alfadomenica #1 – febbraio 2017

cantierePrima di introdurre l'alfadomenica di oggi, due parole sul cantiere di alfabeta: negli ultimi giorni abbiamo semplificato la procedura di iscrizione all'associazione e stiamo allestendo all'interno del sito uno spazio dedicato ai soci dove saranno discussi i temi - dalla fabbrica globale 2.0 ai media nel tempo della post-verità - che intendiamo approfondire negli incontri e nei seminari in via di organizzazione.  Vi aspettiamo!

Ed ecco quello che trovate oggi su alfadomenica:

  • Cetta Petrollo, Giulia Niccolai o del rovesciamento:  “Io non riesco a darmi pace / se, ogni tanto, non rivolto / la mia esistenza come un guanto, / per ripassarla tutta. Macchie, buchi di tarme, cerniere rotte, orli che pendono, / bottoni che mancano, antiche / bruciature di sigarette, ‘scorlere’, / smagliature”. Così scrive Giulia Niccolai in uno dei New frisbees, sezione conclusiva del suo ultimo libro Foto e Frisbee. Leggi:>
  • Michele Emmer, Metropolis Marciana:  Siamo in un luogo di grande storia per la città di Venezia, la Biblioteca Nazionale Marciana, dove venne collocata la celebre collezione di codici greci e latini che il cardinale Bessarione destinò a Venezia nel 1468. Nell’edificio della piazzetta di San Marco ideato da Jacopo Sansovino che Palladio chiamò “il più ricco edificio che forse sia mai stato fatto dagli antichi in qua” e che l’Aretino definì “superiore all’invidia”. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Finocchi: Sono di stagione, ma andiamo a ripescarli lontano vicino nel ricettario del Conte di Salaparuta (Cucina vegetariana, Manuale di gastrosofia naturista, Hoepli, 1930). Enrico Alliata, baritono dilettante (conservatorio di Milano), enologo e teosofo, a cinquant'anni lo pubblica e ripubblica due volte, con successo.  Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / A cercasi:  Quaranta anni fa, l’artista Tomaso Binga - cioè Bianca Menna - mandava alle stampe un Abbecedario in cui le lettere erano interpretate dal suo corpo. Per la A, si vede lei nuda seduta di spalle, con le braccia allargate e le mani poggiate a terra, allusione a una A maiuscola, che fa tutt’uno con il corpo. Leggi:>
  • Semaforo: Ghettizzazione - Misofonia - Teleprompter - Leggi:>

#alfadomenica 3 febbraio 2016 Giocare con Eco

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Proponiamo qui il testo integrale, finora inedito, di una conversazione tra Umberto Eco e Andrea Cortellessa, che si è tenuta nella primavera 2015 durante le riprese della puntata Giocare della trasmissione Alfabeta, andata in onda su Rai 5 lo scorso autunno. Stralci del dialogo sono stati inseriti nella puntata.

Sembrano passati molto più di sei anni, da quando nei primi mesi del 2010 ci riunimmo la prima volta sui divani di casa sua, a Piazza Castello. Era stato proprio Eco, insieme a Balestrini come sempre, a dirci forte e chiaro che la misura era colma. Si fa una certa fatica, oggi, a rimettersi nello stato d’animo d’allora, ma il clima era sul serio asfissiante. Eravamo al fondo più melmoso del basso impero berlusconiano, nel bel mezzo della sua fine senza fine. La parola d’ordine, per una volta, era semplice: riprendere la parola. E fare, stavolta, una rivista che fosse di «intervento culturale»: uno strumento che riprendesse il meglio della prima alfabeta, certo, ma fosse pure da quella diversa: all’altezza di tempi, da quelli, così diversi (se è vero che la prima, invece, era nata come rivista di «informazione culturale»). Dedicammo il primo numero a noi stessi, cioè agli intellettuali: questo feticcio di una volta, questo idolo polemico di oggi. Un tempo classe separata e privilegiata, oggi contenitore di massa per un nuovo proletariato globale. La cosa non piacque a tutti, il che era in preventivo; ma era necessario ridefinire, anzitutto, il ruolo; per svolgerlo, poi, in modo credibile.

Non sempre, beninteso, si andava d’accordo. Eco per sua natura – direi proprio per physique du rôle – era un accentratore: apodittico più che apocalittico, integralista più che integrato. Spesso, molto spesso, aveva ragione; e non ci teneva a nasconderlo. Qualche volta non ce l’aveva; e se la prendeva lo stesso (personalmente non apprezzai affatto, per esempio, come trattò la crisi dell’Università su uno dei primi numeri della rivista, dal quale – con qualche ingenuità, probabilmente – molto mi aspettavo). Ma nessuno ha mai messo in dubbio la sua generosità: senza la sua spinta e il suo impegno, molto semplicemente, la rivista non avrebbe mai (ri)visto la luce.   

Lo stesso avvenne quando, cessata la testata cartacea e rimasto attivo questo spazio elettronico, si creò la possibilità di una nuova metamorfosi mediale: con le puntate del magazine televisivo su Rai Cinque – dal titolo, ancora e sempre, alfabeta. Eco mise sul piatto, una volta di più, la sua autorità e il suo prestigio. Era la primavera dell’anno scorso; al momento della puntata al Giocare, nessuno nutriva dubbi su quale dovesse essere la voce-guida. Non sapevo che Eco, allora, fosse già malato. Nulla lo lasciava intendere, per la verità – funambolico e accerchiante come sempre. Una volta di più, confesso, ci rimasi un po’ male: quando, usciti dal campo dove gli piaceva giocare, si sottrasse alla polemichetta letteraria che si legge, qui, abortita in clausola (in un documento col quale inauguriamo una sezione del sito a lui dedicata, nella quale nei prossimi giorni si concentreranno contributi e ricordi che ci stanno mandando una gran quantità di redattori e collaboratori). Ma forse, quando tagliava corto dicendo di essere «troppo vecchio per pensare», non intendeva solo liquidarmi. Ultimo flash: sulla soglia dello studio, al fin della licenza, Eco che si congeda da Nanni. Col sorriso di sempre.

A.C.

 

Eco: Giocare. Wittgenstein nelle “Ricerche filosofiche” ha dedicato una mezza pagina a questo problema per dimostrare che non si sa cosa vuol dire giocare, o gioco. C'è il gioco del bambino che lancia una palla contro il muro, quindi una cosa solitaria e senza regole, e c'è la partita di scacchi tra due campioni, determinata da regole precise. Poi c'è il gioco fatto per guadagnare, quello che si fa a Montecarlo, mentre il gioco è assolutamente disinteressato, e via via ci si trova di fronte a una molteplicità di cose che noi chiamiamo gioco. Non c' è attività fisica se giochi a scacchi, se giochi a Montecarlo manca il disinteresse perché l'interesse c'è eccome... sono somiglianze di famiglie, cioè ciascuno di questi giochi presenta vari aspetti, e ciascuno ha degli aspetti in comune con gli altri, ma non tutti insieme.

