L’amore della Marea Amarildo

Barbara Szaniecki e Giuseppe Cocco

Fino a metà 2013, la città di Rio de Janeiro sembrava offrire un palcoscenico perfetto per lo spettacolo della rappresentanza. Da tempo stavamo analizzando lo stretto rapporto tra museificazione della cultura e gentrificazione della città e il ruolo del Museu de Arte do Rio de Janeiro (MAR), ciliegina sulla torta della rivitalizzazione della zona portuaria. Ed ecco che, in marzo, l’inaugurazione del MAR è stato teatro di un evento nuovo. Mentre il Sindaco, il Governatore, la Ministra della Cultura e la Presidente della Repubblica si riunivano con la famiglia proprietaria della GLOBO e concessionaria del nuovo museo, fuori dalla festa, manifestanti dei movimenti dei senza tetto e di collettivi culturali gridavano: «Il Sertão non diventerà MAR(e)»1, riprendendo a rovescio una delle profezie della rivolta messianica di Canudos. Il riferimento è alla resistenza storica della secessione messianica e al fatto che furono i reduci dalla guerra del Sertão che costruirono la prima favela di Rio, sul Morro della Providência, proprio lí nella zona portuaria di Rio. Erano in pochi a protestare fuori dal nuovo museo protetto dalla polizia. Tutto sotto controllo? La storia sembrava ripetersi ma, inaspettatamente, qualcosa cominciò a muoversi. Il movimento nato a giugno si presenta come l’espressione mostruosa della costituzione della moltitudine prodottasi durante il governo Lula, e una delle prospettive più interessanti per coglierne la dinamica costituente, tra le reti e le piazze, sembra essere quella della sua «arte»: un'arte della moltitudine.

Espressione mostruosa della costituzione moltitudinaria

I concetti di moltitudine e di mostro sono due strumenti efficaci per afferrare le trasformazioni sociali nel Brasile degli ultimi dieci anni. Molto si è detto intorno alla Classe C2. Quando è scoppiato il movimento, si è cominciato invece a parlare di moltitudine. La stessa cosa succede con il termine di mostro. La diffusione di questi termini sembra sottolineare la loro adeguatezza rispetto alla realtà. Antonio Negri presenta il concetto di moltitudine per lo meno in tre prospettive specifiche e complementari: sul piano sociologico, si tratta delle trasformazioni legate al passaggio dalle economie basate sul lavoro disciplinare di fabbrica a quelle basate sulle reti diffuse nella metropoli e quindi a forme di lavoro sempre più immateriali. Da questa percezione deriva il secondo piano, politico: nuove forme produttive richiedono nuove forme politiche. Se il lavoro di fabbrica aveva prodotto il sindacato e i partiti dei lavoratori, i nuovi sistemi produttivi metropolitani richiedono nuove organizzazioni politiche. Ed è proprio in questo gap tra le attuali potenti forme di produzione e le vecchie forme della politica che risiede la crisi della rappresentanza. Sul terzo piano, quello ontologico, «che cos’è la moltitudine»? Mentre le classi sociali – vecchie e nuove classi medie nel caso del Brasile di oggi – si definiscono a priori via dati statistici, la moltitudine si costituisce nelle lotte.

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foto di Katja Schilirò

L’approccio della nuova composizione sociale in termini di Classe C riconosce la trasformazione economica della società brasiliana avvenuta durante i governi Lula, ma sottovaluta l’emergenza dei desideri di formarsi e informarsi, esprimersi, comunicare, circolare, esercitare la cittadinanza. Insomma, ignora i desideri di affermazione della biopolitica come potenza della vita e critica dell’uso dell’arte, della cultura e della communicazione come biopotere sotto nuove forme di marketing elettorale. Nonostante le difficoltà vissute nelle metropoli brasiliane, la moltitudine è superproduttiva, iperinformata e ultraconnessa. Se la nozione di moltitudine sembra adeguata ai soggetti che hanno promosso le trasformazioni del Brasile, quella di mostro funziona per capire le soggettività in azione nelle manifestazioni. Questa costituzione mostruosa si presenta sotto due aspetti complementari. In primo luogo, come il «corpo senza organi» di Deleuze e Guattari, ossia un corpo che è intensità piuttosto che un'intenzione. Non si tratta però di uno stadio anteriore alla moltitudine che, a sua volta sarebbe una tappa anteriore alla formazione di classi sociali o di corpi istituzionali. Il mostro non è una tappa storica: il mostro è sempre lí, in agguato. In secondo luogo, va associata al General Intellect di Marx: l’intelligenza produttiva e politicizzata che mette in evidenza opere che sono il frutto di processi collettivi che non eliminano le singolarità. Né bello né brutto, né buono né cattivo, né vero né falso, il mostro sconfigura le nostre certezze estetiche e politiche e, in questo movimento, promuove simultaneamente angoscia e allegria. La faccia più politicizzata della moltitudine non ha niente di autoritario, al contrario, è un terreno di sperimentazione e innovazione fondamentalmente democratico. Il mostro è la vera democrazia nella quale forme e contenuti, principi e processi, mezzi e fini sono indissocciabili.

