Alfadisco # 8 – gennaio 2019

Paolo Carradori

QUARTETTO MAURICE

4+1” (Stradivarius)

Quartetto d’archi + elettronica. 4+1. Composizioni che trasmettono un alto grado di elaborazione compositiva sul piano sonoro e della forma che, pensate per quel laboratorio di straordinaria duttilità che è il quartetto d’archi, esplodono. L’elettronica, con un peso specifico diverso nelle singole tracce, non si sovrappone, né fa da neutro sfondo ma entra con forza nella trama strumentale suscitando suggestioni di grande fascino. L’apertura non poteva essere migliore: la scoperta di un altro capolavoro di Fausto Romitelli Natura morta con fiamme (1991). Il glissare nervoso delle corde emerge sontuoso e inquietante da uno spazio dove pullulano misteri e fantasmi. Le corde provano a raccontare ma vengono come travolte, a loro volta coinvolte in una rincorsa a perdifiato verso il nulla. Mauro Lanza dedica il suo The 1987 Max Headroom Brodcast Incident (2017) alla memoria di Romitelli. Qui la trama si espande a strappi, voci enigmatiche, interferenze elettriche, solitudini urbane: le visioni del compositore goriziano vengono dilatate a dismisura, il quartetto quasi scompare. Riappare con tutta la propria energia in Legno sabbia vetro cenere (2009-10) di Andrea Agostini dove il dialogo a quattro si fa prima spasmodico per poi evaporare in un panorama nordico colmo di silenzi graffiati da sussulti e vibrazioni. Chiude Earwitness (familiar 2) (2017) di Silvia Borzelli che sviluppa una tensione magica e costante, costruzione intorno alla quale si aggrappano intrusioni quotidiane, voci deformate, pulviscolo sonoro, nell’irrequieto dialogo delle corde. Grande disco, lampo di luce sulla contemporanea che il Quartetto Maurice accende con una sfavillante e appassionata lettura.

Quartetto Maurice: Georgia Privitera violin – Laura Bertolino violin – Francesco Vernero viola – Aline Privitera cello

TERRY RILEY

THE PALMIAN CHORD RYDDLE -

AT THE ROYAL MAJESTIC” (Naxos)

Commissionata dalla Nashville Symphony The Palmian Chord Ryddle (2011) conferma le recenti fascinazioni di Riley verso la forma concerto, il coinvolgimento dell’orchestra sinfonica, come già espresso con “SolTierraLuna” del 2007 e “Zephir” (2009). Il violino a sei corde amplificato di Tracy Silverman percorre gli otto movimenti come voce narrante di struggente talento. Il lavoro è stratificato e fa riferimento alla composita cultura di Riley: l’oriente con le melodie dei raga e le scale della musica classica indiana, il blues, il charleston degli anni ’30 (nel brano dedicato ai genitori), suggestivi impasti pastello nell’immaginifico For Maresa, la cultura andalusa in Iberia. Ambienti, colori e ritmi accostati a volte con qualche meccanicità ma sempre in un ampio respiro creativo. Meno convincente At the Royal Majestic dove l’organo, tra accenni gospel, block chords politonali, ragtime e walzer, rimane scuro e su bordoni rigidi lontano dall’orchestra. Visionario il finale Circling Kailash dove un Riley mistico racconta il pellegrinaggio verso il monte Kailash in Tibet, dove si ritiene che viva la divinità hindu Shiva.

Tracy Silverman electric violin – Todd Wilson organ – Nashville Symphony / Giancarlo Guerrero

MARCO COLONNA

PLAYNG COLTRANE” (Manza Nera Label)

Tutto è atipico in questo cd di Colonna, la confezione cartonata 20x20 cm., l’edizione limitata e numerata, il blue intenso della foto di copertina di Alessandro Lisci, ma soprattutto il contenuto, l’esigenza di affrontare con i clarinetti capolavori del repertorio coltraniano (più qualche sconfinamento). Sono anni che il musicista romano espone talento e visioni in un turbinio di progetti ma la scelta Coltrane è tra le più rischiose. Dopo l’ascolto si potrebbe dire che Colonna esplora il genio del sassofonista americano come mezzo di autoanalisi, conoscenza di sé. Una immersione profonda, complessa la sua, che nei limiti della scelta strumentale rilegge temerariamente la ribellione sonora coltraniana sia sul piano tecnico che del linguaggio (lo smussamento di elementi blues a favore di colori mediterranei, per esempio). Ma ciò che interessa Colonna è più l’aspetto mistico, lo spiritualismo, quel senso di purezza e serenità che traspare in My Favorite Things - nata da una melodia a tempo di valzer – e, con un processo speculare, anche in Summertime – innocua ninna nanna di Gershwin - che trasfigurano in danze modali dal fascino inquieto e illimitato. Il tentativo di applicare la logica del Maestro nel risignificare la forma canzone affrontando Sennò me Moro di Gabriella Ferri risulta invece alquanto fragile. È con il breve Children di Ayler, sassofonista non proprio vicino alla sua sensibilità, che Colonna esprime probabilmente, in un lirismo estremo e commovente, il momento più alto di un lavoro che merita una grande attenzione.

