Domande difficili sull’uccisione dei non umani. Con le risposte di Alessandro Dal Lago e di Massimo Filippi e Antonio Volpe

Roberto Terrosi

Genocidi animali è un libro-intervista, leggero nel formato, ma denso di contenuti e di riflessioni critiche. Dal Lago espone una raffica di considerazioni, che partono dal tema dell’animalismo, per spingersi oltre, verso questioni di estrema attualità per quanto riguarda la situazione politica e intellettuale dell’Italia contemporanea. Gli intervistatori sono Massimo Filippi e Antonio Volpe, due redattori della rivista antispecista “Liberazioni”, una rivista che, nata neanche dieci anni fa in un ambito molto di nicchia, ha poi guadagnato sempre maggiore autorevolezza fino a diventare la rivista più importante dell’animalismo antispecista italiano. Non si è trattato solo di un’espansione dei consensi, ma anche di un cammino verso confronti teorici di livello sempre più alto con esponenti di primo piano del pensiero contemporaneo, uno dei quali è appunto il “sociologo” Alessandro Dal Lago (sebbene Filippi e Volpe insistano nel chiamarlo filosofo, etichetta che però Dal Lago non usa).

L’impressione che si ha dalla lettura di questa intervista è quella di un pensatore militante, che richiama anche gli altri pensatori italiani alla militanza, in primo luogo quelli dell’Italian theory, sollevando così un primo interrogativo sul perché di tanto silenzio. Ai giudizi sferzanti di Dal Lago non sfuggono neanche le generazioni degli intellettuali più giovani che si vedono in TV e, tra loro, neppure quelli che si dichiarano antispecisti. Infine, ce n’è anche per la cosiddetta scuola “neo-realista” che invece è dominante nelle aule universitarie. Dunque, Dal Lago propone critiche a tutto campo, non senza ragione e già questo da solo sarebbe un buon motivo per leggere il libro.

Veniamo alla questione animalista. In questo caso, Dal Lago spiega le ragioni del suo personale avvicinamento a questo ambito e della sua decisione di smettere di mangiare carne. Serve a suo avviso una presa di coscienza che si attua risalendo dal consumo alla macellazione. A questa via può anche essere associata una decostruzione foucaultiana dell’umano, sulla quale però non ripone molte speranze. Il massacro animale è come la guerra e non sparirà facilmente dalla storia. Da questo punto di vista allora si tratta di sostituire al meccanismo della persona o all’invocazione dell’umanità come ideale universale (che non di rado è mistificante, come già aveva intuito Proudhon, e dopo di lui Schmitt), un principio kantiano di ciò che lui definisce “antropità”, inteso però come un principio dell’abitare la Terra condiviso con altri esseri, laddove tale co-abitazione, porta a rivalutare “l’animale che è in noi”, per pensarsi dunque come animali tra gli animali. Questa natura comune si oppone così ai ruoli fissi che vorrebbero inchiodare gli animali come i migranti al loro “posto” o luogo di origine. Questo è infatti quanto sarebbe voluto da un certo ritorno al nazionalismo di carattere fascisteggiante, che si regge su basi antropocentriche ed etnocentriche. In questo senso l’antispecismo che ha in mente Dal Lago è un approccio di sinistra, che ha poco o nulla a che spartire con atteggiamenti da madame di esponenti politici come l’onorevole Brambilla. Anche la sinistra, però, rischia di non comprendere bene queste istanze se si limita a restare attaccata a Marx o ad atteggiamenti ecologisti di maniera. In questo senso Dal Lago rivolge le sue critiche anche a noti artisti di sinistra come Joseph Beuys. Tuttavia, più che affermare una propria formula filosofica sulla questione dell’animalismo, Dal Lago sembra manifestare una più generale insoddisfazione, non solo verso la filosofia politica italiana, ma anche verso la riflessione filosofica sulla questione stessa dell’animalismo, che gli appare non sufficientemente approfondita.

