Armonia e disciplina. Il teatro tradizionale indiano

800px-KathakaliperformanceInfrontofBigLampEleonora Caturegli Biswas

 Secondo la tradizione indiana, l’arte del teatro non venne inventata dagli uomini, ma insegnata loro dagli dei. Shiva Nataraja (il Signore della danza) creò danzando l’intero universo; e si ritiene che lo stesso dio Brahma sia il fondatore dell’arte drammatica, per aver aggiunto ai quattro Veda (le Scritture sacre alla base dell’Induismo) un Natyaveda o Veda dell’arte drammatica, raccogliendo e unendo fra loro gli elementi di recitazione, canto, mimica e sentimento che i Veda preesistenti contenevano: il Rigveda per la parola, lo Yajurveda per l’espressione drammatica, lo Samadeva per la musica e l’Atharvaveda per l’estetica.

Nelle culture orientali non esiste una netta distinzione tra “teatro” e “danza”, esattamente come nella cultura occidentale antica e in quella cosiddetta “primitiva” e “popolare”. Potremmo definire questa forma, tipica di tutta l’Asia, come “teatro-danza”.

Frutto degli insegnamenti contenuti nel Natyaveda e a quest’ultimo intimamente legato è il Nātyaśāstra, il Trattato delle arti drammatiche, il più antico testo di teoria e pratica teatrale giunto ai nostri giorni, la cui messa a punto e compilazione richiedette sicuramente vari millenni (si data intorno al II secolo a. C.) e che fissa regole e principi per teatro, oratoria, musica, mimica e danza. La tradizione lo attribuisce al saggio (muni) Bharata, la cui esistenza storica è dubbia, incidentalmente, il testo – nell’ultimo capitolo – fornisce una sorta di definizione del termine bharata, quale conduttore di uno spettacolo, un virtuoso dai molti talenti, per aver interpretato molti personaggi, suonato molti strumenti, fornito molti accessori scenici, nonché produttore di spettacoli (Nātyaśāstra 35:91). L’autore del Nātyaśāstra, forse, fu uno di questi ‘bharata’. Scritto in sanscrito, il testo è composto di seimila sutra, o stanze, strutturati in 36 capitoli. Alcuni brani sono in prosa. Leggi tutto "Armonia e disciplina. Il teatro tradizionale indiano"

Dove la lingua inciampa. Poesie di Imtiaz Dharker

imtiazNata a Lahore nel 1954 da genitori pakistani e cresciuta a Glasgow, dove i suoi genitori si trasferirono quando aveva meno di un anno, Imtiaz Dharker si descrive come una calvinista scozzese musulmana e si divide tra Londra, Galles e Mumbai. Alla sua attività di poeta accompagna quella di artista visiva e di documentarista. Tutte le raccolte finora pubblicate (Purdah, Postcards from god, I speak for the devil e The terrorist at my table) sono illustrate con i suoi disegni. I due testi che qui proponiamo sono tradotti da Paola Splendore.

Esilio

Un pappagallo lacera

come un coltello la chiara pelle del cielo,

aculeo di verde.

Ci vuole così poco

a fare sanguinare lo spirito

in un altro paese,

un passato che hai deciso

di lasciarti indietro.

Minoranza

Sono nata straniera.

E ho continuato da allora

a diventare straniera ovunque

andassi, anche nel posto

dove i miei parenti stanno come piante,

tuberi di sei piedi che mettono radici,

dita e volti che spingono verso l'alto

nuovi germogli di mais e di canna da zucchero.

Luoghi di ogni tipo e gruppi

di persone con una storia gloriosa

alle spalle, quasi certamente,

prenderebbero le distanze da me.

Sono stonata,

come una poesia mal tradotta;

come un cibo cotto nel latte di cocco

dove ti saresti aspettato il ghee o la panna,

il retrogusto imprevisto

del cardamomo o del neem.

C’è sempre quel punto dove

la lingua inciampa

su un sapore sconosciuto;

dove le parole ruzzolano

su un abile sgambetto della lingua;

dove i contorni sfuggono,

la ricezione di un’immagine

non del tutto intonata, dai bordi sfocati,

che denuncia la straniera

in mezzo a loro.

