Il semaforo di Alfabeta2

semaforoEsortazioni

Con moderazione la pasta non fa male e la convinzione che sia nociva rivela la nostra ossessione per diete effimere. In Italia si consuma dal tredicesimo secolo e la dieta mediterranea - una delle migliori per perdere peso, ha rivelato uno studio questa settimana - è consigliata dai medici per chi è a rischio di infarto o di ictus (…) Quindi Italia, io ti esorto, non voltare le spalle alla tua vecchia amica.

Leah Green, Italy, don’t turn your back on pasta – it’s the best food on earth, The Guardian, 30 ottobre 2015

Ispirazioni

Un attacco di rabbia giustificata è uno dei dispositivi preferiti di Hollywood per delineare un personaggio ispiratore. Ne sono esempi Atticus Finch nel Buio oltre la siepe, il giornalista interpretato da Peter Finch in Network, Liam Neeson in quasi tutti i suoi film. Le donne arrabbiate non sono altrettanto ispiratrici. Non è mai stato chiaro se il problema è la rabbia delle donne o il modo in cui le donne la esprimono. Lacrime, voci alterate, dita protese: forse le donne si arrabbiano nel modo sbagliato? Ora un nuovo studio suggerisce che la rabbia femminile è semplicemente meno convincente per uomini e donne, indipendentemente dal modo in cui viene espressa.

Belinda Luscombe, Why Angry Men Are More Influential Than Angry Women, Time, 27 ottobre 2015

Riciclaggio

A dispetto della sua natura poco fine, la cacca ha contribuito e continua a contribuire a fecondare la Terra. In passato i grandi mammiferi che popolavano il pianeta defecavano di qua e di là, concimando il terreno lungo la strada. Sott'acqua le balene e altre gigantesche creature marine si lasciavano dietro una enorme quantità di escrementi che manteneva fertili gli oceani. (…) Un gruppo di ricerca ha ora analizzato come le estinzioni di massa influenzano il processo di riciclaggio nutrizionale del pianeta. “L'interruzione di questo ciclo globale potrebbe indebolire la salute degli ecosistemi, la pesca e l'agricoltura", ha detto il co-autore dello studio, Joe Roman, biologo dell'università del Vermont. Un ecosistema fecondato è anche di vitale importanza per gli esseri umani. Lo studio ha mostrato che il ripristino o l'aumento della popolazione di balene può portare alla capacità delle acque di assorbire l'anidride carbonica causata dai cambiamenti climatici.

Katherine Derla, Disappearance Of Large Animals And Their Poop Can Disrupt Ecosystem Of Whole Planet, Tech Times, 27 ottobre 2015

Il semaforo di Alfabeta2 è a cura di Maria Teresa Carbone

Cibo, euro e plusvalore

Alberto Capatti

Sono anni che l’euro, parlando e scrivendo di cibo, viene ora nascosto ora stampato in grandi caratteri. Menzionare il costo del cibo che si offre in casa, o che si consuma convivialmente, è non solo scorretto ma maleducato; ripetere a se stessi il prezzo del chilo di pane, quando se ne mangia una fetta, è roba da ossessi spilorci. In un centro commerciale invece, un chilo di pesche scontate del 30% possono essere oggetto di apprezzamento, ma non necessariamente euro e qualità divengono sinonimi, semmai, in un rapporto complesso, è lo sconto che ha abbassato il frutto a 0,90 euro, ad essere comparato ai requisiti d’eccellenza della pesca. Anche i numeri rinviano a strani meccanismi in cui operano contabilità, desiderio e rimozione.

Chi parla di (alta) qualità, quella derivata da un campo, dal lavoro contadino, da un commercio diretto, da un consumo consapevole, è come se facesse appello ad una società dello scambio, senza moneta. Molte guide di alimenti tipici, e in particolare quelle dei presidi di Slow Food, non ipotizzano nemmeno il costo del prodotto, come se la rarità lo mettesse fuori mercato o lo ascrivesse ad un mercato confidenziale. Stessa cosa sono ortaggi e frutti dei nuovi orti : valgono moltissimo e non costano nulla. Il famoso chilometro zero abbatte il trasporto, il carburante e l’usura delle tod’s in saldo, azzerando anche i valori monetari. Il sogno di un cibo buono e gratuito è dunque una assurdità? Per niente, ha una sua ragion d’essere, pur essendo fuori dalla realtà urbana, della spesa giornaliera. Nasce da un disegno utopico e dalla frustrazione ingenerata dal sovrapprezzo industriale, commerciale, finanziario, per un bene di prima necessità che si vorrebbe ottimo e si acquista alla cieca.

