Umani allo specchio del mostro

Andrea Comincini

La distinzione di Karl Popper degli oggetti del discorso filosofico in tre mondi (Natura, Psiche, Cultura) è la massima espressione di un mentalità che, liberatasi della metafisica trinitaria Dio, Uomo, Mondo, si affida al razionalismo descrittivo, al soggetto di cartesiana memoria, per giudicare il mondo esterno e sezionarlo. I prodotti della cultura, conseguentemente, diventano eccedenze di cui si potrebbe fare a meno. Il panopticon di Bentham, l’occhio che tutto scruta, sembra trovare la sua più esplicita apoteosi, ma nonostante si sforzi di essere esaustivo, l’impostazione mostra delle fratture. La dissezione del mondo non può ridurne la complessità, e soprattutto non si può affermare che la cultura ne sia solo un residuo inquinante, mentre ne è parte performante. Tale nuova presa di coscienza è il punto di partenza di una discussione molto approfondita e stimolante, sviluppata nel numero di dicembre di Aut Aut da diversi studiosi, fra cui Massimo Filippi, Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, L. Sanò, M. Reggio e tanti altri a proposito di una insostenibilità classificatoria che considera il diverso ontologicamente abusivo. Mostri e altri animali, questo il titolo del volume da poco uscito, riscrive la storia dei dissimili, del bestialmente altro, provando a decifrarli non in quanto errori naturali, ma simboli/prodotti di un dispositivo di potere negazionista.

Quale negazionismo? Quello teso a confutare la verità sull’umano e la sua radice animale, e cioè che oltre la biologica naturalità spacciata per superiorità aproritaria, si manifesta una gerarchia mai fondata sulla naturalità e la distinzione netta, perché proprio tali concetti non pertengono al mondo esterno. Filippi, sia nella Premessa sia nel contributo personale, è molto chiaro:

I corpi sono assemblaggi/concatenamenti di corpi, materia, relazioni e memoria. Sono costellazioni, reliquie, vortici, sintomi, anacronismi, contrattempi, sopravvivenze. In una parola: mostri. E che ci piaccia o no, anche “noi” siamo animali e, quindi, mostri”.

Il mostro dunque spaventa, perché è la singolarità contro la regola, capace di mostrare la trama politica della narrazione altrui e di mettere in crisi il soggettivismo totalizzante suddetto: lungi dall’essere tale poiché oggettivamente diverso, il mostruoso altro non è se non lo scarto biopolitico dell’occidente dominante, il quale si riconosce puro e sano grazie all’individuazione e alla segregazione di un corpo reso dissimile.

I saggi contenuti affrontano la tematica da differenti punti di vista: artistico, storico, mitologico. In comune rivelano la necessità di considerare prioritaria la battaglia fra codici reazionari o performativi. Cosa si intende? Gli autori lottano per rendere visibile la politicità di qualsiasi descrizione passata per naturalistica, quando in verità appartiene a un desiderio di determinare una differenza e un dominio sugli altri. Differenza, per affermare l’inumanità del diverso, e quindi la possibilità di usufruirne a piacimento senza sensi di colpa (si pensi anche al riconoscimento dei neri a persona) e – successivamente – al dominio, perché l’inferiore (sia un animale da macello, sia un essere umano) va guidato e comandato, per il suo bene.

Parafrasando Foucault, bisogna ricordare che “il mostro sconvolge l’ordine giuridico” ma in questa violazione delle regole, autorizza il potere a intervenire, senza spiegare però che il mostro è tale perché proprio il potere lo ha precedentemente classificato tale.

L’erotismo del mostro è un argomento frequente nella grande tradizione cinematografica: ne Il mostro della laguna nera (1954), è chiaro che la sessualità esibita o celata serve da dispositivo di coercizione degli istinti, ma anche da conforto, perché ci dice “siamo diversi da loro” e “non dobbiamo mischiarci”. Ne La forma dell’acqua (2017), invece, il politically correct si adegua ai tempi, ma resta sullo sfondo un meccanismo di censura proprio quando si arriva a parlare degli organi riproduttivi della creatura anfibia – termine ultimo tra uomo e bestia. Allo stesso modo si potrebbe dire del mondo mitologico. Le lamie, o gli umani-animale, segnano il confine tra la diversità e la norma, la sconcezza e la regalità.