E così io gratto, gratto

tutta la notte questa

crosta che cresce sul nero sul bianco.

Chiunque ha il diritto

di infiltrarsi in un foglio di carta.

La pagina non oppone resistenza.

E forse questi versi – chi sa,

riusciranno a furia di grattare

a penetrarti in testa - -

in mezzo a tutte le chiacchiere del quartiere,

la famiglia, il rumore dei cucchiai,

i bambini che vengono allattati –

a migrare nel tuo letto,

a occupare la tua casa,

e in un angolo, a mangiare il tuo pane,

finché un giorno non incontri

la straniera che cammina furtiva per la tua strada

penserai di riconoscerne il volto

scarnificato all’osso,

guarderai nei suoi occhi di esclusa

e riconoscerai in quel volto il tuo.

(Postcards from God, New Dehli, Viking Penguin, 1994)

“Indian Kiss”… il bacio mancato

Franco-La-Cecla-Indian-Kiss-in-India-sul-set-della-vita_h_partbSabrina Ciolfi

L’idea è originale: partire per l’India con l’intenzione di scoprire perché nelle tradizionali trame romantiche dei film di Bollywood i giovani innamorati non si bacino mai, per poi realizzarne un documentario. Impresa ambiziosa quanto impossibile, come racconta in Indian Kiss. Viaggio sentimentale a Bollywood e oltre (ObarraO Edizioni, 2012) Franco La Cecla, antropologo, scrittore, filmaker e viaggiatore, appassionato dell’India e della sua straordinaria cinematografia.

L’attrazione per Bollywood cresce sempre di più: a partire dalla fine degli anni Novanta i film hindi hanno saputo conquistare schiere di nuovi spettatori in tutto il pianeta. Quest’anno poi, con la celebrazione dei cento anni del cinema indiano, diversi festival internazionali gli rendono omaggio. Anche in Italia si moltiplicano festival e rassegne, eventi e spettacoli dedicati alla più prolifica - e originale - cinematografia del mondo. Leggi tutto "“Indian Kiss”… il bacio mancato"

Persone 2012

Fotografie di Giovanni Corsi

Per vedere e sfogliare le diapositive a pieno schermo, fare clic sull’immagine di anteprima.

Mother India allo specchio

alcGioia Guerzoni

Nel 1975 Giorgio Manganelli annotava, nel suo Esperimento con l’India:

La vedo crescere, enorme massa carnosa, con i suoi strapiombi e il suo profumo di sandalo, le sue anime inconsumabili, la sua vita e la sua morte onnipresenti, il luogo delle trasformazioni, la casa madre dell’Assoluto, la fabbrica degli asceti, la catena di montaggio delle reincarnazioni, il grande magazzino dei simboli, uno sterminato paese in cui da ramo a ramo metaforico balzano scimmie allegoriche, e mendicanti volontari, consci di trenta incarnazioni, ti insidiano per salvarti l’anima; il deposito dei sogni, l’unico luogo dove esistono ancora gli dèi, ma come delegati di un Dio sprofondato in se medesimo, e contemporaneamente incarnato dovunque, un luogo di templi e di lebbrosi, dal quale il sorriso di Buddha o di Śiva non sono mai stati cancellati, morbidi e incomprensibili, estatici e mortali.

La nazione con cui si è confrontato Manganelli – e nello stesso periodo anche Rossellini, Pasolini, Moravia, Flaiano e poi Ginsberg, Louis Malle e tanti altri – c’è ancora. Ma sono avvenute mutazioni sorprendenti: città trasformate in distese di grattacieli, centri commerciali di lusso, giganti dell'information technology e call-center che placano le lamentele e soddisfano le più bizzarre richieste di milioni di consumatori occidentali. Il traffico sfreccia nelle sopraelevate ma rallenta al cospetto di carri e mucche, le suonerie dei cellulari sovrappongono le hit di Bollywood alla lisergica cacofonia dei clacson, i cieli sono intasati da compagnie aeree low-cost – persino con il marchio di una birra, geniale stratagemma per pubblicizzare un prodotto alcolico altrimenti tabù –, gli internet cafè pullulano di ragazzini impegnati in partite di cricket virtuali o videogame americani e di nonne che skypano salutando in webcam figli e parenti lontani, mentre cliccatissimi siti internet per annunci matrimoniali iper dettagliati competono con astrologi e sensali.

