Venezia 2018 / “Killing”, “Un tram a Gerusalemme”, “Lettera a un amico di Gaza”

Tsukamoto e Gitai contro lo tsumani delle politiche sovraniste

Roberto Silvestri

Ultimo film in concorso, in costume, l'applauditissimo Killing del giapponese Shinya Tsukamoto (Giappone), dedicato ai diversi, alle coccinelle “strane”, quelle che hanno sul dorso un numero di palline non regolamentari. Ma che salgono sugli alberi su, su, fino a librarsi nell'aria. Quasi nello stesso spirito zen di Mario Martone.

Un giovane ronin di campagna, cioé un samurai senza padrone, addestrato perfettamente alla guerra, grazie al suo servo-contadino che lo allena perennemente, come fossimo dentro un episodio della Pantera rosa con Peter Sellers, e pronto a difendere con la spada lo Shogun del momento dai suoi nemici, improvvisamente ha l'illuminazione e sfrontatamente risponde al più esperto Ronin (lo stesso Tsukamoto) che lo ha arruolato, blandendolo, un secco: “preferirei di no”. Rischia la morte per vigliaccheria...Ma una cosa è l'arte del combattimento simulato e un'altra vederlo davvero, i corpi maciullati della guerra.

Siamo dentro un sorpendente apologo “francescano” pacifista, o da bodhisattva keruachiano, quasi in clima Arpa birmana. Il più temuto regista asiatico di horror, creatore finora di mostri muscolar-meccanici di terrificante efficacia, surrealisticamente sadici e profetici sul nostro futuro sintetico – pensiamo al ciclo cyberpunk Tetsuo – ormai avanti negli anni si sarebbe pentito?

In realtà anche questo “chambara”, come si chiamano i film di cappa e spada giapponesi tradizionali, che fuggono come la peste la presenza di un personaggio femminile (qui particolarmente irritante) e che oggi sono di nuovo tornati in auge, non ci risparmia momenti di combattimento e di sventramento insostenibili, il sangue zampillante degli scontri e dei regolamenti di conti scorre a profusione. Il ronin anziano, distruggendo una banda di briganti pezzenti, li fa morire lentamente, dissanguati. Così hanno il tempo di pensare alla vita, alla morte e di dare un senso alla loro esistenza visto che, per la prima volta, sono costretti come Tetsuo, a sentirsi “diversi”, senza una gamba, privi di un braccio o con le guance infilzate alla parete dalla spada. Il film è una produzione indipendente a basso costo e pochi dialoghi. Ma lo scheletro del cinema di Tsukamoto c'è tutto. Il grande trauma del Giappone odierno di Abe che istiga al neo militarismo provoca come risposta l'alto tradimento pacifista, proprio come l'intossicazione totale del paese, tipo una giantesca Ilva imposta ai cittadini in nome dello sviluppo economico accelerato obbligava alle mutazioni genetiche e alla resistenza polimorfica. Sempre lucido Tsukamoto. Sempre non riconciliato. E questa volta sobrio, essenziale, non un gesto di troppo, non una mossa prevedibile. Come nei combattimenti virtuali. Senza spargimento di sangue. Ma vincenti.

Zan (Killing)

Regia: Shinya Tsukamoto

Gitai, un tram che si chiama desiderio

Mariuccia Ciotta

Nel 1997 Jonathan Demme, profeticamente, riunì un gruppo di cineasti, tra i quali Julie Dash, Abel Ferrara, Patricia Benoit e il fratello Ted, per raccontare due o tre cose acide e adorabili sulla Manhattan transculturale e i suoi conflitti attraverso dieci Subway stories, avventure in metropolitana. Una sorta di discesa nelle profondità di una megalopoli che stava per essere colpita a morte perché “cuore dell'Impero del Male” ma in realtà colpita proprio perché stava producendo gli anticorpi dell'Impero....

Venti anni dopo, mentre è legge la trasformazione di Gerusalemme in capitale di uno stato integralista “ebraico” che scimmiotta Ryad, anche il cineasta israeliano mai riconciliato Amos Gitai rende omaggio alla sensibilità politica e al coraggio del compianto amico americano utilizzando in Un tram a Gerusalemme un'unità di luogo e movimento simile, il tram.

