Andrea Fumagalli, money in the sky with diamonds

Stefano Lucarelli

19862

See this needle

Oh see my hand

Drop, drop, dropping it down

oh so gently

[…]

Spin, spin

spin the black circle

 Pearl Jam, Spin the Black Circle

1. Ho provato una certa emozione ad avere tra le mani Grateful Dead Economy, quella stessa emozione che si prova quando si sta per ascoltare un LP, e si accarezza il disco nero man mano che lo si fa uscire dall’involucro di cartone – come cantavano i Pearl Jam in Spin the black circle. Non è solo per la fantastica immagine di copertina, dalla quale emerge uno strambo personaggio barbuto con quattro braccia e due gambe elastiche, fra le mani una mela viola rosicchiata, unosmartphone, una bella cannetta ancora da accendere e un bitcoin appena coniato.

C’è di più, perché questo libro è costruito su un’idea tanto originale, quanto intelligente: l’ideologia libertarian si è nutrita di controcultura. Nell’argomentare questa tesi, Andrea Fumagalli (classe 1959) coglie l’occasione per omaggiare uno dei grandi simboli della cultura alternativa made in USA: i Grateful Dead. Così facendo stimola alcuni lettori a ricercare all’interno delle proprie esistenze altri episodi in cui l’energia sprigionata dalla controcultura è protagonista.

2. All’inizio degli anni Novanta, alle soglie dei vent’anni, mi piaceva la musica grunge. Nella mia città, cercavo dei modi convincenti per esercitare una certa ostilità nei confronti dei sistemi di potere che si ripetevano uguali a se stessi. Immaginavo Seattle, come un luogo in cui si condivideva un certo coraggio: è un fatto che sul finire degli anni Novanta il grunge giunto da lì all’inizio del decennio si fece corpo. 1999 Seattle WTO protests, l’esordio di un nuovo ciclo di mobilitazioni sociali su scala globale.

Il pensiero critico riviveva: una generazione di ventenni disadattati, comunque capaci di reagire al grande processo di rimbambimento degli anni Ottanta, si ritrovava faccia a faccia con gente che aveva circa vent’anni di più, e che poteva mettere in campo un’altra colonna sonora capace di suscitare emozioni disalienanti.

Fu allora che incontrai chi mi consigliò di ascoltare i Grateful Dead mentre discutevamo di teorie del circuito monetario e di approcci neo-schumpeteriani all’innovazione. Quell’eretico dell’economia che non aveva problemi a invitare gli studenti nei luoghi in cui la critica economica diveniva qualcosa di tangibile è l’autore del nostro libro.

3. Se – come scrive l’autore – i primi concerti dei Grateful Dead erano grandi feste libere in cui la musica psichedelica sembrava svolgere la funzione di un’infrastruttura in grado di erigere una nuova civiltà, è anche vero che quel senso di libertà condiviso in modo eterogeneo da una generazione di americani capace di mobilitarsi nei campus universitari aprì possibilità che solo raramente si tradussero in nuove forme di cooperazione comunitaria duratura. Ci furono le comuni, è vero, tuttavia la transizione alle comuni restò una realtà che solo in alcuni casi fu capace di sviluppare una cultura del mutuo aiuto (Fumagalli ricorda l’ospedale gratuito di Haight Ashbury, la Free Clinics). Fu una realtà che emergeva dalle scelte di vita di musicisti che non si sentivano oggetto di business. La rivista «Forbes» ha definito Jerry Garcia lo Steve Jobs del rock’n’roll, ma la natura anti-sistemica dei Grateful Dead è testimoniata da molti avvenimenti: su tutti il revolutionary intercommunal day of solidarity per le Black Panthers.

Eppure, proprio la spinta sovversiva e immaginifica che attraversò le coscienze dei giovani americani ispirò i business model che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fecero grande Seattle, ponendo le basi per un matrimonio fra strumenti finanziari e dinamiche innovative.

Fumagalli cerca di riflettere lungo questo crinale, convinto che debba esserci una passaggio segreto che dalla controcultura conduca non solo alla creazione di nuove opportunità di impiego dei capitali privati, ma anche e soprattutto a una rivoluzione sociale. Sì, ma verso cosa? Cosa possiamo intravedere oggi se portiamo lo sguardo oltre l’orizzonte, verso le stelle?

Have you seen the stars tonight?

Would you like to go up for a stroll and keep me company?

[…]

Any place

You can think of

We can be

Jefferson Starship, Have You Seen the Stars Tonight?

