Turchia News

Franco La Cecla

Domenica scorsa, 6 Ottobre, i giornali turchi, Hürriyet in testa, hanno annunciato che il governo proporrà una legge per permettere alla polizia di fermare per 12 o 24 ore ogni possibile partecipante a manifestazioni che rechino danno o disturbo al paese.

Si va dalle celebrazioni kurde del Newroz, il capodanno kurdo, alle manifestazione tipo Gezi Park. La polizia avrà il diritto di arrestare senza mandato di cattura o consenso di un magistrato chi riterrà potenzialmente pericoloso. Questa mossa di Erdogan accompagna il pacchetto “democratico” che in questi giorni presenta al paese come dimostrazione della sua larghezza di vedute. Nel pacchetto si riconosce la libertà di insegnamento in altre lingue, kurdo, greco, armeno, ma solo nelle scuole private.

Il pacchetto promette avanzamenti nel processo di pacificazione con il PKK e i kurdi, ma non parla degli aleviti, una minoranza del 15 per cento della popolazione che ha usi e costumi diversi dai “sunniti” che il partito di Erdogan rappresenta. I sei morti nelle manifestazioni dopo Gezi Park erano tutti giovani aleviti, una comunità che è stata oggetto di forti repressioni negli ultimi decenni.

Nel frattempo la politica del governo consiste nel proclamarsi il più avanzato e tollerante e nel criticare i paesi europei per non capire che solo un partito unico può portare alla Turchia il benessere di cui sta godendo (è in discussione una legge elettorale che dovrebbe abbassare la soglia per entrare in parlamento, oggi possono entrarvi i partiti che hanno almeno il 10%). Peccato che l’inflazione galoppa come non mai e la povertà aumenta visibilmente.

Girando a piedi per questa immensa metropoli si vede la fatica che fa la gente a sopravvivere all’aumento del costo della vita, al caro trasporti e in generale alle condizioni che non sono le migliori in un mercato immobiliare che per buona parte è in mano al partito al governo attraverso una agenzia, la Toki, che corrisponde al nostro Iacp e appartiene personalmente al presidente. L’altra cosa che salta all’occhio a chi percorre a piedi la città è l’impressionante negazione della storia. Prima degli anni '50 la Turchia aveva 18 milioni circa di non musulmani, ortodossi, armeni, cattolici, caldei, ebrei.

La presenza di chiese e di sinagoghe è ancora impressionante nel panorama della città. Il lascito dell’impero ottomano era stato un multiculturalismo accettato come dato di fatto. Poi negli anni '50 avvenne il grande pogrom contro la minoranza greco-turca, la miccia essendo stata l’accusa, rivelatasi infondata, che alcuni greci avessero bruciato la casa dove era nato Ataturk. Questo scatenò la violenza contro i greci-turchi e la loro fuga repentina dal paese. Una fuga a cui ne seguirono altre.

La Turchia oggi è diventata un paese monoculturale e monoreligioso. Oggi all’università statale non si insegna se non ci si professa islamici e non si è iscritti al partito al governo. La cosa che impressiona è che però il paesaggio stesso di Istanbul racconta una storia ben diversa. Come lo racconta la povertà di manufatti di qualità, la scomparsa dell’artigianato e della manovalanza edile di qualità, tutte frange della società in cui eccellevano come nel commercio ebrei, greci, armeni.

Oggi la Turchia è non solo culturalmente, ma anche economicamente molto più povera di ieri, e la sua ricchezza sembra tutta appesa alla stessa bolla speculativa che ha affondato alcuni paesi europei. Gli stessi turisti greci che vengono qui si stupiscono che alla fine il loro paese abbia un tenore di vita più alto del loro vicino turco.

Mom, am I barbarian?

Arianna Bona

È una Biennale ossessiva che costringe a pensieri di barbarie e civiltà imponendo riflessioni su spazio pubblico, politica, individuo, società. A Istanbul, i cani randagi pellegrinano pigri. La polizia sosta notte e giorno nelle vie del centro, fumogeni, manganelli e scudi.