Anche in campo zoologico gli esempi sono molteplici: Etienne Saint-Hilaire e la zoologia come progetto politico militare non sono certo il prodotto casuale di una razionalità totalizzante. Cosa sono oggi gli allevamenti, se non lager costruiti per sfruttare corpi deformati e tutti uguali, votati solo a nutrire i nostri appetiti? Cosa non succede nelle cosiddette ultra avveniristiche farm, se non una militarizzazione dei corpi animali? L’esuberanza bestiale viene domata, escludendola e rendendola disponibile per le élite. E l’animale in noi? Animal, il romanzo dell’autrice I. Sinha raccontato da Marco Reggio, esprime perfettamente che anche l’uomo è a rischio di deumanizzazione. Il piccolo protagonista cammina curvo a causa di una malattia, e si trova a essere scartato, non solo in quanto povero ma – seguendo l’analisi di S. Taylor, perché “numerosi testi storici suggeriscono un’associazione tra postura eretta e civiltà, se non fra postura eretta e umanità”. Proprio nel mondo dell’arte si intravedono i segnali di questa consapevolezza: da H. Nitsch, a G.Alexander, “Il mondo come una volontà e una rappresentazione” svela il suo inganno ancestrale, basato ovviamente anche su quel sostrato religioso essenziale per il fondamento identitario. “Se il protestante – osserva Max Weber – preferisce mangiar bene…il Cattolico vuole dormire tranquillo”. Così come sono costretti dal “dovere professionale” a far denaro, allo stesso modo uomini e donne devono rigorosamente rispettare la propria “vocazione” biologica.” In quest’ottica, la figura dell’ermafrodita è l’orripilante per eccellenza, sebbene tanta parte ebbe nella letteratura delle origini, soprattutto nei vangeli apocrifi, che vedeva nella coincidentia oppositorum dei sessi un potere salvifico. Quale mutazione è avvenuta nel medioevo? A livello ontologico, si è imposta per naturale una costruzione intellettuale aderente a una scelta ben precisa, quella del sopruso del bianco al potere.

È l’assenza di ordine, in definitiva, a inquietare il dominante: ordine da non intendersi ovviamente solo nel mondo esteriore, ma anche interiore. Il mostruoso minaccia una verità precostituita, ed è per questo per esempio che gli ermafroditi venivano bruciati e le loro ceneri sparse al vento – per cancellare la traccia del dissimile.

Insomma, il mostro torna continuamente a inquietare i nostri sogni non solo perché ci spaventa nelle fattezze, ma perché ci ricorda chi realmente siamo: noi siamo loro, ma abbiamo voluto dimenticarlo, e su quell’oblio abbiamo costruito l’occidente.

AUT AUT, Dicembre 2018, il Saggiatore

AA.VV., Mostri e altri animali

Orwell viaggiatore solitario

Andrea Comincini

Le confessioni degli scrittori sono anche troppo spesso petulanti. Quelle di Orwell, semplicemente, sono necessarie”. Così commenta Vittorio Giacopini, nella introduzione, l’ultima raccolta di scritti e riflessioni di George Orwell, proposti dalla casa editrice Elèuthera: quasi una silloge, che spazia da articoli di costume a testi spiccatamente politici, da pura critica letteraria ad analisi sociologiche e antropologiche. Si tratta di pezzi nati per giornali e riviste ma soprattutto, per ritornare alla riflessione del curatore, per dare sfogo a una imprescindibile necessità dell’autore di raccontare la verità. Perché George Orwell, pseudonimo di Erich Arthur Blair (1903-1950), non scrive illudendosi di cambiare da solo il mondo, né per rifugiarsi in un estetismo puro, ma per la volontà ferrea di denunciarne le falsità atroci, primo passo per sperare in una alternativa alla presente desolazione.

Nato in India, e presto spostatosi in Birmania dove lavorò per l’Impero (una autobiografia all’inizio del libro racconta nei dettagli le vicende), Orwell sviluppò un astio puro e semplice, anzi un odio vero e proprio per ogni forma di coercizione provocata dal Capitalismo. Né ingenuo né sognatore, ma nemmeno rassegnato, tutta la sua produzione vuole essere la rivolta allo status quo. Giacopini sottolinea che non fu rivoluzionario, ma ribelle: definizione perfetta di chi, oltre alle stoltezze occidentali, non poteva tollerare la Russia sovietica e gli abomini giustificati in nome del socialismo. Orwell venne a contatto con la vera natura del comunismo sovietico in Spagna, quando andò a combattere con la moglie e rimase ferito da una pallottola che gli attraversò la gola. Una penna libera da qualsiasi illusione sugli uomini, evidentemente, ma neanche votata alla depressione.

In queste pagine caustiche e spesso ironiche, non manca mai da parte dell’autore la capacità di progettare una alternativa, fosse anche scagliandosi contro la sua parte: “Per difendere il socialismo occorre cominciare attaccandolo”. Sono proprio “i compagni” a deluderlo: “il socialismo, nella forma in cui oggi è presentato, si rivolge, soprattutto a tipi insoddisfacenti o addirittura disumani… il socialista che non pensa…il socialista intellettuale”. Orwell, refrattario a ogni misticismo o intimidazione, è chiaro: scrive per combattere qualsiasi forma di totalitarismo, per affermare un socialismo democratico “come lo intendo io”, da tradurre in una rivolta costante contro la mentalità borghese tanto disprezzata, in favore di un socialismo libertario e anarchico distante dalla nomenclatura russa.