Eppure, accanto alle gioie delle magnifiche sorti e progressive si trovano baraccopoli decuplicate rispetto alle dimensioni – già commendevoli – degli anni Settanta, città prossime all’esplosione con affitti di poco inferiori a quelli di Londra o New York, con flussi migratori inarrestabili dagli stati più poveri e dalle campagne, dove i suicidi tra i contadini strangolati dai debiti continuano ad aumentare (secondo Outlook del 26 novembre 2007, nel Maharashtra si sono registrati circa 2500 decessi negli ultimi due anni).

Si inaspriscono gli scontri comunalisti, i conflitti fondati sull’appartenenza a una comunità religiosa, etnica o di casta, spesso creati e alimentati da forze politiche che rivendicano la supremazia della cultura indù. Decine di migliaia di persone, grazie alle famigerate SEZ “special economic zones” – zone franche speciali solo per gli imprenditori, visto che si tratta di regimi esentasse e incentivi - vengono cacciate dalle loro terre divenute all’improvviso redditizie aree industriali (vedi Tata e Fiat), oppure per far posto alle dighe o ai nuovi mall suburbani. Le rivolte naxalite-maoiste continuano a insanguinare le regioni nord-orientali, i rapporti con i vicini pakistani rimangono tesi e il Kashmir è in perenne stato di guerra.

E poi un fenomeno relativamente recente, la mobocracy, il potere della folla. Leggi tutto "Mother India allo specchio"

Inutili strumenti difensivi di fronte all’imprevisto

monsoon-bike_1449924cLaura Bocci

Ho coltivato il desiderio dell’India per moltissimi anni: credo fin da quando, ancora prima dei miei vent’anni, all’inizio degli anni ’70, a Londra, entrai per puro caso in contatto con la comunità indiana dell’East End (che ricompare nel capitolo “La prima India” del mio romanzo La Seconda India – Manni 2013). Poi, alcuni anni dopo, a Heidelberg, in uno Studentenheim dove abitavamo entrambe, feci la conoscenza di una giovane donna indiana, anche lei germanista. Oltre trent’anni più tardi, è stata lei, Neeti, ormai Ordinaria di letteratura tedesca all’università di Pune, a condurre me e la mia vecchia amica Barbara, una psicoanalista tedesca, in un viaggio piuttosto on the road nell’India sud-occidentale, lungo quello stesso itinerario che ho poi riprodotto nel romanzo: questione – per me essenziale - di scrivere solo quello di cui si sa, specialmente nelle parti per così dire saggistiche. Come è ovvio, nella mia “formazione indiana” hanno inevitabilmente avuto la loro parte prima il Kipling dell’infanzia e il canonico Herman Hesse (in questo, la germanistica da un lato e l’essere stata ragazza negli anni ’70 hanno giocato un ruolo innegabile, anche se per fortuna mi sono salvata dal misticismo New Age che ha poi massacrato la mia generazione, specialmente in America e, una volta davvero in India, mi sono tenuta sempre rigorosamente alla larga dalla tanto celebrata spiritualità indiana in tutte le sue varie declinazioni ed epifanie ad usum di noi occidentali); infine Carl Gustav Jung e tutto l’apparato archetipico con il suo corredo di immagini originarie, che in India viene riproposto a ogni passo.

Il viaggio in India è stato il solo viaggio della mia vita che io abbia veramente preparato, ma non certo perché avessi, prima, l’intenzione di scrivere un “romanzo indiano”: anzi, l’idea non mi aveva nemmeno sfiorato e il romanzo ha cominciato a prendere forma solo molti mesi dopo il mio ritorno dall’India (avevo solo vagamente, dentro di me, l’idea di un personaggio maschile che si sarebbe chiamato Giuliano e che avrebbe rappresentato la questione dell’incapacità di amare.)

