Bataille, il dente che duole nella bocca di Hegel

georges-batailleAntonio Lucci

A Parigi, negli anni convulsi a cavallo tra le due guerre mondiali, e in particolare negli anni tra il 1933 e il 1939, si venne a creare una congiuntura storica unica per la filosofia del secolo scorso. Sotto la guida di uno dei più carismatici ed enigmatici filosofi del Novecento, il russo-francese Alexandre Kojève, in un ormai leggendario seminario all’Ecole pratique des hautes études si incontrarono, tra gli altri, Raymond Queneau e Maurice Merleau-Ponty, Eric Weil e André Breton, Jean Hyppolite e – soprattutto – Jacques Lacan e Georges Bataille.

Malgrado i pochi testi pubblicati, Kojève fu un personaggio straordinario: per livello intellettuale, ironia personale ed effetti sulla storia filosofica europea. Si deve alla sua penna (e al lavoro del «trascrittore» d’eccezione dei suoi corsi, che fu Raymond Queneau) una delle più importanti, trasgressive e controverse interpretazioni della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, apparsa sotto il titolo – ironicamente modesto – di Introduzione alla lettura di Hegel. Quest’opera, trascrizione degli anni di seminario, è la cartina di tornasole filosofica con la quale si può leggere in controluce l’importanza che ha giocato la figura di Hegel – o meglio di un Hegel, appunto l’Hegel di Kojève – nella storia del pensiero francese.

Con quella che Antonio Gnoli ha definito un’operazione di «macelleria filosofica», Kojève opera un cut teorico nella filosofia hegeliana, isolando la figura della dialettica signore-servo (che in francese prende la connotazione, diversa a causa di una traduzione scorretta ma filosoficamente feconda, di signore-schiavo) e facendone il cardine di tutta la sua interpretazione di Hegel. Il funzionamento di questa figura è noto: Hegel descrive il momento in cui il soggetto diventa tale nei termini di una contrapposizione violenta tra due tipi di soggettività. La scena originaria è quella in cui due uomini, per diventare davvero tali, devono scontrarsi, mettendo in gioco la loro vita. Solo quello che non tremerà di fronte alla possibilità concreta della morte, che terrà in massimo conto il prestigio, e non la vita biologica, verrà riconosciuto come essere umano dall’altro, e diventerà il signore. Lo sconfitto, che avrà tremato di fronte alla morte e avrà preferito la sicurezza della conservazione della propria vita biologica al riconoscimento del proprio valore come essere umano, verrà sottomesso, e sarà il servo.

Ironia della sorte, sia per Hegel che per Kojève, la Storia – quella con la «S» maiuscola, che per entrambi consiste nel dispiegamento dell’idea di libertà – la faranno i servi: saranno loro a imparare a trasformare la natura con il proprio lavoro, e si renderanno così man mano indipendenti dai signori, vero e proprio motore produttivo dell’agire storico.

È su questo sfondo teorico che Georges Bataille costruisce l’insieme di testi che Massimo Palma ha ben raccolto e curato (con grande padronanza dei materiali editi ed inediti, e conoscenza dei loro contesti storici e filosofici) in Piccole ricapitolazioni comiche. Testi che consentono una rassegna completa del pensiero bataillano su Hegel: dagli esordi, quindi prima del folgorante incontro con Kojève, ai suoi risultati più tardi, che invece dell’interpretazione kojèviana portano il marchio profondo. Dopo quell’incontro decisivo, infatti, Bataille metterà al centro della sua poliedrica intelligenza e attività produttiva (che spazia dal romanzo pornografico alla numismatica, dall’esegesi di Nietzsche all’analisi delle strutture psicologiche del fascismo, per arrivare agli interessi di etnologia ed economia) proprio la dialettica signore-schiavo alla quale tanto Kojève aveva dato.