Tutta la sua produzione, dal 1936 in poi, confessa, è votata all’affermazione di una umanità emancipata, consapevole dell’enorme compito davanti. In questi articoli emerge la doppia anima dell’autore: disimpegnato e refrattario a ogni ideologia ufficiale, convinto di essere uno scrittore politico ma allo stesso tempo assolutamente lontano dal giornalismo “politologico”. Orwell non appartiene a uno schema, né ha mai bramato protezione alcuna. L’unica filiazione è con il mondo dei diseredati, dei poveri, descritti ad esempio ne La strada di Wigan Pier, dove ancora una volta attacca i compagni, definiti “schiumanti accusatori della borghesia, gli annacquati riformatori… i giovani astutissimi arrampicatori social-letterari che sono oggi i comunisti…e finalmente tutta quella deprimente tribù di donne magnanime, di uomini in sandali e di barbuti bevitori di succhi di frutta”. Una ironia incapace di sconti, ma anche una critica a coloro i quali, giocando a indentificarsi con il proletariato, lo tradiscono.

Orwell – e Giacopini lo sottolinea fortemente – ha vissuto con i poverissimi di Londra e Parigi ma non ha ceduto mai alla tentazione di farsi “membro onorario del proletariato” o di abbracciare un misticismo dell’identificazione. La denuncia reale, così come il supporto, nascono dalla consapevolezza di una distanza, e fortunatamente, perché da qui si può sviluppare l’unica autentica aspirazione del rivoluzionario, cioè tentare di ripristinare la normalità. È questo il senso ultimo della scrittura orwelliana, tentare di decostruire il mondo e ridonarlo a una primitività che rimanda alla infanzia. Se un processo idealizzante può essere indicato, questo avviene proprio nel recupero di una età dove curiosità e energia sembrano promettere e garantire il successo.

Così Giacopini: “Molte pagine di Orwell sembrano ispirate alla nostalgia, dettate da un intenso rimpianto del passato. È comprensibile”. Se presente e futuro sono cupi, solo la memoria sembra fornire consolazione. Non è casuale che sia proprio “la Memoria” uno dei temi principali del capolavoro 1984. Guardare il mondo con gli occhi del bambino non vuol dire ovviamente essere ingenui, ma saper assaporare ancora la vita, a cui Orwell dice sempre “sì”, e riuscire a scrutarla con lucidità. Profondissime e lungimiranti le osservazioni su Gandhi, per esempio, dove sa distinguere l’aspetto reazionario dell’uomo dalla figura “venduta” al grande pubblico, oppure quando, in “Negri esclusi”, sa denunciare il totalitarismo ma anche ricordare quanto le democrazie occidentali, e quella britannica in primis, non sono così candide come vorrebbero far credere. “Non è stato Hitler a fare di un centesimo l’ora il salario normale di un operaio di fabbrica”; eppure in India è così e noi stiamo compiendo ogni sforzo per garantire che la situazione resti inalterata”.

Pagine di profonda lucidità e onestà intellettuale, di un viaggiatore solitario, nel mondo “come un pesciolino in una vasca di lucci”, e convinto che la lotta contro l’ottusa gerarchia sia assolutamente fondamentale: “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza son la stessa cosa (1984)”.

George Orwell

Come un pesciolino in una vasca di lucci

a cura di Vittorio Giacopini

Elèuthera, 2018

Separatezza e razzismo in forma di trattino

Andrea Comincini

Anthony Julian Tamburri è decano presso l’Istituto Italiano Americano John D. Calandra a New York e Professore di Lingue e Letterature Europee. Docente, saggista e curatore di vari scritti e riviste culturali, nel 2017 è stato insignito del titolo di Uomo dell’Anno dal National Council of Columbia Associations. Persona poliedrica e di incontestabile acume intellettuale, come si può notare in un breve saggio apparso nei primissimi anni Novanta e divenuto già un classico: Scrittori Italiano[-]Americani non racconta semplicemente lo stile, le forme e le esperienze di differenti connazionali, ormai americani a tutti gli effetti, raccolte nei loro libri e nella scrittura che li racconta, ma è un vero e proprio piccolo trattato di sociologia e un manifesto antirazzista.