Qui abbiamo accennato solo ad alcune delle tante stimolanti riflessioni critiche che riempiono le pagine di questo piccolo ma denso libro, che potrà risultare anche un po’ pungente per qualche lettore, cosa che però è da considerare un merito più che un difetto.

Infatti, si possono avere valutazioni diverse su alcuni degli autori citati da Dal Lago e poi, anche su uno dei più importanti artisti delle neoavanguardie, come nel caso di Beuys, la critica, pur nella divergenza di opinioni, è apprezzabile. Per parte mia c’è solo una questione su cui sento il dovere di esprimere un dissenso e che non è possibile evitare, dal momento che riguarda proprio il tema espresso dal titolo. Infatti, quando lo lessi, pensai a una di quelle esagerazioni retoriche usate per far presa sul pubblico, ma da prendersi in modo del tutto metaforico. Aprendo le pagine del libro però mi sono accorto che non è così, né per l’intervistatore, né tanto meno per l’intervistato. Infatti, l’intervistatore afferma che tale paragone è da molti ritenuto scandaloso, ma non da Derrida che invita a non tralasciarlo frettolosamente. Rincara la dose Dal Lago che dice: “Quanto allo scandalo dell’equiparazione tra genocidi umani e genocidi animali, non vedo proprio dove stia il problema. […] La questione del genocidio animale è stata sollevata anni fa da un bel libro di Coetzee, La vita degli animali, in cui un’anziana scrittrice, Elizabeth Costello, tiene in un college americano una conferenza sullo sterminio degli animali, paragonandolo alla Shoah, e suscitando un grande imbarazzo nell’uditorio, le proteste della comunità ebraica e così via. In senso stretto, i miliardi di animali uccisi ogni anno rappresentano lo sterminio di un genere di viventi, cioè un genocidio”. Forse, però, la comunità ebraica non avrebbe tutti i torti nel protestare e vorrei spiegarne brevemente le ragioni. Sostenere ad esempio che la derattizzazione è come la Shoa, perché comporta lo sterminio di migliaia di topi, significa che, data tale equivalenza, qualcuno potrebbe a rigor di logica affermare che la Shoa è stata come una derattizzazione. Ma queste sono le parole che si addicono a un nazista irredimibile. Allo stesso modo si potrebbe, sempre secondo lo stesso principio, affermare che una disinfestazione, con l’uccisione di centinaia di scarafaggi, sia paragonabile a una strage di immigrati africani, e dunque che una strage di immigrati africani sia come un’azione di disinfestazione dagli scarafaggi. In un dialogo immaginario tra me e Priebke, io potrei dirgli “Sei uno sporco assassino perché hai ucciso 335 persone alle Fosse Ardeatine”, e lui potrebbe rispondermi: “Senti chi parla, come ti permetti di dirmi una cosa del genere con tutte le zanzare che hai ucciso!”, come se uccidere cittadini italiani, ebrei, o africani da una parte e zanzare e scarafaggi dall’altra fosse la stessa cosa. Ebbene, se prendiamo veramente sul serio l’affermazione secondo cui l’uccisione di animali a scopo igienico o alimentare è come il genocidio degli ebrei nella Shoà, dovremmo concluderne necessariamente che tutte queste equivalenze hanno senso e sono legittime. Allora, a costo di sentirmi dire qualsiasi epiteto e di passare per un ottuso specista antropocentrico, non posso fare a meno di dire che ciò per me è del tutto inaccettabile. La Shoà non può essere messa sullo stesso piano di nessun sgozzamento di galline, eliminazione di pulci ecc. Attenzione, nessuno vuole insinuare che Dal Lago sia un negazionista o una persona che ha scarsa considerazione per la vita degli ebrei. Noi crediamo pienamente alla sua buona intenzione di voler sollevare lo sdegno, ad esempio, per la strage di agnelli, fatta in occasione della celebrazione della Pasqua e fatti del genere, ed è per questo che all’inizio, prendendo questa espressione come un semplice slogan dalla sola valenza retorica, avevo deciso di soprassedere. La mia preoccupazione è che anche la sola possibilità teorica di queste equiparazioni, non solo crei un grande oltraggio alla comunità ebraica, per tutto quello che ha patito, ma potrebbe rivelarsi addirittura controproducente per l’attività di un intellettuale militante come Dal Lago, e rischiare di offuscare gli sforzi fatti con libri giustamente famosi, come Non persone o La formazione della devianza.