RJ 2013: dal Monopoly alla metropoli della moltitudine

Moltitudine e mostro indicano altre possibili connessioni tra corpo e mente, tra individuo e società, tra saperi e poteri. Come coglierle? Come si configura un’arte della moltitudine o un’estetica del mostro che possa indicare nuove forme sociali e politiche potenti? Nelle manifestazioni, maschere, costumi, performances, striscioni, scherzi e parolacce sono indirizzati ai politici e agli imprenditori. Tutto ciò porta al carnevale: non però al carnevale spettacolarizzato con le grandi marche di consumo e discorsi di proprietà, ma alla carnevalizzazione della moltitudine come processi dal basso, apertura dei saperi e poteri costituiti, relativizzazione della verità unica e assoluta e costituzione di altre verità. Oltre alla carnevalizzazione, possiamo osservare un’estetica dell’occupazione. Dopo le acampadas del 15M e l’OccupyWallStreet, abbiamo visto proliferare l’OcupaCinelandia (nel centro), l’OcupaMeier (nella zona nord), l’OcupaPovos (occupazione contro il vertice ufficiale Rio+20). Oggi questa forma di lotta è ritornata con l’Ocupabral3, Ocupapaes4, Ocupacamara5 e OcupaAlerj6. Senza contare le molte altre occupazioni di palazzi abbandonati e, ovviamente, le occupazioni storiche nelle favelas. Viste come mostruose, queste occupazioni sono sotto costante minaccia di sgombero. Favelas e occupazioni esistono per via della mancanza di possibilità abitative regolari, ma anche come affermazione di altri modi di vita, di stare nella città, di fare un’altra città.

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foto di Katja Schilirò

Dal MAR alla Marea Amarildo: moltitudine connessa e comune

All’inizio dell’anno, il sindaco aveva distribuito in tutte le scuole pubbliche di Rio un gioco del Monopoli adattato alla città di Rio, elevando la speculazione ludica a norma del suo trionfale progetto. Uno dei primi effetti del movimento di giugno è stato di far crollare questo castello di carte. La sovversione carnevalizzata della città monopoli in metropoli della moltitudine è stata possibile per mezzo di una potente interconnessione. L’immagine del Coletivo Projetação - Amar é a Maré Amarildo7 - sembra aver inspirato una marea infinita di forme espressive che ha attraversato la città manifestando il suo dolore per la strage di giovani nella favela della Maré e per la scomparsa di Amarildo nella favela della Rocinha, entrambi opere della polizia. Dall’onda di violenzia è nata una marea di amore: la Marea Amarildo è un modo di dire ai potenti che governano la città che, anche se la violenza che reprime le manifestazioni nella città è incomparabile a quella che quotidianamente colpisce i poveri nelle favelas, siamo tutti Amarildo. Una connessione politica con una pluralità di linguaggi artistici.

Torniamo alla scena del MAR, all'inizio del nostro articolo. Poco meno di sei mesi dopo la sua inaugurazione, i manifestanti sono tornati al Museo per incontrare il sindaco e il governatore che dovevano partecipare a una cerimonia. Il clima con la polizia era molto teso. Con un megafono in mano, il curatore del museo ha cercato di proporre una mediazione. Pur coraggiosamente impegnato nell'evitare l'arresto dei manifestanti, sembra che a un certo punto il curatore abbia detto che le loro maschere e le loro azioni gli facevano paura. «Ma perché? Questa è una performance!» gli hanno risposto i manifestanti. Non sappiamo cosa il curatore pensi dell’estetica delle manifestazioni – se è d’accordo con l’affermazione che si tratta di performances o, più in generale, di arte – e difficilmente lo sapremo. Riprendiamo quel che Antonio Negri suggerisce in un articolo intitolato Metamorfosi: arte e lavoro immateriale8. Cosa caratterizzerebbe, nel contemporaneo, il lavoro e l’arte in quanto affermazione della potenza della vita? Negri ritiene che il lavoro biopolitico sia un happening multitudinario che si apre al comune.

