Masterpiece

Gilda Policastro

Il periodo è assai propizio, per parlare di romanzo, mentre si festeggia il cinquantenario del Gruppo 63 e si ripubblica, per i tipi de L’Orma, il da tempo introvabile dibattito sul Romanzo sperimentale.

Un libro che dimostra sostanzialmente due cose (in via, si spera, definitiva): innanzitutto che la neoavanguardia, lungi dall’essere una falange armata unita e compatta contro il nemico del “romanzo ben fatto”, era in realtà il luogo ideale di incontro per un gruppo di persone assai bene assortite, da Sanguineti a Eco, da Manganelli a Balestrini, che pubblicamente e scopertamente se le cantavano assai. In secondo luogo che se non esiste un modello precostituito di romanzo tradizionale, come ha dimostrato uno studio di un paio d’anni fa a firma di Guido Mazzoni, nemmeno esiste il suo controcanto sperimentale, anzi, meno ancora del primo, come modello precostituito e replicabile.

Tutti diversi, perciò, i romanzi sperimentali (evidenza che fa sospettare proprio a Sanguineti che dunque si trattasse di arrovellarsi, nell’occasione del ‘65, su todo y nada). E però è bene uscire qui dal testo e andare al contesto. Magari insieme a Berardinelli, fiero avversario dei nostri, il quale si accanisce a sostenere da decenni che il gruppo altro non fosse da un baluardo contro l’imperizia o l’alterno talento dei singoli neoavanguardisti, i quali in realtà, quegli odiosamati romanzi, non avrebbero mai e poi mai potuto scriverli, per congenita incapacità.

Prova ne sia che oggi, sempre a dire di Berardinelli, Capriccio italiano non lo legge più nessuno. Chissà se Berardinelli, l’altra sera, ha visto come me il reality di Raitre Masterpiece, il cosiddetto talent per scrittori. Cosiddetto perché mancavano all’appello tanto il primo quanto i secondi. Tralasciamo la regia alla X Factor, i primi piani tachicardici, la suspense di maniera, il coach, le situazioni ipertelevisive (ma di una televisione già decrepita, che non a caso ha visto registrare negli ultimi anni la crisi dei talent, l’ultimo di successo dei quali irreversibilmente trasmigrato sulla tivù satellitare). Tralasciamo.

Concentriamoci sulla giuria (De Cataldo, De Carlo, Taye Selasi), sulle motivazioni con cui si scartavano i candidati: la scrittura pareva ed era l’ultima delle preoccupazioni. Sono passati, difatti, aspiranti romanzieri che parlano, nei momenti più ispirati e meno rozzamente enfatici, di «omologazione vestiaria» (con De Cataldo che arriva a entusiasmarsi per questo che definisce «l’elemento di maggior interesse della tua pagina»), di «cuore pulsante», di «graffio dell’anima». La paratassi (sapessero cos’è), tabe della narrativa recente, è proprio il male minore, a sentirli leggere.

Va bene (cioè va male, va malissimo, visto che quello vogliono, o li incoraggiano a fare, nella vita: «il mio sogno da sempre», «gli amici credono in me»): non sanno scrivere. Ce n’est pas grave: anche Maria De Filippi prende spesso gente che non sa cantare o ballare veramente, ma attorno a cui costruire un personaggio. Qui però c’è un’aggravante, perché quello che cercano i giudici è “la storia vera”, cioè il caso umano: «Marta, la tua scrittura non ci interessa, ma sei anoressica, anch’io lo ero». E giù lacrime che manco Sandra Milo (personaggio del trash televisivo realista o pseudotale di recente riesumato dal perturbante Discorso Giallo dei Fanny e Alexander).

«E tu, Lilith, hai un nome da donna». «E però so’ uomo». «Bene ti prendiamo». «E tu, scappato di casa? Bene, passi. E passi anche tu, che sei vergine a trent’anni, e pure ateo». Poi li conducono in un centro accoglienza e in una balera a fare un’”esperienza” su cui di lì a poco dovranno confrontarsi a colpi di pensierini. Gli stessi pensierini che in un rigurgito più che di severità selettiva di puro sadismo del mezzo i giudici finiranno per stracciare, scoprendo solo in quel momento di aver a che fare con persone del tutto prive di sguardo e di penna. E nemmeno allora li buttano fuori, no: ne scelgono invece tutti convinti uno, ed è quello del «graffio dell’anima» (ovvero lo scappato di casa) il primo finalista del talent per scrittori.

Poi seguono, sotto i titoli di coda, i consigli degli scrittori già arrivati (da Muratori a Brizzi, tralasciando La Capria, che pare un marziano), e il quadro di povertà lessicale e ideale è ancora più desolante che per gli esordienti. Manca solo il televoto, ma confidiamo che arriverà, dopo la punizione dello share. Il consiglio ai presunti talenti, a questo punto, è di lasciar perdere lo zio Berardinelli e ascoltare la cugina (o sorella, o quel che vi pare): date retta, leggetevelo, Capriccio italiano. Basteranno due o tre pagine a capire che è giunto il momento, nella vita, di mettervi (o di continuare) sanamente e serenamente a fare altro.