Alla Mostra già altri 3 film sono stati dedicati esplicitamente a Demme: Suspiria, Vox Lux di Brady Corbet e Carmine Street Guitars del canadese Ron Mann. Bisogna fare qualche gesto, magari utopistico, per opporre l'arte – come faceva Demme nella finzione e nella documentazione sempre attenti all'interpretazione bipartisan (uomo e donna) dei cambiamenti della storia – alla maligna politica imperante oggi ovunque, quella che aizza al sovranismo e all'odio tra i popoli.

Così Un Tramway a Jerusalem, situation comedy dai sapori e ritmi asimmetrici, sceglie la strada della metafora ottimista e ironica, della coesistenza pacifica tra membri di comunità che si rispettano o comunque sono costretti per forza di cose a sopportarsi almeno un po' e non della violenza immediata e della contrapposizione frontale, irrispettosa di ogni giudice o regola: ciò che caratterizza oggi, purtroppo, la spaccatura insanabile della Città santa dei cristiani dei musulmani e degli ebrei.

Il tram che è stato, ovviamente, anche l'oggetto prediletto degli atti terroristici, diventa, miracolo del cinema, della cinepresa empatica di Gitai e della cosceneggiatrice Marie José Sanselme, il mosaico di una inebriante diversità, mentre attraversa i quartieri palestinesi est di Shuafat e Beit Hanina, prima di arrivare a Mont Herzl, Gerusalemme Ovest. Storie quotidiane, ricordi struggenti, proclami, provocazioni poliziesche, discussioni chassidiche, amicizie che nascono d'improvviso, letture laiche di viaggi esotici (Flaubert), preti cattolici invadenti ma intensi che ricordano la passione di Cristo, paure improvvise, sguardi turistici famelici, canti suggestivi e musiche in gruppo, un arresto, ultras in trance, interviste sportive improvvisate ma finite male...Sono frammenti di vita che potrebbero essere colti ovunque, perché i conflitti politici, religiosi e d'amore sono comuni. Ma qui incontriamo Noa, che apre le danze con un arabesque mozzafiato, Pippo Delbono in performance indimenticabile, Mathieu Amalric e il figlio, che stranamente hanno deciso di non prendere il taxi anche perché il tram è bellissimo, non come a Roma: sembra di ultima generazione, supersonico e con l'aria condizionata perfettamente azionata. Una vera fantasmagoria.

Il film è preceduto però da un corto più radicale e sulfureo, Lettre à un ami de Gaza. Quattro attori, due palestinesi e due israeliani, leggono testi illuminanti sulle origini della crisi tra israeliani e palestinesi e durissimi contro il premier, indiscusso e inquisito, Netanyahu, perennemente impegnato in viaggi d'affari con i massimi leader antisemiti – ma soprattutto anti-Islam – d'Europa. Mahmoud Darwish, Izhar Smilansky, Emile Habibi e Amira Hass sgretolano con le loro fragili parole, come David contro Golia, il terribile tsunami che ci viene addosso, quel clima xenofobo e razzista che si sta diffondendo dappertutto portando al potere gli uomini politici più abili nell'ottimizzare e aizzare i sondaggi giusti. Diffondere l'odio paga. Per questo l'arte deve essere violentissima nel proporre una cultura del rispetto e del dialogo almeno quanto è violentissima la repressione missilistica di Israele contro ogni centro d'arte palestinese, notoriamente covo di trinariciuti bombaroli. Il tutto in omaggio a Camus e alla sua celebre lettera antinazista scritta nel 1943 e che dà il titolo al film.

Un tram a Gerusalemme

Regia: Amos Gitai

Lettera a un amico di Gaza

Regia: Amos Gitai

Cannes 70 / Chi ha ucciso il sacro festival?

Mariuccia Ciotta

3225058efbdb0cdbfb-cannes-2017Invivibile Cannes, fuori e dentro lo schermo. Il 70° compleanno assomiglia più a un requiem che a una celebrazione. E non per l'incapacità di gestire la massa degli accreditati né per i controlli minuziosi fin dentro i borsellini né per i vasi da una tonnellata piazzati sulle strisce pedonali né per le code in entrata e in uscita. Il festival agonizza perché non ama più il cinema.

