?

Andrea Comincini

Se non si trattasse di un resoconto dettagliato su uno dei fenomeni criminali più importanti degli ultimi decenni, Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia potrebbe essere facilmente scambiato per una sceneggiatura di un film drammatico, quasi horror, e declassato come surreale. Si tratta invece, purtroppo, di una indagine accurata e firmata da un esperto, Fabio Federici, ufficiale dei carabinieri in prima linea contro la mafia, che da tempo studia il fenomeno della Cosa Nera, la malavita nigeriana presente in Italia, e non solo. Accompagnato da importanti prefazioni (Nando Dalla Chiesa, Ranieri Rizzante), il libro affronta con dovizia di particolari, ma in una prosa colloquiale, l’origine e la diffusione dei racket locali, in particolare appunto quelli provenienti dalla Nigeria. Formatasi negli ultimi trent’anni, oggi la black mafia si vede dislocata in tutto il territorio nazionale, in particolare al Nord e più recentemente nella zona di Castel Volturno, dove procede a conquistare fette di “mercato” con una violenza e prepotenza spaventose.

Agevolato da rapporti diretti delle forze dell’ordine, l'autore insiste sull’estrema violenza del fenomeno che richiede, come si dice in gergo, di essere “attenzionato”, vista la recrudescenza delle azioni criminali e l’escalation esponenziale. Un limite oggettivo del problema è certamente la sottovalutazione mediatica: Federici sottolinea quanto tv e radio si soffermino troppo semplicisticamente su fenomeni circoscritti di microcriminalità, mentre si dovrebbe ormai sviluppare una coscienza comune sugli orrori perpetrati da questi gruppi. La Cosa nera infatti non procede gerarchicamente, ma si muove attraverso cellule con grande capacità rigenerativa, fortemente settarie nella mentalità ma anche estremamente inserite nei contesti territoriali in cui agiscono, su scala nazionale e mondiale.

Le efferatezze riportate sono inquietanti. Caratteristiche di tali “sette”, una forte mimetizzazione che rende difficile la lettura sociologica del fenomeno, e una scarsissima mancanza di “pentiti”. Per quali ragioni? Ebbene, una delle peculiarità della nuova criminalità è l’iniziazione con riti voodoo e Ju Ju, macumbe, stregoneria e magia nera, che accompagnano l’iniziato durante il rito affiliativo. Di originale c’è che il neofita “crede” fortemente di essere in possesso del proprio capo, o nel caso delle donne avviate alla prostituzione, della maman, tanto da depersonalizzarsi e subire qualsiasi efferatezza. Nei riti – secondo la ricostruzione offerta da Federici – si compiono lacerazioni, stupri, marchiature e addirittura cannibalismo: un quadro agghiacciante in cui, accanto a gatti impiccati e bambole rituali, si trova la vittima che, oltre a subire minacce di ritorsioni in patria, teme per la propria anima e non trova quasi mai le forze per ribellarsi. Quando accade, e Federici riporta alcune testimonianze, la gioia è grande ma presto subentra anche la consapevolezza di trovarsi davanti a casi isolati, perché Cosa Nera è strutturata così solidamente che soltanto un approccio olistico e internazionale al problema può cambiare radicalmente l’ordine delle cose e i destini di tanti sfruttati.

L’ufficiale colloca l’origine di questo fenomeno nella nascita di confraternite nei campus universitari negli anni Cinquanta/Settanta. Creati da persone agiate, con un buon livello di istruzione, tali gruppi avevano l’intenzione di produrre una critica benefica al sistema. Una delle prime fu la Pyrates Confraternity del 1953, di cui faceva parte anche il nobel Wole Soyinka. Con il passare del tempo, alcune di queste associazioni si sono trasformate in veri e propri gruppi criminali, con nomi propri e rituali specifici, divise e simboli e contatti trasversali con polizia e politica corrotta. Tra le più feroci si cita la Black Axe per esempio, nata nel 1976 come confraternita universitaria e oggi così descritta: ”gli studenti agiscono come banditi, uccidendosi l’un l’altro e minacciando le università e la società […] lasciando alle loro spalle spargimenti di sangue, distruzione, stupri, oppressione e un generale senso di terrore”. Da parte sua, proprio la Pyrates Confraternity ha preso le distanze nel 2013 dalle associazioni simili o che fanno riferimento a essa, evidenziando quanto il fenomeno sia complesso e non facilmente riassumibile a schemi predefiniti.

Memore della lezione di Paolo Borsellino, che gridava: “parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali…però parlatene”, Federici tuttavia mantiene uno sguardo ottimista e sottolinea come la conoscenza sia il primo passo per arginare e sconfiggere il mondo della criminalità, soprattutto quando si parla di un paese, come la Nigeria, irto di contraddizioni: secondo una stima delle Nazioni Unite, citata dall'autore, nel 2050 ci saranno 398 milioni di abitanti, di cui il 50 per cento disoccupato e con un dollaro al giorno di reddito.