Poi noi siamo un po' ingannati dall'italiano che ha una parola sola per definire il gioco, laddove per esempio l' inglese ne ha due: “play” e “game”. “Play” è quello del bambino che gioca senza regole, invece il “game” è la sfida governata da regole: anche il poker però è un “game”... quindi è un po' imbarazzante. Io tenderei, escludendo il gioco a Montecarlo, il gioco d'azzardo, a riconoscere come tratto comune del gioco il disinteresse. In teoria anche una partita di calcio dovrebbe essere dominata dal disinteresse... il fatto che poi sia diventato un fatto industriale dove può esserci corruzione, denaro è secondario... una partita di calcio, se pensi a una partita di calcetto che nasce tra amici, è dominata dal disinteresse, quindi il gioco è qualcosa che si fa gratia sui, per amore di sé stesso. Ma a questo punto metterei dentro anche il gioco alla Montecarlo o il poker, perché in fondo la maggior parte dei giocatori d'azzardo perdono, in fondo giocano per l'emozione...potrebbero fare altri mestieri e guadagnare di più invece di perdere le loro sostanze alla roulette...quindi anche lì è fatto gratia sui.. sono disposto a perdere tutto il mio patrimonio, la mia catena di alberghi, pur di provare questa emozione...

A.C. Anzi si potrebbe dire che da Dostojevski in poi c'è chi gioca per perdere, segretamente o neanche tanto segretamente. Quindi si potrebbe dire che le applicazioni, come lo sport - parliamo dello sport spettacolo - o come il gioco d'azzardo professionale – ci sono anche giocatori d'azzardo professionisti – sono una forma d'alienazione del gioco nella sua essenza.

Eco: Sono una forma di tradimento. Immagina un bambino che tira la palla contro il muro e gioca. Un bambino talmente prodigio che può tirare la palla da 30 metri e che ha un padre come il padre di Mozart che lo porta in giro a fare spettacolo per guadagnare denaro... ecco vedi come il gioco più disinteressato del mondo può diventare a un certo punto mercato, ma queste appunto sono degenerazioni... è quando metti in commercio la libera attività del gioco.

C'è un'altra traccia ancora poi, che in inglese è “to play” e in francese “jouer”. Vale a dire la recitazione degli attori. Anche li c'è un elemento di gioco. Per esempio nel gioco dei bambini è molte volte fondamentale l'elemento del far finta. Loro dicono: “facciamo finta che io ero il capo dei pirati”. Usano l'imperfetto, non dicono mai io sono il pirata, ma io ero il pirata, perché è un modo distintivo di proiettare l'azione non in questo mondo ma in un mondo possibile...

A.C. E' una narrazione...

Eco: E' una narrazione. Quindi fondamentalmente gli attori giocano nel senso che fanno finta.. poi che facciano finta a pagamento, anche lì siamo alla degenerazione. E poi ci avviciniamo alla nozione di gioco in letteratura, perché in fondo almeno la narrativa è tutto un fare finta. C'è un elemento di gioco. Se decido di leggere I promessi sposi” è “faccio finta che siano esistiti quei personaggi, quel castello di Don Rodrigo”. So benissimo che non è vero, ma prendo tutto per oro colato.

A.C. La sospensione dell'incredulità.

Eco: Si, quella che Coleridge chiamava la sospensione dell'incredulità. Perché poi ancora recentemente Searle ha definito come “fare finta che”. Che non è mentire. Ha tutti gli aspetti del mentire, salvo che tu ed io sappiamo che non è vero, e uno dei due fa finta...

A.C. E' più una convenzione, una simulazione convenzionale, diciamo.

Eco: Certo, una simulazione per accordo, per negoziazione. Tant'è vero che nel momento in cui leggo un romanzo in fondo mi separo dal mondo e dalle necessità di tutti i giorni per vivere dentro il romanzo, per sognare dentro il romanzo.

A.C Per impersonare un modello di vita, quindi anche lì la simulazione...

Eco: Per proiettarsi. Quindi c'è un elemento di gioco anche nella narrativa.

A.C Ecco, ma se questo è vero per tutta la narrativa, per tutte le arti forse, nel '900 c'è stato un indirizzo preciso che ha enfatizzato l'elemento combinatorio, ludico. Penso a Borges, che in Italia comincia a circolare negli anni '50, penso soprattutto all'Oulipo, che viene fondato nel 1960 non a caso da uno scrittore e da un matematico. C'è un certo Calvino che si colloca in quest'area strutturalista. Nel 1972 curasti un numero dell'almanacco Bompiani sulla riscoperta delle trame, sulla riscoperta del meraviglioso narrativo inteso come combinazione, appunto, di possibili narrativi. E poi nel 1980 c'è il tuo approdo, direi inevitabile, con “Il nome della rosa” alla grande architettura iperletteraria. Che, a un certo punto, si dota anche delle postille come chiave d'accesso a quel gioco.

Eco: Stai parlando di due cose diverse, anche se alla luce della nostra conversazione alla fine riusciremo a farle rientrare tutt'e due sotto la nozione di gioco, ma così come abbiamo fatto rientrare il gioco della palla e il gioco della roulette. Hai accennato all'Oulipo, che è quella che si chiama “littérature à contraintes”, cioè letteratura a costrizione. I francesi dell'Oulipo – c'è anche una sezione italiana dell'Oulipo – partono dal principio che bisogna porsi una costrizione, una regola. Siamo nel game, stiamo facendo un gioco regolato da regole. Può essere come Perec, che scrive un intero romanzo senza usare mai il suono “e”, può essere come hanno fatto nell'Oulipo, vale a dire scegliere per ogni parola di un testo la settima parola che segue nel dizionario. Ma – bada bene – la costrizione è sempre stata, seppure in misura meno ostentata, tipica dell'arte. Pensa alla rima, il metro. Tu ti imponi una “contrainte”, come direbbero i francesi, e devi seguirla...

A.C. Diciamo che la differenza è forse che dall'Oulipo in poi, l'idea di una regola più che uno strumento diventa il fine.

Eco: Diventa il fine, certo. Però la mia esperienza di romanziere è che è fondamentale porsi continuamente delle costrizioni. Questa cosa deve avvenire nell'anno tale, per esempio, o nel mese di ottobre. Non c'è ragione perché abbia deciso questo, ma questo mi obbliga a tenere la trama entro certi limiti. Quindi la costrizione come elemento tipico dell'estremo gioco dell'Oulipo e di tanti esercizi contemporanei. Ma la costrizione anche come elemento eterno del gioco letterario. E questo è un aspetto.

Tu invece hai accennato a “Il nome della rosa”. Lì è ancora un altro problema, che (rientra) in quella tendenza che si è chiamata erroneamente post-moderno... e se avessimo un'ora a disposizione potremmo analizzare i vari sensi del post-moderno così come i vari sensi del gioco...