Marco Colonna clarinetto, clarinetto basso

STEFANO SCODANIBBIO

ALISEI” (Ecm)

Se esistesse il luogo dei cd necessari, “Alisei” starebbe tra i primi posti. Sì, perché se tutti ricordiamo Scodanibbio - scomparso nel 2012 a soli 55anni - come sopraffino contrabbassista e agitatore culturale la figura del compositore è rimasta più velata. Queste registrazioni rendono pieno merito alla sua straordinaria capacità creativa e visionaria sempre indirizzata verso il proprio strumento in organici numericamente variabili, dal solo all’ottetto. Daniele Roccato, che con Scodanibbio ha condiviso idee e sogni degli ultimi anni e con lui fondato l’ensemble Ludus Gravis, seleziona quattro composizioni che vanno dal 1985 al 2011. Lavori che con approcci diversi trasfigurano il contrabbasso in un caleidoscopio di suoni, umori, colori, materia viva e pulsante. Ottetto (2011) si snoda in mezz’ora di stratificazioni, incastri sonori inquieti, fantasmi che vagano, accumulazione di tensioni, dialoghi e scontri. In Due pezzi brillanti (1985) e Alisei (1986) Roccato sottolinea con maestria, suono profondo e agile, la filigrana compositiva sempre tesa alla ricerca di un qualcosa che non sia ripetizione, luogo comune. Complessità che sviluppa in Da una certa nebbia (2002) per due contrabbassi (affiancato da Giacomo Piermatti), un panorama sottovoce, quasi fermo, angosciante.

Daniele Roccato double bass – Giacomo Piermatti double bass – Ludus Gravis double bass ensemble – Tonino Battista conductor

BEPPE SCARDINO

BS10 LIVE IN PISA” (Auand)

Scardino sa bene che sommare dieci talenti non garantisce un gran disco, con questa convinzione lavora su una scrittura rigorosa, agile, piena di fascino negli impasti delle voci, equilibrando spazi liberi da offrire alle variegate e notevoli personalità della band. Il risultato è un gran disco. Una musica che possiede un retrogusto stilistico/culturale riconoscibile mai usato però come formula statica ma come elemento moltiplicatore, propulsore di continue invenzioni sonore. Gil Evans evocato su tutti, con i suoi scenari impressionisti e armonie sofisticate, ma anche arditezze del Davis elettrico, le geniali ironie dell’Instant Composer Pool come gli schizzi astratti dell’Italian Instabile Orchestra. Questa materia pulsante intensa, profonda e scomponibile che sta sullo sfondo permette a tutti gli elementi di ritagliarsi squarci solistici di straordinaria efficacia creativa. Scardino non solo si conferma eccellente strumentista ma anche compositore, organizzatore di suoni di gran classe. Anche arrangiatore visionario quando nell’ultima traccia Giant Steps, coraggiosamente smonta e ricompone la giovanile rivolta sonora coltraniana in un quadro di commovente, tormentosa contemporaneità. Un disco che scalda il cuore.

Beppe Scardino baritone sax, bass clarinet – Dan Kinzelman tenor sax, bass clarinet, Piero Bittolo Bon alto sax, bass clarinet – Mirko Cisilino trumpet – Mirco Rubegni trumpet – Glauco Benedetti tuba – Gabrio Baldacci guitar – Simone Graziano fender rhodes, synth – Gabriele Evangelista double bass – Daniele Paoletti drums, electronics

FEDERICA MICHISANTI HORN TRIO

SILENT RIDES” (Filibusta Records)

La Michisanti è una musicista irrefrenabile, dalle idee chiare e coraggiose, con questo lavoro si conferma strumentista e compositrice di valore, esponendo maturità e notevole personalità. In “Silent Rides” con un avventuroso, inusuale incastro strumentale paritario (tromba, sax e contrabbasso) dipana una suite avvincente, attraverso scenari ritmici, lirici, melodici, liberissimi e contemporanei. La affiancano e condividono pienamente questo percorso le ance di Bigoni, con la riconosciuta capacità e ricchezza interpretativa che spazia dai classici ai linguaggi più innovativi e introspettivi. E la tromba di Lento che dell’ultima generazione di trombettisti è tra i più sensibili ed espressivi, con chiare fascinazioni verso Cherry e Davis. Il contrabbasso della Michisanti rilegge le pulsioni ornettiane di Izenzon e Haden, l’eleganza e la densità di Holland, sempre dentro una personalissima cifra poetica. L’intrigante gioco polifonico della formazione esteso in molti brani sviluppa un alto tasso di piacevole estraneazione, free da camera. La rotazione dei soli che i tre disseminano con lirismo, astratto senso della forma su tutte le tracce rendono “Silent Rides” tra i lavori di più accattivanti, originali e aperti degli ultimi tempi.

Francesco Bigoni tenor sax & clarinet – Francesco Lento trumpet & flugelhorn – Federica Michisanti double bass

RICCARDO ONORI

SONORISTAN” (Black Candy Records)

Non si può non avere simpatia d’acchito per un cd che recita nelle note…Sonoristan è un Paese che non c’è, un paese dove ogni persona può entrare senza permesso di soggiorno. Benvenuti…Dichiarazione di intenti inequivocabilmente politici e attualissima del chitarrista storico di Jovanotti al primo album da solista che introduce un lavoro piacevole nel miscuglio, collage vitale di musiche del mondo. Colori e ritmi non come evocazione esotico turistica ma racconto di storie, di luoghi e uomini. Come in una autobiografia sonora Onori mette in gioco la propria storia musicale, dalle clinics giovanili con Metheny, Abercrombie, Frisell alle collaborazioni più svariate, Diaframma, Gezz Zero Group, Dirotta su Cuba, Irene Grandi, Stefano Bollani eccetera fino a Lorenzo Cherubini. Musicista apertissimo ai linguaggi in “Sonoristan” la sua chitarra preziosa mai invadente sviluppa idee e composizioni in un percorso mosso zeppo di fascinazioni per Africa, America del Sud, sapori mediterranei e ritmi afrobeat. Lo affiancano musicisti che sanno garantirli un pregevole livello di complicità creativa, provenienti da ambito jazzistico, etnico, pop…Sonoristan, il paese dove vorremmo vivere.