In quel breve segno, il trattino, all’apparenza innocuo, si radica il simbolo di un mondo colonialista e classista che non esita a insinuarsi nella nostra vita quotidiana. Proprio nel linguaggio si annidano i pensieri e le azioni più pericolose: lungi dall’essere neutrale, ovviamente, la parola esprime non solo qualcosa di cui si parla, ma anche la mentalità dell’autore, il quale, se prevenuto, informerà il contenuto stesso di significati altrimenti assenti. Il razzismo ideologico è sempre linguistico, non esiste alcuna innocenza quando si selezionano le parole: l’uso del trattino, invece di unire o collegare due mondi, disgiunge, separa, allontana. È un “atto politico” ridondante dalla parte del dominio, spinge alla classificazione etnica, religiosa e sessuale. Come viene detto nella introduzione all’edizione italiana, “è segno colonizzante che, sotto la guisa della correttezza grammaticale, nasconde la sua ideologica e soggiogante forza”.

Cosa si cela dunque in questo millimetrico segno, tanto da creare tale cataclisma democratico? È chiaro: un non-luogo viene a crearsi, uno spazio dove non si è accettati dalla vecchia tradizione né assimilati nella nuova, oppure un in-between – espressione dello studioso Homi Bhabha – dove i soggetti postcoloniali vengono ghettizzati brutalmente.

La storia degli italiani d’America è specchio del linguaggio che li descrive: i linciaggi nel sud subiti dai neri vengono patiti anche dai nostri connazionali perché giudicati di pelle scura. Un razzismo nato da mostruose classificazioni, a cui non sfuggirono nemmeno gli irlandesi, sebbene bianchissimi secondo il canone Wasp (White Anglo Saxon Protestant), però appunto cattolici e non protestanti – dunque ottima carne da macello.

Il linguaggio e la grammatica tuttavia, come la storia, non si possono ingabbiare, addirittura si rivolgono ironicamente contro gli oppressori, ed ecco che nel libro appaiono neri autospacciantesi per bianchi poiché “sufficientemente chiari”, abili nell’ingannare l’oppressore e nell’utilizzarne le strategie. Si tratta dunque di contaminazioni, mescolanze, non solo linguistiche ma esistenziali, capaci di rivelare l’inconsistenza di qualsiasi razzismo, e l’energia magmatica di una nazione, l’America, dove l’identità è spesso una consapevolezza da conquistare.

Tamburri ci introduce a scrittori più o meno famosi, da Mario Puzo a Gilbert Sorrentino, e alla loro predisposizione psicologica nei confronti degli Stati Uniti: desiderio di essere accettati, omologazione, universalismo e ritrasformazione del proprio patrimonio d’origine. Tutto questo in sintonia con le istanze suddette, a dimostrazione che ala letteratura non vive in una torre d’avorio, ma è sempre espressione di persone e fatti reali. Al trattino, in definitiva, preferisce la sbarretta, (/), la quale altro non è se non una porta girevole da cui ognuno entra e ritorna, attraversando la propria vita. Scrittori italiano/americani quindi, per superare il gap ideologico della segregazione, e per evitare il passaggio dall’hypenation all’alienation, per sconfiggere la tendenza di compiacere il pensiero dominante e vivere con orgoglio – ma con semplicità, aggiungiamo noi – la bellezza di una identità che è soprattutto tale quando arricchita da più voci.

Anthony Julian Tamburri

Scrittori Italiano[-]Americani. trattino sì trattino no

prefazione di Anna Camaiti Hostert

MnM edizioni, 2018

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it

La matassa digitale e il futuro del libro

Andrea Comincini

È un pericolo imparare per frammenti; bevi a fondo, o evita la fonte delle Muse: a brevi sorsi intossica il cervello, a larghi sorsi ci ritorna il senno”. La riflessione è del celebre poeta settecentesco Alexander Pope, e introduce non casualmente il lettore a L’età della frammentazione di Gino Roncaglia, studioso e filosofo da anni impegnato a districare “il grande disordine sotto il cielo”, la matassa digitale ormai parte integrante del mondo della scuola e dell’educazione.

Lavoro complesso e corposo per la varietà dei temi e le sfide raccolte, ma contemporaneamente semplice e lineare nel provare a dare risposte di buon senso su poche ma sostanziali domande: che fine sta facendo il libro? Quale educazione sarà auspicabile programmare, e in che modo? Come e dove guidare gli studenti, i professori stessi, e la scuola in generale in un mondo frastornato da più input contrastanti, e all’apparenza poco interessato all’istruzione emancipante?

Roncaglia prova a tracciare un quadro generale, e lo fa con la sistematicità tipica del filosofo: suddiviso in tre parti, il lavoro affronta la differenza tra contenuti dell’informazione e veicoli della stessa, metodologie e pratiche didattiche in gioco tra learning content e flipped classroom, ecosistema digitale, discovery tools e testo classico didattico – fino ad attraversare la storia intera di internet e della sua gestazione, parallelamente a un’altra, più conosciuta perché antichissima, quella del libro. Tutto questo, per un obbiettivo colossale ma altrettanto essenziale: costruire i cittadini del futuro attraverso un impianto educativo adatto alle emergenze attuali, dove per emergenze si intendono gli stimoli continui del mondo digitale e i cambiamenti – qualcuno li considera addirittura antropologici – tra l’antica aula di scuola e le piattaforme multitasking presenti in tablet e cellulari.