Tale questione poi non è affatto nuova. Charles Patterson ha scritto un saggio in cui riporta l’opinione di Edgar Kupfer-Koberwitz, un sopravvissuto della Shoà, a sostegno di tale posizione, che però non fa esattamente questo paragone e riporta addirittura una presunta frase di Adorno (“Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali”), che però per inciso Adorno non ha mai detto. Tuttavia, questo è bastato a far circolare una fake news che ancora oggi rimbalza tra i vari nodi della rete. La frase effettivamente detta da Adorno («L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom» in Minima Moralia) si presta invece a interpretazioni che sono dello stesso tenore di quelle da me esposte poco sopra. Il problema poi di differenziare varie forme di vita per complessità e intelligenza costò già caro allo stesso Peter Singer, e cioè al primo filosofo sostenitore dell’estensione di diritti fondamentali agli animali, perché aveva osato considerare come caso speciale quello delle scimmie antropomorfe più vicine per caratteristiche all’uomo. Questo in teoria potrebbe essere infatti visto come un cedimento allo specismo condizionato che proprio Massimo Filippi ha attaccato con insolita radicalità dichiarandolo confutato sia sul piano speculativo che empirico. Questo però è quello che dice lui. A un filosofo che non sia antispecista per principio una tale confutazione invece non sembra altrettanto evidente. Più o meno sulla stessa linea il manifesto antispecista (curato da Fragano) sostiene che si debba attribuire diritti a tutti gli animali capaci di provare dolore, e quindi anche ai lombrichi e alle mosche, dal momento che chiunque disponga di un sistema nervoso, per prima cosa percepisce il dolore. Tuttavia, un messaggio di errore analogo a quello costituito dal dolore negli animali potrebbe essere anche costruito nelle macchine. E a quel punto allora la vita di un uomo varrà quanto quella di una macchina? Evidentemente allora, senza voler sottovalutare il problema delle tante sofferenze che la crudeltà umana arreca agli animali, la questione di una modulazione dei livelli di intelligenza anche emotiva e la loro relazione con l’etica e la disciplina giuridica è tutt’altro che semplice e non può certo dirsi risolta, ma il problema è capire se esista veramente un desiderio di confrontarsi con chi non è per principio antispecista o se prevalga invece la tentazione dogmatica che porta dichiarare come nemici tutti coloro che tale dogma non lo condividono.

Alessandro Dal Lago, Massimo Filippi, Antonio Volpe

Genocidi animali

Mimesis 2018


La correttezza del metodo

Alessandro Dal Lago

Che un’intervista sull’uccisione degli animali nella zootecnia (e questioni collegate) meriti una lunga recensione è senz’altro un fatto degno di nota, perché sottolinea l’importanza della questione animalista nel dibattito filosofico contemporanea. Altrettanto degno di nota, ma meno encomiabile, è che il recensore confuti affermazioni e punti di vista estranei al libretto. In poche parole, Terrosi estrapola da Genocidi animali un paio di frasi da cui risulterebbe che per me l’uccisione degli animali e la Shoah sarebbero la stessa cosa. Inevitabile, pertanto, il rischio di “oltraggiare” la comunità ebraica. Terrosi precisa che non mi considera un negazionista, bontà sua, ma mi avverte che questi discorsi rischiano di offuscare l’impatto di alcuni miei libri “giustamente famosi” come Non-persone e La formazione della devianza (a dire il vero, quest’ultimo non deve essere troppo famoso, visto che titolo esatto è La produzione della devianza)

