Andrea Bajani, il miracolo del piccolo

30563859-teddy-bear-toy-sadness-aloneRaffaella D'Elia

Succedeva già in Se consideri le colpe: il protagonista adulto che ricorda e ripercorre il rapporto con la madre nel segno di incontri mancati o, se vissuti, marchiati comunque dall’assenza. La lontananza, in questo nuovo lavoro che attinge dalla fiaba il bene supremo (levità e spessore), è a ben vedere una condizione patita mutuata in risorsa: capace di suggerire a chi la viva la misura del proprio posto nel mondo, del mondo stesso. Mentre però nell’altro romanzo citato – quello del 2007 che ha segnato la sorte di Bajani – l’estraneità, la poca cura di una madre per il figlio venivano in un certo modo riassorbite a lasciare spazio alla trama, a una narrazione di più ampio respiro, qui diventano, della fiaba, i motivi fondativi e fondanti. «Di solito il dolore del padre sfondava la porta quando erano seduti a mangiare. Il dolore del bambino stava sotto la sedia del suo padrone con la zampa sugli occhi. La madre non stava quasi mai seduta». Ancora: «in quel momento, gridando e cercando di difendersi come poteva, il bambino si sentiva solo. Quella sensazione gli faceva più male di tutti i morsi che avrebbe potuto dargli il dolore del padre».

Un bene al mondo racchiude in sé la forza di un piccolo miracolo. L’infanzia solitaria di un bambino che cresce in compagnia del suo dolore in un paese oltre la ferrovia, vicino una piazza, la scuola, e una «bambina sottile» che dona protezione, rifugio. Sono questi gli elementi cui Andrea Bajani si affida per porre al centro della sua scrittura la solitudine disarmante e feroce che possono provare i bambini, insieme al passaggio, forse, dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta. Il dolore della vita, il lutto per ciò che finisce, la paura per ciò che non si conosce ancora.

La fiaba vive di leggi proprie: ecco dunque la madre che «gli affida il suo dolore» quando lui è nella culla, appena nato, e il bambino subito lo chiama, lo stuzzica, questo dolore, giocandoci come con un orsacchiotto (come un cane, più verosimilmente, per come viene descritto), un peluche. Accoccolarsi con il proprio dolore-orsacchiotto, sentirlo seduto in mezzo ai piedi, al fianco nelle passeggiate in mezzo ai boschi e agli uccelli, è qualcosa che prosegue anche nell’età adulta, forse per molti esseri umani. La madre descritta come infelice – preda dall’assenza, della distrazione, e dominata da un vuoto in cui il figlio cade suo malgrado fin da piccolissimo – rappresenta senz’altro uno di quegli aspetti che portano per mano la narrazione verso la verosimiglianza, il senso di realtà che è uno sfondo importante del libro. Ecco però poi il precipitare in realtà di fiaba, come quando il dolore del padre (il dolore in questo libro diventa quasi un essere umano, capace di azione, di istinto, di scelta) si scaglia contro la sveglia della stanza, guastando il meccanismo delle lancette dei secondi, dei minuti: degli anni, dell’esistenza stessa, della vita. Anche in questo caso la situazione è al limite, nello stesso modo in cui lo sono le cerniere dello zainetto rosso: il suono metallico ad aprire e chiudere ogni volta lo zaino con cui il bambino decide di andarsene in giro nel mondo («il bambino si toglieva lo zainetto rosso da dietro la schiena e faceva sentire alla bambina il rumore metallico che fanno le cose quando si aprono. Poi tirava fuori i biscotti»).

L’autore ci accompagna riga dopo riga, pagina dopo pagina, in questo meccanismo perfetto che ha costruito, in cui accedere alla realtà delle lacrime versate ha la stessa veridicità che intrattenersi con la propria sofferenza, ogni istante, ogni giorno, come se fosse appunto un animale, un cane da compagnia. Quando il padre affida al figlio il proprio dolore, il figlio è costretto a lasciare il libro di navi, mari e tempeste che sta leggendo, e la furia paterna è tale che il libro si rovescia in terra, insieme al galeone impresso sulla copertina. Il tempo dell’attesa e della ricerca della madre da parte del figlio – fino all’ultimo viaggio, quello del funerale – in Se consideri le colpe era mantenimento di uno stato di prostrazione attraverso la durata, anche della pagina. Già allora, la scrittura di Bajani ne mostrava la capacità di resistenza. Un bene al mondo è un passo ulteriore nel suo percorso: l’infilarsi e lo sfilarsi continuo dal mondo della realtà anche fiabesca è condotto con vera sapienza, senza forzature, a far emergere la verità e l’autenticità del suo sguardo. Quella unica raccontabile e tollerabile solo quando incorniciata e confusa dagli elementi della fiaba; quella unica raccontabile e tollerabile solo quando la fiaba non diviene una realtà prefissata, ma quasi una deviazione imprescindibile, fisiologica.