Più che l'«arte», nel senso che tradizionalmente l'estetica con le sue categorie attribuisce a questo termine, sembra cercar di cogliere l’«artistico» del/nel lavoro contemporaneo. Uno «stile artistico» attraversato dall’etica, esigerebbe, in un primo momento, un tuffo nel movimento infinito dei corpi e degli eventi che lo circondano; in un secondo momento, riflessivo, questa immersione delle singolarità nella molteplicità dello sciame incontra l’amore – forza che si forma nell’incontro tra il conatus e la cupiditas. E infine, in un terzo momento, sempre considerando l’omologia tra natura operativa dell’immateriale (cognitivo, culturale, creativo, affettivo) e la formazione degli sciami, il comune che si sviluppa in forme artistiche deve adesso incarnarsi in una decisione collettiva. Il sublime, secondo Negri, è l’agire etico nella costituzione di un telos della moltitudine. La Marea Amarildo che si è configurata negli ultimi mesi nella molteplicità di linguaggi delle reti e delle piazze è l’«artistico» del lavoro biopolitico nella metropoli carioca che, di fronte ai paradossi e ai pericoli del momento, deve dare senso etico alle nostre decisioni collettive e alla nostra vita comune. Questa arte della moltitudine, nei giorni a venire, consisterà nel mantenere questa connessione attiva, intensa, comune.

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  1. «O Sertão não vai virar Mar»: si tratta di un gioco di parole, visto che MAR (sigla del museo) significa anche mare e, allo stesso tempo, è l’inversione della profezia di Antonio Conselheiro, il leader messiânico di Canudos (nella regione semi-arida e povera del nordest) che diceva «o Sertão vai virar mar». []
  2. Con Classe C, si intende quella parte della popolazione per la quale il soddisfacimento di bisogni quali l'alimentazione e l'abitazione non sono più la preoccupazione principale, e che rappresenta oggi più del 50% della popolazione brasiliana. []
  3. Occupazione sotto la residenza privata del governatore Sergio Cabral. []
  4. Occupazione davanti alla residenza ufficiale del Sindico Eduardo Paes. []
  5. Occupazione del palazzo del Consiglio Comunale di Rio (Câmara dos Vereadores). []
  6. Occupazione del parlamento dello Stato di Rio (Assembleia Legislativa). []
  7. Un gioco di parole che mette insieme il verbo Amare con Maré (nome della grande favela dove la polizia militare há ucciso una decina di abitanti durante le manifestazioni di giugno) e Amarildo (nome dell’abitante della favela dela Rocinha scomparso in luglio durante le manifestazioni e mai più ritrovato. []
  8. Antonio Negri, Art et Multitude – Neuf lettres sur l’art suivies de Métamorphoses, Mille et Une Nuits, Paris 2009. []

Europa e America a Città del Messico

Virginia Negro

Il quartiere Roma a Città del Messico ricorda la Belleville à la page popolata da gallerie d’arte, ristoranti etnici e botique del vintage, spontanei ricettacoli di giovani bobo. Un’oasi in cui il fenotipo ricorrente non è esattamente quello latino: il canone qui nella Roma è un teutonico e traslucido pallore. Eletta a simbolo del cosmopolitismo, questa zona della città è la nuova meta di pellegrinaggi notturni per gli amanti della movida messicana, affollata da locali per tutti i gusti, dalla discoteca al karaoke passando per i concerti acustici.

I resti di un Messico che ha poco a che vedere con questo glamouroso angolo d’Europa sono appesi al grigiore decadente ma pittoresco delle facciate di certi vecchi palazzi, oggi disabitati, le cui porte non sono che trompe l'oeil, entrate sul nulla, meri supporti per avanguardistiche battaglie d’arte urbana. Il fenomeno che ha cambiato l’identità di questa colonia, e con lei il profilo sociale dei suoi abitanti oltre all’estetica architettonica, si chiama gentrificazione.

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Il geografo Chris Hamnett lo definisce un miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, che comporta il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, e la sostituzione della popolazione operaia con la classe media. Un’operazione sempre più frequentemente venduta come un indispensabile rinnovamento grazie a un lessico che nasconde dietro a termini come riqualificazione e miglioramento urbano l’intenzione di spostare verso la periferia una popolazione costretta alla marginalità non solo economica ma anche spaziale.

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E invece resistono come naufraghi in un oceano in tempesta le ventidue famiglie del palazzo di calle Merida al civico 90, all’angolo con Tabasco e Colima. L’edificio si chiama America, risalente agli anni venti, rappresenta un modello residenziale diverso, con un patio in comune, bagni esterni condivisi da più famiglie, e nel centro della terrazza uno spazio adibito a lavanderia.

A distruggere l’antica struttura dell’immobile non sono state le inondazioni o i frequenti terremoti, ma la precisa volontà dell’INVI, l’Istituto per le politiche abitative del Distrito Federal, con un progetto di “riforma” urbana, inaugurato da un’ordinanza di demolizione sotto minaccia di sfratto forzoso. Nel 2003 l’INVI dichiarò la costruzione inagibile, dando ai suoi affittuari un preavviso di due settimane per sloggiare, pena l’evacuazione coatta.