No, mi ero preparata come - certo ingenuamente - nella vita, si cerca di prepararsi ai grandi eventi, e i grandi viaggi sono certamente, almeno per me, dei grandissimi eventi; ma non è una questione di distanza geografica: infatti, il Nord Africa, in cui ho trascorso circa tre anni nella seconda metà degli anni ’70, malgrado la sua estrema vicinanza all’Italia, è stato per me vera Verfremdung, reale spaesamento, mentre i vari viaggi negli Stati Uniti non lo sono stati affatto. Perdermi nei tanti Kietz berlinesi è per me ancora avventuroso, anche se il volo dura appena un’ora e mezzo. Insomma - ma è quasi banale riaffermarlo – tutto dipende dalla dimensione personale che ogni viaggio assume, dalla sua intensità come esperienza, e in che misura un viaggio sia non – soltanto – scoperta di luoghi geografici reali, ma anche e soprattutto scoperta di geografie interiori.

 E dunque, nei mesi precedenti il viaggio in India - durato sei settimane, all’inizio del 2008, ma la cui intensità è stata per me paragonabile a un soggiorno molto più lungo, di mesi, o forse persino di anni – avevo accumulato le letture più varie: dai classici Moravia-Pasolini-Manganelli a un bel numero di romanzi indiani (i miei preferiti: Il Dio delle piccole cose, Maximum City, Padrona e qmante, Il cromosoma Calcutta, ma la lista sarebbe ancora lunga); poi un‘infarinatura di storia e di mitologia-religione, e un po’ di antropologia della povertà estrema (da Niente, di A. Salza alle idee di Arjan Appadurai); informazioni sulle caste e sui cosiddetti senza-casta o intoccabili, i Dalit; notizie “militanti” sulle popolazioni autoctone e originarie, i tribali o Adivasi (benevolmente definite a suo tempo dai colonizzatori inglesi criminal tribes by birth), sulle loro drammatiche sorti e sui movimenti di Naxaliti o Naxalbari – i “maoisti” indianiche tentano una loro difesa (P. Pagliani: Naxalbari – India: l’insurrezione nella futura “terza potenza mondiale”); alcuni scritti politici di Arundati Roy e di Vandana Shiva, e quelli economici di Amartya Sen, senza dimenticare gli squarci (allora ancora carichi di quasi smisurato, rampante ottimismo per le sorti della globalizzazione economica e del progresso indiano nella forma dello sviluppo capitalistico avanzato) di giornalisti economici come Rampini su “la Repubblica” e Bill Emmott sul “Corriere”. Qui, citando Pasolini, potrei dire che, se anche io sono sempre stata favorevole al progresso ma sfavorevole allo sviluppo, ancora di più lo sono diventata nel corso del viaggio indiano, e dopo, quando mi sono resa conto di quale bestiale ed esplosiva miscela sia la convivenza di resti di medioevo, come le caste, con le anticipazioni forzate di un capitalismo avanzato: di tutto questo purtroppo il recente crollo del palazzo di Dacca, con i suoi mille morti, ha dato in forma tragicamente plastica la più riuscita delle rappresentazioni.

