Albert Saccardi, officina palermitana

saccAlessandro Ferraro

Che il tormento interiore fosse un cliché passatista si sapeva, anche senza l’intervento di qualche tempo fa di Maurizio Cattelan. Che l’arte contemporanea non avesse più niente a che fare con l’ansia e il genio, lo stesso. Ma ciò di cui il famoso artista padovano non parla nell’intervista è, semmai, come uscire dall’individualismo legato alla produzione artistica e come irrompere nel presente storico. Esistono realtà artistiche che gravitano attorno al mercato e alla critica come veri e propri satelliti, a volte assecondano il ciclo, a volte lo contraddicono. Non si comprende bene la loro traiettoria tanto che, spesso, li si scambia per realtà effimere. Il Laboratorio Saccardi è una di queste.

Ormai all’attivo da quattordici anni, nasce a Palermo nel 2002, da un’idea di Vincenzo Profeta (1977) e da Marco Leone Barone (1978). Quando gli ho chiesto che ne pensassero della frase di Cattelan hanno risposto che l’ansia è utile fin tanto che mira ad una partecipazione attiva dei contenuti dell’opera. E che agire a livello sociale serve per svaporare gli esistenzialismi novecentisti. Parlano anche di tecnomedioevo, di wifi e di ritorno alla produzione artigianale, sono orgogliosi di fare arte religiosamente tradizionale. Ogni loro opera è firmata come «Albert Saccardi», ogni loro progetto va sotto la macrodicitura «Sikania Rising Project» ed è volto alla creazione di una grande rete per la valorizzazione e la produzione dell’arte contemporanea in Sicilia. Per la chiesa di San Ranieri di Palermo, nel 2014, hanno installato una statua della Vergine Maria realizzata attraverso la fusione di centesimi di euro (Anima Mundi). La sacralità del denaro si trovava così in dialogo con la tensione folkloristica del soggetto rappresentato: molte le critiche, molta la visibilità ottenuta. Dei curatori, spesso fanno a meno. Nel 2011 hanno organizzato una mostra (Casa Aut) nella vecchia casa di Tano Badalamenti, invitando molti giovani artisti palermitani. Nello stesso anno si sono impegnati nella contestazione all’affido a Totò Cuffaro della Villa Valguarnera (Casino Valguarnera). Ma sono anche gli stessi che hanno fatto di Gaspare Mutolo, ex-mafioso al soldo di Totò Riina, in seguito collaboratore di giustizia, un pittore fatto e finito con l’aria da genio incompreso.

Il Laboratorio Saccardi continua così da circa quattordici anni ad essere presente attivamente sul territorio palermitano, attirando continuamente personalità artistiche di qualsiasi livello. Attualmente attorno al Laboratorio Saccardi gravitano altri satelliti, questi più vecchi ed esperti nel giro: Manfredi Beninati ed Enzo Cucchi, artisti ben consapevoli di aver «bisogno di costruzioni eseguite artigianalmente, non giochi di parole, ma drammaturgie di colori». Degna di nota la loro collaborazione al film Belluscone di Franco Maresco, a cui hanno suggerito alcuni personaggi (reali) da intervistare. L’idea di produzione del Laboratorio Saccardi è comune a molti altri collettivi italiani: porre in risalto il piacere del fare collettivo – si paragonano spesso a una bottega medievale – contrastando gli egoismi legati all’individualità artistica. A differenziarli dalla maggior parte dei collettivi artistici in Italia è un particolare uso dell’immaginario pittorico, stantio e visionario, in contatto con le esperienze italiane degli anni Ottanta, Transavanguardia su tutte. Assente, sfortunatamente per loro, il sostegno di una critica militante come quella passata. Per le collaborazioni future, rispondono «gli alieni e nuove rivelazioni».

