Sguardi sull’isola di smeraldo attraverso il filtro della memoria

Ana López Rico

Il 26 ottobre gli irlandesi sono tornati alle urne per eleggere di nuovo il loro Presidente della Repubblica. I cittadini di un paese in cui, appesi sui muri dei pub non ci sono i calciatori ma i personaggi letterari, hanno sostenuto nei social networks il laburista Michael D. Higgins, nel miglior modo possibile, e cioè con l’hashtag #keepthepoet.

Del Poeta-Presidente in Italia esisteva già un volume del settembre 2014, curato e tradotto da Enrico Terrinoni per i tipi della Del Vecchio, dal titolo Il tradimento e altre poesie, con postfazione del filosofo Giulio Giorello; e a settembre di questo anno, Higgins è tornato a parlare in italiano per la casa editrice Aguaplano, con la raccolta di saggi Donne e uomini d’Irlanda.

Nel suo ultimo libro Irlanda. Un romanzo incompiuto, pubblicato sempre a settembre da Aguaplano, Terrinoni descrive il testo come una raccolta di scritti che “hanno avuto una loro vita passata, seppure in forma sostanzialmente diversa dalla presente”: è una sorta di metempsicosi da un corpus testuale a un altro, una multi-trasmigrazione da riviste e giornali che arriva ai lettori più maturata che mai, fornendo un quadro abbastanza completo del panorama politico, sociale e culturale dell’Isola di Smeraldo lungo la storia.

Il libro inizia con una fine, la morte di James Joyce e l’incompiutezza della sua ultima volontà prima della morte, e cioè di ricongiungersi con l’adorata figlia Lucia che, internata in un sanatorio mentale della Francia occupata dai tedeschi, non poté però raggiungerlo a Zurigo dove stava per essere operato chirurgicamente, perché non ottenne un lasciapassare. Il motivo andava oltre le ragioni sentimentali e identitarie, poiché Lucia, nata in Italia da genitori irlandesi, aveva un passaporto britannico.

Il volume è diviso in tre sezioni chiaramente identificate, la Parte Prima dedicata alle scritture d’Irlanda, in cui Terrinoni, come se si trattasse di uno degli schemi proposti per capire l’Ulisse di Joyce, attraverso il leitmotiv del ricordo e della memoria, ci parla dei classici di oggi, quelli che in un mondo che gira in fretta si devono leggere con la dovuta lentezza, come Exchange Place, Belfast, di Ciaran Carson, poeta dell’Irlanda del Nord. Il testo di Carson viene presentato intessendo il filo del discorso in trame dove il gioco degli opposti, gli specchi, i doppi, gli echi e i rimandi si intrecciano fra gli spiriti (anime e alcol) passati e presenti.

In TransAtlantic di Colum McCann, l’autore evoca il ricordo del passato come di un’eco che dona speranza per un potenziale futuro dove le distanze verso lo sconosciuto si accorciano; e parla dell’esilio a proposito della Musica segreta di John Banville, associandolo a “una condizione spaziale ed esistenziale al tempo stesso”. Esili non solo politici o geografici, ma anche familiari o ideologici come quello della famiglia Joyce.

Il testo mescola vite e opere, avvicinando il lettore alle trame dei libri irlandesi in un modo affascinante. Un volume fatto di date e di dati, una raccolta di autori che, a mo’ di brevi “confessioni romanzate” – dalle due alle sei pagine per ogni scritto – appare fitto d’informazioni, aneddoti e ammiccamenti in cui viene presentato un cospicuo percorso attraverso un filone della letteratura irlandese tutto da riscoprire.

Terrinoni inizia molti dei suoi discorsi con una citazione, parole a volte strazianti, a volte sagge o profetiche, citazioni di autori, arcivescovi, studiosi oppure testi di ballate che aprono degli argomenti altrettanto importanti, curati in modo tale da far scaturire nei lettori la curiosità e la volontà di saperne di più. Ed è questo in fondo lo scopo del volume, ispirato forse al più volte citato Handbook of the Irish Revival, a cura di Declan Kiberd e Patrick J. Mathews, uno tra i più importanti negli Irish Studies odierni; con minori ambizioni, ovviamente, ma indirizzato a una vasta varietà di lettori, dall’appassionato dell’Irlanda al curioso di letteratura, attraverso la politica, la religione, la cultura e il folklore del Paese.

Irlanda. Un romanzo incompiuto si presenta in un formato leggero ma carico di intenzione, offrendosi a una rapida lettura in grado di consentire che la divulgazione e l’approfondimento delle tematiche affrontate avvengano senza intoppi, man mano che s’amplifica nel lettore la necessità di saperne di più.