Certamente combattere la mafia vuol dire prendere coscienza che oltre alla repressione e alla prevenzione, bisogna sradicare le condizioni che generano lo sfruttamento, uguali in ogni angolo del pianeta: povertà e analfabetismo (condizione questa alla base delle credenze tribali utilizzate per la sottomissione psicologica). Come sosteneva Gesualdo Bufalino, “la mafia verrà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Il libro di Federici vuole essere un primo passo in questa direzione e rappresenta per i lettori uno stimolo a puntare lo sguardo su un fenomeno criminale tanto inquietante quanto ancora poco  esplorato.

Fabio Federici

Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia

Oligo Editore, 2019

Antispecismo prossimo venturo

Andrea Comincini

La capacità di rinnovamento del capitalismo non va intesa soltanto come la raffinata traduzione di sé stesso in nuovi dispositivi merceologici o strategici: l’azione più importante è quel talento nell’assorbire le istanze avversarie e ricollocarle, trasformandole lievemente, in contesti consoni al sistema, detonandone il potenziale rivoluzionario. Ne sono consapevoli i curatori di Smontare la gabbia, un pamphlet-saggio dove l’inarrestabile movimento antispecista raccoglie idee, intenzioni e soprattutto si propone di rispondere a molte critiche piovute ultimamente. Se infatti la lotta per la liberazione degli animali non umani è cominciata spesso fra risate soffuse e ammiccamenti, oggi nessuno può evitare almeno di interrogarsi su quanto viene proposto da numerosi attivisti, cresciuti nei consensi e in visibilità a ritmo esponenziale. Ormai non si parla solo di veganesimo, ma di diritti animali veri e propri, e conseguentemente, quando la protesta è cominciata ad essere vincolante a livello immaginario ed elettorale, ecco che il capitale, denunciano i relatori, ha cercato e cerca tuttora di correre ai ripari. La struttura del testo sviluppa una disamina attenta dei contro-meccanismi di seduzione operati dal bio-mercato nei confronti del cittadino per ricondurlo – è il caso di dirlo – all’ovile.

Una delle tecniche principali è stata ed è trasformare ad esempio la dieta vegana prima in scelta fanatica, successivamente – quando la critica appariva controproducente – in predilezione dietetica. Se dapprincipio “la superiore dignità attribuita all’essere umano rappresenta il fondamento delle più tipiche manifestazioni di queste strategie, che squalificano immediatamente le istanze vegane come espressioni di fanatismo” – si è passati successivamente a ridurre tutto allo slogan “Vegano è bello”, perché fa bene alla salute, è detox, soprattutto dopo un bel cenone di Natale. Si passa, ça va sans dire, da un tentato dispositivo di controllo e di etichettatura di chi rifiuta la carne a una sua assimilazione nel mercato delle vendite, ma ridotta a modello temporaneo, easy. Così è possibile sfruttare l’intero contesto vegetariano senza accettarne i cambiamenti radicali. Appare chiaro quale sia l’obiettivo principale, cioè la neutralizzazione politica del movimento antispecista, ormai considerato inevitabile e indomabile. Davanti alla nuova ondata di finto ecologismo e salutismo ( in verità soltanto una piccola porzione del grande problema della schiavitù degli animali) viene nascosta la principale realtà a cuore agli autori, ovvero denunciare la violenza indiscriminata e ingiustificabile dell’uomo nei confronti del proprio simile, ma anche la non casualità dell’atto. Ma attenzione: persino la cura per gli animali può nascondere una loro mercificazione. Chi non ricorda le foto di Berlusconi con un agnellino in mano, o le costanti iniziative di Michela Vittoria Brambilla a favore degli amici a quattro zampe? Non farsi sedurre da queste campagne pubblicitarie è altro motivo fondamentale. Rifiutare la formula per cui il cane deve essere trattato meglio, viziato, non vuol dire rigettare l’antispecismo, ma quella malsana idea che gli animali siano oggetti, giocattoli da coccolare, passatempo per ricche signore un poco annoiate.