Quando ho detto a mio nipote, due anni e mezzo, «a me non entra il tuo cappello, io sono troppo grande, vedi? Quando tu diventerai grande porterai un cappello grande come quello che indosso io», lui mi ha risposto: «Quando tu diventi piccola».

Andrea Bajani

Un bene al mondo

Einaudi, 2016, 134 pp., € 16,50

Sulla home page di Alfabeta2 il video Ciao mama ciao papà dei Dodo Brothers (1977)

Il tempo preso in prestito

Luigi Azzariti-Fumaroli

L’orologio è un dio implacabile, sinistro, che minacciosamente si erge e dice: «Ricorda: giocatore avido, il Tempo non ha bisogno di barare per vincere ogni mano. Cresce la notte, il giorno s’assottiglia, l’abisso ha sempre sete, la clessidra si svuota». Da lettore appassionato di letteratura francese, quale Tanpinar è stato, questi versi di Baudelaire devono averlo a lungo ispirato durante gli anni in cui attendeva alla stesura dell’Istituto per la regolazione degli orologi, pubblicato dapprima a puntate nel 1954 e quindi in volume nel ’62. Ma, laddove in Baudelaire l’orologio deve far rimbalzare il memento del consumarsi del tempo nella coscienza individuale, in lui esso sembra piuttosto testimoniare di una malinconia che a tratti confina con la tristezza antica, quale traspare da certi luoghi dell’opera di Gautier verso i quali Tanpinar ebbe sempre – ha ricordato Orhan Pamuk in Istanbul (Einaudi 2006) – una particolare predilezione, perché intrisi di una fragile, mesta bellezza.

Come l’Albert di Mademoiselle de Maupin, Hayri Irdal, il protagonista dell’Istituto per la regolazione degli orologi, ha una natura esiliata nell’imperfetto, simile a un «elitropio chiuso in un sotterraneo». Sullo sfondo di una città sfatta e porosa, egli dà l’impressione di avere un non so che di pietoso e, in certi momenti, di perduto. Hayri conduce una esistenza pigra, per metà seria e per metà ridicola, tipica di persone incapaci di entrare in sintonia col proprio tempo. Egli vive sulla soglia di un «mondo incoerente, dove tutto è concatenato in modo sbalorditivo, in una specie di festino organizzato sulle macerie d’una tempesta cominciata chissà dove. In che luogo aveva avuto origine?». L’interrogativo percorre l’intera narrazione, imponendo di volta in volta una risposta contraddittoria: se ci si pone «sul filo di quel rasoio che chiamiamo presente» il tempo nuovo sembra avere avuto effetti positivi, se non addirittura piacevoli; ma, ripensandoci, esso si scopre inquietante come un incubo nel quale «fantasmi dagli incerti contorni aggrediscono nella penombra». Nel passaggio dall’Impero ottomano alla modernità, lo sguardo si è fatto più incerto e sembra ormai incapace di «identificare le cose».

Accade così che l’orologio, un manufatto prezioso e raffinato creato per regolare qualunque rituale – le cinque preghiere quotidiane, la fine del Ramadan, il pasto prima dell’inizio del digiuno – e quindi permettere di «arrivare a Dio», si trasformi in semplice strumento destinato a segnare le tappe di un progresso senza scopo, lontano dalla natura e da ogni credo che non sia quello in un agire tanto compulsivo quanto stolido. «La conoscenza», afferma Halit il Regolatore, l’istrionico e subdolo creatore dell’Istituto per la regolazione degli orologi, apoteosi della vacuità efficentista moderna «ci rallenta. La questione è fare e creare. Perché la creazione è lo scopo stesso dell’esistenza».

Nel mezzo secolo di storia che Tanpinar racconta, Hayri è coinvolto in innumerevoli traversie. Promettente apprendista orologiaio nella bottega del vecchio e saggio Nuri Efendi – incarnazione d’un tradizione culturale ancora impregnata di «autentici valori umani» e scevra d’ogni gretto utilitarismo –, alla morte del suo mentore e dopo aver contratto un matrimonio d’interesse, viene colto da un violento esaurimento nervoso che lo conduce in uno stato di desolante apatia, dal quale parrebbe guarire solo quando, incontrato Halit, partecipa alla costituzione dell’Istituto preposto a far capire alla società che «le ore ed il tempo hanno una relazione fondamentale con la coscienza di vivere». Compito, questo, solo in apparenza affine a una metafisica ricerca della radice temporale dell’esistenza umana, perché in realtà ispirato unicamente – come Hayri stesso dovrà ammettere – da un volgare e pervasivo «relativismo» di stampo postmoderno.