Riccardo Onori chitarra elettrica/acustica, programmazione – Filippo Guerrieri/Franco Santernecchi tastiere – Stefano Tamborrino batteria, percussioni – Dimitri Espinoza sax – Mirko Rubegni tromba – Francesco Cangi trombone – Dan Kinzelman clarinetto, clarinetto basso – Sabina Sciubba voce – Gianluca Petrella trombone, tastiere – Hindi Zahara voce – Ahmed Ag Keady voce, chitarra acustica – Roberto Migoni batteria, percussioni – Ziad Trambelsi voce, oud – Grintv voce – Ruben Chaviano violino, voce – Mohamed Azizi voce, chitarra elettrica – Mudimbi voce

ALFADISCO #7 – Ottobre 2018

Paolo Carradori

G. de Chassy-C. Marguet-A. Sheppard

 

LETTERS TO MARLENE” (NoMadMusic)

Marlene Dietrich come musa ispiratrice. Attrice, cantante, donna coraggiosa anticipatrice del femminismo, icona e cittadina del mondo, l’artista tedesca interprete di pellicole indimenticabili è la destinataria di affettuose lettere musicali, mittente un raffinato trio anglofrancese. La strada di Sheppard è nota, caratterizzata da notevoli capacità strumentali in una poetica sonora sempre rigorosa. Il pianoforte di de Chassy e la batteria di Marguet - anche autori di nove degli undici brani del cd - cesellano alla perfezione gli spazi per le sue ance in un andamento fin troppo organizzato, in una coerenza estetica che rischia di divenire una trappola. L’apertura, con una lettura ispiratissima della famosa Lili Marlen dove il sax di Sheppard emerge tra le nebbie del pianoforte che vagheggia la famosa canzone, promette qualcosa di più. Il disco è suonato bene, non ci sono sbavature, ma è troppo compassato. Soprattutto pensando a Marlene manca un riferimento più netto alla sua ironia a volte anche volgare ma che la riscattava dalla trappola dei soggetti e dei ruoli.

Guillaume de Chassy piano – Cristophe Marguet drums – Andy Sheppard saxophones

Francesco Maccianti Trio

PATH” (Abeat)

L’emozione per il jazz piano trio non passa mai, soprattutto se si incontrano ispirati esploratori come Maccianti. Pianoforte, basso e batteria: meccanismo delicatissimo non solo sul fronte strumentale ma soprattutto mentale, dove gli equilibri, ciò che chiamiamo feeling, risultano elementi indispensabili altrimenti il meccanismo non funziona. In Path funziona benissimo, soprattutto perché è un disco sincero e pulito, non sperimenta, allontana freddi intellettualismi, ma approfondisce, esplora il piacere per la melodia senza banalizzarla in un lirismo meditativo mai stuccoso, anzi sempre al servizio di un dialogo vitale. Il tocco di Maccianti - che si svela anche raffinato compositore - è limpido, legnoso, disegna le note in una trama ritmica spesso sottintesa, non nascondendo amori che vanno da Ellington, Monk a Jarrett. Meriti condivisi con una ritmica impeccabile, solida, creativa. Tavolazzi e Gatto condividono con Maccianti un percorso ricco di idee, cura dei dettagli che rendono Path un lavoro altamente godibile.

Francesco Maccianti piano – Ares Tavolazzi doublebass – Roberto Gatto drums

Earl Brown

SELECTED WORKS FOR PIANO AND/OR SOUND-PRODUCING MEDIA” (Amirani Records)

Della così detta Scuola di New York degli anni ‘50, con Cage, Feldman e Wolff, Brown è sicuramente il compositore più singolare. Per mischiare i prìncipi compositivi su base matematica con le suggestioni suscitate dell’action painting di Pollock e le sculture mobili di Calder ci vuole testa. Brown amava anche il jazz e proprio un pianista jazz Gianni Lenoci, anche se l’etichetta gli calza stretta, da sempre sensibile all’esplorazione e ampliamento dei linguaggi, seleziona e affronta partiture del compositore americano, anche quelle dove usava notazioni grafiche non convenzionali che risultano leggibili in ogni senso del foglio (Folio del 1952/53). Il pianista esplora rigoroso le rischiose libertà negli ambiti della indeterminatezza, della concezione spaziale del tempo, del gesto. Lo fa dando senso ad un percorso che prende le mosse dalle fascinazioni giovanili di Brown verso le avanguardie storiche europee per poi sviluppare un personalissimo approccio verso l’alea e l’opera aperta. Lenoci usa l’elettronica con sapiente parsimonia, la espande ampiamente invece in 4 Systems (1954) trasformando il brano in un involucro trasparente di suoni e misteri.

Gianni Lenoci piano and electronics

Rino Adamo – Boris Savoldelli

CONVERGENZE” (Onyxjazzclub)

In realtà Adamo e Savoldelli non convergono molto, anzi spesso cercano contrasti, frizioni e provocazioni sonore in questo lavoro che piace perché non sai mai da che parte di porterà. Uno scenario radicale dove i due evitano però di non infilarsi in vicoli ciechi, senza uscite. Ogni ambiente è esplorato con ampie visioni nel suono, nell’uso del live electronics, effetti e strappi. Le etichette (jazz, pop, blues, rock, free…) vengono solo sfiorate e poi dilatate in una rappresentazione orchestrale, dove l’equilibrio delle diverse voci è ben organizzato a dispetto di una apparente anarchia creativa. Savoldelli usa la voce come strumento malleabile, la deforma, la camuffa, la scaraventa nel ribollire del dialogo dove Adamo evoca blues dolenti, melodie distorte, sapori orientali ma disegna anche panorami dark, densi e inquieti. I due piani si intersecano, si scontrano e si incontrano in una vitale poetica dove si aggirano fantasmi e suoni che impegnano nell’ascolto fanno pensare. L’ultimo brano A quiet post-Atomic afternoon at the seaside dieci minuti mistici e tenebrosi ci proiettano in un futuro non propriamente idilliaco.