Questa dunque la mia biblioteca indiana: mi sembrava di essermi attrezzata a dovere, ma solo dopo il viaggio, in realtà, mi sono resa conto di quanto un simile apparato di pre-conoscenze non fosse altro, in sostanza, che un poderoso strumento difensivo e di controllo nei confronti dell’India, e delle emozioni che la vita laggiù temevo avrebbe scatenato in me – come poi è effettivamente avvenuto; e, a dispetto del tanto lavoro preventivo fatto, la prima ammissione, una volta arrivata a destinazione, è stata riconoscere che prepararsi per l’India è di fatto impossibile. Perché l’India ti piomba addosso e ti lascia senza fiato, e sostanzialmente fa paura: la prima reazione so che per molti è non mettere neanche piede fuori dall’albergo, intanto perché si sa che appena lì fuori c’è il gruppo di mendicanti, donne e bambini, che già ti hanno puntato, e aspettano. Sanno benissimo che, se non riprendi il primo volo di ritorno, prima o poi dovrai uscire, e per strada non ti puoi nascondere né puoi scappare; loro ti si attaccheranno al vestito, ti tireranno per la manica fino quasi a strappartela, esporranno malattie della pelle, a partire dalla dilagante lebbra infantile (molta più lebbra in India che in Africa, sosteneva Rita Levi Montalcini) al morbillo ormai endemico (contro il quale l’India non riesce ancora a mettere in atto risolutive campagne di vaccinazione), e deformità di ogni genere, fino a che, solo per liberarsene, si entra nel primo emporio e si comprano generi di primo conforto: latte in polvere, pannolini, banane; a quel punto il sodalizio è stabilito, e si appartiene in esclusiva a quel gruppo. Ogni mattina saranno lì fuori ad aspettare, si getteranno a terra con il gesto di baciarti i piedi, ti seguiranno in fila, pazienti e sorridenti, fino all’emporio, i bambini ti guarderanno fisso senza osare chiedere quello che desiderano di più, le patatine, ma già al secondo giorno tanto lo sai da te. Anche agli occhi di un distratto viaggiatore occidentale appare immediatamente chiaro che dalle strade delle grandi città indiane, così come dalle campagne riarse, sembra proprio che il tanto decantato miracolo economico neoliberista sia lontano, lontanissimo, o forse del tutto assente e inesistente. Al tempo stesso, ognuno di loro è una persona, di cui magari dopo si scopre la storia: ad esempio, le storie di vere e proprie deportazione di massa dei contadini, per far posto a insediamenti industriali o persino turistici, e così milioni di persone piombano nelle periferie delle grandi città, e si accampano sui marciapiedi, in attesa di poter entrare nello slum, che però è già una comunità organizzata benché misera, e comunque un punto di arrivo. Come infatti sostiene Arjan Appadurai, antropologo sociale alla New York University (con altri studiosi dello stesso orientamento riuniti intono alla rivista on line “Salon” e al relativo blog), autore di Cosmopolitismo dal basso: lezioni di etica dagli slums di Mumbay, questi luoghi rappresentano centri di aggregazione sociale dove i più poveri del mondo sentono l’urgenza e il desiderio di attuare “politiche della speranza” e una forma detta di deep democracy che sintetizza l’aspirazione al diritto di abitare, a servizi igienici, alla sicurezza dal crimine e dalla polizia. (Vedi lo Speciale di “Legendaria”, India, mappe-mondi, luglio 2012, pp.27-28).

Ma non è solo in città che si fanno scoperte di questo tipo: se si va in campagna, nelle zone interne più colpite dalla siccità, ad esempio dell’Andra Pradesh dove anche io sono stata e dove tutto dipende dal monsone, il che significa che di acqua ce n’è solo quando piove, si possono scoprire le isole verdi delle comunità rurali, spesso comunità di sole donne e bambini, dopo i suicidi di massa a causa dell’indebitamento compiuti dagli uomini negli ultimi anni. Qui si possono toccare e verificare di persona tutti gli insegnamenti di Vandana Shiva: come sia nefasta l’azione delle grandi multinazionali alimentari tipo Monsanto, che modifica geneticamente e brevetta le sementi, e così se ne impadronisce, rivendendole poi ai governi, che a loro volta le rivendono a caro prezzo ai contadini. Nel mio romanzo racconto di una comunità rurale di donne realmente esistente, dove non solo ci si è rimpadronite delle sementi, ma si sono anche riscoperte sementi tradizionali da tempo abbandonate, si è ritornate agli antichi metodi di conservazione in vasi di argilla, e le donne hanno creato una “banca delle sementi” che le scambia e le presta, e sono sementi proprie, migliori e ben più durature di quelle vendute dal governo. A distanza di anni, suonano come veramente profetiche le parole dell’agronomo della comunità, Saatosh che profetizzava, all’inizio del 2008, gravi crisi alimentari anche nelle grandi città occidentali. Questo radicale cambio di orientamento ha portato benessere e vita al villaggio, dove ora ci sono scuole, un ristorante e una stazione radio, essenziale per moltissime campagne sociali o mediche, in un paese dal tasso di analfabetismo altissimo, quasi il 40%. Per inciso, in India un neonato figlio di una madre analfabeta ha il 65% di possibilità di morire entro il primo mese di nascita, e il 49% entro il primo anno di vita. I dati sono dello studio Infant and Child Mortality in India - Level Trends and Determinants, elaborato dall'Indian Council of Medical Research (Icmr, ente del governo). L'indagine mostra invece che una donna istruita - ovvero in possesso di diploma liceale - ha solo il 20% di possibilità che il piccolo muoia entro il primo mese, e appena l'8% entro l'anno. Ma anche la mortalità materna è altissima, ancora 140 ogni 100.000 parti e, del resto, la povertà estrema, la fame e la mortalità infantile restano molto alte: entro il 2015, l'India non riuscirà a raggiungere molti degli "Obiettivi di sviluppo del millennio", fissati dai 191 Stati membri delle Nazioni Unite nel 2000. E’ un segnale giudicato grave dagli analisti perché colpisce una delle più forti economie emergenti; e ricordo che fu per me uno shock leggere sul “Corriere della sera” (8 gennaio 2008) queste parole a firma di Bill Emmott: “Con la Nano (l’utilitaria TATA a 2000 €, N.d.A.) l’India fa un balzo di qualità e diventa superpotenza”: già, una superpotenza con il 40% di analfabeti e più lebbra e fame che nell’Africa sub-sahariana! Sul numero del 20 luglio scorso di Internazionale veniva proposto uno scioccante reportage sulla fame in alcuni Stati dell’India. Ecco alcuni passaggi dell’articolo: “In un’India che progredisce, che ambisce a diventare la quinta potenza mondiale nel 2015 (lasciandosi dietro addirittura l’Inghilterra) e che non vede l’ora di salire sul carro dei potenti, gli indiani muoiono di fame. In India si sta peggio dello Zimbabwe e del Sudan. Un po’ di numeri: In India ci sono 60,8 milioni di bambini rachitici, 53,8 milioni sono sottopeso, 25 milioni deperiti e 8,1 milioni gravemente deperiti. Tutti sotto i cinque anni d’età, ammesso e non concesso che riescano a raggiungerli. (…) Il 70% degli indiani dipende dall’agricoltura e due terzi delle aziende agricole indiane dipendono dai monsoni. Secondo L’Indice Globale della Fame, l’India (in una classifica di 84 paesi) compare al 65esimo posto, addirittura dopo la Corea del Nord”.