Due punti emergono dall’intera analisi: prima di tutto va ristabilita una verità, e cioè la possibilità di riformulare l’offerta digitale non attraverso contenuti granulari, ma in formati complessi e multifunzionali, capaci di consentire una ristrutturazione articolata delle informazioni esposte; secondo, la consapevolezza che la nuova rivoluzione culturale, sia dentro sia fuori dalla scuola, non potrà escludere “il vecchio” libro per dare posto solo al digitale, ma dovrà integrare entrambi e produrre una conoscenza plastica e in continua evoluzione. Le antiche gerarchie del sapere non sono più utili già dagli anni settanta, quando il libro didattico veniva contestato perché strumento politico di trasmissione del potere: Roncaglia, giustamente, sottolinea anche l’aspetto governativo delle scelte da operare, le quali non crescono mai in un terreno astratto e non possono produrre nulla di fruttuoso se non annaffiate quotidianamente. Ambienti di apprendimento, aule multimediali, biblioteche rinnovate e ripensate sono solo la base per programmare la scuola a venire: ciò che serve principalmente è il dispiego di tutte le forze – docenti, studenti, ma anche famiglie e operatori culturali – nella direzione adatta a rendere l’istruzione efficace.

Se una parola d’ordine può essere segnalata, nell’intero lavoro di Roncaglia, questa è flessibilità: capire che le risorse digitali granulari non sono necessariamente “una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma la caratteristica contingente di una sua fase evolutiva”, è il primo passo per liberarsi da fastidiosi stereotipi per cui il libro cartaceo è quasi una icona sacra mentre un tablet o una lavagna mediatica producono solo analfabeti funzionali. Un esempio di successo e integrazione tra dispositivi avviene con il courseware, dove le lezioni del docente si integrano e si espandono con slide, tabulati, schede digitali e persino ricerche esterne, superando l’impostazione educativa ideologica che vedeva “la cultura” calarsi dall’alto, senza discussione critica o contestualizzazione, al fine di approfondire ciò che Roger Seguin nella guida dell’Unesco sull’elaborazione dei testi scolastici, definisce “ruolo di strutturazione e organizzazione dell’apprendimento”.

In questa varietà di posizioni ci sono autori più severi, ovviamente, e meno propensi a dare credito al digitale: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati o in Come diventare vivi di Giuseppe Montesano, l’utilizzo dei cellulari o tablet in classe è consigliato previa massima cautela, riscontrando e sottolineando gli effetti negativi manifestati durante l’apprendimento da quanti eccedono nell’uso di display e simili. Considerazioni utili, integrantesi a vicenda, e fondamentali per ricostruire una scuola non solo appetibile, ma volta verso una formazione che non può concludersi nelle aule scolastiche, né veicolare le informazioni in libri statici, monouso, in un pianeta in grado di rielaborare le notizie in poche ore, costantemente. Il lavoro di Roncaglia non è solo una mappa con la quale orientarsi, né un vademecum per futuri cambiamenti, ma è già ora parte della rivoluzione auspicata, e dunque lavoro da leggere approfonditamente perché, tornando a Pope, informazione e cultura non possono essere un giocattolo con cui trastullarsi, pena l’avvelenamento e la perdita della propria identità, non solo culturale ma anche etica.

Gino Roncaglia

L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale

Laterza, 2018

pp. 236, euro 18

Siti, no money no fun

Andrea Comincini

L’editore Nottetempo inaugura la nuova collana Trovare le parole con un breve ma intenso saggio di Walter Siti, che di parole ne trova, e decise, per descrivere il cambiamento antropologico dell’uomo contemporaneo. Già Benjamin, in Capitalismo come religione, aveva tracciato il profilo del cittadino attuale, mostrando quanto la fede nel denaro abbia sostituito vecchi idola e radunato i credenti dalle chiese ai centri commerciali. Adesso, nell’era dei Bitcoin, persino gli edifici svaniscono e la moneta viaggia sui display: la trasfigurazione da Homo Sapiens a Homo Digitalis è completa: l’economia di mercato e uno strano “esistenzialismo multitasking” sostituiscono le vecchie ideologie e la costruzione stessa dei rapporti sociali, affidando il singolo a un prezzo da pagare. O da non pagare. È qui che Siti analizza la seconda frattura vitale dell’umanità occidentale, e lo fa non solo con lo sguardo del sociologo, ma del letterato in bilico fra due generazioni e si accorge, amaramente, quanto il to be or not to be di shakespeariana memoria sia ormai definitivamente declinato a to buy or not to buy.