Il movimento antispecista quindi resta fortemente ancorato a sinistra e deve respingere le sirene seduttive degli avversari di destra. Secondo Massimo Filippi, autore di una interessante postfazione, non può essere post-ideologico o asettico, perché ciò significherebbe essere schiacciati proprio da una ideologia, la cui dimensione è palesemente tardocapitalistica. L’oppressione è reale, ed è imposta dal capitalismo, a cui è intrinsecamente imputata la divisione non solo in classi ma in specie: liberare la gabbia dunque, non allargarla per schiavizzare meglio, ma spezzare le catene dell’oppressione è l’unico obiettivo possibile, perché autenticamente liberatorio in primis per gli animali non umani, ma anche per quelli umani, noi. Dove c’è sottomissione, la violenza non può essere circoscritta a pochi, ma riguarda tutti: la critica al bio-sfruttamento si fa serrata e così l’analisi e le alternative proposte, in cui spiccano fra tutte quelle rivolte alla sensibilizzazione del lettore. È fondamentale lottare contro quei luoghi dove “l’esistenza stessa […] si sposa in modo ambiguo con cura e benessere” e “funge da valvola di sfogo per i sensi di colpa del consumatore più sensibile”. L’occultamento emotivo risulta il pericolo ad oggi maggiore: allontanare dagli occhi i mattatoi, cedere al paternalismo, convincerci che basta un trattamento gentile degli animali o ignorare la continua pratica di landgrabbing operata da parecchie multinazionali può portare, passo dopo passo, a un risultato devastante. Come si sottolinea di nuovo in postfazione, bisogna lottare contro l’ideologia giustificazionista dello smembramento dei corpi animali. “Questo libro è una prefazione a un antispecismo attivista a venire, a un attivismo antispecista che dovrà tracciare, percorrere e rendere visibili quelle strade a cui queste pagine possono solo accennare, continuando però a farsi guidare dalla potente intuizione che le attraversa, quell’intuizione che Paul B. Preciado ha riassunto così: “Solo immaginando l’impossibile sarà possibile trasformare l’inaccettabile”.

Smontare la Gabbia, Anticapitalismo e movimento di liberazione animale

A cura di Niccolò Bertuzzi e Marco Reggio

Postfazione di Massimo Filippi

Mimesis, 2019

Umani allo specchio del mostro

Andrea Comincini

La distinzione di Karl Popper degli oggetti del discorso filosofico in tre mondi (Natura, Psiche, Cultura) è la massima espressione di un mentalità che, liberatasi della metafisica trinitaria Dio, Uomo, Mondo, si affida al razionalismo descrittivo, al soggetto di cartesiana memoria, per giudicare il mondo esterno e sezionarlo. I prodotti della cultura, conseguentemente, diventano eccedenze di cui si potrebbe fare a meno. Il panopticon di Bentham, l’occhio che tutto scruta, sembra trovare la sua più esplicita apoteosi, ma nonostante si sforzi di essere esaustivo, l’impostazione mostra delle fratture. La dissezione del mondo non può ridurne la complessità, e soprattutto non si può affermare che la cultura ne sia solo un residuo inquinante, mentre ne è parte performante. Tale nuova presa di coscienza è il punto di partenza di una discussione molto approfondita e stimolante, sviluppata nel numero di dicembre di Aut Aut da diversi studiosi, fra cui Massimo Filippi, Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, L. Sanò, M. Reggio e tanti altri a proposito di una insostenibilità classificatoria che considera il diverso ontologicamente abusivo. Mostri e altri animali, questo il titolo del volume da poco uscito, riscrive la storia dei dissimili, del bestialmente altro, provando a decifrarli non in quanto errori naturali, ma simboli/prodotti di un dispositivo di potere negazionista.

Quale negazionismo? Quello teso a confutare la verità sull’umano e la sua radice animale, e cioè che oltre la biologica naturalità spacciata per superiorità aproritaria, si manifesta una gerarchia mai fondata sulla naturalità e la distinzione netta, perché proprio tali concetti non pertengono al mondo esterno. Filippi, sia nella Premessa sia nel contributo personale, è molto chiaro:

I corpi sono assemblaggi/concatenamenti di corpi, materia, relazioni e memoria. Sono costellazioni, reliquie, vortici, sintomi, anacronismi, contrattempi, sopravvivenze. In una parola: mostri. E che ci piaccia o no, anche “noi” siamo animali e, quindi, mostri”.

Il mostro dunque spaventa, perché è la singolarità contro la regola, capace di mostrare la trama politica della narrazione altrui e di mettere in crisi il soggettivismo totalizzante suddetto: lungi dall’essere tale poiché oggettivamente diverso, il mostruoso altro non è se non lo scarto biopolitico dell’occidente dominante, il quale si riconosce puro e sano grazie all’individuazione e alla segregazione di un corpo reso dissimile.

I saggi contenuti affrontano la tematica da differenti punti di vista: artistico, storico, mitologico. In comune rivelano la necessità di considerare prioritaria la battaglia fra codici reazionari o performativi. Cosa si intende? Gli autori lottano per rendere visibile la politicità di qualsiasi descrizione passata per naturalistica, quando in verità appartiene a un desiderio di determinare una differenza e un dominio sugli altri. Differenza, per affermare l’inumanità del diverso, e quindi la possibilità di usufruirne a piacimento senza sensi di colpa (si pensi anche al riconoscimento dei neri a persona) e – successivamente – al dominio, perché l’inferiore (sia un animale da macello, sia un essere umano) va guidato e comandato, per il suo bene.

Parafrasando Foucault, bisogna ricordare che “il mostro sconvolge l’ordine giuridico” ma in questa violazione delle regole, autorizza il potere a intervenire, senza spiegare però che il mostro è tale perché proprio il potere lo ha precedentemente classificato tale.