4. Fumagalli tenta di introdurre all’interno della convincente rappresentazione della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta e del suo stravolgimento nell’ideologia libertarian alcune tracce di critica dell’economia politica. Ne derivano dei personalissimi Blows against the Empire: una brezza di coraggio, se si leggono quelle parole ricordandosi che il Fuma è un militante che cerca infaticabilmente di dare voce ai germi di immaginario che cercano di venire alla luce dal basso, in questa fase difficile e terribile in cui i movimenti sociali alter-globalisti si trovano; un vento pericolosamente gelido, se ci si ricorda che quelle stesse parole le sta dicendo un esperto dell’economia politica critica che si avventura in contesti borderline fra le riflessioni sulla denazionalizzazione della moneta di un nemico del socialismo (Friedrich von Hayek) e le sirene di una sharing economy che, dalla Sylicon Valley, emanano dolci melodie in cui la rivendicazione di un basic income si sposa perfettamente con nuove forme di sfruttamento: sono queste le metà oscure con cui fare i conti quando si cerca di immaginare una società che riesca a finanziare in modo autonomo i propri progetti di trasformazione dell’esistente. Per questo l’espressione «psichedelia finanziaria» proposta da Fumagalli suscita in me il lieve malessere di un bad trip.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness,

starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,

[...].

Allen Ginsberg, The Howl

5. Come l’Howl di Allen Ginsberg, questo libro andrebbe recitato ad alta voce, sperando in reazioni coscienti per non abbandonarsi completamente e acriticamente alla psichedelia finanziaria che l’autore evoca. Siamo sul confine fra una mai realizzata economia della conoscenza (con le sue promesse di liberazione collettiva) e la dura realtà del capitalismo cognitivo (laddove invece i saperi espropriati divengono espliciti fattori di produzione e le attività umane da cui provengono non vengono riconosciute come attività lavorative da remunerare adeguatamente); un piccolo passo falso ci tramuterebbe in imprenditori di noi stessi pronti a vendere i nostri ideali, e le relazioni umane che su essi abbiamo costruito, a qualche corporation.

Il vagare di Andrea, che è anche il mio vagare, passa e ripassa per l’idea che la possibilità di dotarsi di un’autonomia finanziaria è condizione necessaria affinché la controcultura sia in grado di durare.

Il rischio di produrre modalità creative che si trasformano in nuovi modelli di business in grado di riproporre una nuova accumulazione originaria fa comunque paura. Per inciso è su questo che l’esperienza grunge «è stata suicidata» dai sicari impalpabili dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo. Mi pare tuttavia evidente che la moltiplicazione di circuiti monetari alternativi – tra i quali beninteso vi sono esperienze assolutamente interessanti e ben fondate –, come anche la coerenza maggiore che in futuro potrà assumere la richiesta di un reddito di base incondizionato, non riescano ancora a gettare delle basi salde. Le basi di una resistenza o quanto meno di un immaginario collettivo, che frenino il self-made man che fa capolino in ognuno di noi.

Qualche pagina di Grateful Dead Economy vi farà bene, ma non leggetelo da soli. Cominciate ad ascoltarvi, a parlare di un’altra società possibile. Che qualcuno di voi suoni nel mentre, oppure metta in sottofondo della buona musica … meglio se psichedelica.

Grateful Dead, Live/Dead

Andrea Fumagalli

Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria

Agenzia X, 2016, 192 pp., € 15

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L’America come assoluto presente

Andrea Cortellessa

Approdata tardi alla narrazione in proprio (nel 1996, coi racconti di Apprendista del sogno, e poi, nel 2006, col romanzo Un saluto attraverso le stelle), fra i nostri grandi «pontieri» – quelle figure talora sfuggenti, volutamente all’ombra dei grandi scrittori che ci fanno conoscere; e che ci consentono di viaggiare in altre lingue, altre culture – Marisa Bulgheroni è sempre stata «la più narratrice». Non solo per la catturante eleganza di una scrittura insieme nervosa e misurata, ma soprattutto per la volontà di stare sempre «in situazione»: che le consente di trasmettere, a chi legge, la stessa immediatezza (il che rappresenta poi, secondo lei, il carattere stesso della letteratura americana: «il rapporto tra parola scritta e dato reale si presentava immediato, fisico: il mitico oceano di Melville sapeva di sale»).

La sua vocazione non nasce in biblioteca, ma andando a incontrare – fisicamente, esistenzialmente – l’assoluto presente: rappresentato dagli scrittori nuovi e nuovissimi della terra che da molto presto ha scelto come la sua d’elezione, l’America. I reportage e le interviste, per lo più pubblicati sul «Mondo» di Pannunzio a cavallo del Sessanta (così come i suoi due primi libri, sul Nuovo romanzo americano – Schwarz 1960 – e sul fenomeno dei Beat – Lerici 1962), anziché monumentalizzare autori ormai canonici, facevano la scommessa di individuare le figure più vive e inquiete, di sorprenderle quasi nella loro quotidianità domestica, di strappare alla riservatezza (o semplicemente alla confusione) il segreto che li muoveva, li infiammava, li faceva risplendere.