Ora, il fatto è che io non parlo di Shoah, ma cito un racconto di Coetzee, La vita degli animali, in cui un’anziana scrittrice, Elizabeth Costello, tiene in un college americano una conferenza sullo sterminio quotidiano degli animali, paragonandolo alla Shoah e suscitando le proteste della comunità ebraica, l’imbarazzo delle autorità accademiche e così via. Il senso del testo di Coetzee è abbastanza evidente: accendere, ricorrendo a un’”analogia oscena” (come è stata definita da un commentatore del racconto), l’interesse per uno sterminio tanto diffuso, quanto rimosso da gran parte dell’umanità. A me la lettura di Coetzee ha fatto una grande impressione – soprattutto per la capacità di evocare l’eliminazione silenziosa e non tematizzata di un numero incalcolabile di esseri viventi. L’invisibilità delle vittime è uno dei temi principali della mia ricerca e proprio per questo motivo ho citato La vita degli animali.

Paragonare lo sterminio degli animali ai genocidi, soprattutto novecenteschi (ebrei, armeni, cambogiani, ma anche, per quanto riguarda il nazismo, rom, omossessuali ecc.) a me sembra del tutto legittimo, soprattutto se, come nel mio caso, si è interessati all’analisi delle tecnologie di uccisione e delle procedure di rimozione. Ma dedurre da questa semplice affermazione che, per me, un ebreo, un armeno o un rom è un animale è un puro e semplice fraintendimento, se non grave una scorrettezza. Come è noto, l’elettroshock fu inventato dallo psichiatra Ugo Cerletti dopo alcuni esperimenti sullo stordimento dei maiali in un mattatoio. Ma se si ricorda questo fatto non significa che si mettano sullo stesso piano pazienti psichiatrici e maiali.

Un’impressione di scorrettezza rafforzata dal carattere divagatorio e ammiccante della recensione di Terrosi, in cui compaiono riferimenti del tutto arbitrari a pratiche come l’uccisione degli agnelli pasquali o ai fraintendimenti del pensiero di Adorno, di cui nell’intervista non ci sono tracce dirette o indirette. Un lettore della recensione che non abbia conoscenza diretta di Genocidi animali può anche pensare che io abbia oltraggiato davvero le vittime della Shoah. E così, mentre con una mano Terrosi mi assolve dall’accusa di negazionismo, dall’altra me la rinfaccia,. Il lettore giudichi da sé la correttezza del metodo.

La malvagità del banale

Massimo Filippi e Antonio Volpe

Ringraziamo Roberto Terrosi per la lunga recensione al libro-intervista Genocidi animali. Il titolo di questa recensione sottolinea le «domande difficili» che il recensore avrebbe posto in primis ad Alessandro Dal Lago e, di conseguenza, a chi lo ha intervistato. Immaginiamo che in questo caso il termine «difficili» non indichi tanto la complessità delle questioni sollevate quanto da un lato la difficoltà a formulare critiche degne di questo nome e dall’altro la difficoltà – intesa come imbarazzo – che si prova nel leggere la recensione e nel provare a rispondervi. Ma andiamo con ordine e proviamo ad elencare queste difficoltà in ordine di apparizione:

1. Antonio Volpe non è un redattore di Liberazioni.

2. Ci pare di capire che il titolo del libro avrebbe potuto “funzionare” se fosse stato il risultato di «esagerazioni retoriche usate per far presa sul pubblico». Titolo che invece viene biasimato, con tono saccente e vagamente sacerdotale, per il solo fatto che, ben più sommessamente, si limita ad affermare che gli umani, che ci piaccia o meno, sono animali e che «lo sterminio di un genere di viventi» è, «in senso stretto», «un genocidio». Come a dire che andrebbe bene utilizzare strumentalmente una serie di metafore odiose per vendere qualche copia in più del libro, mentre provare a portare alla luce, con pazienza e pacatezza, la quantità di massacri invisibili che corrono sotto la patina democratica della nostra società rappresenterebbe, al contrario, un’operazione esecrabile.