L’erotismo del mostro è un argomento frequente nella grande tradizione cinematografica: ne Il mostro della laguna nera (1954), è chiaro che la sessualità esibita o celata serve da dispositivo di coercizione degli istinti, ma anche da conforto, perché ci dice “siamo diversi da loro” e “non dobbiamo mischiarci”. Ne La forma dell’acqua (2017), invece, il politically correct si adegua ai tempi, ma resta sullo sfondo un meccanismo di censura proprio quando si arriva a parlare degli organi riproduttivi della creatura anfibia – termine ultimo tra uomo e bestia. Allo stesso modo si potrebbe dire del mondo mitologico. Le lamie, o gli umani-animale, segnano il confine tra la diversità e la norma, la sconcezza e la regalità.

Anche in campo zoologico gli esempi sono molteplici: Etienne Saint-Hilaire e la zoologia come progetto politico militare non sono certo il prodotto casuale di una razionalità totalizzante. Cosa sono oggi gli allevamenti, se non lager costruiti per sfruttare corpi deformati e tutti uguali, votati solo a nutrire i nostri appetiti? Cosa non succede nelle cosiddette ultra avveniristiche farm, se non una militarizzazione dei corpi animali? L’esuberanza bestiale viene domata, escludendola e rendendola disponibile per le élite. E l’animale in noi? Animal, il romanzo dell’autrice I. Sinha raccontato da Marco Reggio, esprime perfettamente che anche l’uomo è a rischio di deumanizzazione. Il piccolo protagonista cammina curvo a causa di una malattia, e si trova a essere scartato, non solo in quanto povero ma – seguendo l’analisi di S. Taylor, perché “numerosi testi storici suggeriscono un’associazione tra postura eretta e civiltà, se non fra postura eretta e umanità”. Proprio nel mondo dell’arte si intravedono i segnali di questa consapevolezza: da H. Nitsch, a G.Alexander, “Il mondo come una volontà e una rappresentazione” svela il suo inganno ancestrale, basato ovviamente anche su quel sostrato religioso essenziale per il fondamento identitario. “Se il protestante – osserva Max Weber – preferisce mangiar bene…il Cattolico vuole dormire tranquillo”. Così come sono costretti dal “dovere professionale” a far denaro, allo stesso modo uomini e donne devono rigorosamente rispettare la propria “vocazione” biologica.” In quest’ottica, la figura dell’ermafrodita è l’orripilante per eccellenza, sebbene tanta parte ebbe nella letteratura delle origini, soprattutto nei vangeli apocrifi, che vedeva nella coincidentia oppositorum dei sessi un potere salvifico. Quale mutazione è avvenuta nel medioevo? A livello ontologico, si è imposta per naturale una costruzione intellettuale aderente a una scelta ben precisa, quella del sopruso del bianco al potere.

È l’assenza di ordine, in definitiva, a inquietare il dominante: ordine da non intendersi ovviamente solo nel mondo esteriore, ma anche interiore. Il mostruoso minaccia una verità precostituita, ed è per questo per esempio che gli ermafroditi venivano bruciati e le loro ceneri sparse al vento – per cancellare la traccia del dissimile.

Insomma, il mostro torna continuamente a inquietare i nostri sogni non solo perché ci spaventa nelle fattezze, ma perché ci ricorda chi realmente siamo: noi siamo loro, ma abbiamo voluto dimenticarlo, e su quell’oblio abbiamo costruito l’occidente.

AUT AUT, Dicembre 2018, il Saggiatore

AA.VV., Mostri e altri animali

Orwell viaggiatore solitario

Andrea Comincini

Le confessioni degli scrittori sono anche troppo spesso petulanti. Quelle di Orwell, semplicemente, sono necessarie”. Così commenta Vittorio Giacopini, nella introduzione, l’ultima raccolta di scritti e riflessioni di George Orwell, proposti dalla casa editrice Elèuthera: quasi una silloge, che spazia da articoli di costume a testi spiccatamente politici, da pura critica letteraria ad analisi sociologiche e antropologiche. Si tratta di pezzi nati per giornali e riviste ma soprattutto, per ritornare alla riflessione del curatore, per dare sfogo a una imprescindibile necessità dell’autore di raccontare la verità. Perché George Orwell, pseudonimo di Erich Arthur Blair (1903-1950), non scrive illudendosi di cambiare da solo il mondo, né per rifugiarsi in un estetismo puro, ma per la volontà ferrea di denunciarne le falsità atroci, primo passo per sperare in una alternativa alla presente desolazione.

Nato in India, e presto spostatosi in Birmania dove lavorò per l’Impero (una autobiografia all’inizio del libro racconta nei dettagli le vicende), Orwell sviluppò un astio puro e semplice, anzi un odio vero e proprio per ogni forma di coercizione provocata dal Capitalismo. Né ingenuo né sognatore, ma nemmeno rassegnato, tutta la sua produzione vuole essere la rivolta allo status quo. Giacopini sottolinea che non fu rivoluzionario, ma ribelle: definizione perfetta di chi, oltre alle stoltezze occidentali, non poteva tollerare la Russia sovietica e gli abomini giustificati in nome del socialismo. Orwell venne a contatto con la vera natura del comunismo sovietico in Spagna, quando andò a combattere con la moglie e rimase ferito da una pallottola che gli attraversò la gola. Una penna libera da qualsiasi illusione sugli uomini, evidentemente, ma neanche votata alla depressione.