Rino Adamo electric violin, live electronics – Boris Savoldelli voices, live electronics

Glenn Ferris Italian Quintet

ANIMAL LOVE” (Improvvisatore Involontario)

Nella frizzante e danzante verve improvvisativa di Ferris il trombonista californiano sembra amplificare, ripercorrere tutta la propria straordinaria storia musicale che parte dai ’70 con Harry James, Billy Cobham per poi spaziare in ambiti i più vari, dai Beach Boys a Zappa, da Steve Wonder a l’Orchestre National de Jazz. Proprio le sue importanti esperienze in diverse realtà orchestrali traspariscono in questo bel lavoro dove voci e colori del quintetto italiano vengono gestite con grande equilibrio sonoro ed espressivo. Senso del collettivo e molte libertà. Ferris si conferma un grande affabulatore, con il suo strumento può fare ciò che vuole, riflessivo, ironico, energetico, ha sempre qualcosa di interessante da dirci. Da non sottovalutare gli italiani però che se la cavano alla grande. Dall’eleganza dei clarinetti sognanti e misteriosi di Mariottini, alla chitarra di Stracciati sempre creativa e brillante (sublime in St. James Infirmary). Dal denso e sinuoso basso elettrico di Fabbrini alla vitalità prorompente di piatti e pelli di Corsi.

Glenn Ferris trombone – Mirco Mariottini clarinet and bass clarinet – Giulio Stracciati electric guitar – Franco Fabbrini electric bass – Paolo Corsi drums

Alessandro Fedrigo

SECONDO SOLITARIO (Nusica.org)

Alessandro Fedrigo suona uno strumento, il basso acustico, non frequentatissimo. Lo fa con orgoglio da anni in formazioni che fanno riferimento alla stessa label (XY Quartet, Hyper) ma anche rischiosamente da solo per dirci che le possibilità espressive, oltre quelle del tradizionale sostegno ritmico, del proprio strumento sono notevoli. Secondo Solitario – il primo è del 2011 - è un lavoro solido che esplora con molte libertà, ma anche con un’idea chiara di percorso, di viaggio, le insospettabili molteplici facce del basso acustico. Potremo definirla una suite dove gli undici variegati ambienti sonori e ritmici, senza effetti tutto acustico, offrono al talento di Fedrigo di esprimersi con notevole personalità. Subito l’apertura con “Nel Vuoto” affascina per l’estrema ricerca dell’arco sulle corde che produce distorsioni e misteri. Anche “Fetita” che si apre a sguardi e dilatazioni melodico-ritmiche ci svela suono caldo e denso. “Hypersteps” di Nicola Fazzini che gioca sulla sequenza accordale di Giant Steps è l’occasione per smontare sapientemente la genialità coltraniana. Fedrigo rischia anche molto con due vitali improvvisazioni incastrate nel percorso di Secondo Solitario che si conferma disco di alta maturità.

Alessandro Fedrigo basso acustico

Aparticle

BULBS” (UR Records)

Tante le visioni che si accavallano nell’ascolto di Bulbs. Le architetture dei brani, tutti firmati Bonifati e Stermieri, sono modellate con suggestioni, sapori vintage (Davis elettrico e dintorni), ambienti post-rock ma anche linguaggi avanzati, improvvisazione ed elettronica. Il lavoro è attraversato da una notevole scossa creativa, tutti mettono idee, energia in un percorso accidentato per questo interessante. “No Way To Fill” sintetizza bene l’andamento del disco, la chitarra di Bonifati disegna panorami nordici poi stacchi hard, l’alto di Arcelli gioca sugli unisoni poi svolazza libero con la riconosciuta personalità. Le tastiere di Stermieri stratificano un sottofondo sempre vitale e un po' misterioso mentre Baron accumula e moltiplica colori ritmici che sospendono il mosso quadro d’insieme. Tutte le tracce anche nella variabilità ritmico sonora mantengono senso del collettivo e ricca predisposizione all’improvvisazione, come in “Nine Billion Density” dove su una semplice frase il quartetto costruisce una visionaria, estraniante accumulazione di suoni e dinamiche. Originale l’uso della voce del filosofo Marcuse in “Liquid Language”. Messaggio che ci invita ad approfondire le problematiche della contemporaneità?

Cristiano Arcelli alto sax – Michele Bonifati guitar – Giulio Stermieri Rodhes, Hammond – Ermanno Baron drums

Alfadisco # 6 – luglio 2018

Paolo Carradori

LYDIAN SOUND ORCHESTRA

WE RESIST!” (Parco della Musica Records)

Che bel disco questo della Lydian! Bello nelle intenzioni…resistere al disimpegno, resistere per essere liberi dalle mode, dal flusso delle correnti… (dalle note di Brazzale), bello nel suono collettivo, negli arrangiamenti, nel calore che trasmette ma soprattutto nella scelta politica del repertorio: Roach, Ornette, Monk. Proposta che va nel cuore dei valori, non solo estetici ma sociali e umani dei grandi della musica afroamericana che alla fine degli anni ’50, in una realtà professionale ampiamente discriminatoria nei loro confronti, si dimostrarono sensibili alle battaglie per i diritti civili. Allora classici come Lonely Woman, Driva Man, About Round Midnight… trasfigurano in commovente colonna sonora di una Storia che va oltre quella musicale. La Lydian, con il Broken Sword Vocal Ensemble, si muove alla grande, diretta con maestria, gusto, ironia, qualche spericolatezza e guizzi solisti. Colpisce soprattutto la voce di Vivian Grillo che non solo dimostra una profonda conoscenza dei repertori ma riesce a trasmettere, in un mix di sensualità e asprezza lontano dal “buon gusto occidentale”, la memoria di un intero continente. Resistiamo!