L’aspetto tragico della scelta, tuttavia, non è nella misera alternativa, ma nel constatare che in realtà siamo costretti a comprare e pagare sempre, persino quando alcune merci o servizi sono offerti gratuitamente. Siti esplora il mondo dell’e-commerce, delle piattaforme digitali e dell’economia virtuale per scorgere la caratteristica principale del nuovo mondo: attualmente il denaro non è più mezzo di riscatto, ha perso la sua forza emancipante – quella dallo scrittore assaporata nella giovinezza – per diventare una gabbia psicologica lesiva di ogni dignità. Se negli anni ’70, pur con le contraddizioni registrate da Luciano Bianciardi ne La vita agra, la società italiana poteva guardare al futuro con speranza, oggi lo stipendio non emancipa le persone. La ragione non è dovuta al crollo del potere d’acquisto – non solo – ma al fatto che la dignità e il piacere di comprare la prima automobile, pagare il mutuo o la lavatrice, tipica di una generazione, non è accompagnata da riscatto sociale, orgoglio o qualsiasi sfumatura ludica. L’uomo digitalizzato compra per sopravvivere o mantenersi in trincea, e senza futuro, vive nevrastenicamente il rapporto con l’altro. Il denaro, sebbene prodotti e servizi gratis aumentino, sebbene si possa pagare un pranzo pochi euro o nulla (la formula all you can eat), usufruire del car sharing, vedere film appena usciti for free, non è capace di conferire dignità al consumatore. In realtà questi è consumato, anche quando gli offrono a prezzi risibili musica, cibo o posti letto, da una rete di coercizione informatica costantemente attenta a strappargli informazioni, a violarne la privacy, a tradurre i gesti liberi in lavoro gratuito coatto, senza suscitare sospetto nell’interessato. L’assenza di moneta, la totale evaporazione, non produce libertà ma anonimato etico, mancanza di coordinate politiche, e quindi repressione. L’autore si chiede se la sua sconsolata denuncia non provenga da una età ormai avanzata; la risposta è purtroppo negativa; l’analisi della alienazione quotidiana è chiarissima: da una parte una élite multimediale padrona del mondo e dall’altra una massa devota a scimmiottare i ricchi per convincersi di non essere depredata della loro esistenza, confinata in periferie sempre più squallide, ma “benedetta” dal poter scaricare gratis la musica negli IPod, o di poter viaggiare a Dublino o Madrid con 1 euro, per poi spendere il prezzo reale del volo con raggiri mediatici, gratta e vinci e servizi extra. Il gratuito è diventato il moderno dio mondatore delle coscienze, ma nessuno spirito rinnova gli animi. La qualità svanisce, e qualora venisse richiesta, deve essere pagata.

Siti intravede un mondo di prodotti gratis, ma pervasivamente grigi e anonimi come ormai le nostre città di plastica. Pagare dunque non è più fonte di riscatto, e non pagare non causa sollievo. L’uomo contemporaneo si perde in un dedalo di sottoprodotti e sottomarche, a sottocosto, nei sottoscala di quartieri devastati. Qualcuno naturalmente si sottrae al gioco (gli inventori delle regole): le grandi multinazionali, per esempio, in grado di comprare concessioni in Europa per emettere Co₂ oltre il limite consentito; la Coca Cola®, dispensatrice di fontane gratis in sud America dopo aver ottenuto concessioni di milioni di litri d’acqua a prezzi risibili (chissà come…); i grandi motori di ricerca, capaci di orientare i gusti del consumatore. “Quel che si è perso è proprio il senso originario del denaro; il consumismo si è caratterizzato fin dall’inizio per una sproporzione tra valore d’uso e valore di scambio, ma oggi il divario è diventato così abissale e falotico da far perdere qualunque orientamento. Quale piacere aggiuntivo può far costare duemila dollari un gelato?” Insieme al denaro, dignità e piacere si sono volatilizzati. Per lo scrittore il futuro è cupo, e tuttavia Siti intravede una via di fuga. I giovani, probabilmente “stanno già trovando nuove vie di uscita”, dall’ingorgo massmediologico contemporaneo, dall’economia dei bitcoin e dei reality a Wall Street. Saranno loro a ristabilire il valore dell’uomo che, come diceva Hobbes, “come di tutte le cose, consiste nel suo prezzo”, confermando o contestando le parole del filosofo.