L’uomo del büfe guarda il telegiornale e comunica a segni e suoni, trasmette preoccupazione e rabbia. Si avvicina mostrando la tessera del partito socialdemocratico CHP e dice sussurrando: “Erdogan Diktatör”.

A Kadiköy i vecchi vendono bandiere turche con il volto fiero di Atatürk mentre in piazza, numerosi cittadini ricordano gli eventi di Gezi Park agitando cartelli con i volti dei sette ragazzi uccisi. Il confine tra vita e arte, spazi pubblici ed espositivi, questa volta non esiste. La tredicesima Biennale di Istanbul (14/09 – 20/10/2013), curata da Fulya Erdemci, prende a prestito il titolo da un libro della poetessa turca Lale Muldür, sviluppando un legame tra poesia, letteratura, nuovi linguaggi e la dimensione personale, quella pubblica e politica.

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Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013)

In questa esposizione l’arte si schiera, e alla bellezza immortale aggiunge prepotente la parola, gridando ad alta voce pensieri di responsabilità. Inizialmente, a ospitare la Biennale dovevano essere i luoghi pubblici in disuso, piazze e quartieri con una storia sociale, politica e urbana emblematica (come piazza Taksim, Tarlabaşı Bouevard, Sulukule), ma dopo i fatti di Gezi Park, Fulya Erdemnci ha ritenuto non fosse più possibile realizzare progetti artistici con il permesso di quelle stesse autorità che hanno negato la libertà di espressione ai cittadini. Quei luoghi perciò, sono rimasti vuoti per sottolineare la presenza tramite l’assenza, e i lavori degli ottantotto artisti partecipanti sono adesso ospitati dalle istituzioni Antrepo 3, Galata Greek Primary School, ARTER, SALT e 5533.

Giusta conseguenza: Istanbul diventa protagonista di riflessioni e confronti in alcuni dei lavori esposti e realizzati per la Biennale. A Istanbul, da Tarlabaşı a Taksim, i cani randagi sostano in mezzo alle strade. Si grattano e annusano. Osservano il quotidiano incedere del tempo e degli accadimenti: custodiscono e fanno la guardia alla Memoria. Il video di Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013), è una riflessione sullo spazio pubblico, sul tempo, sull’esilio.

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Diego Bianchi, Market or Die (2013)

A Istanbul, la vita quotidiana è consumo spiccio, commercio minuto che affolla le strade. È l’idea di mercato: luogo davvero lontano - per umanità e bellezza - dal centro commerciale. L’installazione di Diego Bianchi, Market or Die (2013), occupa gli spazi sotto le colonne all’ingresso di SALT. Ci sono pile di ciambelle al sesamo, cozze ripiene e limone, Raki, profumi e Ray Ban contraffati, giornali, scritte e scarabocchi su pareti che ricavano uno spazio intimo ma a volte costretto.

È ben visibile da Istlikal Caddesi, la trafficatissima via pedonale che porta a piazza Taksim. In molti (approfittando della scelta di gratuità per i visitatori) si affacciano curiosi. Se ne vanno con addosso l’osmosi tra realtà e finzione, arte e sociale.

Christopher Schäfer disegna su grandi carte l’occupazione di Gezi Park e scrive pensieri su pagine di quaderno componendo un’installazione di sofferenza e utopia nel tentativo di ridefinire la città. Non è una biennale Istanbulcentrica. La città è solo un punto di partenza forte e centrale - poiché di sconvolgimento recente - per arrivare ovunque. Una ‘prospettiva universale del mondo’ è data da una selezione dell’installazione The Celestial Handbook (2012) di Lutz Bacher: pagine di libro raffiguranti corpi celesti, costellano le sedi della biennale. Non ci sono confini.