Attraverso la terra, la cultura, la politica, la letteratura e la lingua degli irlandesi, dagli autori che preferirono l’esilio come Brendan Behan a quelli che rimasero sempre nel loro piccolo habitat come Jonathan Swift, dalle differenti traduzioni di Bram Stoker alle lingue segrete della notte di Barry McCrea, dagli scrittori più noti come Yeats, Wilde o Heaney fino alle narrazioni realiste di John McGahern e Colm Tóibín, assistiamo a un percorso nel tempo e nello spazio, da prima che l’Irlanda venisse occupata fino ai nostri giorni.

La Parte Seconda è orientata verso argomenti storici e politici. Questa sezione è anche caratterizzata da discorsi religiosi e socioeconomici; il radicalismo e la crudeltà umana vanno di pari passo con discorsi identitari legati alla lotta per la libertà e alla giustizia sociale. In questa sezione gli accenni all’IRA diventano quasi tema centrale, fino a realizzare un’analisi della situazione reale del Paese in cui il debole “processo di pace” o la pacificazione fra le due comunità principali dell’Irlanda del Nord, quella nazionalista e quella unionista è caratterizzato da più episodi violenti.

Terrinoni apre spiragli di conoscenza nelle notizie fornite, che come testate giornalistiche, introducono temi interessanti e tanto diversi fra di loro come quelli riguardanti la Serrata di Dublino, il Batallón San Patricio e personaggi fondamentali nella storia irlandese come Bobby Sands, James Connolly o Jim Larkin. Offerti in piccole dosi, queste frammentarie informazioni inseguono quella necessità di completezza della quale si parla anche nel titolo, spingendo a leggere ma anche a tradurre, a mantenere viva un’Irlanda incompleta.

Per chiudere il cerchio, Terrinoni propone alcuni frammenti inediti di un famoso discorso pronunciato da Michael D. Higgins, in commemorazione del centenario della Rivolta di Pasqua del 1916, in cui il Presidente della Repubblica d’Irlanda discute dell’etica della commemorazione, del ricordo di un passato non sempre felice, dell’inclusione delle voci dei marginalizzati.

Il testo e il volume finiscono con un appello di Higgins rivolto a studiare con attenzione i primi anni rivoluzionari dello Stato irlandese, poiché soltanto col ricordo di quella promessa si nutrirà la speranza di raggiungere l’uguaglianza sociale e la libertà in grado di mantenere viva un’idea di Irlanda.

Enrico Terrinoni, Joyce in rosso

james-joyceAna Lopez Rico

Enrico Terrinoni chiama informalmente il suo saggio su Joyce e la fine del romanzo «il mio libro rosso» e in effetti è questo il primo elemento ad attirare l’attenzione del lettore. Praticamente uniforme e dominante nella quarta di copertina, il colore rosso ha una presenza di circa il 70% nella prima. A spezzare il cromatismo imperante, un dettaglio del ritratto di Joyce di Jacques-Émile Blanche.

Il titolo è il secondo elemento paratestuale rilevante. Ambiguo come lo stesso Joyce, ci fa elucubrare sul suo significato: è la fine del romanzo intesa come finale? come explicit? oppure si riferisce alla morte del romanzo come genere letterario? Queste domande e tante altre che spunteranno con la lettura del volume verranno chiarite man mano che il lettore conoscerà i contenuti, spiegati in modo chiaro, con esempi che toccano molte tematiche: dalla politica alla letteratura, dalla storia alla religione, con non pochi accenni alla dimensione «alcolica» che non mancò di colorire l’esistenza multicolore di James Joyce. Sei sono i capitoli che costituiscono il volume, ognuno dei quali possiede un titolo notevole, studiato, sulla scia del grande studioso Gabriele Frasca (non a caso il primo capitolo contiene nel titolo un riferimento all’amatissimo Beckett, su cui Frasca ha approfondito le sue ricerche lungo gli anni).

Fin dalla premessa, Enrico Terrinoni segna le basi di quella che sarà la sua scrittura: ambigua, con infiniti significati, concetti ossimorici all’interno dello stesso termine, geniali giochi di parole, osmotici, come lo stesso titolo che fa riferimento al Finnegans Wake, ossia a un finizio, una fine che non ha inizio o che ne ha tanti diversi, e sta al lettore «l’onere della sentenza», perché l’autore non prospetta una fine, non la trova, ma non la cerca nemmeno, è come la fenice che rinasce dalle proprie ceneri, «il romanzo, finendo, rinasce; e lo fa proprio con Finnegans Wake». Terrinoni è consapevole della sfida che lancia ai suoi lettori e lascia che siano loro a interpretare. Insomma, un primo paragrafo che riassume a mo’ di scioglilingua l’intero testo.