Proprio questo si rivela il grimaldello col quale il genio letterario di Bataille legge e al contempo scardina – aprendole a ulteriori interpretazioni – le opere del proprio tempo e la realtà stessa: vengono così letti, con e attraverso Hegel, autori tanto distanti quanto eterogenei, come Hemingway e Morin ad esempio, recensiti da Bataille in due saggi che rappresentano anche due squisite prove di «un’arte del recensire». Ma, a fianco della letteratura, anche la Storia viene letta da Bataille alla luce (e all’ombra) di Hegel: negli ultimi saggi raccolti nel volume Bataille cerca di analizzare il funzionamento delle società arcaiche ancora una volta alla luce della dialettica signore-schiavo e della sua impasse, facendo però ricorso anche agli elementi dell’analisi etno-antropologica a lui cari, in particolare alla funzione del «sacro» e del «sacrificio», a suo parere sottovalutati e inindagati nella prospettiva hegeliana.

È in questi due saggi che si dà anche la cifra stilistica e filosofica specifica di Bataille, rispetto a Kojève: i due fuochi concettuali della morte e della sovranità, che per Kojève nell’interpretazione di Hegel hanno un peso minore, hanno viceversa, per lui, valore esemplare e paradigmatico. Sarà proprio questa la cifra del miglior Bataille, che si concentrerà in gran parte della sua produzione su temi – come la morte, il riso, il gioco, l’erotismo e il dispendio – che non sono riconducibili al movimento sintetico della dialettica di matrice hegelo-marxiana.

Questo scarto – rispetto alla dialettica e all’idea di Storia indicata da Hegel e Kojève – segnerà in maniera indelebile anche la vita personale di Bataille, il quale visse sulla sua stessa carne i paradossi e le aporie – l’«impossibile» – che segnano i suoi testi teorici e narrativi. Il volume curato da Massimo Palma ha il merito di mostrarcelo riportando anche alcune lettere e testimonianze (auto)biografiche, sul rapporto di Bataille con Hegel. In una di esse si legge: «Se l’azione (il «fare») è – come dice Hegel – la negatività, si pone allora la questione di sapere se la negatività di chi non ha “più nulla da fare” svanisca o sussista allo stato di “negatività senza impiego”: […] immagino che la mia vita – o il suo aborto, la ferita aperta che è la mia vita – da sola costituisca la confutazione del sistema chiuso di Hegel».

Georges Bataille

Piccole ricapitolazioni comiche. Scritti su Hegel 1929-1956

a cura di Massimo Palma

Aragno, 2015, LVIII-218 pp., € 15

Filosofia dell’animalità

Paolo B. Vernaglione

Che la questione dell’animale sia cruciale è incontestabile, tanto più quanto l’epoca della “presa” sulla vita da parte di potenze mercantili, sovrani elettivi e saperi arbitrari, stringe l’animalità nella disfatta degli ambienti, nella domesticazione sociale e in una mondanità corrotta.

Si potrebbe interpretare il tempo presente come il momento di frattura tra un passato còlto nell’evoluzione delle specie, in cui l’insieme dei processi di sviluppo, di punteggiatura e di co-evoluzione disegnavano in maniera abbastanza precisa il quadro in cui un sapere dell’essere umano e dell’animale erano convertiti in un rapporto di potere, in una relazione sociale, in un profilo soggettivo: si trattava infatti di indagare, da parte di una biologia relativista e aperta alla contestazione di un volgare organicismo il rapporto tra umano e animale sul presupposto della differenza tra ambiente e mondo, soggetto e oggetto, immanenza e trascendenza.

Il profilo estremo di questa biologia che ha riconosciuto all’animale la qualità di organismo di cui la cellula è il fondamento biochimico è stato elaborato negli scorsi anni Settanta da Humberto Maturana e Francisco Varela con la teoria dell’autopoiesi. La genomica, le biotecniche, la protesica rompono il mondo animale circondandone i bordi e decentrando l’animale umano nella zona di indistinzione tra animale e macchina che anzitutto Cartesio aveva istruìto, lasciando all’umano il ruolo di interprete linguistico di ogni differenza. Ma nella modernità al tramonto le conseguenze di quel gesto, di quella dislocazione insieme passionale e pericolosa sembrano divergere dall’incompiuto e incombente piano sul pianeta di cui Felix Guattari scriveva agli inizi dell’ “era della globalizzazione”.