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Il diritto a una casa sicura diventa terreno di scontro tra l’amministrazione messicana e gli affittuari dell’edificio America. Un contrasto le cui radici affondano in una storica e profonda difformità di interessi. Il quartiere Roma da un lato è territorio fertile per speculazioni immobiliari, dall’altro è un crocevia dove sopravvive un secolare amalgama culturale, un matrimonio surreale troncato dalle politiche del governo federale.

Dopo il terremoto del 1985, si impone un regime residenziale teso a incentivare la proprietà privata, le case del centro si trasformano in complessi di piccoli appartamenti di lusso, mentre la classe media si indebita con Infonavit, un organismo statale che concede prestiti ai lavoratori.

Le case dell’Infonavit sono blocchi residenziali costruiti alla periferia della città. Vere e proprie cittadelle nuove di zecca. La maggior parte disabitate. Moltissimi degli impiegati con un’ipoteca Infonavit hanno poi abbandonato la propria casa perché troppo lontana dal luogo di lavoro. In una megalopoli di più di 20 milioni di abitanti spostarsi dalla periferia al centro può significare anche 4 o 5 ore di calvario automobilistico.

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La vita degli abitanti dell'edificio America è raccontata dalla macchina fotografica della brasiliana Livia Radwanski che ha realizzato un lavoro documentale durato un biennio. Per ogni finestra un abitante, per ogni porta una famiglia. Storie che convivono quotidianamente con uno Stato ostile, nella giungla del capitalismo più violento, soprannominato dalla filosofa messicana Sayak Valencia Capitalismo Gore, dove un operaio è costretto da un salario davvero insignificante ad alloggiare, o per essere più precisi squattare, nel cantiere dove lavora.

foto_merida07 Livia Radwanski

Rimane una rete fatta di affinità vicinali dove emerge una società civile costretta a supplire alle carenze della politica pubblica. In questo senso la sopravvivenza dell’America rappresenta una vittoria significativa. Purtroppo si tratta di un successo zoppicante: i rapporti di vicinato continuano a essere messi a dura prova dall’aumento vertiginoso del carovita, e la colonia è sempre più invasa da tribù caucasiche assuefatte ai prezzi maggiorati.

Ma cos'è che ci spaventa così tanto da dover inventare un enclave del vecchio continente anche dall’altra parte dell’oceano? La fortezza Europa si è tramutata in un prodotto da esportazione. Che, a quanto pare, si vende facile.

Tutte le foto sono di Livia Radwanski

Mi Buenos Aires Querido

Antonio Syxty

A Buenos Aires piove. Appena superato il controllo passaporti del Pistarini, Leòn mi vede e mi viene incontro. È con la moglie, Lucia, che lui chiama affettuosamente Lucieta. Appena mi vede sorride teneramente e gli occhi gli si inumidiscono, e io in quell’azzurro riconosco il colore di quelli di mia madre, sua zia. Leon ha quasi 60, ma è un uomo robusto e in ottima forma, gran giocatore di calcio, nella squadra locale del suo barrio. Leon e io non ci vediamo da più di 40 anni, da quando giocavamo piccoli in Calle Catamarca, nel quartiere Cochabamba di Buenos Aires dove abitavo io, o nel quartiere di Quilmes, sobborgo di Buenos Aires dove abitava lui e dove abita tuttora. Mia madre, come molte persone del sud Italia era emigrata a Buenos Aires dall’entroterra salernitano, perché allora, in Italia, non c’era da mangiare, e loro facevano le suole per le scarpe.

Era un’Italia diversa da quella di oggi, dove erano gli italiani a emigrare. Quello di emigrare era stato il destino della famiglia di mia madre, come del resto era stato quello della famiglia di mio padre, piemontese di origine, ma nato anche lui, come me e Leon, in Argentina. Ora la famiglia di Leon vive in una modesta villetta di un bel quartiere di Quilmes, provincia di Buenos Aires – la Capital, come la chiamano loro. Leon ha 3 figli, tutti grandi e robusti come lui, tifosi del River Plate, mentre io da piccolo ero tifoso del Boca, come mio padre, un uomo che aveva avuto il coraggio di imbarcare tutta la sua famiglia su una nave quando io avevo nove anni, e far ritorno in Italia. Leon lo definisce coraggioso quel gesto, di lasciare l’Argentina e fare ritorno nel paese di origine. I genitori di Leon questo coraggio non l‘hanno avuto e hanno dovuto affrontare gli anni della feroce dittatura militare, uno dei periodi più bui di un paese che aveva rappresentato per la generazione precedente a quella mia e di Leon, la possibilità di rifarsi una vita, lontani da un Italia che non dava speranza di lavoro e sviluppo per le classi più umili.