Il villaggio descritto nel romanzo non è però un’eccezione: nell’India rurale le donne, per quanto maltrattate, denutrite, stuprate e schiavizzate, sono il vero motore dell’economia delle campagne: questo lo si nota ovunque, ovunque le belle e sorridenti donne indiane, sempre eleganti anche in un villaggio sperduto e polveroso o all’uscita di uno slum, magari con una sari di nylon e i capelli adorni di fiori di plastica, con infiniti monili alle braccia e alle orecchie, portano con andatura leggera e apparente naturalezza il peso del mondo: acqua, carichi di legna, bambini, sacchi di farina. Anche se la loro condizione è difficile ancor prima di nascere: gli aborti selettivi di feti femmine sono milioni, perché il problema della dote è enorme; per questo, spesso, le famiglie più povere cedono le bambine, di frequente ancora pre-pubere, all’uomo adulto disposto a pagare di più, a scopo matrimonio o prostituzione, destinandole così a una vita di soprusi: a giudicare dalla stampa indiana in lingua inglese, la sola cui avessi accesso in India, gli uomini non godono infatti di buona fama: facili alle mani e dediti all’alcol, e sempre protetti dalle madri (è solo da anziane, infatti, che le donne acquisiscono potere, autorità e status, e a quel punto è facile approfittarne). Per non parlare dei moltissimi omicidi “bianchi”, dove le suocere semplicemente eliminano o fanno eliminare le nuore sterili: nel mio romanzo è la storia di Rubina, tratta dalla stampa indiana, che ha tra l’altro un rarissimo lieto fine, con un matrimonio d’amore intercasta; già, perché le caste sono ancora il tessuto che sostiene e compatta la società indiana fin nelle sue fibre più profonde. Un dalit non può calpestare l’ombra di un bramino, o bramano; i dawallaba sono addetti alla consegna dei pasti delle caste più alte fin nei loro uffici: pasti preparati a casa di ciascuno, ovviamente, per essere certi che nessuna mano di persone appartenenti a caste inferiori tocchi il loro cibo; i vakmiri hanno l’esclusiva della pulizia dei cessi domestici (le fognature sono rare) e non possono nemmeno avvicinarsi ai banchi del mercato, ma devono porgere un cestino con dentro il denaro legato a un bastone, e qui verrà deposta la merce acquistata. E così all’infinito, mentre la casta dei bramini – che sono sacerdoti del culto, oltre che esponenti di tutte le professioni liberali – si oppongono violentemente all’abbattimento delle caste e all’applicazione di diritti civili per i dalit, che pure la grande democrazia indiana prevede da lungo tempo. Ma, in India, le contraddizioni sono sempre immense: perché tutto questo convive con la modernità estrema, e c’è chi sostiene (il portavoce della Infosys, gigante informatico indiano, Mohandas Pai) che la prossima rivoluzione informatica avverrà proprio in India, in particolare a Calcutta, dove, accanto a Salt Lake City (IBM, Siemens, Philips), sta già sorgendo Rajarhat, futuro agglomerato avveniristico di centri di ricerca e campus di multinazionali. Ma a chi ama l’India, con tutta la sua meraviglia di infinite cose belle dell’arte e della natura, con le persone e i loro gesti sempre rituali e gentili, con i colori e i suoni, con i suoi quadrati di acqua accanto ai templi multicolore sovrastati da palme, dove si svolge tutta la vita nei suoi gesti quotidiani, a chi ama quel tutto che è l’India, universo globale che contiene, ancora nel presente, la storia umana nella sua totalità e la rappresenta ogni giorno, per quanto si possa sperarlo con tutto l’ottimismo della volontà non sembra, oggi, che questo tipo di sviluppo economico possa anche portare con sé progresso e dignità umani per molte centinaia di milioni di persone che ancora ne sono escluse.