3. Come già sottolineato da Dal Lago, nel libro non si compie nessuna equiparazione becera tra genocidi umani e genocidi animali, ma si cerca di non «tralasciare frettolosamente» somiglianze e differenze tra fenomeni che sono diversi per molti aspetti, come ha già avuto modo di argomentare Massimo Filippi nella prefazione alla seconda edizione italiana del saggio di Patterson – prefazione che invitiamo chiunque a leggere e in cui, fin dall’esergo, si indica l’inesistenza della citazione attribuita ad Adorno. Ma il recensore si dia pace e si rassicuri, l’intento del nostro libro è molto differente ed è così riassumibile: nel corso della storia diversi gruppi umani sono stati equiparati dai loro persecutori ad animali; pertanto, “elevare” lo stato morale e politico degli animali ci pare la condizione necessaria ad evitare che tali operazioni di animalizzazione simbolica aprano alla sterminabilità materiale di quegli stessi gruppi.

4. La recensione opera poi, estrapolando qualche frase, una serie di cortocircuiti per cui si fa dire a noi ciò che dice Derrida o Adorno o Coetzee. Ci si mette in buona compagnia, quindi, e di questo ringraziamo. Ma qui la difficoltà è di altra natura: come interpretare una recensione che, facendo ricorso a tanto scarso rigore metodologico, arriva a sostenere che il nostro libro sarebbe offensivo per le comunità oppresse?

5. A dir poco scorretta è l’allusione secondo cui per noi Shoah e derattizzazioni o sterminio di migranti e disinfestazioni di scarafaggi siano la stessa cosa (per tralasciare l’allucinato e farneticante dialogo con Priebke). E non solo scorretta, almeno per chi conosce la nostra storia teorica e la nostra militanza politica, ma anche palesemente sbagliata. Non tanto perché non c’è traccia di questi paragoni in Genocidi animali, ma soprattutto perché Terrosi fa un uso quantomeno bizzarro del sillogismo. Dire che A viene ucciso industrialmente e che anche B lo è (o lo è stato) non porta alla conclusione: allora A è uguale a B, ma alla conclusione che sia A che B sono vittime di analoghe pratiche di smembramento dei corpi, vittime che dovrebbero avere tutta la nostra solidarietà e a difesa delle quali dovremmo schierarci senza indugi. Non si comprende, inoltre, perché sostenere le ragioni di un gruppo significhi immediatamente screditare quelle di un altro. Se è così che ad oggi si dà il ragionamento nell’impresa filosofica, capiamo perché Dal Lago non ami definirsi filosofo!

6. Difficile comprendere perché sia possibile affermare che un gruppo di umani possa venire trattato come animali, ma non che gli animali stiano subendo un massacro industrializzato e istituzionalizzato simile sotto questo aspetto a quello subito da troppi gruppi di umani. In effetti, ci risulta che il termine “Olocausto” indicasse in origine “il sacrificio rituale di vittime animali bruciate dopo l’immolazione” (Treccani dixit). Pertanto, è difficile spiegarsi perché Terrosi non si sia mai scagliato con pari veemenza contro l’utilizzo pervasivo di questo termine, che ci sembra avere la potenzialità di instaurare quell’appiattimento astorico e deprecabile che noi, come lui, rigettiamo con forza.

7. Dal Lago non ha mai scritto un libro dal titolo La formazione della devianza ma, si sa, di questi tempi l’esercizio della precisione intellettuale è un privilegio da combattere. Sarebbe bastato leggere il nostro libro fino a p. 56 e per scoprire il titolo corretto del saggio citato con tanta nonchalance.

8. Ancora: non capiamo perché sarebbe un problema attaccare «con […] radicalità» «lo specismo condizionato». Ci pare invece che possa costituire un problema “confutare” le tesi di Massimo Filippi con la battuta «questo però è quello che dice lui». Da un filosofo ci si aspetterebbe uno sforzo teorico appena un poco meno inadeguato.

9. Dare a intendere che «il dolore animale» sia «un messaggio di errore» simile a quello di una qualche macchina fantascientifica per poi affermare che allora noi in qualche modo equipareremmo gli umani alle macchine è, nella migliore delle ipotesi, un’inferenza priva di senso.