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Christoph Shäfer, The City is our Factory (2010)

Da ogni opera esposta, emerge una dichiarazione di impegno, riflessione e discussione. Da Gordon Matta-Clark, Guillaume Bijl, Rossella Biscotti, Elmgreen & Dragset, alla stessa Lale Müldur che qui presenta il film Violent Green (2013) oppure Jorge Galindo e Santiago Sierra. Nel loro video Los Encargados (2012) i ritratti di Juan Carlos I e i suoi ministri sono posizionati capovolti su berline nere che procedono con andatura da funerale sulla Gran Via di Madrid. La città è spazio politico sottosopra, la colonna sonora è la marcia sovietica “Varsoviana Soviética”, l’estetica è fascista e ci rammenta Franco.

È questa la soluzione, l’idea, il messaggio: “Fate che arte e musica siano le vostre armi”. Così cantano a ritmo hip hop i ragazzi di Sulukule in Wonderland (2013) di Halil Altindere.

13th Istanbul Biennial - Mom, am I barbarian?

Da Istanbul

Franco La Cecla

Istanbul, martedì 10 settembre Da circa due ore una grande folla di manifestanti è riunita tra piazza Taksim e il quartiere di Cihangir per protestare contro l'uccisione di un ventiduenne da parte di un lacrimogeno della polizia ad Antikya. La polizia ha caricato anche qui, usando i gas proprio sotto al nostro albergo. La tattica dei manifestanti è magnifica. Disperdersi e concentrarsi. E quando si riconcentrano lanciano dei fuochi d'artificio.

È un po il simbolo di questa protesta che va avanti da cinque mesi. E come sempre giovani, donne e uomini e nessuna protesta da parte dei commercianti, ma anzi pieno appoggio. Perfino il tassista ottantenne che ci ha portato qui protestava per la stupidità della risposa del governo. Il problema del governo è che ogni manifestazione fa perdere credito internazionale. Da poco Istanbul ha perso la candidatura alle Olimpiadi, proprio a causa dell'attuale situazione politica. Quello che più stupisce è la serenità dei manifestanti, la loro eleganza, la loro modernità, la bellezza di uomini e donne e la brutalità della macchina poliziesca con i suoi cannoni a fiamma e a gas.

Il gas che brucia gli occhi e la gola ed è proibito nelle manifestazioni. Questo ha fatto si che anche gli strati più prudenti della classe media abbiano preso posizione, una timida ricercatrice universitaria che era rimasta fuori da tutto ci ha raccontato che adesso che anche lei ha provato i gas ha capito ed è passata dall'altra parte. Intanto la sera tardi la gente si riunisce in tutta la Turchia nei parchi per qualcosa che è stato battezzato "forum" dove si discute cosa fare politicamente e alla fine per non disturbare non si applaude , ma si sventolano le mani.

In più l'altra cosa che colpisce è che il turismo non è diminuito, nonostante le affermazioni di Erdogan e il governo ha perfino revocato la proibizione di bere a duecento metri dalle moschee. Un governo che fa tiramolla con la religione. Che ha decretato la ritrasformazione di Santa Sofia in Moschea e qualcuno ci ha raccontato che è il primo museo - Agia Sofia è infatti un museo ed è patrimonio Unesco - in cui si sentono i cinque richiami alla preghiera.

Cinque giorni al Gezi Park

(Racconto del viaggio del reporter volontario Davide Agnolazza - giugno 2013)

Quando sono arrivato a Istanbul, quasi mi chiedevo cosa ci facessi lì. “Non è la tua lotta, cosa vai a fare fino in Turchia. Devi stare qua e combattere le tue di lotte”. Queste parole, le parole di mia madre preoccupata, riecheggiavano continuamente nella mia mente. In effetti non riuscivo a spiegare perché 24 ore prima avevo prenotato un biglietto in tutta fretta e mi fossi catapultato a piazza Taksim.

Avevo passato le giornate precedenti a cercare di tenermi in contatto con amici del posto, a cercare di farmi spiegare cosa stessero vivendo in quei giorni. Tutto quello che si sapeva nel resto del mondo, tutto quello che si vedeva o si leggeva, riguardava gli scontri. Ma potevo percepire dai racconti delle persone un’eccitazione enorme, segno che qualcosa di veramente importante stava avvenendo.