Che ne è dunque dell’animale umano, se il confronto con l’animale, causa di rimozione, negazione, distruzione, non insiste più sul lato oscuro della soggettività, sul lembo irriducibile di un istinto da sempre salvaguardato e a fatica estorto alla ragione, e non si trova più nelle pieghe di un sapere biologico il cui ordito era, come nei magnifici racconti di Stephen Jay Gould, la storia naturale, la descrizione delle teorie, il luogo aperto in cui una natura sperimentava “forme bellissime” (Carroll)?

In una parola, quanto c’è di pensabile e praticabile nella differenza tra animale e umano mentre in maniera inesorabile la diade soggetto-oggetto, ambiente e mondo, e la categorizzazione del sapere nello stigma dell’opposizione tra una trascendenza irriducibile e un’immanenza da recuperare e da sempre sfuggente, fa trasparire un’altra modalità di pensare l’animale, una diversa posta in gioco, un’altra aspettativa nella zona di passaggio tra specie e individuo che attiene ad ogni vivente?

Angus Fairhurst, A Cheap and III - Fitting Gorilla Suit, 1996
Angus Fairhurst, A Cheap and III - Fitting Gorilla Suit, 1996

Se assegniamo alla modernità la trasformazione indicata da Foucault della storia naturale in biologia, e di una pratica in un sapere biologico, constatiamo la caduta del paradigma oppositivo tra ambienti animali e mondo umano ad opera di mutazioni evolutive che infrangono i limiti assegnati ad ogni specie (anzitutto la differenza tra natura e cultura, naturale e artificiale, genere e specie); mutazioni in cui si mostrano i campi rispettivi in cui ad ogni animale è garantita una forma vita, compresa quella umana: una storia, una soggettività, una volontà di verità.

La storia naturale dei viventi mentre infatti marchia a fuoco sulla pelle animale lo stigma non umano della mancanza di linguaggio, riproduce, nell’abisso del sapere umanistico, la differenza tra ontogenesi e filogenesi, qualità di specie ed evoluzione individuale. La dirimente separazione di un soggetto che dice “io” e di un universo di oggetti da intrappolare in una rete di conoscenze genera quel “sonno antropologico” orchestrato dalle scienze umane e sociali, compresa la filosofia più decostruttiva, mentre l’infinita reciproca rincorsa di trascendenza e immanenza che assegna la prima all’essere umano e la seconda all’animale tout-court, cela il regime di verità in cui un soggetto, né umano né animale, può o potrà costituirsi.

In questa situazione bloccata Giorgio Agamben qualche anno fa ha pensato l’animalità come quell’aperto, né mondano, né trascendente in cui l’essere organico, in una storia già sempre terminale, dischiude l’inoperosità della natura, la dividualità in cui Deleuze e Guattari hanno composto il divenire animale e in cui, soglia genealogica di esseri umani del tramonto, Walter Benjamin ha illustrato la “notte salva” dei viventi, insalvabili per definizione.

Questa dimensione di pensiero, la destituzione di una falsa verità (il serpente nella bocca del pastore dell’enigma di Zarathustra), quello scontro di immanenza e trascendenza che appartiene tuttavia ad un recente passato in cui l’uomo dei lupi del sogno freudiano rimane chiuso nell’alternativa tra animalizzazione e umanizzazione dell’animale, scontro raccontato in Filosofia dell’animalità di Felice Cimatti, sono finalmente disdetti nell’unica, vera dimensione in cui l’animale umano si può dire, si può parlare, si può decifrare: il piacere sessuale.

In quel momento, non c’è (ci sarà?) più bisogno di scontrare mondanità e aldilà, “io” e oggettività, terra e mondo, a patto che una genealogia dei saperi, degli stati d’eccezione e delle composizioni di potenze che l’animalità evoca e comporta siano visibili nei manufatti a cui alludeva Alexandre Kojève: arte, gioco, filosofia. Flaubert, Kafka, Joyce, le rappresentazioni teriomorfe, le classificazioni di Cuvier, la negatività senza impiego di Bataille, l’otium in cui è consentito sperimentare la verità del divenire altro.

Felice Cimatti
Filosofia dell’animalità
Editori Laterza (2013), pp. 208
€. 12,00