Con l’imporsi della modernità – suggerisce Tanpinar – i confini fra realtà e finzione, ovvero fra spazializzazione del tempo e temporalizzazione dello spazio, sembrano destinati a sfumare in quella sorta di indistinto che i migliori romanzi hanno già da sempre presagito. Il romanzo – osservava Baudelaire nel suo ritratto di Gautier – è infatti «un genere bastardo il cui dominio è veramente senza limiti. Come molti altri bastardi, è un bambino viziato dalla fortuna a cui tutto riesce» e che «non conosce altri pericoli che la sua infinita libertà». Una libertà di cui Tanpinar conosce e usa fino in fondo tutte le risorse, ma non senza nutrire più di un dubbio e un sospetto. Accanto a una fiducia senza condizioni nelle risorse della letteratura, persiste in lui un più forte desiderio di non farsi del tutto travolgere dall’ebbrezza ch’essa può infondere, e nella quale porzioni di tempo vengono amministrate in modo diverso e prese in prestito. Ma è un prestito, questo, che va comunque restituito.

Ahmet Hamdi Tanpinar
L’Istituto per la regolazione degli orologi
traduzione di Fabio Salomoni, prefazione di Andrea Bajani
Einaudi, 2014, X-454 pp.
€ 22

La vita non è in ordine alfabetico

Maria Teresa Carbone

A proposito di Valerio Berruti, l'artista piemontese una cui opera della serie “Golgota” appare sulla copertina di La vita non è in ordine alfabetico di Andrea Bajani, un commento anonimo nota che i suoi “quadri non hanno bisogno di strade, case, arredamento, poiché la figura stessa costituisce la realtà e l’apparato che arreda lo spazio”.

A questo però si dovrebbe aggiungere che, per lo meno nel caso di “Golgota”, ben diverso sarebbe l'effetto sull'osservatore se nella sua mente l'esile sagoma della bambina, le braccia aperte in un movimento di danza, non si intrecciasse a quel titolo che rimanda al maggior sacrificio, alla maggiore sofferenza possibili. Di minime crocifissioni quotidiane, spesso involontarie e solo fuggevolmente consapevoli, così come di altrettanto minime, ma non per questo meno esaltanti resurrezioni, si compone il libro di Bajani, che dopo essersi confermato “autentico romanziere” (la definizione è di Andrea Cortellessa) con Se consideri le colpe e Ogni promessa, ci consegna ora quella che solo per comodità o pigrizia potremmo definire una raccolta di racconti.

Come per i Sillabari di Parise, che certo Bajani ha preso a iniziale riferimento, ogni etichetta rischia infatti di essere sdrucciolevole, anche se forse la più convincente l'aveva data proprio Parise parlando dei suoi testi come di “poesie in prosa”. E Bajani, che ha esordito come poeta, a proposito del “tu” che segna gran parte della sua scrittura (e tutti i testi di La vita non è in ordine alfabetico) ha evocato per sé – in una intervista a Cortellessa, Tornare sul luogo del racconto, «alfalibri», 9, marzo 2012 – “una matrice sostanzialmente poetica”, aggiungendo poi: “Tradurre l’abisso in parola, rivolgersi a chi non può rispondere, è quanto accomuna la poesia alla preghiera, e al confronto con la morte”.

Probabilmente è questa la migliore chiave di lettura per i trentotto testi brevissimi che si allineano lungo le centotrenta pagine del volume, chiusi all'inizio e alla fine da un prologo e da un epilogo in corsivo, dove un maestro di scuola, simile forse al Caproni tanto amato da Bajani, mostra ai suoi alunni le lettere dell'alfabeto: “Con ventuno lettere – ha detto prendendole tutte nelle mani e poi passandole sotto i nostri nasi – si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare”.

Se dunque è vero che la vita non è in ordine alfabetico, è pure vero che mettere in fila le parole, dalla A di Amore (i pensieri di un padre che assiste, insieme atterrito, spaesato, inaspettatamente intrepido, al parto della moglie) alla Z di Zoo (la felicità di una giovane donna che nella vita con gli animali trova riparo ai propri dolori), porta ordine, o comunque forma linguistica, a – è ancora Bajani a parlare – “quel ventre molle che fa soffrire uomini e donne in un momento specifico della storia”.

Andrea Bajani
La vita non è in ordine alfabetico
Einaudi (2014), pp. 130
€ 12,50

* Per un disguido tecnico il Semaforo di Maria Teresa Carbone non è comparso sull'alfadomenica di ieri 27 luglio. Per leggerlo cliccate qui.