In queste pagine caustiche e spesso ironiche, non manca mai da parte dell’autore la capacità di progettare una alternativa, fosse anche scagliandosi contro la sua parte: “Per difendere il socialismo occorre cominciare attaccandolo”. Sono proprio “i compagni” a deluderlo: “il socialismo, nella forma in cui oggi è presentato, si rivolge, soprattutto a tipi insoddisfacenti o addirittura disumani… il socialista che non pensa…il socialista intellettuale”. Orwell, refrattario a ogni misticismo o intimidazione, è chiaro: scrive per combattere qualsiasi forma di totalitarismo, per affermare un socialismo democratico “come lo intendo io”, da tradurre in una rivolta costante contro la mentalità borghese tanto disprezzata, in favore di un socialismo libertario e anarchico distante dalla nomenclatura russa.

Tutta la sua produzione, dal 1936 in poi, confessa, è votata all’affermazione di una umanità emancipata, consapevole dell’enorme compito davanti. In questi articoli emerge la doppia anima dell’autore: disimpegnato e refrattario a ogni ideologia ufficiale, convinto di essere uno scrittore politico ma allo stesso tempo assolutamente lontano dal giornalismo “politologico”. Orwell non appartiene a uno schema, né ha mai bramato protezione alcuna. L’unica filiazione è con il mondo dei diseredati, dei poveri, descritti ad esempio ne La strada di Wigan Pier, dove ancora una volta attacca i compagni, definiti “schiumanti accusatori della borghesia, gli annacquati riformatori… i giovani astutissimi arrampicatori social-letterari che sono oggi i comunisti…e finalmente tutta quella deprimente tribù di donne magnanime, di uomini in sandali e di barbuti bevitori di succhi di frutta”. Una ironia incapace di sconti, ma anche una critica a coloro i quali, giocando a indentificarsi con il proletariato, lo tradiscono.

Orwell – e Giacopini lo sottolinea fortemente – ha vissuto con i poverissimi di Londra e Parigi ma non ha ceduto mai alla tentazione di farsi “membro onorario del proletariato” o di abbracciare un misticismo dell’identificazione. La denuncia reale, così come il supporto, nascono dalla consapevolezza di una distanza, e fortunatamente, perché da qui si può sviluppare l’unica autentica aspirazione del rivoluzionario, cioè tentare di ripristinare la normalità. È questo il senso ultimo della scrittura orwelliana, tentare di decostruire il mondo e ridonarlo a una primitività che rimanda alla infanzia. Se un processo idealizzante può essere indicato, questo avviene proprio nel recupero di una età dove curiosità e energia sembrano promettere e garantire il successo.

Così Giacopini: “Molte pagine di Orwell sembrano ispirate alla nostalgia, dettate da un intenso rimpianto del passato. È comprensibile”. Se presente e futuro sono cupi, solo la memoria sembra fornire consolazione. Non è casuale che sia proprio “la Memoria” uno dei temi principali del capolavoro 1984. Guardare il mondo con gli occhi del bambino non vuol dire ovviamente essere ingenui, ma saper assaporare ancora la vita, a cui Orwell dice sempre “sì”, e riuscire a scrutarla con lucidità. Profondissime e lungimiranti le osservazioni su Gandhi, per esempio, dove sa distinguere l’aspetto reazionario dell’uomo dalla figura “venduta” al grande pubblico, oppure quando, in “Negri esclusi”, sa denunciare il totalitarismo ma anche ricordare quanto le democrazie occidentali, e quella britannica in primis, non sono così candide come vorrebbero far credere. “Non è stato Hitler a fare di un centesimo l’ora il salario normale di un operaio di fabbrica”; eppure in India è così e noi stiamo compiendo ogni sforzo per garantire che la situazione resti inalterata”.

Pagine di profonda lucidità e onestà intellettuale, di un viaggiatore solitario, nel mondo “come un pesciolino in una vasca di lucci”, e convinto che la lotta contro l’ottusa gerarchia sia assolutamente fondamentale: “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza son la stessa cosa (1984)”.

George Orwell

Come un pesciolino in una vasca di lucci

a cura di Vittorio Giacopini

Elèuthera, 2018

Separatezza e razzismo in forma di trattino

Andrea Comincini

Anthony Julian Tamburri è decano presso l’Istituto Italiano Americano John D. Calandra a New York e Professore di Lingue e Letterature Europee. Docente, saggista e curatore di vari scritti e riviste culturali, nel 2017 è stato insignito del titolo di Uomo dell’Anno dal National Council of Columbia Associations. Persona poliedrica e di incontestabile acume intellettuale, come si può notare in un breve saggio apparso nei primissimi anni Novanta e divenuto già un classico: Scrittori Italiano[-]Americani non racconta semplicemente lo stile, le forme e le esperienze di differenti connazionali, ormai americani a tutti gli effetti, raccolte nei loro libri e nella scrittura che li racconta, ma è un vero e proprio piccolo trattato di sociologia e un manifesto antirazzista.