Esiste l’esatto contrario. Un'attenzione simultanea al costo e al prodotto, con metodi comparativi e una contabilità ferrea delle proprie disponibilità. Il supermercato è la piazza di simili comportamenti. Un recente libro, a cura di Valeria Brignani, nato da un blog e da richerche dirette, Discount or die (Nottetempo, 2012, e. 16,50), permette di approfondire la questione. Il Discount non è un caso limite, ma la faccia di un sistema distributivo in cui promozione e prezzi scontati sono la regola per tutti, dal due al prezzo di uno alla confezione di marca al 30%, passando per i buoni utili ad acquistare altri alimenti. La differenza è che in un Discount tutto è già scontato, senza riduzioni possibili. Ed anche questo è un sogno, di un cibo accordato per una cifra irrisoria, scambiato non con decine di euro ma con manciate di centesimi. Una bottiglia di Highland Regiment a 5 euro: vero whisky o vero schifo, il desiderio di cavarsela a poco o nulla, è più forte di ogni ragionamento sulla qualità. Anzi i prezzi bassissimi hanno una loro qualità intrinseca, di far vagheggiare un mondo utopico rovesciato all’insegna di: Discount is live. Solo lì si vive con (quasi) nulla e con alimenti di marca.

La crisi ha accentuato il bisogno di utopia, di una qualità al costo zero? Sarebbe troppo facile rispondere che crisi e tasse riducono il mercato ad una discarica della produzione industriale. La crisi produce anche libri come Discount or Die che è acquistabile a 16,50 euro in libreria o a 14 euro e 3 centesimi su amazon, e nel risparmio di 2 euro e 47 ci stanno cinque lattine di Fink Bräu da LIDL. Il gioco della minor spesa non nasce da una crisi ma da una rete commerciale che la insegna con lo scontrino, con la tessera e con i buoni sconto; è indubbio che ogni acquisto riposa non sul desiderio di rubare ma su quello di ottenere il prodotto (quasi) gratuitamente. La qualità fa parte del gioco in quanto è valore aggiunto che, agli occhi di coloro che la ritengono un requisito irrinunciabile, dovrebbe essere scalato e non ricaricato al prezzo di base.

Fra i tanti approcci al cibo quello del suo costo, nelle diverse fasi di lavorazione e soprattutto nell’ultima della vendita al consumatore, è fra i meno indagati, sia dal punto di vista economico che culturale. I valori immaginari continuano ad agire come la cortina allucinogena che ci allontana dai numeri e dalla contabilità giornaliera. La vera rivoluzione sarebbe una etichetta non delle componenti nutrizionali ma dei costi di produzione, stoccaggio e vendita. Tradotta in euri sarebbe una rivelazione e il principio di un nuovo mercato.

Mangiare Bere Abitare

Giancarlo Alfano, Carmelo Colangelo

Il Paese della fame: così storici e antropologi hanno descritto l’Italia del passato. Dalla dieta a base di polenta del Settentrione padano al pane e cipolle del contadino calabrese; dalle bacche alpine del pastore alle minestre di cicoria delle campagne romane, lungo tutto lo Stivale la lotta per restare in vita è stata per secoli innanzitutto lotta contro la fame. Quel medesimo spettro sembra oggi tornato ad abitare le nostre città, semmai assumendo il volto ancora esotico di un homeless africano o di una bag lady pachistana o cinese, ma sempre più spesso con la spossata fisionomia nostrana di chi non riesce più ad «arrivare a fine mese».

Sul modello della cattedra Saperi contro povertà, istituita presso il Collège de France di Parigi, anche a Napoli si costruisce una rete di saperi e di pratiche per affrontare la terna dei bisogni primari (mangiare, bere, abitare) coinvolgendo le associazioni, le scuole, la cittadinanza – ma anche l’imprenditoria e il mondo della finanza – in un progetto che attraversa, a maglie strette, la città, la regione, il Paese. Come dire il bisogno? Come evitare che i discorsi culturali ricoprano con la patina dell’intelligenza la sconvolgente apparizione della povertà radicale? Il Forum dei bisogni – Mangiare Bere Abitare si propone come un luogo di apertura e contaminazione in cui i saperi dell’economia e della politica siano animati dalle forme del pensiero e dell’immaginazione, in un’epoca in cui quei fenomeni che sembravano la piaga esclusiva del cosiddetto Terzo Mondo si affermano anche nel Primo.

La Fondazione Premio Napoli, la cui missione è la diffusione della cultura letteraria e umanistica in generale, promuove l’interazione di percorsi formali e modelli conoscitivi differenti, validi su scala mondiale, che permettano di comprendere il bisogno e di sfidarlo, di riconoscerne la singolarità e al contempo assumerne il tratto universale, per poi tornare al reale, ciascuno identificando con più chiarezza il proprio compito in una nuova, necessaria lotta per l’eguaglianza.

Animato dunque da questo progetto, il Forum dei bisogni – Mangiare Bere Abitare inizia per quest’anno a occuparsi della Fame, prima forma dell’inferno dell’esclusione. L’evento di apertura – intitolato, sulla base di un discorso di Artaud del 1933, La fame non aspetta – è fissato per il 10 luglio 2012 all’Albergo dei Poveri di Napoli, spettacolare emblema settecentesco in cui si rappresentavano, al tempo stesso, il centralismo urbano e l’affermazione della società disciplinare. I successivi appuntamenti del 2012 saranno intitolati Pane selvaggio, La scala della fame, Un campo che non è quello di grano e infine Il nuovo abolizionismo. Sradicare la fame.