Ma l’Argentina vissuta da Leon e dai suoi figli è stata un’Argentina tormentata e scossa anche dalla crisi economica che dalla seconda metà degli anni ‘90 portò direttamente il paese al collasso, con il famoso corralito del 2001. Ed è appunto del corralito che Leon mi racconta in un caffè di San Isidro, un comune della provincia di Buenos Aires. Io del corralito so poco o nulla. Perché ricordo la crisi vissuta dagli italiani che avevano investito nei bond argentini, ma poco o nulla so di un periodo economico così drammatico per la popolazione argentina, chiamato appunto corralito (recinto), perché il default del paese aveva rinchiuso la popolazione in un recinto senza speranze. In quegli anni Leon si era licenziato dall’azienda per cui lavorava, la Telefónica Argentina, e aveva ricevuto la liquidazione in pesos che era equivalente a circa settanta mila dollari e che aveva depositato quasi tutti in banca, con l’idea di mettersi in proprio facendo consulenze nel settore.

E il dramma fu che le banche dall’oggi al domani si barricarono negando ai correntisti ogni tipo di prelievo dal proprio conto corrente. Iniziarono così tempi durissimi dove avere il contante in tasca per fare la spesa e acquistare beni di prima necessità era un privilegio di pochi. C’erano persone che si vendevano qualunque cosa pur di avere i soldi contanti. Un amico di Leon che aveva da poco comprato un pick-up del valore di 20mila dollari cercava di venderlo per 3000 pur di avere qualcosa in tasca per la sua famiglia. Lo stesso Leon insieme alla moglie Lucieta cercavano di risparmiare il più possibile i diecimila pesos in contanti che Leon – prevedendo il peggio aveva nascosto in casa evitando di depositarli in banca. Ma poi anche quelli finirono.

Durante quel periodo la gente dava l’assalto alle banche che si erano trincerate sigillando gli ingressi con barriere improvvisate. Il cancro aumentò dell80% e allo stesso modo aumentarono gli infarti, i suicidi e le separazioni nelle coppie sposate o fidanzate. Per Leon e per tutti gli argentini il corralito era diventato un lungo incubo a occhi aperti. I soldi che erano ostaggio delle banche vennero restituiti solo parzialmente dopo circa nove anni anni. La stessa sorte toccò a Leon, che solo grazie all’aiuto dei genitori di Lucieta riuscirono a sfamare i figli e procacciarsi i generi necessari per vivere. Molti anziani, considerando la loro stima di vita, rinunciarono a fare domanda allo stato per riavere i loro soldi - ostaggio delle banche - perché non se la sentivano più di lottare. E fu in quel periodo che si sviluppò il trueque (il baratto) con veri e propri circoli di auto-aiuto, che scambiavano servizi con beni primari. E allora c’era chi sapeva tagliare i capelli che in cambio riceveva cibo o vestiti per il suo servizio. E gli stessi medici che si mettevano a disposizione della gente in cambio ricevevano gli aiuti primari per le loro famiglie.

Era scomparso il denaro contante e gli uomini si organizzavano per sopravvivere scambiandosi beni e servizi di prima necessità, senza che ci fosse la mediazione del denaro contante. I circoli del trueque erano nati già nel 1995 a Mar del Plata sull’onda della crisi economica che avrebbe poi portato il paese al crollo e alla serrata delle banche nel 2001. Ascoltavo Leon mentre mi raccontava tutto questo e pensavo all’Italia e alla crisi che stava spazzando il paese, ma anche l’Europa, e all’ipotesi di dover essere costretto a cambiare tutta la mia vita se un domani dovesse succedere anche a noi. Un pensiero che mi ha accompagnato al mio ritorno in Italia e mi ha fatto considerare la realtà intorno a me in modo del tutto diverso.

Coordinate – America Latina
Brigate ortografiche sui muri di Quito

Francesca Lazzarato

A partire da oggi Alfadomenica propone una nuova rubrica, Coordinate, che a rotazione, ogni quattro mesi, proporrà notizie da una diversa area geografica. A inaugurare il ciclo l'America Latina, scandagliata da Francesca Lazzarato.

È a partire dal 1713 che la RAE, ovvero la Reale Accademia Spagnola, all'ombra del motto «Limpia, fija y da esplendor» (“Pulisce, fissa e dà splendore”) vergato intorno alla preziosa immagine di un crogiolo, si è assunta il compito di stabilire, diffondere e difendere le regole di una lingua parlata da oltre quattrocento milioni di persone sparse in ventidue nazioni - anzi in ventitré, considerata l'enorme minoranza di origine latinoamericana (circa cinquanta milioni) che vive oggi negli Usa – e quindi connotata, oltre che da un'evoluzione incessante, da infinite varianti e contaminazioni. Non c'è da stupirsi, allora, che il quotidiano El País abbia subito etichettato come “brigata equadoriana della RAE” il gruppetto di trentenni (un avvocato e due grafici, di loro non si sa altro) che si firmano Acción Ortográfica e da novembre si aggirano per le strade di Quito, impugnando bombolette di vernice rossa con cui correggono i frequenti errori di ortografia commessi da chi scrive sui muri cittadini.