Nell’introduzione l’autore realizza un’interessante dissertazione sulla fiction, in cui spiega come essa possa configurarsi usando la dicotomia truth / fiction, e anche attraverso le teorie di autori quali Doody, Michael McKeon, Ian Watt. Innumerevoli sono anche le citazioni del recentemente scomparso Umberto Eco, un omaggio di Terrinoni a colui che seguiva da vicino la sua traduzione, elaborata insieme a Fabio Pedone, dei due libri del Finnegans Wake non ancora tradotti in italiano.

Il saggio è di lettura apparentemente semplice, se non si percepiscono i rimandi continui che collegano i discorsi, profondi e con una solida base formata nelle idee, studi e ricerche maturate dall’autore e radunati in un unico testo; una sorta di flusso di coscienza, un «tutto organico» in cui Terrinoni intreccia la pluralità semiotica del linguaggio e la realtà, a modo di fiction per renderla più letteraria; idea che rimanda in un certo senso a una delle ultime fatiche saggistiche del già citato Frasca, La letteratura nel reticolo mediale (Luca Sossella 2015), il cui argomento attinge anche parzialmente alla morte della letteratura.

Un libro che parla anche del proprio autore: vi troviamo l’amata Irlanda e i suoi autori (Flann O’Brien, Brendan Behan, Seamus Heaney, Oscar Wilde), la critica a un Moravia la cui percezione di un Joyce europeista lo portava a (pre)giudizi riguardo la sua irlandesità, i riferimenti ad autori quali Declan Kiberd e Giorgio Melchiori; a filosofi e traduttori come Giordano Bruno, Giambattista Vico, John Florio, Anthony Burgess e Giulio Giorello, per citare solo alcuni. Gli innumerevoli riferimenti al Finnegans Wake segnalano l’immersione – da tempo in corso – nel progetto colossale di tradurre il «monster-book».

Fin dall’inizio sono presenti giochi di parole e significati nascosti. Molto joyciano, ha uno stile danzante in cui le parole si ripetono mutando elementi, come la frase principale in uno spartito, creando così un flusso discorsivo ritmico e accattivante.

Altri argomenti da sottolineare sono il gioco degli opposti e delle coincidenze, l’interessante analisi di Ulisse da diversi punti di vista: religioso, politico, sociale, della lingua, del colonialismo, nazionalismo, della filosofia, la vita e la morte. Sono anche da segnalare i dubbi che si pone l’autore; si domanda e analizza cos’è un classico, dando una bellissima e nuova definizione vedendo la scrittura come registrazione dell’invisibile, non più la trama come punto focale nella storia, ma il mondo dell’invisibile della mente. C’è spazio anche per sfatare vecchie credenze; l’autore spezza il mito dell’intraducibilità di Joyce e sostiene che, proprio per l’idiosincrasia dello scrittore irlandese, i suoi testi non solo sono adatti a essere tradotti, ma addirittura a essere interpretati e perfino riscritti.

Da segnalare è poi l’apparato di note ricco d’informazioni, citazioni in lingua originale, riferimenti bibliografici e notizie completa una lettura già di per sé ricca di contenuti, una sorta di enciclopedia intertestuale i cui argomenti sono collegati mediante connessioni nella rete comune che è la realtà che tenta «una rincorsa del vero, non del reale».

Anche Enrico Terrinoni, come Joyce, sembra voler rompere con i canoni estetici e lineari che la prigione della tradizione ci impone, soprattutto nella scrittura formale e accademica. La presenza di tante lingue omaggia l’autore cui si è dedicato Terrinoni e il suo intero testo intreccia così l’italiano con altre lingue, usa le stesse espressioni a volte in inglese e a volte in italiano, a volte in corsivo e a volte fra virgolette, o direttamente in caratteri tondi: allo stesso modo in cui Joyce parlava un inglese-Irish, Terrinoni parla Itanglish o, meglio ancora, una lingua idiosincratica in cui mescola rimandi di tutti i tipi, giochi di parole, sonorità e opposti quasi cacofonici addobbati con espressioni integramente inglesi, ma anche latine, francesi… Una scrittura scorrevole agli occhi di chi parla più lingue ed è abituato, nel discorso, a dare più importanza al contenuto che all’uniformità del messaggio. Una scrittura fresca e moderna in cui l’autore si muove e ci fa muovere a proprio agio tra gli spazi di più idiomi, in modo naturale. In modo joyciano.

Enrico Terrinoni

James Joyce e la fine del romanzo

Carocci 2015, 175 pp., € 18

Sulla home page di Alfabeta2 il video di Ugo Nespolo LA GALANTE AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL LIETO VOLTO (1966/67)