Lydian Sound Orchestra arranged & conducted by Riccardo Brazzale / Broken Sword Vocal Ensemble

ILARIA BALDACCINI

MONSIEUR SATIE” (Ema Vinci Classica)

Capita spesso agli innovatori, ed Erik Satie è stato un precursore dell’avanguardia musicale non solo parigina, di rimanere spesso avvolti in un alone di mistero, glorificati ma anche esecrati. Un “caso” Satie resiste ancora. Certo è che lui ci ha messo del suo, suonando nei cabaret, sfoggiando atteggiamenti controcorrente, con l’eccentricità provocatoria dei titoli delle proprie composizioni. Ma questa è superficie. Nei suoi lavori per pianoforte, strumento che amava profondamente, esaltano nuovi orizzonti armonici, un diverso rapporto con la melodia, l’uso di incisi ritmicamente ripetuti in un processo compositivo originale tra vibrazioni e silenzi. Questa incisione della Baldaccini su Gnossienne e Gymnopedie rifugge il rischio modaiolo di un Satie facile, prova a scavare nel compositore francese attraverso un’analisi interiore, ne esalta e dilata i silenzi come spazi depurativi, gli intimismi come problematiche esistenziali, la purezza del suono ripulito da tentazione virtuosistiche come spazio pensante. “Monsieur Satie” nella sua scelta repertoriale ci aiuta a comprendere meglio la singolarità del compositore francese, il suo ruolo nella musica del ‘900, quanto la sua ironia dissacrante abbia disseminato tracce nella contemporaneità.

Ilaria Baldaccini piano

GUIDI-REHMER-SCETTRI

DRIVE!” (Auand)

I musicisti, un po' come tutti gli artisti, nascondono spesso una seconda personalità. Usando una scontata metafora, quella letteraria di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, si potrebbe dire che Giovanni Guidi con questo lavoro ne esplicita una molto lontana dalle estetiche Ecm da lui frequentate. In “Drive!” non ci sono filtri, nell’agilità del trio, l’uso del piano elettrico e tastiere, con il particolare montaggio dei suoni nella postproduzione, esplode tutta la voglia di percorrere sentieri diversi. Ma il risultato non è certo un prodotto di laboratorio. Anzi i tre musicisti rischiano molto, si avventurano in spazi diversi, angusti e spigolosi, più aperti, non disdegnando accenni melodici ma sempre miscelati in una densa e visionaria ambientazione urbana. I rischi di nostalgie anni ’70 (i flussi elettrici di Miles, le lezioni di Corea, Jarrett e Hancock) ci stanno ma Guidi-Rehmer-Scettri non ci cascano, vanno dritti per la loro strada, quella di chi quelle suggestioni le conosce bene ma le rimette in gioco con il senso della storia e lo sguardo in avanti. Drive! con il suo puro istinto di creazione istantanea/paritaria in qualche modo sfida anche alcuni eccessi di progettualità a tavolino del jazz d’oggi. Allarghiamo la mente.

Giovanni Guidi fender rhodes, keyboards – Joe Rehmer double bass, electric bass – Federico Scettri drums

JOHANNES BRAHMS

CELLO TRANSCRIPTIONS” (Brilliant Classics)

Perché due interpreti sopraffini come il pianista Emanuele Torquati e il violoncellista Francesco Dillon riconosciuti soprattutto sui repertori contemporanei, scelgono di incidere trascrizioni da opere di Brahms? Questa loro frequente fascinazione verso la classicità probabilmente nasce dalla curiosità di scovare, in questo caso nella tradizione romantica, un ideale filo rosso con l’oggi. In questo scelta c’è in gioco anche la pratica della trascrizione che va oltre una funzione puramente tecnica per significare una vera e propria ricreazione, apertura verso nuovi confini espressivi. Su questo fronte lavorano Torquati e Dillon mettendoci del loro, con sensibilità, talento, tocco prosciugato in un pregevole equilibrio tra le tonalità più intime, malinconiche e quelle brillanti. Le trascrizioni da Violin Sonata N.1 Op.78, Six Lieder e Nine Hungarian Dances Op.21 in “Cello Transcriptions” al di là dell’operazione culturale ci indica che la retorica romantica in Brahms attraverso le trascrizioni e la lettura di interpreti contemporanei ci può apparire meno lontana, soprattutto nelle opere cameristiche e nei lied si possono scovare esigenze espressive e inquietudini armoniche. Il filo rosso?

Emanuele Torquati piano – Francesco Dillon cello

ENTEN ELLER

MINÓTAUROS” (Music Studio)

La storia antica come strumento di indagine su quella contemporanea. Non è la prima volta per gli Enten Eller. Questa volta è il Minotauro, feroce figura della mitologia greca metà uomo metà toro, ucciso da Teseo nel labirinto grazie al gomitolo di Arianna, a suscitare sviluppi creativi. Quattro interludi collettivi dedicati ai personaggi di quella vicenda portatori di un proprio valore caratteriale, oltre cinque brani firmati a rotazione dai componenti di una delle formazioni più longeve del jazz italiano. I riconoscibili elementi culturali del quartetto vengono ampiamente affermati. C’è il sapore etnico del mediterraneo, una calda pulsione jazz che si apre a spazi improvvisati sempre più ampi in una musica organizzata ma sempre disponibile ad essere attraversata da attrazioni collettive che possono andare dal free al rock, all’elettronica. L’arma vincente è quella della condivisone, del conoscersi bene che garantisce un flusso sonoro coerente, equilibrato, dove talento e visioni dei quattro sono messi a disposizione di un progetto che, se pur pensato per interagire con quattro danzatrici, anche orfano dell’elemento visivo, del corpo, del gesto, mantiene un profondo carattere introspettivo.