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Anche se il nuovo codice penale punisce i graffitisti con sanzioni piuttosto severe, che includono diversi giorni di carcere e l'obbligo di riparare il danno a proprie spese, la minaccia della guardina non ha salvaguardato i muri di Quito, sempre coperti di scritte: oltre alle solite firme di singoli e di gruppi “taggate” un po' ovunque, si possono leggere slogan politici e non, ingiurie, dichiarazioni d'amore e perfino le creazioni degli altrettanto anonimi aderenti a Acción Poética (un'iniziativa nata in Messico oltre vent'anni fa e diffusa nella maggior parte del continente latinoamericano) che disseminano le strade di versi scritti in enormi lettere nere, perché “sin poésia no hay ciudad”.

Quasi nessuno dei graffiti cittadini, però, è immune da errori che spesso rischiano di rendere del tutto incomprensibile il messaggio: un affronto alla lingua, alla comunicazione e all'estetica che i tre di Acción Ortográfica hanno deciso di non tollerare oltre, dedicandosi (ovviamente nottetempo e in clandestinità, per sfuggire ai rigori della legge) a ristabilire una corretta punteggiatura, i giusti accenti, un buon uso delle maiuscole, e a riparare gli oltraggi al dizionario e gli eventuali errori di grammatica. Negli ultimi tempi, inoltre, il rosso dei loro interventi è dilagato anche su internet, e non solo perché i tre hanno inevitabilmente creato una pagina facebook: di recente si sono permessi di correggere i tweet dell'Ufficio Stampa municipale e quelli di Rafael Correa, autoritario presidente della Repubblica che ha sottoposto i media nazionali e il web a una censura senza precedenti, e che in veste di twitero si è rivelato piuttosto debole in ortografia.

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Inutile dire che i tre di Quito hanno già fatto scuola: da poche settimane è nata la Acción Ortográfica de Madrid, creata da professionisti del linguaggio (tra i fondatori ci sono un traduttore e un filologo, protetti dall'anonimato perché la legge spagnola infligge ai “vandali” multe che possono arrivare a 6000 euro) e dedita alla correzione intensiva non di graffiti, ma degli errori contenuti in cartelli, targhe, istruzioni al pubblico, insomma nei testi ufficiali con cui il Municipio si rivolge ai cittadini: perché è finalmente arrivata l'ora, dicono gli sconosciuti paladini dello spagnolo ben scritto, di “mettere i puntini giusti sulle i madrilene”. A quando i sentiti ringraziamenti della RAE?

Processo di pace e alternativa politica in Colombia

Emanuele Profumi

L’anno scorso, durante una presentazione dell’Informe General del Grupo de Memoria Historica di Bogotá, una ricerca approfondita sulle conseguenze del lungo conflitto armato sulla popolazione, una delle scienziate politiche che vi avevano lavorato, Maria Emma Wills, finì il suo intervento ricordando il panorama di un Paese ingiusto e poco incline alla pace: “Queste sono le mie conclusioni: esistono tre Colombie in questo momento.

Una Colombia desolata e derelitta, una Colombia indifferente, e una Colombia polarizzata”, disse quasi piangendo. Sottolineò l’enorme sofferenza popolare e l’ingiustizia che rappresentano gli indifferenti e i “polarizzati” di fronte alla realtà, sempre più chiara, dell’impatto della guerra per il complesso della società: al 31 Marzo 2013 si calcolano 25 mila desaparecidos, 1.754 vittime di violenza sessuale, 6.421 bambini, bambine e adolescenti reclutati dai gruppi armati, 5 milioni e 700 mila rifugiati interni (15% della popolazione nazionale), tra il 1958 e il 2012 sono morte 220 mila persone, delle quali 81,5% corrisponde a civili, e tra il 1985 e il 2012, ogni dodici ore è stata sequestrata un persona1.

Una guerra che è cambiata molto con la nascita dei gruppi paramilitari, principali responsabili dei massacri e degli assassini selettivi, e il sorgere delle organizzazioni del narcotraffico. Un conflitto interno, perpetuo, che ha dissanguato il tessuto sociale, facendo del terrore e della barbarie pratiche quotidiane, considerate necessarie per il controllo territoriale. “Gli assassini selettivi, i rapimenti dei desaparecidos, i sequestri e i piccoli massacri, sono quanto ha maggiormente prevalso nella violenza del conflitto armato. Queste modalità configurano una violenza altamente frequente ma di bassa intensità, e fanno parte delle strategie che rendono invisibile, occultano o silenziano, il conflitto armato e sono impiegate dagli attori armati”, si legge nell’Informe2.