Berardinelli o il talento dello scavafosse

Andrea Inglese

Il vero talento commerciale di uno scavafosse non si vede da come scava una fossa e ci ripone il corrispondente cadavere, ma da come riesce a vendere innumerevoli volte agli stessi clienti il seppellimento dello stesso cadavere, come se quest’ultimo fosse sempre fresco di trapasso. Uno degli scavafosse più illustri e di successo che il saggismo italiano abbia si chiama Alfonso Berardinelli, e ha ottenuto una discreta fortuna editoriale seppellendo da trent’anni quello che lui considera un cadavere sempre fresco di trapasso, la poesia italiana. Ora, tutti sanno quanto la grande editoria si disinteressi di un genere poco redditizio come la poesia. E di come questo disinteresse sia, di conseguenza, il medesimo che esibiscono le pagine culturali della stampa quotidiana. È perciò ancora più vistoso il talento di Berardinelli: ha ottenuto di scrivere diversi libri per editori importanti, al fine di convincere tutti quanti che il genere di cui la massa si disinteressa è poco interessante, per causa di decesso appurato, cerebrale. Per carità, Berardinelli si è anche occupato nel corso di un trentennio di ben altri e ben altrimenti vitali argomenti, ma mai si è dimenticato di dedicare qualche nuovo elzeviro, conferenza o intervista alla monotona novella.

Scavare una fossa, e sbatterci dentro un autore, è cosa che ognuno, anche di recentissima alfabetizzazione, è capace di fare. Scavare una fossa e calarci un genere intero, già richiede una perizia retorica maggiore, anche se di becchini della poesia come del romanzo né questo né il secolo passato sono stati avari. Quello che desta ammirazione è il campare editorialmente e giornalisticamente sul riciclo della salma; è l’entusiasmo da novizio del beccamorto, che compare al primo di ogni mese con ghigno tetro e satanico a dare scandalo, il referto di morte in una mano e la pala nell’altra. Tutti pensano che ad un trapassato sia sufficiente una sola fossa e una sola sepoltura, ma Berardinelli ha compreso che il dibattito culturale funziona come l’informazione d’attualità: si dimentica già oggi, quel che si sapeva ieri. Poi si tratta semplicemente di specializzarsi.

Naturalmente, Berardinelli ha differenziato saggiamente la sua produzione di epitaffi. Se quelli dedicati alla poesia datano almeno del 1982 («L’ovvio in letteratura», saggio raccolto in Il critico senza mestiere, 1983), altri ne sono poi seguiti. Il saggio agonizza irreversibilmente in apertura di secolo: «Forse l’epoca della saggistica è tramontata insieme con una funzione militante della critica letteraria e della critica della cultura in generale» (La forma del saggio, 2002). Il romanzo, salvo anomale sopravvivenze, è in realtà già condannato dagli anni Venti del secolo scorso: «il Novecento resta il secolo del cinema, del giornalismo, delle scienze e della crisi del romanzo. È un secolo che ha saputo fin dall’inizio che il romanzo era alla fine» (Non incoraggiate il romanzo, 2011).

L’età passa per tutti, e il fatto che Berardinelli sposti la sua attenzione sul romanzo segna certo un cedimento. Il romanzo sarà morto, ma almeno il pubblico dei romanzi c’è. A qualcuno potrà vendere comodamente questa novella. Stavolta nessun salto mortale. L’esercizio è più facile. Vendere all’inesistente pubblico della poesia la morte della poesia, questo sì che è un gioco di rara destrezza. Ma sarebbe ingeneroso sostenere che Berardinelli abbia veramente rinunciato alla sua idée fixe. Ancora di recente, su Il Sole 24 Ore (27/05/2012), non si è fatto sfuggire l’occasione. Doveva recensire il volume di un giovane critico di poesia, ma a tale scopo ha dedicato parsimonioso solo qualche paragrafo finale. I tre quarti del discorso lo hanno visto impegnato nel dimostrare la sua (nota) scandalosa tesi: «Sembrerebbe di no, eppure c'è bisogno di dirlo: non solo è finita da tempo la poesia moderna, ma anche quella post-moderna che fu consapevole di ‘venire dopo’».

Berardinelli non è uno scavafosse tentennante: se buca bisogna fare, che sia grande quanto almeno la poesia europea e statunitense. I riferimenti non sono proprio recenti: Benn, Auden, Carlos Williams, i poeti francesi di Tel Quel, il novissimo Enzensberger. Evidentemente Berardinelli è un anziano signore non informato dei fatti, almeno per quanto riguarda le vicende della poesia degli ultimi trent’anni. Nessuno gli vuole togliere il gusto di compiere le sue vecchie acrobazie, ma forse, a questo punto, andrebbero fatte in modo molto più apodittico e succinto, senza polverose e approssimative pezze d’appoggio. Non è più tempo di stile polemico, passi direttamente a quello venerando e profetico.