In quel breve segno, il trattino, all’apparenza innocuo, si radica il simbolo di un mondo colonialista e classista che non esita a insinuarsi nella nostra vita quotidiana. Proprio nel linguaggio si annidano i pensieri e le azioni più pericolose: lungi dall’essere neutrale, ovviamente, la parola esprime non solo qualcosa di cui si parla, ma anche la mentalità dell’autore, il quale, se prevenuto, informerà il contenuto stesso di significati altrimenti assenti. Il razzismo ideologico è sempre linguistico, non esiste alcuna innocenza quando si selezionano le parole: l’uso del trattino, invece di unire o collegare due mondi, disgiunge, separa, allontana. È un “atto politico” ridondante dalla parte del dominio, spinge alla classificazione etnica, religiosa e sessuale. Come viene detto nella introduzione all’edizione italiana, “è segno colonizzante che, sotto la guisa della correttezza grammaticale, nasconde la sua ideologica e soggiogante forza”.

Cosa si cela dunque in questo millimetrico segno, tanto da creare tale cataclisma democratico? È chiaro: un non-luogo viene a crearsi, uno spazio dove non si è accettati dalla vecchia tradizione né assimilati nella nuova, oppure un in-between – espressione dello studioso Homi Bhabha – dove i soggetti postcoloniali vengono ghettizzati brutalmente.

La storia degli italiani d’America è specchio del linguaggio che li descrive: i linciaggi nel sud subiti dai neri vengono patiti anche dai nostri connazionali perché giudicati di pelle scura. Un razzismo nato da mostruose classificazioni, a cui non sfuggirono nemmeno gli irlandesi, sebbene bianchissimi secondo il canone Wasp (White Anglo Saxon Protestant), però appunto cattolici e non protestanti – dunque ottima carne da macello.

Il linguaggio e la grammatica tuttavia, come la storia, non si possono ingabbiare, addirittura si rivolgono ironicamente contro gli oppressori, ed ecco che nel libro appaiono neri autospacciantesi per bianchi poiché “sufficientemente chiari”, abili nell’ingannare l’oppressore e nell’utilizzarne le strategie. Si tratta dunque di contaminazioni, mescolanze, non solo linguistiche ma esistenziali, capaci di rivelare l’inconsistenza di qualsiasi razzismo, e l’energia magmatica di una nazione, l’America, dove l’identità è spesso una consapevolezza da conquistare.

Tamburri ci introduce a scrittori più o meno famosi, da Mario Puzo a Gilbert Sorrentino, e alla loro predisposizione psicologica nei confronti degli Stati Uniti: desiderio di essere accettati, omologazione, universalismo e ritrasformazione del proprio patrimonio d’origine. Tutto questo in sintonia con le istanze suddette, a dimostrazione che ala letteratura non vive in una torre d’avorio, ma è sempre espressione di persone e fatti reali. Al trattino, in definitiva, preferisce la sbarretta, (/), la quale altro non è se non una porta girevole da cui ognuno entra e ritorna, attraversando la propria vita. Scrittori italiano/americani quindi, per superare il gap ideologico della segregazione, e per evitare il passaggio dall’hypenation all’alienation, per sconfiggere la tendenza di compiacere il pensiero dominante e vivere con orgoglio – ma con semplicità, aggiungiamo noi – la bellezza di una identità che è soprattutto tale quando arricchita da più voci.

Anthony Julian Tamburri

Scrittori Italiano[-]Americani. trattino sì trattino no

prefazione di Anna Camaiti Hostert

MnM edizioni, 2018

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it

La matassa digitale e il futuro del libro

Andrea Comincini

È un pericolo imparare per frammenti; bevi a fondo, o evita la fonte delle Muse: a brevi sorsi intossica il cervello, a larghi sorsi ci ritorna il senno”. La riflessione è del celebre poeta settecentesco Alexander Pope, e introduce non casualmente il lettore a L’età della frammentazione di Gino Roncaglia, studioso e filosofo da anni impegnato a districare “il grande disordine sotto il cielo”, la matassa digitale ormai parte integrante del mondo della scuola e dell’educazione.

Lavoro complesso e corposo per la varietà dei temi e le sfide raccolte, ma contemporaneamente semplice e lineare nel provare a dare risposte di buon senso su poche ma sostanziali domande: che fine sta facendo il libro? Quale educazione sarà auspicabile programmare, e in che modo? Come e dove guidare gli studenti, i professori stessi, e la scuola in generale in un mondo frastornato da più input contrastanti, e all’apparenza poco interessato all’istruzione emancipante?