Dopo lo tsunami. Poesie di Tishani Doshi

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Tishani Doshi

a cura di Paola Splendore

Nata a Madras nel 1975, da madre gallese e padre gujarati, Tishani Doshi alterna scrittura e danza come le due forze guida della sua vita. Dopo gli studi negli Stati Uniti, nel 1999 si trasferisce a Londra dove lavora per la rivista patinata“Harper’s & Queen”. L’esperienza è poco gratificante e nel 2001 fa ritorno in India con l’idea di diventare istruttrice di scuba diving. Ma l’incontro con la celebre danzatrice e coreografa Chandralekha, un’icona della danza indiana, dà una svolta impensata alla sua vita: comincia a danzare ed entra a far parte della sua compagnia. All’intenso rapporto con Chandralekha, alla danza e alla riflessione sul corpo come “luogo della politica, della sessualità, del tradimento e della scoperta” si ispirano le poesie della sua prima raccolta, Countries of the Body (2006), che si aggiudica vari premi. Nel 2010 la scrittrice pubblica un romanzo sulla storia della sua famiglia, The Pleasure Seekers, tradotto in varie lingue (in italiano Il piacere non può aspettare, Feltrinelli), e nel 2012 la seconda raccolta di versi, Everything Begins Elsewhere, da cui sono tratte alcune delle poesie qui tradotte. La poesia “The Day we went to the Sea”, scritta dopo lo tsunami del dicembre 2004, ha vinto il premio All India Poetry. (p.s.)

 

Il giorno in cui scendemmo al mare

Il giorno in cui scendemmo al mare

le madri di Madras scavavano

la Marina in cerca dei figli perduti.

I tetti di paglia volavano nell’aria, i prigionieri

erano in fuga, le case danzavano come un pericolo

al vento. Vidi una donna stringere

in mano l’orlo lacero del mondo

e guardare oltre il tempio

rimasto ancora in piedi, come lei –

miracolosamente intatto nelle macerie dello sgargiante

sole indiano. Quando si portò

l’altra mano alla fronte,

con un gesto pieno di grazia,

fu come se lei sola potesse cambiare le cose,

condurci alla muta salvezza del nostro letto.

Ritorno

Avevo dimenticato che Madras ama il rumore –

ama i vicini e le donne incinte

divinità e bambini

e i bramini che si alzano

come inni di fuoco a bruciare l’aria

ad ogni terremoto.

Che i cortei funebri passano rumorosi

per le strade con tamburi e petali di rosa,

assordando la morte a passi di danza.

Che i venditori e i gatti lanciano

canti d’amore sulle pareti delle camere da letto e nei vicoli

di notte, teatrali e oscuri.

Che le auto in retromarcia cantano Jingle Bells

e gli scooter hanno laringi da camion.