Dalla metà del secolo scorso si è definito un atteggiamento della letteratura che, per esempio, consiste nel giocare di citazione, cioè nel giocare di intertestualità. Il testo che richiama altri testi, talora vorrei dire al limite del plagio, se non fosse che il plagio viene messo in evidenza. O che consiste nel giocare ironicamente sull'eredità letteraria del passato, che consiste nel perseguire in modo persino estremo quella pratica che si chiama meta-narratività, per cui il narratore mentre racconta riflette sul romanzo che sta raccontando. Ma anche qui, la meta-narratività, sia pure con molta moderazione, la usa Manzoni quando parla dei suoi 25 lettori..

A.C. Anche lì c'è una componente metalinguistica che è presente quasi in ogni enunciato.

Eco: E tornando indietro lo possiamo ritrovare in tante forme di letteratura. Stavo leggendo adesso un bellissimo libro nel quale si citava un autore che introduce il discorso indiretto libero. Nel discorso indiretto libero, senza le virgolette, si dice quello che sta passando per la mente del personaggio. Ma a un certo punto viene detto, cito adesso a caso, “ma valeva la pena”. Questo “ma valeva la pena” pare che non sia parte di quello che passa nella testa del personaggio... è il narratore che riflette su quello che passa per la testa del personaggio, e questo lo ritroviamo anche nella letteratura tradizionale, a parte il fatto che allora bisognerebbe definire come post-moderno il “Finnegan's wake” di Joyce...

A.C A questo volevo arrivare. Anche lì, come a proposito della combinatoria, della contrainte che da strumento diventa quasi fine dell'arte, si potrebbe dire che – per esempio – l'aspetto meta-narrativo e di supplemento di spiegazione del post-modernismo...

Eco: Quello che gli sciocchi chiamano post-moderno...

A.C. Però c'era quando Joyce allegava lo schema all'Ulisse, anche se non era pensato da Joyce come supplemento da pubblicare assieme all'Ulisse. Qui c'è uno slegamento tra i due atteggiamenti...

Eco: Ma ritorniamo un momento alla littérature à contraintes. Padre Pozzi ha scritto delle cose meravigliose su dei giochi a costrizione che si facevano ai tempi dei greci. I poemi a Centone per esempio, poemi dove l'iniziale d'ogni verso se letta di seguito dà una parola... io ho la prima edizione -1503- di un libro di Rabano Mauro che è fatto tutto di giochi linguistici tenuti insieme da una certa regola, come fossero parole crociate, quadrati magici, un gran divertimento che un letterato del quindicesimo secolo si prendeva facendo della letteratura a costrizione anche lui... quindi tutti questi fenomeni sono più evidenti, più espliciti in certe cose contemporanee che citavi, ma fanno parte della tradizione.

A.C. Non c'è una volontà di mettere a nudo il procedimento?

Eco: Si, questo c'è nella meta-narrativa. L'autore ti sta dicendo “guarda che sto facendo questo”. Ma anche nella poesia, anche adesso cito a memoria, c'era un libretto che Maria Luisa Spaziani ha pubblicato, quando era ancora in vita, sui suoi rapporti con Montale che – si sa – sono stati intensi sul piano letterario e sul piano affettivo. Lei racconta che un giorno passeggiando con Montale si ritrovano vicino a dei fiori, adesso non mi ricordo quali, poniamo che siano anemoni e Montale dice “Che belli questi fiori. Come si chiamano?” “Ma come, c'è questa tua poesia bellissima in cui parli di questi fiori e non li hai mai visti?” “Ma no, io gioco con le parole, non con le cose”... e allora si potrebbe rileggere tutto Montale. Cose che non ha mai visto, ma le ha viste sul vocabolario... e questo può essere il gioco poetico, giocare con le parole e coi suoni per creare poi degli effetti. Noi abbiamo letto Montale come se questi fiori, questi insetti, esistessero davvero, li abbiamo anche visti. Ma sino a un certo punto, per il resto abbiamo giocato anche noi coi suoni...

A.C Beh Raymond Roussel aveva anche teorizzato che i libri si costruiscono più attraverso delle combinazioni di suono che dei referenti. Però io ho sempre l'impressione che ci sia una torsione nel moderno per cui queste cose vengono alla luce in una maniera, si potrebbe dire, un po' ideologica. Quando tu per l'appunto pubblichi le postille a “Il nome della rosa” metti a nudo quello che è stato definito “double coding”, cioè che nell'opera, “Il nome della rosa”, solo quelli che percepiscono determinate cifre, determinati rimandi, determinate allusioni, recepiscono l'opera nella sua totalità, mentre poi c'è un lettore superficiale che la recepisce come un giallo particolare, di un certo tipo. Si può divertire o non divertire, però fondamentalmente recepisce una parte dell'opera. Questo è un gioco esplicito col lettore, col fruitore.

Eco: Intanto il problema del double coding è stato teorizzato come se fosse una delle caratteristiche del cosiddetto post-moderno. Io credo che quando scrivevo “Il nome della rosa” non me ne rendevo affatto conto. Cioè, sapevo benissimo che i pittori dipingono una scena, una folla, e in mezzo alla folla mettono anche il loro ritratto o di un loro amico...

A.C Quello è un gioco con se stesso.

Eco: E' un gioco con sé stesso e talora con gli happy few, con gli amici, i lettori particolarmente acuti. E' un gioco per Federico Zeri, per Longhi... quando ho scritto “Il nome della rosa” sapevo che stavo facendo questo: raccontavo una storia. Ma poi c'erano certi riferimenti che erano una strizzata d'occhio a chi voleva cogliere il secondo livello di lettura. Questo è stato poi teorizzato e mostrato come una costante di molta narrativa contemporanea. Questo potrebbe spiegare perché molti critici, imbarazzati dal fatto che certi romanzi, come i miei o quelli di Calvino, avessero incontrato successo popolare, hanno parlato di best-seller di qualità. Perché partivano dal principio che un'opera letteraria dovesse avere pochissimo pubblico, sennò non è una cosa seria, dimenticando le centomila milioni di edizioni della Bibbia e che Manzoni, quando ha scritto “I promessi sposi” è stato piratato, cioè è stato un enorme successo popolare. Dimenticando la storia di Boccaccio o di Dante che passando per la strada vede un fabbro che recita a memoria i suoi versi ma li storpia, e allora lui gli butta all'aria tutti i martelli. Il double coding spiegherebbe fenomeni contemporanei di questo tipo. C'è un livello di lettura elementare, che può appassionare il lettore disattento, e poi ci sono questi altri livelli. Anche qui: è stato inventato dalla modernità? Ma prendi la teoria dei quattro sensi della Bibbia teorizzata anche da Dante. Puoi leggere un episodio in senso allegorico, lo puoi leggere in senso letterale, poi lo puoi leggere in senso morale, poi in senso analogico, e solo pochi arrivano a questa lettura privilegiata.

Tutto il mondo ellenistico inizia la lettura allegorica della Bibbia, ma prima non ci aveva pensato nessuno... Sant'Agostino propone una lettura della Bibbia per la quale, quando si parla di cose che sembrano sciocche, è perché si vuol dire un'altra cosa... la Maddalena lava i piedi a Gesù e il lettore di superficie dice: c'è una signora che lava i piedi a Gesù. Sant'Agostino dice: è troppo banale, vuol dire qualche altra cosa... quindi questo c'è sempre stato, in gran parte della letteratura.