Sono corso lì per vedere, respirare e sentire sulla mia pelle, queste energie così forti che mi avevano trasmesso solo poche frasi scrittemi qualche giorno prima. Siamo partiti in tre, con le valigie piene di attrezzatura audio e video. Non che avessimo un progetto vero e proprio, ma sentivamo la necessità di documentare quanto più possibile, di riportare a casa le testimonianze e le istantanee di quello che sembrava avere l’aspetto di un momento unico, del quale valeva la pena di assaporare ogni istante.

Il tempo è la prima cosa che si vive diversamente, all’interno di Gezi Park perché non è più rappresentato dal susseguirsi dei minuti e delle ore, da attimi definiti. La sensazione è quella di vivere contemporaneamente centinaia di attimi diversi. Quando ci si avvicina a piazza Taksim, si viene investiti da un’energia potentissima, nuova, che ti trascina e coinvolge immediatamente. La prima volta poi che si entra in quel quadrilatero di 600 alberi, gli occhi vanno da tutte le parti e ovunque ti giri, vedi persone all’opera intente a collaborare per la gestione e l’evoluzione dello spazio circostante.

Ogni metro quadrato di parco è occupato da tende e gazebo e dovunque sono stati allestiti luoghi di scambio e aggregazione. Ci sono librerie book-crossing, mense, caffetterie, una tv e una radio autogestite che trasmettono ininterrottamente in diretta dal parco. E poi un cinema all’aperto, vari luoghi per esibizioni artistiche, luoghi di dibattito, assemblee permanenti, punti medici e l’ospedale.

La cosa sconcertante ed entusiasmante di Gezi, è la composizione variegata del movimento che si è creato al suo interno. Infatti per la prima volta forse nella storia della Turchia, movimenti, gruppi e partiti che fino a quel momento non erano stati capaci di dialogare fra di loro, hanno iniziato ad operare uniti in un unico corpo multiforme composto dagli organi più disparati: si va dai partiti politici più storici e radicali, a piccoli collettivi che operano localmente passando per le associazioni, i collettivi artistici e le tifoserie calcistiche fino ad arrivare ai semplici cittadini. Per rendere possibile questa fusione, si è dovuto trovare e sperimentare un nuovo linguaggio da applicare alla lotta, qualcosa che prescindesse completamente dai vecchi metodi e che venisse largamente adottato da tutti.

Non credo che ci sia stato un vero lavoro di ricerca dietro questa metamorfosi della partecipazione politica, piuttosto una naturale evoluzione spinta dal bisogno delle persone meno legate alla militanza, di partecipare attivamente, di dire la propria, di uscire dalle case e urlare al mondo che vedevano i propri diritti di cittadini calpestati senza pudore da un governo autoritario e opprimente. E l’apertura delle realtà più legate ai vecchi metodi di lotta a questo nuovo tipo di confronto, ha contribuito a creare una sorta di “effetto calamita” per una miriade di persone che finalmente si sono trovate in uno spazio in cui poter esercitare il loro diritto ad esprimersi, ad essere parte di qualcosa, a partecipare.

Proprio per la natura di un’azione di questo tipo, quella di un’occupazione che implica la cura e il mantenimento di uno spazio collettivo, si è potuto gettare le basi per la realizzazione di questa idea. Potrà sembrar banale, ma la pulizia dello spazio è una delle cose che più rappresenta questo concetto. Vivere in migliaia di persone concentrate in un luogo relativamente piccolo, significa produrre rifiuti e sporcizia. Per questo a qualunque ora del giorno e della notte, c’è un viavai di persone intente a spazzare, a sostituire i sacchi dell’immondizia pieni, ad accatastarli nelle aree di raccolta, a rimuovere i mozziconi, a pulire i vialetti dalla terra e dalle foglie. E non si tratta di personale addetto a quello scopo, sono ragazzi e ragazze, anziani, signore, bambini che vedono un sacco pieno e lo cambiano, che vedono dei mozziconi di sigaretta e li raccolgono.