10. La recensione termina sostenendo che saremmo pervasi dalla «tentazione dogmatica che porta dichiarare come nemici tutti coloro che tale dogma non lo condividono» (gli errori grammaticali non sono nostri e chissà che non tradiscano un’aggressività che, non contenibile, tracima nel significante). Difficile infine pensare che la «tentazione dogmatica» sia da attribuire a chi denuncia un comportamento, questo sì dogmatico, di gran parte dei nostri consimili che dismettono la sofferenza animale con le stesse modalità perentorie e poco argomentate di Terrosi.

Per concludere, rifacendoci proprio ad Adorno, questa recensione ci pare un esempio, certamente inconsapevole ma non per questo meno gravido di sofferenze, della «malvagità del banale».

Il digitale populista

Lelio Demichelis

Il tema resta – purtroppo – di stretta attualità. La crisi della democrazia si aggrava e i populisti fanno abilmente il loro gioco sporco generando un meccanismo perverso ma per loro utilissimo, che si autoalimenta richiamandosi a quell’entità, astratta ma molto capace di produrre meccanismi identitari e di condensazione del rancore, della rabbia e dell’antipolitica, che è appunto il popolo. Ed è un processo degenerativo certo non nuovo, molto novecentesco e che si produce quando il popolo rinuncia a essere demos sovrano e decide di estraniarsi dal potere demo-cratico e di farsi nichilista di se stesso e della sua democrazia, lasciandosi affascinare dalle ombre che il populismo abilmente proietta sulla parete di una democrazia ridotta a caverna platonica o a schermo di un pc. Cioè si aliena da se stesso, rinuncia alla cittadinanza attiva e delega tutto il potere all’uomo solo del populismo e al suo apparente potere salvifico, credendo così di riconquistare un potere da cui si sente espropriato da caste e oligarchie. La differenza, oggi, sta tutta nella rete e nel digitale.

In un certo senso, il popolo e il populista applicano alla crisi della politica e della democrazia la figura dell’imprenditore schumpeteriano e la sua distruzione creatrice. Ma così come l’imprenditore capitalista soprattutto distrugge e, se crea lo fa in primo luogo per il proprio profitto, altrettanto fa quell’imprenditore della politica che si chiama populista di destra. Che distrugge la democrazia dissolvendola in nome del popolo ma non crea nulla di nuovo, se non nella pura apparenza e nella pura rappresentazione di sé come potere del popolo; popolo che resta invece proiettato sulla parete della caverna, illudendo di essere reale.

Ma anche le élites, quelle che presuntuosamente si auto-definiscono classe dirigente, davanti al populismo lo rincorrono sul suo terreno anti-politico. Perché se il populismo come degenerazione della politica (diversa era la visione di Ernesto Laclau) è caratterizzato da questi elementi: un uomo solo al comando, il rapporto diretto e verticale con il popolo, il trasformismo e l’autoritarismo e il rifiuto dei conflitti, il superamento delle classi e della società civile, la semplificazione qualunquistica della complessità, l’auto-referenzialità egotistica e narcisistica – allora non solo Trump e Orbàn sono populisti ma anche Macron, appunto il populismo delle élites che, per salvare se stesse e il sistema, si fanno populiste.

Di più: la rete non è solo un mezzo molto efficace e rapido per la diffusione del populismo di destra, ma è essa stessa populista per essenza e per natura. Perché, al di là della sua apparente orizzontalità, la rete è verticale (e quindi populista) nel rapporto diretto e senza mediazioni che crea tra l’individuo e la rete (anzi: la Rete); perché populista/carismatico è stato Steve Jobs ma lo è anche Mark Zuckerberg come padre-padrone di Facebook, per il rapporto semplificato/semplificante ma fortemente legante che crea tra gli utilizzatori e il suo social network; per il narcisismo che emana su un mondo social di molti narcisisti; per il suo superamento della distinzione tra destra e sinistra, ponendosi oltre la destra e la sinistra; per il suo voler scendere in politica (in apparenza) senza partito ma con molto popolo, perché la rete ha creato il suo popolo social (che è populista perché populista è la tecnica; e perché affascinato dagli imprenditori-guru-uomini-soli-e-carismatici della Silicon Valley). Rete da cui è però sempre esclusa – come in ogni populismo – ogni forma di democrazia.