Anche qui, come è avvenuto per la letteratura a costrizione, oggi il double coding è cosciente in molti, ma in molti altri no. Quando io scrivevo “Il nome della rosa” ignoravo l'esistenza del termine double coding. Non ci pensavo... però sapevo che quando Guglielmo tira fuori gli occhiali, e tutti i monaci lo guardano con stupore (e la scena potrebbe finire li), stavo dicendo al lettore più avveduto che gli occhiali sono stati inventati solo in quell'epoca e nessuno li conosceva...

A.C. Dal mio punto di vista l'idea che il testo poi sia stato seguito dalle postille fa rientrare “Il nome della rosa” in un'operazione meta-letteraria molto esplicita.

Eco: Si, ma guarda che tutti gli autori hanno scritto testi di poetica in cui raccontano... Mann fa addirittura un libro su come aveva costruito il Dottor Faust

A.C. Solo che nella contemporaneità, dopo “Il nome della rosa” questo processo è stato impiegato senza manifestarne le intenzioni, in un modo che a me sembra abbia uno spirito diverso. Tu facevi la distinzione molto opportuna tra “play” e “game”, un'altra distinzione fondamentale della teoria dei giochi è quella tra “play” e “move”, cioè da un lato c'è la regola, il sistema di regole che determina quel sistema chiuso che è il gioco, poi però c'è il giocare, cioè ogni “move”...

Eco: Prendi una partita di calcio, ci son delle regole precisissime, però...

A.C. Nessuna partita è uguale all'altra. Allora è questa doppia articolazione dell'allusione/gioco col lettore, che all'interno di un certo sistema ideologico artistico letterario aveva un preciso senso anche sperimentale, che poi si è un po' perso. Quando si parla di fine del postmoderno, certo il termine non ti piace, però quando si protesta contro l'estenuazione di certe poetiche nate negli anni '60-70 forse si allude anche a questo, che ormai è un gioco che è finito.

Eco: Uno degli autori del postmoderno, John Barth, ha scritto “The literature of exhaustion”, ed era appena agli inizi...

A.C. E che cosa ne pensi? Secondo te è un modo di lavorare che ha un futuro, o ha un presente? Oppure...

Eco: Ma! Proprio in questi giorni leggevo questo libro di Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni, “Stato di crisi (sulla società liquida), dove si parla abbondantemente proprio dell'esaurimento del postmoderno, nel tentativo di capire cosa ci sarà dopo...

A,C. E tu come la pensi?

Eco: Sono troppo vecchio per pensare

Alfabeta2, Post-futuro

Screenshot from 2015-11-12 10:34:55Esce il 19 novembre da Alfabeta Edizioni in coedizione con DeriveApprodi (pp. 333 interamente illustrate a colori, € 23) il primo Almanacco di alfabeta2, a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa e Nicolas Martino che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it, dall’agosto 2014 allo scorso luglio (scritti di Lea Melandri, Gino Di Maggio, Rossana Campo, Fayçal Zaouali, Lello Voce, Lucia Tozzi, Letizia Paolozzi, Furio Colombo, Franco La Cecla, Toni Negri, Christian Calandro, Federico Campagna, Riccardo Caporossi, Romano Luperini, Bruno Roberti, Giorgio Mascitelli, Lelio Demichelis, Marco Pacioni, Augusto Illuminati, Paolo Carradori, Franco Berardi Bifo, Valentina Parisi, Maria Teresa Carbone, Marco Biraghi, Valerio De Simone, Cristina Morini, Milo Adami, Nicolas Martino, Maria Cristina Reggio, G.B. Zorzoli, Luigi Azzariti-Fumaroli, Salvatore Palidda, Gilda Policastro, Andrea Cortellessa, Paolo Morelli, Marco Assennato, Valentina Valentini, Martina Cavallarin, Federico Francucci, Alberto Capatti, Elettra Stimilli, Paolo Godani, Paolo Fabbri, Anna Simone, Michele Spanò, Dalila D’Amico, Antonello Tolve, Mauro Petruzziello, Ilaria Bussoni, Gianluigi Simonetti, Michele Emmer, Emanuele Dattilo, Marco Giovenale, Roberto Ciccarelli, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Manuela Gandini, Federico Zappino, Carlo Antonio Borghi, Michele Dantini, Mario Gamba, Paolo tarsi, Lorenzo Coccoli, Francesca Lazzarato, Tiziana Migliore, Carlo Laurenti, Lisa Ginzburg, Riccardo Venturi, Ginevra Bria, Paolo B. Vernaglione, Elvira Tannini, Giancarlo Alfano, Andrea Fumagalli, Franca Rovigatti, Enrico Terrinoni, Francesca Coin, Gianni Vattimo e Giacomo Pisani, Jacopo Galimberti e Claire Fontane, Antonella Anedda, Guido Mazzoni e Antonio Sixty). Il volume, riccamente illustrato con immagini selezionate da Manuela Gandini, è aperto da quindici interventi scritti per l’occasione (di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologmna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Lelio Demichelis, Marco d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B. Zorzoli e Andrea Cortellessa), sul tema Post-futuro. Anticipiamo qui l’intervento di Andrea Cortellessa, che tira le fila di questo speciale.

 

Il futuro non ha ancora mai parlato

Andrea Cortellessa

«Dobbiamo rifiutare la dittatura dell’istante». Così, lo scorso 29 settembre, ha aperto Matteo Renzi il suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un’Assemblea, ha provveduto subito ad arruffianarsi l’uditorio nonché se stesso, che «esige pensieri profondi, non messaggi spot». Ebbene: «in ogni parte del mondo, la vita politica è sempre più appiattita sul presente; è sempre più legata a discussioni guidate dalle televisioni dell’informazione 24 ore su 24, da internet, dai social network». La rete, beninteso, è uno «straordinario orizzonte di libertà»; ma «il rischio è quello di ridurre l’orizzonte della discussione solo al sondaggio, solo al tweet». Negli stessi giorni, da Rizzoli, usciva il nuovo romanzo di Serena Dandini, prontamente lanciato da Fabio Fazio a Che tempo che fa. Titolo? Il futuro di una volta.

È un segno del nostro tempo, quello per cui proprio coloro che hanno legato le loro fortune all’istante, a quella che Gustavo Zagrebelsky ha appunto definito la dittatura del presente – per esempio al tweet, precisamente, come forma di governo –, abbiano ora la faccia tosta di far propria la retorica del «pensiero lungo» (è ancora Matteo Renzi a New York, a parlare). D’altra parte è a sua volta un sintomo che si siano aperte negli stessi giorni, pressoché contemporaneamente a Parigi e Roma una volta di più gemellate, due grandi mostre dai titoli che in qualche modo compongono un chiasmo: Une brève histoire de l’avenir (al Louvre sino al 4 gennaio, ispirata al libro omonimo di Jacques Attali pubblicato una decina d’anni fa, in Italia tradotto da Fazi); e La forza delle rovine (a Palazzo Altemps sino al 31 gennaio, a cura di Marcello Barbanera). Come se l’Europa, Old Europe amano chiamarla infatti dall’altra parte dell’Atlantico, rivendicasse con malcelato orgoglio il prestigio delle proprie vestigia; e d’altra parte ammiccasse ai Nuovi Imperi – quelli che aveva sottomesso secoli fa, e che provano oggi a trascinare l’isterica economia mondiale verso il più incerto avvenire – con l’aria di chi la sa lunga, ne ha viste tante, e spiega annoiato come in effetti non ci sia poi da agitarsi tanto (il Belacqua dantesco… andare in sù che porta?).