Questo tipo di approccio, la collaborazione per il mantenimento di un’area che rappresenta in quel momento il significato comune del trovarsi tutti assieme nello stesso luogo, ha favorito lo sviluppo di questi nuovi linguaggi e metodi di confronto adottati nel parco che dopo i primi giorni incentrati sulla logistica e l’organizzazione fisica dello spazio, hanno iniziato a contaminare anche gli ambiti meno operativi e più decisionali e di confronto. Ciascuno dei 7 distretti territoriali definiti nel parco, aveva la propria assemblea che riportava tramite dei delegati ad una grande assemblea plenaria che aveva lo scopo di raccogliere tutte le voci e le proposte dei distretti per poi arrivare a prendere delle decisioni più condivise possibile e che tutti avrebbero rispettato. Solo il fatto di creare dei distretti territoriali (quindi basati solo da una spartizione dello spazio fisico) ha favorito il mescolarsi delle idee e delle posizioni e ha “costretto” a praticare dialogo e ragionamento collettivo anche chi non era abituato a farlo.

Questo miscuglio di menti, corpi e idee ha fatto risvegliare la speranza a tutti coloro che ormai si sentivano soli e isolati rassegnati all’idea di combattere una battaglia già persa in partenza. E quando la speranza si risveglia e gli animi si innalzano in una direzione positiva, l’atmosfera e lo stile con cui vengono fatte le cose cambia radicalmente. La rabbia e l’odio verso l’oppressione si trasforma in ironia. Gli slogan in musica. Le marce in balli di gruppo. La gioia, dettata dalla certezza di non essere soli, è il sentimento dominante. L’occupazione del parco diventa un presidio festoso, genuino e divertente. Un luogo dove anche famiglie con bambini o coppie di anziani, possono trascorrere fra musica, balli e improbabili rappresentazioni teatrali di scontri con la polizia, una serata piacevole e respirare un’aria leggera e confortante, che gli ricordi ad ogni passo che un nuovo modo di essere è possibile e sostenibile.

Questo è quello che spaventa le autorità perché mette a nudo la loro inefficienza e i loro linguaggi arroganti e distanti. E’ la stessa paura che ha portato alle repressioni violente nelle piazze americane dei movimenti Occupy e nelle piazze spagnole dei movimenti Indignatos. Fa molta più paura vedere persone che pacificamente coltivano un’orto in piazza o che sfamano gratuitamente migliaia di persone al giorno, piuttosto che qualche militante che lancia pietre e molotov perché è molto più difficile erodere a poco a poco i diritti dei cittadini, quando questi sono consapevoli che un altro stile di vita è possibile, che ci sono altri linguaggi, che uniti si è fortissimi e che non si è più soli.

Per questo, esperienze come l’occupazione di Gezi Park, sono state represse da una violenza inaudita e ingiustificata. Per nasconderle, per cancellarle, come se non fossero mai esistite. Ma finché verranno contrastate con metodi antichi e ignoranti, come l'esercizio della violenza, non potranno essere sconfitte, come non si può sconfiggere un virus per il quale non si è ancora trovato un antidoto. Certo lo si può indebolire, ma esso ritornerà, mutato e più forte di prima.

Quello che sta succedendo adesso è esattamente questo. Ad ogni azione repressiva, sempre più persone hanno sentito la necessità di unirsi con i propri corpi e le proprie menti a questa rivoluzione che pare più culturale che politica. Ad ogni attacco violento, l’unione e la solidarietà fra le persone si è stretta e consolidata. E anche se ora il parco è stato sgomberato con le ruspe e con i lacrimogeni, anche se non c’è più quello spazio fisico comune di cui prendersi cura collettivamente, la consapevolezza che sperimentando nuovi percorsi si possa costruire qualcosa di estremamente positivo è ormai radicata in tutti coloro che hanno attraversato quel parco e quella piazza. E adesso, lo sgombero del parco, non sembra più un triste epilogo, ma solamente un splendido inizio.