Fine di questa lunga e personalissima premessa. E veniamo a discutere di quella sua particolare forma digitale su cui il sociologo Alessandro Dal Lago riflette in questo suo ultimo lavoro: Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra. Un libro che coniuga riflessione politica, storica e sociologica; analisi del mezzo digitale di comunicazione e di propaganda; e pensiero critico. E che compone uno sguardo comparato tra il vecchio populismo (come il peronismo argentino) e quello nella sua forma appunto digitale, in particolare del M5S di Beppe Grillo, passando per il neo-nazionalismo e il sovranismo. Perché digitale è la nuova forma della politica (o dell’anti-politica) e quella che un tempo era opinione pubblica oggi è, ma tutta diversa, opinione digitale. In realtà, come sosteneva il Gruppo Ippolita opportunamente richiamato da Dal Lago, la rete non è intrinsecamente e naturalmente libera né democratica ma è piuttosto un grande acquario in cui crediamo di nuotare liberamente, ma in realtà nuotiamo dentro lo spazio chiuso dell’acquario e dei poteri che lo (e ci) governano; uno spazio trasformato oggi in un grande mercato (e soprattutto, aggiungiamo, in una grande fabbrica) dove il concetto di social è un lontanissimo ricordo, ma utile ancora a produrre lauti profitti. Anche politici; e in questo la destra appare decisamente più attrezzata della sinistra (anzi: «La conversione della sinistra alle ragioni della destra neo-populista ha diverse giustificazioni – prima tra tutte l’incapacità del progressismo o della sinistra moderata di affrontare gli effetti perversi della globalizzazione. […] L’incomprensione del fenomeno Grillo, a sinistra, moderata o radicale che sia, è stata generale»), la destra meglio sapendo sfruttare il carisma digitale e il bisogno di uomo forte che si può generare via rete, perché «l’ambiente del populismo contemporaneo non è altro che la realtà immanente e al tempo stesso evanescente di Internet. […] Il popolo, che nella realtà materiale non esiste, se non nelle convenzioni o nelle finzioni della democrazia rappresentativa, si è ora ricostituito in rete».

Una rete dove appunto massima è la possibilità di attivare il rapporto verticale, diretto e senza mediazioni tra populista e popolo, perché, scrive Dal Lago, «indipendentemente dalla professione, dalla posizione sociale e dall’educazione i soggetti digitali tenderanno a provare le stesse paure, a manifestare le stesse ossessioni, a essere sensibili agli stessi messaggi politici. […] Internet rappresenta oggi il vero ambiente sociale in cui si elabora un’alternativa alla democrazia rappresentativa o meglio si lavora al suo svuotamento». Nel senso che davvero «il mezzo è il messaggio», ma è un messaggio implicitamente nichilista. E da cui non può che emergere una delle tendenze fondamentali di oggi, cioè confondere la società con l’illusione di ricreare una comunità omogenea e pacificata: «Benché Grillo e gli altri leader populisti siano contro le strutture politiche esistenti, il loro ideale è una società senza conflitti e quindi essenzialmente apolitica». Che è però la negazione della società. E della democrazia.

Per descrivere questo populismo digitale si deve allora parlare esplicitamente, secondo Dal lago di para-fascismo o di fascismo digitale perché è difficile usare altri termini «per descrivere il politico (apparentemente) più potente al mondo, il suo gemello russo, un aspirante sultano, un paio di ultraconservatori dell’Europa dell’Est, e infine Grillo e i suoi portaborse. […] Non saprei usare altra definizione per politici che attizzano l’odio per gli stranieri, disprezzano visibilmente la democrazia parlamentare, praticano o invocano la censura per chi non è d’accordo con loro, coltivano il senso comune più forcaiolo, soffiano sul fuoco neo-nazionalista che cova in mezzo mondo». E ancora: «Si può parlare di para-fascismo o fascismo digitale, allora, nel senso che questi sviluppi ideologici hanno luogo in un ambiente radicalmente nuovo (rispetto a quello della destra storica), e cioè nell’universo di Internet. Gli aspiranti uomini (e donne) forti agiscono, chi più e chi meno, tenendo d’occhio soprattutto gli utenti del Web e dei social media. […] Ecco perché ho intitolato questo saggio “Populismo digitale”». Ed ecco perché la rete va profondamente ripensata, anche in termini di sua implicita (o esplicita) produzione di populismo.