Il futuro è invecchiato? Una cosa è certa, e cioè che (come ci spiega con dati stupefacenti Marco d’Eramo) il futuro sembra appartenere, con paradosso solo apparente, assai più ai vecchi che ai giovani. (Difetto ottico con ogni probabilità dovuto a presbiopia…; quello che si sono presi i vecchi – e che i vecchi, da che mondo è mondo, hanno sempre provato a tenersi – è il presente, invece.) È anche vero, però, che nelle rovine del futuro «di una volta» risiede appunto una forza. O, diciamo più filosoficamente, una potenza. Non a caso s’intitola Archaeologies of the future un mirabile libro di Fredric Jameson (uscito nel 2005 e due anni dopo tradotto da Feltrinelli, colpevolmente solo in parte, col titolo Il desiderio chiamato Utopia) – guida costante nell’ideazione di questo speciale – il quale, sotto le vesti d’un almagesto delle immagini del futuro partorite dai visionari del passato, è in verità un grande saggio sulla «forma utopica». Ossia sull’immagine stessa, scrive Jameson, della «differenza», dell’«alterità radicale» e della «natura sistemica della totalità sociale». Una differenza che è oggi il bene più prezioso – nel tempo tiranneggiato, più precisamente che dal presente, dallo spirito T.I.N.A., there is no alternative. Laddove Utopia era, e continua ad essere, lo spazio dell’Altro Possibile (magari in forma negativa, distopica, dialettica): che al modo forse dell’entropia negativa alla quale si deve quella precaria forma d’organizzazione che chiamiamo vita (come mostrò Ilya Prigogine), può essere ancora oggi fondato in zone autonome, temporaneamente sottratte all’«immobilità iper-accelerata» che ci fa schiavi di noi stessi (Aldo Bonomi che cita Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione).

Sono passati più di trentacinque anni, da quando Jean-François Lyotard spiegava (e proprio in quel ’79 nasceva la prima Alfabeta: col traduttore di Lyotard, Carlo Formenti, quale suo redattore…) come fossero proprio le grandi narrazioni che avevano puntato al futuro – nell’episteme compresa fra Hegel e Marx, certo – ad essere evaporate (per usare un’immagine proprio di Marx) o, come tempo dopo Zygmunt Bauman avrebbe formulato una propria fortunata traduzione, a essersi liquefatte. In quella parcellizzazione infinita del tempo in flussi, e dello spazio in luoghi (come ci spiega ancora Bonomi), che appunto Lyotard chiamava – e un sinonimo meno impreciso, finora, non pare sia stato trovato – condizione postmoderna. Quello cioè che oggi il Jonathan Crary di 24/7 (Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi) definisce «un tempo senza divenire, sottratto a qualunque delimitazione concreta o riconoscibile, un tempo senza ritmo sequenziale o ricorrente. Nel suo carattere perentoriamente riduttivo, è la celebrazione di un presente allucinato, di una inalterabile permanenza fatta di operazioni incessanti, senza attrito». E che allucina soprattutto chi oggi viva questo tempo ma sia abbastanza vecchio da ricordarsene un altro: in quanto appartenente a quella generazione «bilingue» che Guido Mazzoni, nei Destini generali (Laterza), ha siglato nelle parole del principe di Salina nel Gattopardo, come quella «generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due». Siamo tutti borderline agostiniani, sospesi tra «non più e non ancora», dice Bonomi (e ci si ricorda che già un paio di passaggi di secolo fa Alfred de Musset scriveva: «Tutta la malattia del secolo presente viene da due cause; il popolo che è passato attraverso il ’93 e il 1814 ha due ferite sul cuore. Tutto ciò che era non è più; tutto ciò che sarà non è ancora. Non cercate altrove il segreto dei nostri mali»).

Tanta acqua è passata sotto i ponti, in effetti, da quando un vero Prometeo della modernità come Adriano Olivetti (ce lo ricorda sempre Bonomi) poteva dire, con orgoglio, «in me non c’è che futuro». Sono invecchiate, certo, le visioni del futuro immaginate dal nostro passato. Sono talmente invecchiate, anzi, che esse costituiscono – di quel passato – una delle rappresentazioni più precise ed eloquenti. Insostenibile, in particolare, s’è dimostrato uno dei parametri che la modernità con maggiore insistenza ha fatto propri, al fine di raggiungere più in fretta possibile l’agognato futuro: quello della velocità. È il futurismo senza futuro (di cui ci parla Lelio Demichelis), simboleggiato con ironia dai pattini del grande memento di Gino De Dominicis (qui commentato da Nicolas Martino), Il tempo, lo sbaglio, lo spazio: opera che reca la stessa data, 1969, di quello sbarco sulla Luna che del prometeico slancio modernista verso l’alto, e appunto il futuro, rappresentò il culmine – e insieme la fine. La Terra si vedeva per la prima volta da fuori (come spiegò Alberto Boatto in un bellissimo libro del 1981, Lo sguardo dal di fuori, di recente riproposto da Castelvecchi). Vista dalla Luna si vedeva infinitamente bella («la terra da qua su», aveva già commentato Yuri Gagarin, «è meravigliosa»), infinitamente distante e, appunto, infinitamente passata. Già l’anno dopo un poeta americano (ma molto europeo) come Mark Strand poteva scrivere: «Tutto si offusca. / Il futuro non è più quello di una volta. / Le tombe sono pronte. I morti / erediteranno i morti» (dalla raccolta Darker, 1970; Il futuro non è più quello di una volta s’è intitolata la prima sua antologia uscita da noi, curata nel 2006 da Damiano Abeni per minimum fax). Non è poi così paradossale il fatto che sarà proprio uno scrittore «d’anticipazione», James G. Ballard, a stilare il famigerato referto neo-nicciano per cui «il futuro è morto».

Quello stesso anno, e anzi negli stessi giorni (ha mostrato Franco Farinelli), nasceva – dalle ceneri di un dispositivo militare figlio della Guerra Fredda – quella che abbiamo poi chiamato Internet. E da quel giorno, infatti, comincia la strada che ci ha portato, oggi, al momento storico – come renzesco lo ha definito Mark Zuckerberg (riporta Maria Teresa Carbone) – in cui un miliardo di persone sono connesse a Facebook, il Panottico fai-da-te che ha realizzato con un clic il sogno del Grande Fratello di Orwell: quella che Maurizio Ferraris (l’altro redattore della prima Alfabeta) definisce oggi, con minaccioso richiamo al metallico uomo della guerra, Ernst Jünger, Mobilitazione totale (Laterza).