La scelta dei film in gara sembra suggerita da un esercente interessato a indovinare il gusto medio del pubblico medio. Un esercente interessato solo ai like, ai giudizi dei festivalieri scritti mentre scendono le scale del Palais (impedendo agli altri di passare). Il film è un “capolavoro” o è “deludente”. Pensiero binario che piace alle produzioni. Basta con la critica, e basta con Godard, svillaneggiato da quel genio premio Oscar di Michel Hazanavicius tra il godimento massimo di chi non conosce il dolce gusto del '68 e batte like a più non posso sulla commedia di gag conformiste a go-go, Le redoutable. Ma pare che il nuovo interesse critico si concentri sui dettagli tecnici, per cui quel film al decimo minuto è troppo lungo, al trentesimo troppo corto, la trama è un po' confusa, la canzone mal scelta... Allora com'è il parrucchino semi-pelato e la zeppola in bocca di Louis Garrell-Godard?

C'è una sequenza nel film di Amos Gitai, West of the Jordan River, che segna la distanza con il cinema preferito quest'anno (a parte grandi eccezioni) dal direttore Thierry Frémeaux, forse spinto da obblighi superiori, e per questo costretto a escludere all'ultimo minuto A Ciambra dal concorso con le scuse inviate a Martin Scorsese (co-produttore) e anche a sbattere Roman Polanski fuori concorso nell'ultimo giorno del festival per evitare le polemiche di infima lega (anche recenti) su uno dei più grandi registi viventi.

Il film di Gitai è passato alla Quinzaine, isola autonoma dove c'è sempre qualcuno che sale sul palco per parlare di cinema. La sequenza è quella di un bambino palestinese che cerca di vendere un cestino di fragole in mezzo a un incrocio stradale. Camion giganteschi, macchine e pullman lo nascondono alla macchina da presa, il bambino scompare e poi riappare, “travolto” e poi di nuovo vivo con il suo cestino che nessuno vuol comprare... non si ferma nemmeno un'auto bianca dell'Onu, e lui cammina disperato verso lo spettatore, verso il cinema.

Torniamo al Palais con il greco Yorgos Lanthimos, beniamino di Cannes, premio della giuria nel 2015 con The Lobster, fanta-horror glaciale che si ripete in The Killing of a Sacred Deer (L'uccisione di un cervo sacro, concorso) nella forma più estrema del narcisismo estetico. In ogni fotogramma il regista si specchia come per controllare la piega dell'immagine. Sceneggiatore super premiato, Lanthimos osa ancora una società di automi nel (solito) mondo dispotico dove un Colin Farrel barbuto fa il chirurgo e Nicole Kidman la moglie-statua un po' come in La donna perfetta di Frank Oz. Il film si apre con il primo piano di un cuore sanguinolento e pulsante sotto il bisturi, visione materica in alternanza ritmica (rosso/azzurro) con le gelide inquadrature e i dialoghi straniati. I figli, un bambino e una teenager, condividono il gioco surreale. Ma nell'universo asettico di una borghesia stilizzata e sotto ipnosi, Lanthimos introduce l'incrinatura umana che manda in tilt la perfezione della comunità/famiglia. Il thriller nero profondo fa crescere la tensione nell'inquietante presenza di un ragazzino che perseguita Colin Farrell, ma come in The Lobster l'idea narrativa si suicida nella ripetizione sgargiante di sé. Senza detour, scarti, distrazioni, errori. Il film non sbaglia operazione, al contrario del chirurgo (il secondo brillo dopo quello dell'ungherese Mundruczò), ed è sempre impeccabile e inutile, caricatura di un cinema alla Shyamalan, così metaforico da farsi irridere perfino dal protagonista dotato di superpoteri che mentre si addenta il braccio spiega la natura allegorica del gesto. Qualche buuu in sala e qualche applauso.

Cannibali, ma punk, anche in How to Talk to Girls at Parties (fuori concorso) di John Cameron Mitchell che chiama a raccolta in una Londra anni '90 Sex Pistol e Clash, camp galattici e tutto quello che fa punk. Compreso Nicole Kidman (il terzo dei suoi film qui èThe Beguiled di Sofia Coppola, il quarto Top of the lake di Jane Campion) con parruccona arruffata, cuoio e catene. Nostalgia dei primi successi del sulfureo regista (nato nel '63 a El Paso, Texas) Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001) opera rock, lui stesso star. E di Shortbus – Dove tutto è permesso, presentato a Cannes nel 2006, tutto sesso e rock'n'roll. Seguì un malinconico Rabbit Hole (2010), sempre con Kidman, madre distrutta dalla morte del figlioletto.