Che perfino il colore non sa mai starsene quieto.

Le pescivendole in rosso ruggente –

portano gonne e un terzo occhio infuocato

e bracciali come pianeti stridenti

e le donne tamil nella passeggiata del mattino

in sari gelsomini e scarpe di ginnastica

possono lacerare il giorno e i suoi esili silenzi.

Avevo dimenticato che un moribondo sotto lo scafo

di una barca sfasciata potesse implorare promesse;

che queste fossero silenziose come il mare

in un giorno ferito, che modifica il manto

della terra come fa il sole che filtra –

la pioggia del monsone che separa ogni cosa.

Lezione di quiete

Per tutta la mattina cerco di fermarla -

la disperazione di una mosca

che sbatte sul vetro,

il latrato lontano di un cane,

il vibrare sordo di un camion

che si arrampica su per le colline.

Nel pomeriggio mi pare di esserci riuscita.

Niente di quello che mi offre il mondo

può essere così perfetto e assoluto.

Quando esco alla luce,

non ho un canto per le pietre

né un pensiero per l’erba.

Voglio solo ricordare

questo lunga strada

questo fremito costante,

che sembra quasi amore.

Così quando la sera

si tuffa nella notte,

liberando il cammino

alla brina e allo sgelo

mi resterà ancora questo –

la vivida asfissia dei fiori

il peso delle ore del giorno.

 

 

La magia del piede

 

"Pensa alla magia del piede, così piccolo,

su cui poggia tutto il peso del corpo.

E’ un miracolo e la danza è la celebrazione di quel miracolo.”

Martha Graham

 

Dopo

quando il corpo

non è più tuo

quando è ancora là fuori

nell’oscurità di ieri sera

che cerca di raggiungere

il sublime

quei piedi come viticci

che lambiscono il dorso

del palcoscenico,

Dopo che le luci

e il clamore degli applausi

si sono levati nelle strade

e scivolati

in appartamenti sconosciuti

per fermarsi tra arazzi

e libri di filosofia

come avanzi,

Dopo tutto questo

non sorprenderti

di trovarti

di nuovo nella stessa posizione

stesa sul pavimento della camera da letto

a gambe spalancate

come uno scrigno

le cerniere

cantano odi alla gioia

e i piedi

questi piccoli miracoli

si spingono in alto e intorno

finché non si congiungono

come mani

che si incontrano frementi

indimenticabili.

 

Canto del migrante

Non parliamo di quei giorni

in cui i chicchi di caffè riempivano la mattina

di speranza, quando gli scialli delle nostre madri

erano appesi come bianche bandiere sui fili del bucato.

Non parliamo delle lunghe braccia del cielo

che ci cullavano al crepuscolo.

E i baobab – non cerchiamo di ritrovare

la forma delle loro foglie nei nostri sogni,

né di evocare il vocio degli uccelli senza nome

che cantavano e morivano nelle grondaie della chiesa.

Non parliamo di uomini,

strappati di notte dai loro letti.

Non pronunciamo la parola scomparsi.

Non ricordiamo il primo odore della pioggia:

Servirà solo a farci rimpiangere l’infanzia.

Parliamo invece della nostra vita adesso –

i cancelli, e i ponti e i negozi.

E quando spezziamo il pane

nei caffè e nelle cucine

con i nostri nuovi fratelli,

non li opprimiamo con storie

di guerra e di abbandono.

Non nominiamo i nostri vecchi amici

che si disfano come favole

nelle foreste dei morti.

Nominarli non li riporterà indietro.

Restiamo qui e aspettiamo che arrivi

il futuro, che i nipoti parlino

in due lingue del paese

da cui veniamo.

Raccontaci com’era, potrebbero chiederti.

E tu potresti forse raccontargli

del cielo e dei chicchi di caffè,

di piccole case bianche e strade polverose.

Potresti far galleggiare la memoria

come una barchetta di carta su un fiume.

Potresti pregare che la carta

sussurri le tue storie all’acqua,

che l’acqua le canti agli alberi,

che gli alberi non smettano di urlarle

alle foglie. Se resti fermo

e non dici niente, potresti sentire

la tua vita riempire il mondo

fino a che il vento sia la sola parola.