Come ci mostra ancora Demichelis, è oggi immateriale – ma non per questo meno efficiente, capillarmente innervata com’è, ormai, al nostro sistema nervoso – la macchina del tempo che generosi immaginavano gli scrittori di una volta. Google è all’avanguardia (ci dice Bifo) nella progettazione di macchine intelligenti destinate sempre più a prendere il nostro posto, a sostituire il vivente: come nei peggiori incubi di Philip K. Dick e Thomas Pynchon (e lo slogan The Future is Now, nel quale si condensa la contemporanea ideologia del presentismo, venne lanciato nei primi Anni Zero proprio da Microsoft – peraltro rubandolo a un onesto giocatore di football degli anni Settanta). Un film recente assai glamour e abbastanza insulso, Ex Machina di Alex Garland, parte però da una premessa interessante: lo scienziato (che si rivelerà) pazzo, questo novello Dottor Moreau che è finalmente riuscito a mettere a punto una vera intelligenza artificiale, capace di sostenere il test di Turing di appunto dickiana memoria (solo però, a quanto pare, per procacciarsi compagnie femminili che non rompano le scatole), l’ha potuta ottenere solo grazie al lavoro inconsapevole di tutta l’umanità connessa a un unico sistema di ricerca – dal nome trasparente di Blue Book – che lui stesso ha imposto a livello globale. Così mettendo al lavoro, appunto, i desideri dell’intera umanità. È il versante oscuro del general intellect – questo marxema a lento rilascio, oggi dunque così attuale, che tanto stimola le nostre discussioni. Ed è anche il segno di una vita in automatico che minaccia di realizzare, sempre in forma atrocemente parodica, l’altro sogno che da sempre coltivano gli esseri umani: quello dell’immortalità (l’Eter9 che anche dopo la nostra morte, riporta Demichelis, potrà far proseguire ai nostri avatar la loro brillante vita social; e guarda caso è uno dei Dottor Moreau di Google, ci dice Carbone, ad aver fondato una società, Calico, che ha per obiettivo l’allungamento indeterminato – com’è ovvio a pagamento – della vita umana).

In questo scenario da brividi non si può non comprendere l’elogio del ritardo di Andrea Inglese (che ha buon gioco a fustigare il futurismo degli stenterelli delle «buone scuole» di volta in volta vagheggiate dalle peggio riforme dei nostri vecchissimi giovanotti al potere) e, più in generale, la critica femminista alla «rivoluzione ipotetica» e al trascendentalismo dei maschi, nonché quella queer, appunto al «futurismo riproduttivo» (Cristina Morini). Non c’è «bisogno di futuro», protestava giusto nel ’70 Carla Lonzi (ce lo ricorda Luisa Muraro), anticipando di qualche anno il no future punk. E si può ben immaginare che sia piuttosto su un salto di piano, su una divaricazione dal flusso che si formi appunto su un piano d’immanenza ancora impercorso, anziché sul vecchio e trascendentale ascensore per il futuro, che si potrà concepire di nuovo – forse – un’alternativa allo stato di cose presente.

In tutto questo possiamo ancora essere salvati dalla speranza, come (ricorda ancora Muraro) predicava Papa Ratzinger? Forse il fatto è che «c’è speranza ma non per noi»: come recita un aforisma di Kafka, al solito fulminante, di recente fatto suo dall’Agamben dell’Avventura. Proprio a Giorgio Agamben, del resto, dobbiamo una memorabile, già classica definizione del contemporaneo come qualcosa che si colloca non nel presente, bensì al contrario su uno «scarto», su un «anacronismo». Su un invece, insomma. «Il futuro fallisce sempre», ha scritto Don DeLillo in Cosmopolis: nel senso che si rivela sempre differente da come il presente, nella sua arroganza, ha creduto di anticiparlo – introiettandolo, assimilandolo a sé, a tutti gli effetti abolendolo.

Chi lo ha detto meglio di tutti, forse non per caso, è stata una donna: Emily Dickinson (nella poesia 672, che si cita nella traduzione di Silvio Raffo). Una donna che ha scritto in un passato assoluto, perfettamente immobile e perfettamente separata, forclusa dal proprio presente, e che solo così è riuscita a mobilitare, davvero e vertiginosamente, quel suo futuro che è il nostro presente. Perché la differenza del futuro consiste paradossalmente, ci dice lei, nella sua indifferenza: appunto nei confronti del presente. Quello vero, di futuro (il Profound To Come), per definizione non coincide coi pallidi surrogati, invecchiati prima di nascere, previsti da quel passato che, dal suo punto di vista, è appunto il presente:

Non parlò mai – il futuro –

né delle sue profondità a venire

rivelerà una sillaba – a segnali,

come farebbe il muto –

ma quando la notizia è maturata –

la presenta in azione –

preparativi elude –

o fughe – o surrogati –

Se sia dono o condanna –

lo lascia imperturbato –

il suo compito è solo di eseguire

il telegramma che gli manda il fato –

(The Future – never spoke – / Nor will He – like the Dumb – / Reveal by sign – a syllable / Of His Profound To Come – // But when the News be ripe – / Presents it – in the Act – / Forestalling Preparation – / Escape – or Substitute – // Indifferent to Him – / The Dower – as the Doom – / His Office – but to execute – / Fate’s – Telegram – to Him –)

Alfabeta / Combattere

DOMENICA 1 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUARTA PUNTATA DI “ALFABETA”:

COMBATTERE

con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Federica Giardini, Luigi Zoja, Francesco Pecoraro

Prosegue la ricerca di “Alfabeta” attorno ai concetti fondamentali della vita contemporanea. Dopo aver parlato di amore, economia e gioco, ora la lente è puntata sull’universo del conflitto e del combattimento. Come sostiene il filosofo Alain Badiou, quello che abbiamo alle spalle è stato il «secolo della guerra». Le tragedie del “Secolo breve” continuano a proiettare su di noi la loro ombra minacciosa. Alla guerra si può guardare fondamentalmente in due modi: analizzando le specificità storiche di ogni guerra o puntando l'attenzione sulle matrici archetipiche della specie umana, per le quali il combattere è un impulso non mitigabile né razionalizzabile.

Dalle spiagge della Normandia alle vallate desertiche dei territori occupati dall'Isis, dai wargames virtuali dei droni alle guerre combattute con i mezzi della propaganda mediatica, Andrea Cortellessa e «Alfabeta2» ci conducono nelle contraddizioni della grammatica contemporanea del combattere.