Molto atteso, Cameron Mitchell si rifà il verso, gioiosamente, con una baldoria alla Rocky Horror Picture Showaddizionato al simbolo purissimo Elle Fanning, diva con la pelle così lattea da far venire voglia di mangiarla, cosa fatta in The Neon Demon di Nicolas W. Refn (2016). Il pasto continua in How to Talk to Girls at Parties nella forma di sacrificio celeste da parte di un popolo alieno che si muove come in uno spettacolo di Pina Bausch, ricoperto di tute di plastica lucida e colorata, istallazione d'arte di età psichedelica. Il gioco, però, è già stato giocato.

Cannes 70 / I pericolosi pacifisti d’Israele. Amos Gitai fa il vero film su Godard

Roberto Silvestri

West-Jordan-BandeauCannes - Oggi, e non solo oggi, è stato il grande giorno della Quinzaine. Bruno Dumont e Amos Gitai, dopo Abel Ferrara nell'autoritratto che si è girato in Francia, anche se vive in Italia da un po', durante una serie di incontri e retrospettive che gli hanno dedicato (Alive in France).

Bruno Dumont, dopo aver studiato a fondo le rivoluzioni arabe a ritmo di hard e metal rock (che come sappiamo sono stati non solo il collante comunicativo ma anche il reticolo organizzativo giovanile, tutt'altro che virtuale, dei processi democratici di massa e dal basso ancora in corso in Maghreb e Mashreq), nel musical Jeannette, ha dato aria e impulso indiavolato, se così si può dire, a due testi dedicati alla santa anti-imperialista e più indocile della Francia quattrocentesca: Mystere de la charité de Jeanne d'Arc (1910) e Jeanne d'Arc di Charles Peguy, uno scrittore radicale di cattolicissima fede. La storia rivoluzionaria della santa da cucciola è raccontata alla Straub, cioé in maniera tale da rischiare una prossima parodia di Hazanavicious, ma dimostra che grazie all'innocenza di una bambina di 9 anni, e alla distanza belga regolamentare che Dumont sa dare, si possono dire, sulla Francia, verità scottanti che neanche Macron, Le Pen e Melencchon messi insieme sanno concepire.

Così Amos Gitai, su Israele. E qui il quoziente di difficoltà è superiore. Rischia l'alto tradimento. Il documentario West of the Jordan River (A ovest del fiume Giordano) viene presentato alla Quinzaine, dall'architetto prestato al cinema, come si definisce, 35 anni dopo la sua opera seconda, Field Diary che proseguiva la dura requisitoria contro il suo stato, ormai anti socialista, iniziata nel 1980 con House (un capolavoro scoperto in Italia da Enzo Ungari), un drammatico faccia a faccia tra la forse non nobile ma certo biblica utopia sionista e la realtà brutale dell'esproprio e della cacciata di casa del suo legittimo proprietario palestinese, con moglie e figli e nonni e parenti. Dunque si torna in Cisgiordania e a Hebron, dove la colonizzazione violenta e protetta da Netanyahu è diventata l'industria portante di una criminale (secondo l'Onu) e confessionale strategia: la “Grande Israele”, via verso la Siria.... Ebrei agguerriti dell'est Europa scappano da Putin e votano destra estrema in cambio di terre e case altrui. Così partono alla “conquista di un west”, meno selvaggio ancora perché se entrano nelle case di altri e le occupano, i soldati coi mitra sono dalla loro parte. Ma non tutta la società israeliana e palestinese sta al gioco delle due destre reazionarie, fintamente contrapposte, unite invece nella guerra continua che è costata la vita a Rabin. Finita nel sangue “sovranista” la sua razionalissima proposta (pace, e due paesi che vanno verso un reciproco rispetto e progresso) si oppongono al governo Netanyahu ormai superprotetto da Trump, solo organizzazioni transnazionali arabo-israeliane dal basso: ong che tutelano i diritti umani, come B'tslem; Breaking the silence, formato da ex militari critici sui metodi adottati a Hebron; il Forum delle famiglie vittima della violenza e Ta'yush. Giornalisti, uomini politici del governo e dell'opposizione e cineaste che trovano nella controinformazione filmata uno strumento di difesa dalla subalternità domestica e civile ricominciano a esplorare altri sentieri che portano alla pace. “Basterebbero 24 ore, non 24 anni, per mettersi d'accordo, afferma un cittadino palestinese, mentre ragazzi ebrei e arabi si sfidano in un torneo di backgammon”. Ma un ministro di Netanyahu non lascia troppe speranze di pace: “Non c'è stata nessuna occupazione. Questa terra, tutta questa terra è nostra. E' scritto nella Bibbia. Lo ha deciso Dio”.