Alberto Mandarini trumpet, flugelhorn, live sampling, effects – Maurizio Brunod electric guitar, live sampling, effects – Giovanni Maier double bass – Massimo Barbiero drums, percussions

ROSSELLA SPINOSA

ORCHESTRAL AND CHAMBER WORKS” Vol.1 (Stradivarius)

Se è innegabile che la presenza femminile tra i compositori del nostro paese è ancora decisamente minoritaria, si può dire che nell’ultimo decennio una generazione di compositrici si sta segnalando con forza, tra mille difficoltà, per qualità e personalità. Lo testimonia bene questa raccolta di opere di Rossella Spinosa. Basta soffermarci sul primo brano “L’albero delle salamandre” (2012) per orchestra che trasmette un forte senso della forma comunque aperta a visioni affascinanti, per capire che dietro c’è un pensiero compositivo profondo. La Spinosa condivide qui con Romitelli l’amore per paesaggi notturni e misteriosi, nello spettralismo, nei tempi sospesi, nelle dinamiche timbriche, disegna isole sonore come approdi esistenziali. In “Genesi 19” (2011) sempre per orchestra, gli archi sviluppano una drammaturgia visiva di grande potenza emotiva. Molto originale il dialogo tra tastiera e quartetto d’archi in “La donna che correva coi lupi” (2010) dove astrattismo formale e aspetto introspettivo si fondono in una magica sospensione del senso. Breve, poetico ed intimo “Ruhig” (2013) per piano solo. Tutto da ascoltare e riascoltare questo cd che ci dice che l’altra metà della musica c’è. E come.

Orchestra I Pomeriggi Musicali (Direttori Pietro Mianiti/Alessandro Calcagnile) – Jósef Balog, Rossella Spinosa piano – Accord Quartet – Rephael Negri violino – Jean-Claude Dodin sassofono baritono – Daniel Kientzy sassofono contrabbasso – New Made Ensemble

ENRICO ZANISI

BLEND PAGES” (CamJazz)

Si fa presto a dire jazzista. In “Blend Pages” il jazz poco c’azzecca, se non in qualche tocco e in alcune libertà formali. Zanisi torna alle origini della propria formazione, quando bambino ascoltava in casa la madre impartire lezioni, soprattutto di classica, su un piccolo pianoforte verticale. Se è vero che l’incontro con il jazz fu travolgente quella traccia è rimasta sempre viva. In questo lavoro elegante, dove si conferma anche originale compositore, si può leggere la maturità e la personalità di Zanisi leader: nella scelta della formazione, dove affianca al quartetto d’archi la sobrietà del clarinetto di Gabriele Mirabassi e le visioni sonore di Michele Rabbia, nella descrizione di ambienti rarefatti e sognanti, negli impasti con le corde. La ricerca timbrica, la delicatezza dei colori armonici ricorda Debussy, in alcune pagine del quartetto ripetizioni e accelerazioni ritmiche evocano il minimalismo di Glass, nelle pieghe più intime emergono le sfumature di Bill Evans. Si può quindi dire che “Blend Pages” è la summa di un’ampia cultura musicale attraverso la quale Zanisi si può permettere di navigare curioso per strade diverse.

Enrico Zanisi piano – Gabriele Mirabassi clarinet – Michele Rabbia percussion, live electronics – Quatuor IXI (Régis violin-Guillaume Roy viola-Clément Janinet violin-Atsushi Sakaï cello)

DE MATTIA/PACORIG/MAIER/GIUST

DESIDERO VEDERE, SENTO” (Setola di Maiale)

Intorno alla libera improvvisazione aleggiano ancora fantasmi duri a morire. Vedere salire sul palco musicisti non solo senza partiture ma nemmeno con uno straccio di accordo preventivo su come muoversi viene vissuto da molti con fastidio, come un atteggiamento intellettuale. Peccato perché, e questa registrazione lo dimostra ampiamente, la disposizione all’improvvisazione collettiva è uno delle sfide più belle per chi suona. Anche per chi ascolta. In realtà De Mattia, Pacorig, Maier e Giust sono saliti sul palco del Teatro San Leonardo di Bologna - nell’ambito di Angelica Festival - con un repertorio vastissimo: le loro storie, la loro memoria, il loro talento, curiosità, esperienze, ricerche e disponibilità al rischio. Tutti materiali unici da gestire nel dialogo collettivo, con ascolto e complicità. Mica facile. Eppure i quattro, che vantano molte ore di volo su queste rotte, dimostrano in “Desidero vedere, sento” una straordinaria capacità compositiva istantanea che si traduce in un flusso sonoro continuo zeppo di idee condivise, strappi, silenzi, suoni inudibili, visioni e poesia. Un cd questo che andrebbe programmato in alcune stanze grigie della didattica musicale, per accendere luci.