Il libro bellissimo in cui, con le cure discrete ma puntuali di Alberto Saibene, si leggono ora per la prima volta raccolti i flash di quell’istante bruciante e cruciale – della letteratura statunitense ma anche della nostra cultura che finalmente stava compiendo la sua sospirata gita a Chiasso – realizza così il paradosso di farci conoscere per la prima volta Saul Bellow e Norman Mailer, Allen Ginsberg e Philip Roth: personaggi da tempo passati alla storia, cioè, ma qui fotografati quando ciascuno di loro è agli esordi: affascinanti o respingenti, ciarlieri ed esibizionisti o trincerati ed evasivi.

A questi incontri di miracolosa freschezza, capaci davvero di «catturare il passato nella sua pungente dimensione di presente per chi allora lo viveva», Bulgheroni premette un’introduzione dal titolo proustiano, Alla ricerca dell’America: che rivela la natura di viaggi nel tempo che hanno acquistato a posteriori, per lei per prima, questi viaggi nello spazio. E che fanno di questo libro, anche, un atlante delle emozioni.

Come scrive Bulgheroni viaggiando verso Concord, il «centro dell’universo» per Thoreau (ma che tanto ha contato pure nelle biografie di Hawthorne ed Emerson), «un luogo letterario è un’isola della memoria dove chi approda incontra, con il fantasma amato, se stesso, la propria storia» (bellissime per esempio le pagine su un luogo che non si trova in America ma in Austria, il castello di Leopoldskron, dove nel ’54 lo stregonesco Edmund Wilson per sempre la avvinse alla letteratura della sua terra).

Il viaggio si conclude nel luogo che fra tutti le è più caro e che, proprio per questo forse, Marisa Bulgheroni ha visitato per ultimo (all’inizio degli anni Novanta): Amherst, Homestead, il reclusorio di Emily Dickinson. Il genio dell’Ottocento che – come il suo unico possibile parigrado nella propria lingua, padre Hopkins – è stato conosciuto solo nel secolo che più le è congeniale: quello successivo.

A Dickinson, di lì a non molto, Bulgheroni dedicherà i suoi lavori più belli e rappresentativi, il «Meridiano» di Tutte le poesie e la biografia Nei sobborghi di un segreto (Mondadori, rispettivamente 1994 e 2001). Quello con lei, ad Amherst, è un incontro quasi medianico: della stessa specie, dunque, di quelli che la scrittrice-medium Bulgheroni ci consente con esseri per lei realmente vissuti, ma per noi solo mitologici, quali Jack Kerouac o Vladimir Nabokov.

Il lavoro di Marisa Bulgheroni è considerato giustamente uno degli archetipi italiani di quello che gli anglosassoni chiamano personal criticism, ma fortunatamente le mancano del tutto il narcisismo e lo snobismo coi quali da noi, per lo più, questa formula ha finito per farsi luogo comune. La prima persona è sempre presente, sì; ma, come si accennava, a spingerla al racconto non è la fregola di entrare a tutti i costi nell’inquadratura con la star di turno.

Al contrario le «visite» di Bulgheroni sapevano illuminare, di quegli autori, non tanto il carattere letterario individuale ma soprattutto la loro vita di relazioni, il loro collante sociale (o a-sociale), la loro passione politica (o a-politica). Così, rabdomanticamente e abbastanza preterintenzionalmente, restituendo la più fedele radiografia di quei luoghi, di quei tempi.

A un certo punto del più celebre di questi reportage, I poeti del sottosuolo, dedicato giusto nel 1963 ai poeti «beat» (e, nei loro confronti, tutt’altro che acriticamente apologetico), riporta le parole di un giovane critico newyorkese, Norman Podhoretz: «Tutto è irreale in quest’America; sembra che nulla esista per grazia propria, per propria forza naturale, che ogni cosa sia simbolo, astrazione, riflesso di un’altra cosa. Tutto questo che tocchiamo, che vediamo, sta alla realtà come una cambiale sta al denaro. Ci muoviamo in un incubo». È la profezia più lucida e stringente del postmoderno incipiente: la definizione più sintetica ed efficace, allo stato nascente, del mondo come lo conosciamo oggi.

Marisa Bulgheroni
Chiamatemi Ismaele. Racconto della mia America
Il Saggiatore (2013), pp. 212
€ 17,50