Walter Siti

Pagare o non pagare. L’evaporazione del denaro

Nottetempo, 2018

pp. 135  euro 12

Máirtin O Cadhain, voci ostinate da un camposanto irlandese

Andrea Comincini

Pubblicato nel 1948 sul quotidiano Irish Press, a puntate, e finalmente in libreria l’anno successivo, Cré Na Cille di Máirtin O Cadhain (Martin O’ Cain) appartiene a quegli strani casi letterari a cui ci si rivolge dicendo: “come è possibile?”

Parole nella polvere (la traduzione letterale è L’argilla del camposanto), nonostante l’indiscusso successo e le critiche entusiaste dell’epoca è svanito dal mondo culturale, tanto da non essere stato per decenni nemmeno ipotizzato di tradurlo in inglese. Lo stupore di cui sopra nasce dalla ingiustificabile rimozione, perché l’opera di questo poliedrico scrittore, pittore e frequentatore delle prigioni locali appartiene di diritto ai grandi classici del Novecento.

Riemerso dal nulla, finalmente ha cominciato a circolare grazie a due traduzioni. Le versioni sono differenti, fondate su criteri dissimili: una marca la vena umoristica, l’altra mantiene un testo aderente all’originale. In Italia la casa editrice Lindau si è basata sulla trasposizione inglese letterale e addirittura su un team: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano. Gli specialisti avranno molto da dibattere, certo è che un vuoto insopportabile è stato colmato, non solo letterario ma anche storico.

Parole nella polvere fa parte di quella tradizione orale, nonostante parola incisa su carta, tipica dell’Irlanda anticolonialista, e di un mondo gaelico difficile da comprendere per chi non ha una certa familiarità con l’isola di smeraldo. Non si tratta di contenuti, ma di una sintonia psicologica con una terra che dell’oralità ha fatto la custode di un mondo intero: romanzo sonoro per eccellenza, Cré Na Cille racconta le vicende letteralmente “terrene” di un gruppo di persone sepolte al camposanto. Sono tutti morti, o meglio: tra-passati, sospesi tra il regno dei vivi e quel non troppo chiaro limbo dove amici, parenti, vicini di casa continuano a litigare, far pettegolezzi, berciare, ridere, provare invidia, chiedere del loro funerale, di chi c’era, se mancano a qualcuno, di matrimoni e di tradimenti.

Il sottomondo è come il sopra, poco cambia. Travolti dalle parole – spesso chiassose, altre volte sussurrate – i lettori si scopriranno a ridere e a commuoversi ma soprattutto avranno la possibilità, se troveranno quella sintonia esistenziale, di comprendere l’importanza per il popolo irlandese della comunità. Dentro di essa si dirige la vita, quasi fosse una tribù, ed il vissuto collettivo trova un senso. I protagonisti del libro non raccontano solo di sé, ma ci accompagnano anche in un viaggio nel passato, quella irlandese nello specifico, divenuto quasi un custode, un baule di ricordi a cui attingere per difendersi dall’odore rancido dell’universo. Non c’è infatti solo allegria in queste pagine, ma si respira anche povertà e malattia, sfruttamento e incomprensione.

Che quel mondo sia scomparso o in estinzione è difficile dirlo: come i morti, seppur sepolti, la loro voce riecheggia ancora e non cessa di farsi sentire, e probabilmente non cesserà mai.

Ciò che è palese è che l’altra protagonista, la Morte, non smette di controllare la situazione anche quando ormai ce ne siamo dimenticati, perché travolti dal cicaleccio delle parole o dalle smorfie della protagonista principale, Caitriona Phaídín, una donna costantemente furiosa nei confronti di sua sorella Nell, per una banale storia di cuori. È la mietitrice a rimettere ordine nel mondo e nel testo: nell’interludio n. tre la “tromba del cimitero” colei che è tutte le voci, “la prima voce nell’universo senza forma” proclama la fredda verità: non c’è tempo né spazio nel cimitero, non esistono albe e tramonti, tempo o vita. “Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle […] Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Sono un guardaroba di terra[…]”.

Parole incandescenti, che stridono con l’allegria furfantesca dei protagonisti, ma tragicamente necessarie, perché come accade in tutte le grandi opere, vita e morte non possono ignorarsi. Lo sanno bene quegli strani individui seppelliti in una terra qualsiasi del Connemara.