Massimo De Mattia flutes – Giorgio Pacorig piano, clavietta – Giovanni Maier double bass – Stefano Giust drums, percussion

Alfadisco # 5 – aprile 2018

Paolo Carradori

FRANCO D’ANDREA OCTET

INTERVALS I” (Parco Della Musica Records)

Ancora un lavoro sulla memoria quest’ultima perla di Franco D’Andrea. Piano solo, trio, quartetto, ora ottetto, con qualunque soluzione la folgorazione delle origini in lui rimane indelebile. In “Intervals I” risalta in una strepitosa lettura ellingtoniana, un capolavoro di equilibrio collettivo che nella narrazione cromatica del Duca sviluppa una musica elegante e pulsante. D’Andrea tratta colorismi, esotismi e aspetti ritmici (jungle e mood) come elementi malleabili, distribuendoli in stratificazioni, incastri dove le voci si fondono in un contesto orchestrale di notevole dinamismo. Gestisce l’ampia formazione come i tasti del suo pianoforte-orchestra dove scolpisce percorsi luminosi e stimoli che stanno tutti dentro la storia del jazz come fonte inesauribile. Un impianto classico che produce una musica modernissima. I musicisti, che il leader conosce bene, rispondono alla grande. L’inossidabile e impeccabile ritmica Mella-De Rossi, le ance stralunate di Ayassot, la vivace ironia del trombone di Ottolini che si incrocia con il limpido lirismo del clarinetto di D’Agaro, mentre la chitarra di Terragnoli e l’elettronica di Roccatagliati offrono quella ricerca sonora trasversale che dilata spazi e mente.

Franco D’Andrea piano – Andrea Ayassot alto and soprano sax-Daniele D’Agaro clarinet - Mauro Ottolini trombone-Enrico Terragnoli chitarra - Aldo Mella double bass - Zeno De Rossi drums - Luca Roccatagliati electronics

GIACINTO SCELSI

COLLECTION Vol.8” (Stradivarius)

Al di là delle note difficoltà di datazione tipiche della vicenda scelsiana, le quattro opere di questo ottavo volume fanno riferimento al periodo giovanile, indicativamente fino alla fine degli anni Trenta. Un periodo poco scandagliato forse perché ancora Scelsi non ha ben definita la propria strada creativa, frequenta il cosmopolitismo parigino per poi trasferirsi in Svizzera fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma ad un attento ascolto, in particolare di Trio (per violino, violoncello e pianoforte) all’interno di forme riferibili alla tradizione tardoromantica si percepisce un anelito di rinnovamento nell’esaltazione dell’aspetto timbrico, sonoro e ritmico rispetto a quello formale. In Sonata (per violino e pianoforte) il violino risponde con svolazzi alla severità iniziale del pianoforte, in un dualismo, un’esplorazione delle risonanze che ritroveremo nello Scelsi maturo. Lascia perplessi la fragilità dello sviluppo melodico di Chemin du cœur (Lirica per violino e pianoforte) che evoca impressionismi francesi ma probabilmente prefigura l’aspetto meditativo di opere future. In fine Dialogo (per violoncello e pianoforte) a dispetto del titolo tende più a disegnare lontananze, ma senza spigoli, in una cantabilità inquietante.

Markus Däunert violino – Giovanni Gnocchi violoncello – Alessandro Stella pianoforte

HOBBY HORSE

HELM” (Auand)

Si potrebbe subito riflettere sull’uso evocativo dell’elmo, che spicca severo nella sua rozza, arcaica fattura dal booklet del cd, sulla sua tradizionale funzione difensiva. In questo caso come salvaguardia di un percorso unico, quello degli Hobby Horse, formazione che da anni infrange con rigore quasi feroce confini, stili, estetiche che si rifanno a jazz, free-improvvisation, rock, punk, elettronica. Tracce che vengono fagocitate, rielaborate, mischiate e restituite in una forma che le contiene tutte ma allontanate da una qualunque logica imitativa. “Helm” accentua la specificità di questa strada, complessa, inquieta, affascinante. Le ance di Kinzelman raccontano storie con accenti caldi e astratti, Rehmer disegna una trama di sottofondo scura e densa mentre Tamborrino lancia fuochi d’artificio con un drumming muscolare ma anche sofisticato nel sottolineare nel dettaglio i diversi ambienti sonori. Tutti, usando voce ed elettronica, ampliano poetiche e aspetti onirici. La doppia traccia finale, oltre 25’ di quasi silenzio, un fiume appena increspato solcato dalle provocazioni verbali di John Cooper Clarke, tunnel depurativo.

Dam Kinzelman tenor saxophone, clarinets, electronics, voice – Joe Rehmer basses, electronics, voice – Stefano Tamborrino drums, electronics, voice

                                        

CAMILLO TOGNI

WORKS FOR FLUTE” (Naxos)

COMPLETE PIANO MUSIC - 4” (Naxos)

Il quarto volume dedicato ai lavori per pianoforte (1940-44) evidenzia come il giovane Togni, rimasto stregato dall’ascolto di Schoenberg, viva una difficile stagione creativa sospesa tra l’adesione spontanea alla dodecafonia, come poetica introspettiva più che tecnica compositiva, ed una naturale tensione verso la costruzione melodica. Questa complessa fase dialettica sviluppa un rigore austero mai però chiuso su sé stesso, anzi già caratterizzato da vivaci aspetti espressivi e timbrici, probabilmente influenzati dalle frequentazioni con Benedetti Michelangeli. Gli otto brevi movimenti di Suite, Op.14 (1942) in un affascinante sviluppo dello spettro sonoro giocano su contrasti e aspetti ritmici, mentre i quattro tempi di Serenata No.2, Op.11 (1949) sono immersi in una ambientazione notturna e impressionista che Orvieto disegna con profonda tensione.