Per una critica etica

perniolaAlessandro Ferraro

Nessuna strategia artistica può più fare a meno di una strategia teorica

Mario Perniola, L’arte espansa

La necessità di creare un dibattito critico attorno all’arte contemporanea è una delle questioni più stringenti tra gli addetti ai lavori. Lo testimoniano il Forum sull’arte contemporanea di Prato (se ne è parlato qui), il recente saggio L’arte espansa di Mario Perniola, ma anche il blog  creato da Luca Rossi. Mario Perniola scrive di una svolta fringe dell’arte capace di svalutare la quotidianità, artistica e non, mettendo in crisi il binomio arte-vita. Luca Rossi crea categorie critiche che convergono sull’importanza di creare una consapevolezza aggiunta nella mente di chi si rapporta con gli oggetti artistici.

La cosa più interessante del testo di Perniola è la precisione lessicale attraverso la quale descrive la realtà artistica contemporanea: si parla di svolte critiche, di stalli, di destabilizzazioni, di tracolli. La parola che compare meno, inaspettatamente, è curatore. Ed è proprio quest’ultima figura che ha ormai preso il posto istituzionale del critico. Luca Rossi lamenta una continua perdita di autorevolezza nell’artista, che viene costantemente sottratta dai curatori. «L’artista, oggi, è debolissimo»: questa la diagnosi del blogger sotto anonimato. E aggiunge: «in particolare permane nel sistema dell’arte, come cartina tornasole per tutto il resto, una sorta di mafia generalizzata in cui gli artisti risultano essere l’anello più debole; piccole oligarchie contrapposte che oltre ad essere poco meritocratiche, non sono nemmeno efficaci per gli attori coinvolti».

L’antidoto, parafrasando Perniola, consiste nel ridare importanza al paradigma della scelta. L’arte espansa analizza la contemporaneità alla luce della svolta inclusiva dell’arte contemporanea; «nel momento in cui l’arte può essere fatta da tutti coloro che si autodefiniscono artisti, la legittimazione e la valorizzazione dei prodotti sfugge definitivamente alle loro possibilità di controllo, perché quasi nessuno di costoro [gli artisti] è più in grado di formulare una poetica, di spiegare il proprio progetto e di argomentarlo». Chiosa Luca Rossi: «Gli attori del sistema artistico si ibridano incessantemente, mettendo in luce conflitti di interesse e di potere». Spesso incompreso, Luca Rossi incarna una figura nuova nel panorama artistico: un artista-critico che si autodiagnostica l’impossibilità di fare opere se non attraverso la creazione di situazioni critiche in grado di argomentare i contenuti che l’arte propone. Ed è proprio la quotidianità a essere progressivamente «artistizzata» – questa la parola usata da Perniola –, a essere cioè vincolata al sistema dell’arte; è minacciata da una sua possibile ipervalutazione economica, ipoteticamente rincorsa da una svalutazione e da uno svuotamento di senso: «insieme al venir meno di ogni criterio motivato di giudizio, li rende soggetti [gli artisti] a organizzazioni che decidono le loro carriere sulla base di fattori puramente mercantili o di campagne medianiche».

Dello stesso tenore sono le scelte di Massimiliano Gioni, suggerisce Perniola, che da intuizioni – di malati mentali, di non professionisti e di artisti – diventano opere d’arte, con la minaccia del «titolo spazzatura» che incombe dietro l’angolo. Secondo Luca Rossi il ruolo della critica, fagocitata dal curatore, diventa un espediente che giustifica esclusivamente l’allestimento della mostra e non si impone di valutarne gli effetti critici – ovvero il loro grado di collisione col presente storico – ma solo di articolare un discorso professionale all’interno del significato della curatela. Perniola focalizza l’attenzione sull’importanza di selezionare i contenuti della svolta fringe come contrasto all’informazionalismo culturale, ormai diventato l’etica del capitalismo. Quello di Perniola intende essere un monito anzitutto etico alla fruizione dell’arte, monito che rifugge dalla novità e dal sensazionalismo ed è basato, al contrario, sulle prestazioni sensibili dello spettatore. Tono simile hanno le considerazioni di Luca Rossi sull’utilità dell’arte: «Siccome è impossibile agire nel raggio d’azione globale, l’unica cosa che conta veramente è agire nel piano locale, compiere una sincera svolta quotidiana consapevole».

Mario Perniola

L’arte espansa

Einaudi, 2015, 112 pp., € 11

Luca Rossi

Whitehouse

http://whitehouse2014.blogspot.it/