Máirtin O Cadhain

Parole nella polvere

Traduzione di Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano

Prefazione di Alan Titley

Postfazione di Vincenzo Perna

Lindau, 2017

pp. 400, euro 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Valério Romão, viaggio al termine del parto

Andrea Comincini

Patricia Piccinini, Young Family

Valério Romão è capace di raccontare, come pochi, la realtà più ovvia e quotidiana – la realtà di cui non verrebbe in mente di parlare, perché troppo poco lontana dai nostri sguardi assopiti dalla routine, per metterla a fuoco con giudizio – con una profondità illuminante, a tratti inquietante. Già con Autismo ha dato prova di essere autore scomodo, perché abile dissolutore di granitiche certezze, frequentatore di quella zona d’ombra della psiche dove certe solide convinzioni si sgretolano rovinosamente, trascinando il lettore davanti al baratro del dubbio. Con Quel che è successo a Joana, edito da Caravan edizioni nella collana “Bagaglio a mano”, la sua scrittura demistificante e sensuale arriva a vette decisamente entusiasmanti. Joana è una donna incinta, al settimo mese, che si troverà a vivere, come tantissime persone, l’esperienza del parto. Il racconto dello scrittore tuttavia non procede per ovvie e desuete strade intorno la gioia della maternità e dei più comuni quadri familiari, ma si inoltra in un sentiero buio, mostrando appunto quella grande capacità di parlare di ciò che è normalissimo e quotidiano sotto un altro punto di vista. Joana sta male, deve correre in ospedale perché le acque si rompono, e da qui comincia la descrizione di un calvario il cui esito finale sarà incorniciato da una scena da brivido, surreale e assolutamente inattesa.

La storia di Romão comincia con un sogno, e questa condizione contagia la sua scrittura, trasformando gli eventi in un viaggio interiore, quasi onirico, dove alle grida delle partorienti si frappongono i silenzi delle sale d’attesa, ai pensieri della protagonista quelli dei medici: mondi distanti, lontanissimi, le cui esigenze collimano soltanto durante gli attimi del parto, descritto più come una evacuazione animalesca che in parole tenere e sentimentali.

Testo profondo, a tratti dissacrante per la sua minuziosa descrizione di sfinteri, corpi e analisi vaginali, quasi pulp in certe sanguinose – letteralmente – atmosfere, resta tuttavia ammantato di una delicatezza musicale, la cui origine è certamente nella lingua portoghese. Romão cita Saramago, grande conterraneo che dichiarava spesso che la sua prosa musicale era ispirata dalla grande tradizione letteraria lusitana.

Proprio qui, in questo contrasto tra brutalità delle carni e musicalità del testo, l’autore trova il suo spazio originale, e racconta la vita vera senza indugi, consegnando il lettore a un quesito: “sogno o realtà?” – perché la storia di Joana è cruda, vera, orribilmente concreta, ma anche assurda e incredibile. Come la vita del piccolo Francisco, il bambino nascituro – che deve venire fuori, e in fretta, perché vita e morte sono intimamente legate – o di Jorge, il compagno che attende fuori in sala, inconsapevole di quanto accade dentro (Figura da non sottovalutare, visto che il libro fa parte di una trilogia intitolata “paternità mancate”).

Joana è trafitta dal dolore, circondata da medici e infermiere incapaci di trattarla come un essere umano ma votati a considerare le partorienti polli da batteria, e a trattarle conseguentemente. La nascita di una nuova creatura non è descritta idealisticamente come il culmine del miracolo della vita, ma sembra quasi l’apice dell’ironia del mondo, il quale continua a sfornare creature destinate al dolore e alla violenza. Eppure, nonostante questa valutazione quasi cinica, Romão conserva una distanza intellettuale tra gli eventi e la loro descrizione che non fa cedere allo sconforto. Lo si avverte perché ogni frase e colloquio sono estremamente controllati e pensati, riflettuti e ponderati. Una scelta che induce il lettore a continuare a interrogarsi se sia immerso in un sogno o in un incubo, nella realtà degli ospedali o in una creazione fantastica.

La verità, accertata dalle cronache di ogni giorno, ci rivela che stiamo leggendo un romanzo realista, e sincero; nonostante ciò, come riesce a ogni grande scrittore, questo mondo arriva a essere redento dalla scrittura. Persino Joana, nei suoi deliri preparto e nelle minacce fatte e subite in attesa dell’evento che le cambierà la vita, nonostante il dolore insopportabile, sa che il mondo non finirà con lei e con Francisco. Persino Jorge, uomo semplice e a tratti ingenuo, sa che il domani potrà riconfermare l’orrore della specie, ma offrirà anche la possibilità di una speranza.

Valerio Romão consegna un testo forte nelle mani di persone forse impreparate a coglierne al principio tutte le sfumature, costretti come siamo a leggere la realtà avviluppati da luoghi comuni del pensiero unico, ma consapevole che la sua storia produrrà un cambiamento, e ciò che è successo a Joana sarà anche ciò che capiterà al lettore, il quale comprenderà che realtà e sogno non sono così distanti, ma si intrecciano inevitabilmente ogni giorno, in una lotta simile a quella che la protagonista del libro affronterà quando solcherà le porte dell’ospedale, in attesa che il miracolo della vita si riveli in ogni sua forma.

Valerio Romᾶo,

Quello che è successo a Joana

Caravan edizioni, 2017

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