Quinzaine dunque, altro che concorso ufficiale. Soprattutto dopo l'imbarazzante “trabocchetto Michel Hazanavicious”, il noioso comico-regista d'avanspettacolo di una farsa, neanche goliardica, su Jean-Luc Godard, da La Cinese a Vento dell'est, dal titolo Le Redoutable. E' la parodia, che non fa ridere nessuno, dei luoghi più triti e comuni sull'odioso “borghese snob che volle sentirsi rivoluzionario” e sul Maggio parigino, illustrato proprio come se lo immaginano i seguaci di Marie Le Pen (noterete, tra l'altro, avulse bandiere azzurre, oltre che rosse, sventolate da chi lancia pavè sui Crs. E sarà per far cromatismo inconscio alla Front Nation anche l'uso ripetuto e continuato di Azzurro, l'hit sessantottino di Celentano?). L'opera insomma - tra una colazione in casa a leggere, da burbero malefico, Le Monde; Stacy Martin che crede di stare in The Artist e risparmia sulle mutande; assemblee umilianti alla Sorbona dove acidi e piccoli Robespierre trattano il genio proprio come faceva già Debord (criticandolo davvero, da sinistra: “il cinema non vale la vita” ed educandolo) e una serie infinita di isterismi da prima donna dell'idolo dei teenager che inventò l'anti-film (assai più divertente dei film che qui piacciono tanto) e non si è mai piegato al mercato - degrada solo chi l'ha pensata. Il suo autore, sceneggiatore, montatore e regista, che deve avere penosi problemi alla vista (visto che solo dalla loro rottura è psicanaliticamente ossessionato) e si crede più à la page di chi l'Oscar l'ha vinto ma non l'ha ritirato, ha il solo merito di mettere a rischio il posto a Fremaux (in 37 anni di Cannes solo Fort Saganne era più imbarazzante) e di affrontare presumibilmente il tribunale per una causa di diffamazione. Far passare il “più coglione maoista svizzero” pure per antisemita è come far passare Polanski per stupratore. E troppi in sala si inebriano di queste e altre colpevoli fake news che diventano verità inossidabili basta ripeterle cento volte, visto che di fischi non ne abbiamo sentiti. Louis Garrel si sforza almeno di imitare la voce inimitabile di Godard, senza successo. Resta il mistero di perché Anne Wiazemsky abbia ceduto i diritti delle sue argute memorie. Che raccontano con profondità della sua passione di attrice bressoniana per un regista che ci ha donato riflessioni intelligenti sul mondo e ci ha emozionato “attraverso la mente e non attraverso i sentimenti”, come invece fa Noah Baumbach nel manieratissimo The Meyerowicz Stories, piccoli e grandi orrori familiari di un interno intellettuale ebraico, esile plot letteralmente schiacciato dalla tecnica attoriale ridondante e trombonesca di Dustin Hoffman, Ben Stiller e Emma Thompson (si salva solo Adam Sandler, che non sa neanche contare).