Ospiti

PAOLO FABBRI – semiologo

LUIGI ZOJA– psicoanalista

FEDERICA GIARDINI – docente di filosofia politica

FABIO MINI – generale dell’esercito italiano

GIULIANO BATTISTON – reporter

FRANCESCO PECORARO – scrittore

MARCO GIOVENALE - poeta

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

 

Combattere / Un percorso tra i libri

Il brano letto da Marco Giovenale è tratto da Teatro di Prima (inedito)

Il brano letto da Francesco Pecoraro è tratto da La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie 2013

Giulio Douhet, Il dominio dell’aria. Saggio sull’arte della guerra aerea [1927], in Id., Il dominio dell’aria e altri scritti, Aeronautica militare, Ufficio storico 2002

Alain Badiou, Il secolo [2005], Feltrinelli 2006

Alberto Boatto, Della guerra e dell’aria, Costa & Nolan 1991

Paolo Fabbri, Lo sguardo dell’altro. Strategie del camouflage [2008], in www.paolofabbri.it

Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli 1966

Sensibili guerriere. Sulla forza femminile, a cura di Federica Giardini, Jacobelli 2011

Fabio Mini, La guerra dopo la guerra. soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, Einaudi 2003;Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, Chiarelettere 2012

Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri 2000;Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri 2011

Jean Baudrillard, in Guerra virtuale e guerra reale. Riflessioni sul Conflitto del Golfo, a cura di Tiziana Villani e Pierre Dalla Vigna, Mimesis 1991

Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri [2003], Mondadori 2003

Piero Jahier, in La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, nottetempo 2014

Nicole Loraux, La città divisa. L’oblio nella memoria di Atene [1997], introduzione di Gabriele Pedullà, Neri Pozza 2006

James Hillman, Un terribile amore per la guerra [2004], Adelphi 2005

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, IX, 28-30 [1532], a cura di Remo Ceserani e Sergio Zatti, Utet 2006

Grégoire Chamayou, Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere [2013], DeriveApprodi 2014

Konrad Lorenz, L’aggressività [1963], introduzione di Giorgio Celli, il Saggiatore 1969; 2005

Primo Levi, La tregua, Torino, Einaudi, 1963; 2014

Valerio Magrelli, La guace, in Id., Disturbi del sistema binario, Einaudi 2006

Ingeborg Bachmann, Tutti i giorni [1953], in Ead., Poesie, a cura di Maria Teresa Mandalari, Guanda 1978; 2006

Paul Virilio, Bunker archéologie [1975], Les Éditions du Demi-Cercle 1991

Sun Tzu, L’arte della guerra, con un saggio di Fabio Mini, Einaudi 2014

Sabato Grasso

Paolo FabbriScreenshot from 2015-10-17 23:58:35

Credo dovremmo essere grati a Aldo Grasso, io e tutti i partecipanti più o meno coinvolti nella preparazione  del programma Alfabeta, in onda per sei puntate la domenica su RAI5.
Grasso, dalla sua posizione di giornalista, sa bene che una stroncatura o una censura può suscitare una polemica e una messa a fuoco che nella sovrabbondanza dell’informazione attrae un bene scarso: l’attenzione. Soprattutto quando tra i deprecati  “vecchi tromboni” dell’Alfabeta, vetero- e neo-, ci sono persone di cultura piuttosto note, anche se non proprio nell’ambito a cui Grasso è abituato. E’ risaputo che se ”calunniate (on line) qualcosa resterà”. L’audience?
Una gratitudine rinfocolata dalla ridondanza multimediale con cui Grasso ha voluto ribadire i suoi (s)propositi. E dall’impiego assai attuale della malalingua: il pamphlet e l’improperio. “Vecchi tromboni”,”riviste pallose”, ecc. Siamo coscienti dei molti rischi che si assume il noto opinionista del Corriere della Sera pur di favorire un programma altrimenti “di nicchia” con una messa a fuoco così virulenta. Grasso ha dovuto dare un giudizio surplace, fingere un moto d’umore alla prima uscita d’una trasmissione di sei puntate. (E’ vero che per trovare cattiva una bistecca non è necessario mangiarsela tutta, ma per mettere l'accento subito  sulla serie bisognava stringere sulla professionalità critica). Grasso ha dovuto poi simulare, nel suo giudizio sulla trombonesca  e pallosa Alfabeta2, di non sapere che l’edizione cartacea di questa rivista non esce da un paio d’anni ed è sostituita da un intervento giornaliero in rete. (E, visto che c’era, Grasso si è allargato in un giudizio sulla vecchia Alfabeta degli anni Ottanta, ideologica, pallosa, ecc., inadeguata all’oggi - notoriamente “bello e vivace”, come dice il poeta). Certo, nell’ansia di evidenziare il programma, Grasso ha dovuto ricorrere alla generalizzazione efficace: il contagio – banale Lacan, quindi Freud! E l’Argomento ad hominem: “Sei vecchio quindi trombone”. (Non poteva sottilizzare:  oltre ai senior – l’etimo di “signore” - del comitato d’indirizzo, il conduttore della tramissione Andrea Cortellessa ha venti’anni meno di Grasso).
Concludo: soprattutto apprezzabile, per il sopraddetto intento benefico, è stato simulare uno humour inabituale per un professore  ordinario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: caratterizzare tutto il programma come involontariamente comico, avendo visto solo la prima puntata. Proprio così. Grasso ha colto con una perspicacia che non è la sua - e forse senza accorgersene - un certo carattere helzapoppin della prima trasmissione. La quale si voleva appunto differente dai programmi culturali che sono l’oggetto dell'incessante ermeneutica di Grasso.
Grazie Grasso, non pensavamo di poter contare su tanta complicità. Ora è venuto il momento di guardare e valutare professionalmente tutte le puntate successive d’un programma di cui Lei avrà contribuito alla diffusione. E a buon rendere!

 

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Questa sera, domenica 18 ottobre, seconda puntata: Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco). 

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci - tel. 3407642693 - email: pressboudu@gmail.com

 

Alfabeta / Spendere

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Dopo avere esplorato nel corso della prima puntata il verbo Amare, questa sera (domenica 18 ottobre 2015, ore 22.10, Rai 5) “Alfabeta” rivolge la sua attenzione a un altro vocabolo cruciale del nostro presente: Spendere. Chiusa l'epoca del consumismo, il neoliberismo ha aperto una fase in cui il denaro è un dio invisibile e onnipotente, deciso a punire una maggioranza che, nel tentativo di non farsi sommergere, ricorre al debito nelle sue innumerevoli forme contemporanee. Un meccanismo cui è difficile sfuggire, pena l'autoesclusione da una società nella quale la paura di non potere (spendere) investe ogni stagione della vita. Nelle conversazioni con Lelio Demichelis (sociologo), Elettra Stimilli (filosofa), Andrea Fumagalli (economista), Toni Negri (filosofo) e le letture degli scrittori Giorgio Falco e Lidia Riviello, Andrea Cortellessa e Alfabeta2 entrano nelle contraddizioni contemporanee del termine spendere, con uno sguardo anche a quelle forme di opposizione, che, tentando di scardinare la pulsione alla spesa, mettono in primo piano pratiche di mutuo soccorso e di solidarietà.