Roncaglia prova a tracciare un quadro generale, e lo fa con la sistematicità tipica del filosofo: suddiviso in tre parti, il lavoro affronta la differenza tra contenuti dell’informazione e veicoli della stessa, metodologie e pratiche didattiche in gioco tra learning content e flipped classroom, ecosistema digitale, discovery tools e testo classico didattico – fino ad attraversare la storia intera di internet e della sua gestazione, parallelamente a un’altra, più conosciuta perché antichissima, quella del libro. Tutto questo, per un obbiettivo colossale ma altrettanto essenziale: costruire i cittadini del futuro attraverso un impianto educativo adatto alle emergenze attuali, dove per emergenze si intendono gli stimoli continui del mondo digitale e i cambiamenti – qualcuno li considera addirittura antropologici – tra l’antica aula di scuola e le piattaforme multitasking presenti in tablet e cellulari.

Due punti emergono dall’intera analisi: prima di tutto va ristabilita una verità, e cioè la possibilità di riformulare l’offerta digitale non attraverso contenuti granulari, ma in formati complessi e multifunzionali, capaci di consentire una ristrutturazione articolata delle informazioni esposte; secondo, la consapevolezza che la nuova rivoluzione culturale, sia dentro sia fuori dalla scuola, non potrà escludere “il vecchio” libro per dare posto solo al digitale, ma dovrà integrare entrambi e produrre una conoscenza plastica e in continua evoluzione. Le antiche gerarchie del sapere non sono più utili già dagli anni settanta, quando il libro didattico veniva contestato perché strumento politico di trasmissione del potere: Roncaglia, giustamente, sottolinea anche l’aspetto governativo delle scelte da operare, le quali non crescono mai in un terreno astratto e non possono produrre nulla di fruttuoso se non annaffiate quotidianamente. Ambienti di apprendimento, aule multimediali, biblioteche rinnovate e ripensate sono solo la base per programmare la scuola a venire: ciò che serve principalmente è il dispiego di tutte le forze – docenti, studenti, ma anche famiglie e operatori culturali – nella direzione adatta a rendere l’istruzione efficace.

Se una parola d’ordine può essere segnalata, nell’intero lavoro di Roncaglia, questa è flessibilità: capire che le risorse digitali granulari non sono necessariamente “una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma la caratteristica contingente di una sua fase evolutiva”, è il primo passo per liberarsi da fastidiosi stereotipi per cui il libro cartaceo è quasi una icona sacra mentre un tablet o una lavagna mediatica producono solo analfabeti funzionali. Un esempio di successo e integrazione tra dispositivi avviene con il courseware, dove le lezioni del docente si integrano e si espandono con slide, tabulati, schede digitali e persino ricerche esterne, superando l’impostazione educativa ideologica che vedeva “la cultura” calarsi dall’alto, senza discussione critica o contestualizzazione, al fine di approfondire ciò che Roger Seguin nella guida dell’Unesco sull’elaborazione dei testi scolastici, definisce “ruolo di strutturazione e organizzazione dell’apprendimento”.

In questa varietà di posizioni ci sono autori più severi, ovviamente, e meno propensi a dare credito al digitale: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati o in Come diventare vivi di Giuseppe Montesano, l’utilizzo dei cellulari o tablet in classe è consigliato previa massima cautela, riscontrando e sottolineando gli effetti negativi manifestati durante l’apprendimento da quanti eccedono nell’uso di display e simili. Considerazioni utili, integrantesi a vicenda, e fondamentali per ricostruire una scuola non solo appetibile, ma volta verso una formazione che non può concludersi nelle aule scolastiche, né veicolare le informazioni in libri statici, monouso, in un pianeta in grado di rielaborare le notizie in poche ore, costantemente. Il lavoro di Roncaglia non è solo una mappa con la quale orientarsi, né un vademecum per futuri cambiamenti, ma è già ora parte della rivoluzione auspicata, e dunque lavoro da leggere approfonditamente perché, tornando a Pope, informazione e cultura non possono essere un giocattolo con cui trastullarsi, pena l’avvelenamento e la perdita della propria identità, non solo culturale ma anche etica.

Gino Roncaglia

L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale

Laterza, 2018

pp. 236, euro 18

Siti, no money no fun

Andrea Comincini

L’editore Nottetempo inaugura la nuova collana Trovare le parole con un breve ma intenso saggio di Walter Siti, che di parole ne trova, e decise, per descrivere il cambiamento antropologico dell’uomo contemporaneo. Già Benjamin, in Capitalismo come religione, aveva tracciato il profilo del cittadino attuale, mostrando quanto la fede nel denaro abbia sostituito vecchi idola e radunato i credenti dalle chiese ai centri commerciali. Adesso, nell’era dei Bitcoin, persino gli edifici svaniscono e la moneta viaggia sui display: la trasfigurazione da Homo Sapiens a Homo Digitalis è completa: l’economia di mercato e uno strano “esistenzialismo multitasking” sostituiscono le vecchie ideologie e la costruzione stessa dei rapporti sociali, affidando il singolo a un prezzo da pagare. O da non pagare. È qui che Siti analizza la seconda frattura vitale dell’umanità occidentale, e lo fa non solo con lo sguardo del sociologo, ma del letterato in bilico fra due generazioni e si accorge, amaramente, quanto il to be or not to be di shakespeariana memoria sia ormai definitivamente declinato a to buy or not to buy.