Works For Flute” indaga un Togni più maturo (1953-1982) che, conosciuto Gazzelloni a Darmstadt nel 1951, gli dedica Sonata for flute and piano op.35 (1953) e Fantasia concertante for flute and string orchestra (1957). Opere temporalmente vicine ma lontane nello sviluppo compositivo, la prima più aderente alla lezione schoenberghiana, la seconda più aperta stempera la serie in un ricco intreccio di variazioni. Di notevole interesse il vibrante dialogo flauto-chitarra di Five Pieces for flute and guitar (1975-76), fascinoso l’approccio melodico-rituale di Inno a Iside for solo flute (1979). Si può dire che se un tratto accomuna la raccolta questo può essere riferito alla rivitalizzazione del ruolo dell’interprete che nella Neue Musik rivendica un ruolo più diretto nel disegnare il senso musicale della composizione. Ruolo che Fabbriciani garantisce con il riconosciuto spumeggiante talento strumentale e interpretativo.

Roberto Fabbriciani flute, piccolo - Doroty Dorow soprano – Vincenzo Saldarelli guitar – Massimiliano Damerini piano – Carlo Alberti Neri piano – I Cameristi Lombardi (Mario Conter conductor) Aldo Orvieto piano

QUILIBRÌ

NOTE DEI TEMPI” (Auand)

Per chi ha seguito e segue il luminoso cammino progettuale di Franco D’Andrea, la figura di Andrea Ayace Ayassot, presente dagli anni Ottanta nelle varie formazioni del pianista meranese, assume i caratteri della fascinazione sia sul piano visuale che sonoro. Defilato, ascetico, misterioso, apparentemente più filosofo che sassofonista, le sue ance offrono sempre sorprese percorrendo percorsi obliqui, sognanti, fuori da ogni classificazione stilistica. Lo conferma ampiamente questo lavoro con il trio Quilibrì su sue composizioni (eccetto un omaggio a D’Andrea). La scelta di usare solo il soprano garantisce uniformità sonora, come un’avvincente voce narrante Ayassot ci racconta storie, personaggi e paesaggi dai sapori latini ma anche orientali. È come sfogliare un coloratissimo libro di favole, ogni pagina di “Note Dei Tempi” possiede un proprio ambiente che può essere melodico, poetico, distorto e inquieto in un micro-teatro di grande coerenza estetica dove la scrittura non risulta mai rigida ma sempre aperta ad escursioni libere. Il magico equilibrio delle undici brevi tracce è garantito dall’eleganza espressiva della chitarra classica di Degani, come dalla ricchezza ritmico-coloristica delle percussioni di Riaudo. Ma alla fine dell’ascolto la sensazione piacevole è che un alone di mistero aleggi ancora intorno al sassofonista.

Andrea Ayace Ayassot soprano sax – Enrico Degani classic guitar – Claudio Riaudo percussion

STEFANO BAGNOLI

RIMBAUD” (Tuk Music)

Da soli è sempre difficile comunque, ci si mette in gioco in modo totale, che lo faccia un batterista anche più raro, che il dedicatario sia poi un gigante della poesia, una sfida notevole. Stefano Bagnoli, musicista molto apprezzato tra jazz e collaborazioni trasversali, rimasto folgorato sulla strada della parola con “Rimbaud” mette a nudo la fascinazione verso la fragilità esistenziale, la genialità, la rabbia e l’impertinenza del grande francese. Sceglie la strada del multistrumentismo, accumulando molti materiali, idee, suoni e suggestioni. Forse anche troppi, la gestione risulta a tratti farraginosa, più descrittiva che profonda. Ma ciò che colpisce in questo lavoro è la sincera passione senza filtri del narratore, non poco di questi tempi dove tutto è programmato dagli algoritmi. Passione distribuita in tutte le tracce dove le scelte compositive, strumentali, i montaggi di suoni e ritmi, come la singolare visione, nelle note, di affiancare Rimbaud ai grandi del jazz, risultano coerenti, anche piacevoli. Paradossalmente la forza del cd risulta essere proprio la sua imperfezione, frutto di un urgente desiderio di raccontare come la poesia possa cambiare la vita. Anche quella dei batteristi.

STEFANO BAGNOLI drums, piano, vibraphone, double bass, keyboards, percussions and effects

SCHIAFFINI-PRATI-GEMMO-ARMAROLI

LUC FERRARI EXERCISES D’IMPROVISATION” (Dodicilune)

In fondo Giancarlo Schiaffini, da anni, ci racconta attraverso la musica e gli scritti che l’improvvisazione è un feticcio complicato da definire quanto affascinante da affrontare. Questo lavoro in quartetto su composizioni del 1977 di Luc Ferrari ne esplicita aspetti ancora più coinvolgenti. In questo caso la libertà d’improvvisazione è condizionata dall’ascolto del nastro magnetico che funziona non da neutro sottofondo ma come proposizione con la quale relazionarsi, al di là di convenzioni e stili. Ferrari indica che questa, la proposizione di carattere modale-tonale, non deve essere altro che un sostegno all’immaginazione collettiva. La condizione posta dal compositore costringe gli esecutori a buttare via aspirazioni leaderistiche e di guida, altrimenti nulla funzionerebbe. Invece qui tutto funziona alla grande, lo spazio mentale che il nastro stimola vede i quattro musicisti cercare, in una immersione dialogante diretta e totale nel suono, una visione collettiva della musica del tutto estranea a facili soluzioni, minimal, ambient o altro. Ma questa profonda condivisione dei musicisti necessita anche di un atteggiamento aperto di chi ascolta, Ferrari, come molti altri compositori contemporanei, ci richiede un ruolo attivo, la responsabilità di conferire esistenza, identità a suoni, emozioni che potrebbero volare via.

Giancarlo Schiaffini trombone – Walter Prati cello – Francesca Gemmo piano – Sergio Armaroli vibraphone