A Venezia tra cinema e arte: le ceneri del presente

veneziaGiorgio De Vincenti

“Fine”, “The End”, “War”, “Death” sono le parole - le prime due nei quadri di Fabio Mauri, le altre nei neon di Bruce Nauman - che introducono il visitatore della Biennale Arti Visive ai percorsi dell’Esposizione di quest’anno, All the World’s Futures, curata da Okwui Enwezor, il cinquantaduenne critico d’arte nigeriano investito quest’anno del compito dal presidente Paolo Baratta.
Un ingresso programmatico, anticipato ai Giardini dalle grandi, luttuose bandiere nere disposte sul fronte del Padiglione Centrale, riferimento non troppo velato ai vessilli funebri dell’ISIS che da più di un anno segnano la vita del pianeta, a ricordare quanto la guerra cerchi oggi di esaurire i rapporti umani e quanta ipocrisia aiuti questa pretesa. Ipocrisia e rimozione, rifiuto di vedere.
Le centinaia di opere raccolte da Enwezor mostrano come gli artisti sappiano (e abbiano saputo) “vedere” molto bene negli ultimi cinquant’anni questo punto oggi centrale nell’interpretazione del neocapitalismo globalizzato e del gioco delle parti che lo sostiene.
Che si tratti del cannone esibito nel 1965 da Pino Pascali o della fusione delle armi fornite da più di trenta (!) paesi alle fazioni dei conflitti iracheni, presentata in forma di campana da Hiwa K, rifugiato politico in Germania; o ancora del Trono della conoscenza del mozambicano Gonzalo Mabunda, fatto di mitra e proiettili, residui della guerra postcoloniale che ha tormentato il suo paese per sedici anni; o dei disegni di mostruose macchine da guerra imbrattate di sangue di Abu Bakarr Mansaray, artista della Sierra Leone, anch’egli rifugiato in Europa - le opere in mostra quest’anno costituiscono una precisa dichiarazione sul punto da cui è necessario partire per poter immaginare un futuro di pace tra i popoli. Un futuro che sia alternativo all’esplosione distruttiva del video di animazione della keniana Wangechi Mutu - The End of Carrying All - sorta di riassunto della storia dell’uomo e delle sue opere sulla terra con un finale apocalittico.
E se tutto passa, come dicono le fotografie abrase del Leone d’oro Adrian Piper, artista nata negli Stati Uniti e attiva a Berlino, e come dicono le tante opere esposte che lavorano sul concetto di caducità e sul rapporto natura/cultura, l’oggi del neocapitalismo globalizzato guerrafondaio, delle disuguaglianze e della povertà, della strumentalizzazione e della cancellazione della democrazia, impone una ripresa d’orgoglio dell’essere umano che sappia dire no alla guerra e consolidare le spinte alla libertà, alla condivisione delle scelte, alla giustizia, all’eguaglianza e alla cura del pianeta; spinte che sono molto più estese e capillari di quanto lasci vedere la propaganda neocapitalista (di cui l’ISIS è parte integrante e di rilievo).
Il cinema visto al Lido quest’anno non è da meno, e costituisce con le Arti Visive un dittico di grande impatto politico e culturale.
Infatti, non pochi dei film selezionati dal direttore Alberto Barbera e dalla sua équipe e provenienti da un gran numero di paesi hanno rappresentato molto bene la dura realtà del nuovo colonialismo economico planetario, che si nutre delle macerie del colonialismo degli ultimi due secoli per costruire un mondo piramidale attraverso la guerra per le fonti di energia e per la conquista dei mercati; ma anche la guerra per la guerra, per la vendita delle armi (come dice bene la campana di Hiwa K), con i suoi corollari della corruzione e della droga.
Talvolta con impennate formali che fanno di alcuni film dei gioielli preziosi che meriterebbero di essere portati alla visione di tutti, cosa che solo in pochi casi saprà e vorrà fare il mercato tradizionale.
Francofonia, per esempio, il film in concorso di Alexander Sokurov, è un magistrale film-saggio sulla storia del nostro continente, illuminato da uno sguardo costruttivo sul valore della cultura nell’Europa futuribile, e dall’affermazione - esplicita e tutt’altro che comune - della piena appartenenza ad essa della Russia.
Mentre il documentario di Frederick Wiseman In Jackson Heights (Fuori concorso) ci porta, con una caméra onnipresente e al tempo stesso magistralmente dissimulata e “oggettiva”, all’interno della comunità newyorkese che dà il titolo al film, nel Queens, dove si parlano 167 lingue e dove convivono etnie e culture eterogenee, che vanno dal Sud America al Bangladesh, dal Messico all’India, dalla Cina all’Italia.