Però la Wills si è dimenticata di menzionare un’altra Colombia, che lei conosce bene quando parla degli eroi che hanno resistito alla guerra, come individui o come collettività: la Colombia democratica che scommette per la fine del conflitto armato come un momento necessario da cui partire per trasformare la società. Una “Colombia alternativa” che sta partecipando al processo, direttamente o indirettamente, e sta riflettendo sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

Una società in conflitto per l’alternativa politica

L’alternativa politica, di società, è una risposta ai due maggiori problemi che sono alla base delle guerre interne che hanno attraversato il Paese da più di mezzo secolo (prima dell’omicidio di Gaitàn del ’48): una parte importante della società si oppone da sempre all’ingiustizia economica e all’esclusione politica, che hanno preso, soprattutto i volti della mancata riforma agraria e della gestione elitaria e autoritaria del potere statale. In un primo momento c’è stata una guerra al movimento contadino e lo sterminio sistematico dei sindacalisti (tra il 1999 e il 2005 sono stati assassinati 860 sindacalisti), dal 2003 in avanti, invece, anno del Congreso Nacional Agrario, il movimento contadino e il movimento sindacale si sono uniti alle mobilitazioni dei “popoli originari” e degli afrodiscendenti creando nuove forme di lotta contro il modello politico ed economico dominante (come, per esempio, la Minga Social Indigena, il Congreso de los Pueblos e la Marcha Patriotica)3.

L’anno passato abbiamo assistito ad un’evoluzione importante di questa tendenza: lo sciopero diffuso dei contadini (conosciuto come il Paro agrario) contro le misure brutali del TLC (Trattato di Libero Commercio), ha bloccato molte parti del Paese mentre il recupero della “personalità giuridica” dell’Unión Patriótica, che da qualche mese ha permesso che questa organizzazione martoriata, che negli anni ’80 è stata massacrata (subendo 10 mila omicidi), possa partecipare alle elezioni Presidenziali di Maggio (la sua leader, Aida Abella, è candidata come vicepresidente della Repubblica in tandem con Clara López del Polo Democrático Alternativo).

È come se ci fosse stata un’influenza reciproca tra il conflitto armato e i movimenti sociali, nel bene e nel male: “Noi consideriamo che c’è una relazione dialettica tra il conflitto armato e il conflitto sociale. La dinamica della società, con i suoi conflitti non armati, contro le infrastrutture, le miniere, arrivano a incidere nella trasformazione del conflitto armato. I movimenti sociali danno fastidio ai gruppi armati, e particolarmente agli insorti, con cui il dialogo si può ancora sviluppare. D’altra parte, però, il conflitto armato incide anche sulla dinamica dell’organizzazione sociale”, dice a questo proposito Carolina Jiménez di Planeta Paz4.

Difficoltà del processo

Insieme al narcotraffico, che acquista una sua rilevanza dal ’75, un insieme di altri fattori hanno cambiato la guerra degli anni ’805: l’apparizione e la diffusione dei paramilitari, il massacro della Unión Patriótica, il successo del processo di pace che si è concluso con la stesura della Costituzione del ’91, il fallimento del processo del Caguán e il nuovo patto tra gli Usa e il governo colombiano sul controllo del territorio nazionale (crescita e modernizzazione delle forze armate, Plan Colombia e Plan patriota, etc).

L’incognita maggiore per il successo dei dialoghi che si stanno svolgendo all’Avana, sembra essere la polarizzazione che si è prodotta in seno alla società, tra la “Colombia alternativa”, in cui possiamo considerare anche una parte rilevante delle vittime, e la “Colombia militarizzata”, che ha assunto la logica di guerra portata dal conflitto armato. “Dal 2002 fino al 2010, con Uribe, la società è stata molto polarizzata. Appaiono settori totalmente contrari alla negoziazione. Anche le vittime cominciano ad apparire, ovvero quelli che voglio che vengano riconosciuti i diritti delle vittime. Perché non necessariamente da un processo di negoziazione ne esce un accordo favorevole alle vittime”, afferma Mauricio Garcia Duràn, direttore del Cinep6.

La polarizzazione attraversa la stessa società politicizzata che vuole giocare un ruolo attivo nel Processo di Pace e nella trasformazione democratica del Paese, e prende la forma di una distanza tra chi si è allontanato totalmente dalla logica della guerra e chi non ha condannato del tutto l’insurrezione armata perché ne condivide le ragioni politiche di fondo. Tra quelli che partecipano convinti ai Forums consultivi e propositivi che accompagnano i dialoghi sui punti dell’Agenda di negoziazione (Foro Agrario, Diciembre 2012 – Foro sobre la Participación Política, Abril 2013 – Foro sobre las drogas ilícitas, Septiembre/Octubre 2013)7, e quelli che considerano importante, però parziale, questa partecipazione, e/o poco rilevante il peso di questi Forums al tavolo negoziale.