Spendere / Un percorso tra i libri

I brani letti da Andrea Cortellessa sono tratti da Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch [1965], Fanucci 2003; 2011; da Walter Benjamin, Capitalismo come religione [1921], in Il culto del capitale. Capitalismo e religione, a cura di Dario Gentili, Mauro Ponzi ed Elettra Stimilli, Quodlibet 2014; e da Aldo Nove,Superwoobinda [1996], Einaudi Stile Libero 2006

Il brano letto da Giorgio Falco è tratto da La gemella H, Einaudi Stile Libero 2014

La poesia letta da Lidia Riviello è tratta da Sonnology, Zona 2015

Lelio Demichelis, La religione tecnocapitalista, Mimesis 2015

Günther Anders, L’uomo è antiquato [1956], Bollati Boringhieri 2003

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo [1905], in Id., Sociologia della religione, Comunità 2002

Georg Simmel, Filosofia del denaro [1900], Utet 1984

Paul Lafargue, La religione del capitale [1886], Mimesis 2014

Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo, Quodlibet 2011; Debito e colpa, Ediesse 2015

Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico [1887], a cura di Ferruccio Masini, Adelphi 1968; 1984

Michael Hardt-Antonio Negri, Impero, Rizzoli 2002

Andrea Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci 2007

Karl Marx, Il Capitale [1867-1910], a cura di Delio Cantimori, Editori Riuniti 1964; Lineamenti fondamentali dell’economia politica [1939-1941], La Nuova Italia 1968-1970

Guido Mazzoni, I destini generali, Laterza 2015

Jacques Lacan, Du discours psychanalitique [1972], in Id., Lacan in Italia 1953-1978, La Salamandra 1978 (cit. in Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Cortina 2010)

Walter Siti, La magnifica merce, Einaudi 2004; Il dio impossibile, Rizzoli 2014

William Shakespeare, Il mercante di Venezia [1600], a cura di Chiara Lombardi, Einaudi 2014

Michel Foucault, Biopolitica e liberalismo. Detti e scritti su potere ed etica, 1975-1984, a cura di Ottavio Marzocca, Medusa 2001.

Alfabeta/Amare

muraroQuesta sera, domenica 11 ottobre, alle 22.10, su Rai 5 va in onda la prima puntata di Alfabeta, un programma di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, che ne è anche il conduttore. In ogni puntata viene esplorato un verbo, scelto tra quelli che connotano la vita umana da millenni e analizzato nella sua ridefinizione contemporanea. Stasera. al centro dell'attenzione c'è Amare. Tra gli interlocutori, Walter Siti, Aldo Nove, Rossana Campo, Gilda Policastro, Franco Berardi Bifo, Massimo Recalcati e Luisa Muraro, dal cui intervento anticipiamo qui un breve stralcio, seguito da una breve scheda della puntata Alfabeta/Amare.

(...) Le donne hanno accelerato, e in qualche maniera reso consapevole e detto, la fine del patriarcato. Sull'amare, sull'amore, la fine del patriarcato ha avuto effetti benefici: questa è la gloria della mia biografia personale e di tante altre donne della mia generazione. E con la fine del patriarcato abbiamo scoperto cose importanti.

Prima di tutto, abbiamo scoperto l'amore e l'amicizia tra donne. Un tempo l'amore e l'amicizia tra donne, se c'erano, venivano interrotti con la fine degli studi, col matrimonio, coi figli. Mia madre aveva delle bellissime, grandissime amiche,  mio padre se le ricordava, ma lei non le andava più a trovare. Anzi, non voleva neanche che mio padre gliene parlasse.

E l'altro punto di amore, di innovazione, portato dalle donne sono le amicizie affettuose tra figlie e madri. Un giorno ho sentito in una trasmissione culturale del terzo programma un signore che diceva: ”il '68 è stata la rivolta dei maschi verso i padri, delle figlie verso le madri”. Errore! Il femminismo ha voluto dire che abbiamo perdonato le nostre madri per gli sbagli che facevano nell'educarci, per esempio  la sessuofobia... Abbiamo perdonato perché abbiamo capito che loro erano dentro il meccanismo del patriarcato, erano strette in questo ingranaggio. Noi ci siamo ribellate alle madri, avevamo anche l'anima ferita da questa ribellione, però poi abbiamo ristabilito il legame con loro.

Alfabeta/Amare, alcuni titoli:

Luisa Muraro, L'ordine simbolico della madre, Editori Riuniti 2006

Luisa Muraro, Il dio delle donne, Il Margine 2012

Massimo Recalcati, Jacques Lacan, vol 1: Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina 2012

Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell'epoca ipermoderna, Raffaello Cortina 2011

Walter Siti, Il Dio impossibile: Scuola di nudo - Un dolore normale - Troppi paradisi, Rizzoli 2014

Rossana Campo, Fare l'amore, Ponte alle Grazie 2014

Aldo Nove, La vita oscena, Einaudi Stile Libero 2010

Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015

Franco Berardi Bifo, Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk. L'esaurimento della modernità, DeriveApprodi 2014

Alberto Melloni, Amore senza fine, amore senza fini, Il Mulino 2015

Enzo Bianchi, Raccontare l'amore. Parabole di uomini e donne, Rizzoli 2015

Alfabeta

un programma di ALFABETA2

prodotto da BOUDU/PASSEPARTOUT

in collaborazione con RAI-RADIOTELEVISIONE ITALIANA

RAI 5

condotto da Andrea Cortellessa

autori: Nanni Balestrini Maria Teresa Carbone Andrea Cortellessa

comitato di indirizzo: Angelo Guglielmi, Paolo Fabbri, Umberto Eco

Regia Uliano Paolozzi Balestrini

Fotografia Duccio Cimatti

Montaggio Francesca Bracci

Assistente al montaggio Martina Ghezzi

Montaggio del suono e mix Simone Frati

Ricerche iconografiche Nicolas Martino

Consulente per i documentari Davide Oberto

Assistenti alla produzione: Alessandro Carlini, Andrea Ferraro

sigla e grafiche Giacomo Verde

autore aforisma Achille Bonito Oliva

Prodotto da Marta Reggio, Fabrizio Ferraro, Fabio Parente

Amare

con Walter Siti, Massimo Recalcati, Rossana Campo, Luisa Muraro, Franco Berardi Bifo,
Maria Teresa Carbone, Aldo Nove, Gilda Policastro

Il brano letto da Aldo Nove è tratto da La vita oscena, Einaudi stile libero, 2010

Il brano letto da Rossana Campo è tratto da Fare l’amore, Ponte alle grazie, 2014

Il documentario L'impossible – Pages arrachées è di Sylvain George (Francia 2009)

Le performances sono di Sasha Waltz (per gentile concessione di ZKM – Zentrum fur Kunst und Medientechnologie)

Le opere sono di Giuliano Lombardo, Claire Fontaine, Gianfranco Baruchello, Gian Maria Tosatti, Alfredo Jaar

I luoghi: Palestra Indomita, Roma; Parco Lido, Il lunapark di Ostia; Bioparco, Roma; Fondazione Marconi, Milano;
Libreria delle donne, Milano; Pandenus Tadino, Milano

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