Altrettanto degno di nota è il sontuoso e rigoroso Human (Fuori Concorso), del sessantanovenne regista parigino Yann Arthus-Bertrand, ben noto per il suo impegno ecologista e pacifista. Film che è il risultato di tre anni di viaggi in sessantacinque paesi, con duemila interviste e duemilacinquecento ore di girato e che costituisce un grande polittico di un’umanità dolente e al tempo stesso profonda nei suoi sentimenti migliori e decisa a non piegare la testa.
Mentre il cinese Liang Zhao ci offre il miglior film del Concorso, Behemoth, infernale viaggio dantesco nello “sviluppo” cinese, fatto di distruzione ambientale, silicosi e città fantasma. Zhao ci porta nelle miniere di carbone e ferro e nelle fonderie, al bordo delle quali stenta a sopravvivere una pastorizia ormai compromessa. Non lontano dalle nuvole di ceneri che uccideranno gli operai e dal frastuono delle mine che devastano il territorio nascono città nuove di zecca: decine e decine di grattacieli in serie, grandi strade dotate di prati verdi perfettamente curati. Ma sono grattacieli e strade totalmente deserti, città fantasma molto eloquenti sull’insensatezza del neocapitalismo finanziario.
Con Rabin, The Last Day (Concorso) Amos Gitai prosegue il suo scomodo discorso sulla politica di Israele, ricostruendo l’uccisione, vent’anni fa, del primo ministro, premio Nobel per la pace insieme con Shimon Perez e Yasser Arafat. Omicidio che avvenne in un contesto di totale negligenza dei servizi e della polizia preposti alla sicurezza del comizio al termine del quale Rabin trovò la morte. E che fu l’atto di sepoltura di una politica tesa alla pacificazione nel territorio. Un film duro e severo, in cui la finzione - coordinata con materiali di repertorio - serve ad analizzare criticamente i fatti e a indicare gli ostacoli che la volontà di pace trova oggi nel mondo.
Altrettanto severamente critici sono altri due film israeliani (opposti tra loro per atmosfere e argomento) presenti nel concorso Orizzonti e realizzati da due registe, Hadar Morag e Yaelle Kayam. La prima firma Lama Azavtani (Perché mi hai abbandonato), dura storia di un ragazzo arabo che vive ai margini della società in un quartiere ebraico e che pensa di trovare la speranza di una protezione nel rapporto omosessuale con un anziano ebreo affilatore di coltelli. La seconda ci dà Mountain, ambientato nel cimitero di Gerusalemme che sorge sul Monte degli ulivi, grande distesa di tombe bianche, luogo di intersezione delle religioni ebraica, cristiana e islamica, accanto al quale vive la famiglia ebrea di un giovane capo religioso di stretta osservanza, la cui moglie è presa da un profondo turbamento fisico e spirituale.
A queste contraddizioni e chiusure fa eco il film statunitense del neozelandese Jake Mahaffy, Free In Deed (Orizzonti), storia (ispirata a un vero fatto di cronaca) del tentativo di “guarigione” di un ragazzo autistico per “imposizione delle mani”, finita in tragedia in una delle tante chiese di fortuna frequentate da evangelici pentecostali. Forte e duro quanto misurato e composto, il film lavora sulla persistenza della superstizione nella società statunitense contemporanea.
E non meno severa è l’opera dell’indiano Vetri Maaran, Interrogation (Orizzonti), ispirata al romanzo Lock Up di Chandhra Kumar, unico sopravvissuto del fatto reale che è alla base del film, oggi militante per i diritti civili. Interrogation mostra i giochi incrociati della corruzione nella polizia, nell’intelligence e tra i politici indiani, in occasione dell’imprigionamento pretestuoso di quattro tamil innocenti e dell’uccisione premeditata di tre di loro.
Questi che abbiamo citato sono solo alcuni tra i molti esempi possibili dell’orientamento culturale e politico della Mostra del cinema di quest’anno. Aggiungiamo almeno i nomi dei registi di altri film che hanno un dichiarato valore politico: il turco Emin Alper, Marco Bellocchio, Atom Egoyan, il californiano Cary Joji Fukunaga, Merzag Allouache, il francese Samuel Collardey, l’iraniano Vahid Jalilvand. Oltre a Laurie Anderson, Tsai Ming-liang e Sergei Loznitsa, sui quali il discorso sarebbe però prevalentemente di carattere formale. Esempi, insieme con quelli delle Arti Visive, dello strettissimo legame che gli artisti e i cineasti di oggi intessono con i grandi problemi della contemporaneità, con riflessioni che vanno al di là della denuncia e sollecitano il lavoro di tutti per pensare e realizzare il futuro.