La pace del futuro

La fine del conflitto armato con le Farc è pieno di problemi. Tutte le voci più importanti di coloro che lottano per il cambiamento della società sanno che la fine del conflitto armato tra le Farc e lo Stato non corrisponde esattamente alla realizzazione della pace nel Paese. Non solo perché ancora resterebbe in piedi la guerriglia dell’Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), benché si stia continuando a lavorare da tempo alla possibilità di integrarla negli attuali dialoghi di pace8, ma anche perché lo stesso processo è segnato da enormi incognite: le garanzie per gli ex guerriglieri (la prospettiva dell’esercito e la presenza dei paramilitari), le elezioni presidenziali e la mancanza dell’appoggio della popolazione alla soluzione politica.

Le ultime inchieste pubbliche mostrano, infatti, che le elezioni presidenziali sono segnate da una forte propensione al voto bianco da parte dell’elettorato, e da una vittoria quasi certa dell’attuale presidente Santos. Santos condivide, con l’ex presidente Uribe, una stessa visione della Colombia: neoliberismo economico, appoggio ai settori del grande capitale nazionale e internazionale, repressione dei movimenti sociali e visione della sicurezza sociale basata sulla repressione sociale, dipendenza dalle decisioni che arrivano da Washington, impunità per l’esercito9.

Gonzalo Sánchez, responsabile principale del Informe General del Grupo de Memoria Histórica, al contrario, è ottimista e crede che “si è avanzato troppo per pensare che entrambe le parti possano interrompere il dialogo”. Ma avverte: “La pace deve arrivare alle regioni. Questo dovrebbe entrare nei negoziati, perché se non c’è un impegno nelle regioni, rimane solo sulla carta e a Bogotà. Però questo non si può realizzare dall’oggi al domani”.

L’impazienza della popolazione davanti al processo è stata recentemente quantificata: il 58% dei colombiani sono pessimisti di fronte ai dialoghi di pace, e il 75% degli intervistati non vuole che gli ex guerriglieri partecipino alla vita pubblica. Sfiducia che attraversa anche la “Colombia alternativa”: “Fino a quando non ci sarà un governo popolare non ci sarà Pace”, dice Gloria Gaitàn, figlia di Jorge Eliécer Gaitán Ayala e importante intellettuale colombiana. “Credo che arriveremo ad una pace più formale che reale, benché la sogniamo. E vi aneliamo. Ma non a qualsiasi pace”, aggiunge Janet Bautista, che da anni lotta per aiutare le vittime scomparse a causa dei sequestri.

Insomma, benché appaia sempre più chiaro che questo processo non sarà sufficiente per realizzare la pace in Colombia e trasformare la società, sembra essere comunque il solo strumento per diminuire il livello di violenza e chiarire da dove arrivano i veri pericoli per la pace e la giustizia: dalla militarizzazione della politica, dell’economia e della società. Il futuro dei movimenti sociali dipende da come finirà una doppia menzogna, che afferma che la rivoluzione e la guerriglia sono la stessa cosa e che la guerra è il prodotto principale dell’insurrezione armata. Il successo del processo può aiutare a ristabilire questa verità storica e politica.

  1. ¡Basta ya! Colombia: memorias de guerra y dignidad, Centro Nacional de Memoria histórica, Bogotà 2013, pp. 33-5. Per leggere tutto il documento: http://www.centrodememoriahistorica.gov.co/micrositios/informeGeneral/ []
  2. Ibid., p. 42. []
  3. Darío Fajardo Montaño, Colombia: dos décadas en los movimientos agrarios, in «Cahiers des Amériques Latines, vol. 2012/3, n.71, pp. 145-168. []
  4. Una rete che appoggia i movimenti sociali durante la costruzione di una pace che non sia semplicemente la fine del conflitto armato. []
  5. Jaime Zuluaga Nieto, Situación actual y perspectivas de la guerra interna, in «Cahiers des Amériques Latines», vol. 2012/3, n.71, pp. 145-168. []
  6. Centro per le ricerche e l’educazione popolare gestito dai gesuiti, impegnato da sempre nella costruzione di una società giusta e pacifica in Colombia: http://www.cinep.org.co/ []
  7. I Forums sono organizzati dall’Universidad Nacional de Bogotà e dall’Onu. Le conclusioni di ogni Forums si possono consultare sul web: https://www.pazfarc-ep.org/index.php/articulos/debe-saber/1687-foros-convocados-por-la-mesa-de-conversaciones.html []
  8. Dal 1 Luglio del 2013 le Farc hanno salutato positivamente questa possibilità. L’Eln ha lavorato molto per entrare soprattutto dopo le grandi manifestazioni contadine del Settembre del 2013. []
  9. Questo aspetto viene giustamente ricordato anche da Olga L. González, Colombie: les dialogues de paix de la dernière chance?, in «Mouvements des idée set des luttes. Amérique latine: capitalismes, résistances et reconfigurations politiques», hiver 2013, n.76, pp. 83-4. []