L’aspetto tragico della scelta, tuttavia, non è nella misera alternativa, ma nel constatare che in realtà siamo costretti a comprare e pagare sempre, persino quando alcune merci o servizi sono offerti gratuitamente. Siti esplora il mondo dell’e-commerce, delle piattaforme digitali e dell’economia virtuale per scorgere la caratteristica principale del nuovo mondo: attualmente il denaro non è più mezzo di riscatto, ha perso la sua forza emancipante – quella dallo scrittore assaporata nella giovinezza – per diventare una gabbia psicologica lesiva di ogni dignità. Se negli anni ’70, pur con le contraddizioni registrate da Luciano Bianciardi ne La vita agra, la società italiana poteva guardare al futuro con speranza, oggi lo stipendio non emancipa le persone. La ragione non è dovuta al crollo del potere d’acquisto – non solo – ma al fatto che la dignità e il piacere di comprare la prima automobile, pagare il mutuo o la lavatrice, tipica di una generazione, non è accompagnata da riscatto sociale, orgoglio o qualsiasi sfumatura ludica. L’uomo digitalizzato compra per sopravvivere o mantenersi in trincea, e senza futuro, vive nevrastenicamente il rapporto con l’altro. Il denaro, sebbene prodotti e servizi gratis aumentino, sebbene si possa pagare un pranzo pochi euro o nulla (la formula all you can eat), usufruire del car sharing, vedere film appena usciti for free, non è capace di conferire dignità al consumatore. In realtà questi è consumato, anche quando gli offrono a prezzi risibili musica, cibo o posti letto, da una rete di coercizione informatica costantemente attenta a strappargli informazioni, a violarne la privacy, a tradurre i gesti liberi in lavoro gratuito coatto, senza suscitare sospetto nell’interessato. L’assenza di moneta, la totale evaporazione, non produce libertà ma anonimato etico, mancanza di coordinate politiche, e quindi repressione. L’autore si chiede se la sua sconsolata denuncia non provenga da una età ormai avanzata; la risposta è purtroppo negativa; l’analisi della alienazione quotidiana è chiarissima: da una parte una élite multimediale padrona del mondo e dall’altra una massa devota a scimmiottare i ricchi per convincersi di non essere depredata della loro esistenza, confinata in periferie sempre più squallide, ma “benedetta” dal poter scaricare gratis la musica negli IPod, o di poter viaggiare a Dublino o Madrid con 1 euro, per poi spendere il prezzo reale del volo con raggiri mediatici, gratta e vinci e servizi extra. Il gratuito è diventato il moderno dio mondatore delle coscienze, ma nessuno spirito rinnova gli animi. La qualità svanisce, e qualora venisse richiesta, deve essere pagata.

Siti intravede un mondo di prodotti gratis, ma pervasivamente grigi e anonimi come ormai le nostre città di plastica. Pagare dunque non è più fonte di riscatto, e non pagare non causa sollievo. L’uomo contemporaneo si perde in un dedalo di sottoprodotti e sottomarche, a sottocosto, nei sottoscala di quartieri devastati. Qualcuno naturalmente si sottrae al gioco (gli inventori delle regole): le grandi multinazionali, per esempio, in grado di comprare concessioni in Europa per emettere Co₂ oltre il limite consentito; la Coca Cola®, dispensatrice di fontane gratis in sud America dopo aver ottenuto concessioni di milioni di litri d’acqua a prezzi risibili (chissà come…); i grandi motori di ricerca, capaci di orientare i gusti del consumatore. “Quel che si è perso è proprio il senso originario del denaro; il consumismo si è caratterizzato fin dall’inizio per una sproporzione tra valore d’uso e valore di scambio, ma oggi il divario è diventato così abissale e falotico da far perdere qualunque orientamento. Quale piacere aggiuntivo può far costare duemila dollari un gelato?” Insieme al denaro, dignità e piacere si sono volatilizzati. Per lo scrittore il futuro è cupo, e tuttavia Siti intravede una via di fuga. I giovani, probabilmente “stanno già trovando nuove vie di uscita”, dall’ingorgo massmediologico contemporaneo, dall’economia dei bitcoin e dei reality a Wall Street. Saranno loro a ristabilire il valore dell’uomo che, come diceva Hobbes, “come di tutte le cose, consiste nel suo prezzo”, confermando o contestando le parole del filosofo.

Walter Siti

Pagare o non pagare. L’evaporazione del denaro

Nottetempo, 2018

pp. 135  euro 12