Alessandro Dal Lago

Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra

Raffaello Cortina, 2017, 169 pp., € 14

Alfabeta2 si è occupata di populismo anche il 29 aprile 2017 e nel novembre 2016.

Franceschiello e Masaniello

Alessandro Dal Lago

Come esempio della confusione che, soprattutto a sinistra, avvolge la figura di Grillo si possono citare un interessante intervento del comico-attore sul suo celebre blog e alcuni articoli stampa a proposito di papa Francesco. Ma andiamo con ordine. Ecco che cosa ha scritto Grillo sul suo blog il 16 marzo 2013: "L’importanza di chiamarsi Francesco, […] Stanno già scavando nel suo passato, dalle letterine di scuola delle compagne, alla sua vita prima di diventare prete, ai rapporti con la dittatura argentina, per trovare ogni più piccola ombra e questo me lo rende simpatico. Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?”

“Stanno scavando”? Il papa “crocifisso”? La verità è che gran parte della stampa italiana dedica una decina di pagine entusiastiche ogni giorno al nuovo papa, mentre accuse circostanziate provengono dal giornalista Horacio Verbitsky, autore di un libro di denuncia della complicità della Chiesa con la dittatura argentina (L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina Fandango Libri, Roma 2006). Una consultazione online del giornale di Buenos Aires “Pagina 12”, su cui scrive Verbitsky, rivela facilmente quanto sia debole la smentita del Vaticano (Cfr. B. Febbro, Una desmentida que no alcanza a desmentir [“Una smentita che non riesce a smentire”], 16 marzo 2013).

Ma il punto è che si tratta comunque di una questione apertissima e che, indipendentemente dal ruolo di Bergoglio al tempo della dittatura, è tutta la Chiesa di Roma a essere stata sempre ambigua e reticente su una persecuzione che ha riguardato anche tanti preti e suore impegnati in attività sociali o di opposizione al tempo dei generali argentini. E ancora più importante è il fatto che Verbitsky veda oggi in papa Francesco un oppositore non tanto e non solo delle sette evangeliche, quanto dei regimi progressisti dell’America latina. Questo è il papa che fa tanta simpatia a uno dei nuovi padroni d’Italia, cioè Beppe Grillo.

Ma il buon Francesco fa anche simpatia a un tal Giuseppe Cassini che sul “Manifesto”, sempre il 16 marzo 2013, vede in papa Francesco I niente meno che un poverello anti-Curia, un fustigatore delle perversioni vaticane. Leggiamo: Aver scelto per sé il nome di Francesco è una chiara sfida alla Curia romana, perché è sinonimo dei migliori “P” del cristianesimo: pietà, pace, preservazione ambientale..[…] perché lascia presagire un arretramento delle milizie integraliste (Opus Dei, Legionari di Cristo) che hanno tradito il Concilio Vaticano II… (G. Cassini, Forse esiste davvero lo Spirito santo, “Il manifesto”, 16 marzo 2013, p. 15).

Io non sono abbastanza addentro ai misteri del Vaticano per sapere se questo papa farà arretrare le milizie dell’Opus Dei (comunque, ne dubito). Ma so che, oltre a essere ferocemente contrario ai matrimoni gay e, come minimo, assai reticente sugli orrori della dittatura argentina, Bergoglio è teologicamente integralista. Nella sua prima omelia, Francesco ha citato il motto “Chi non prega Gesù Cristo prega il diavolo”, che viene dallo scrittore Léon Bloy. E chi era costui? Uno polemista francese iper-cattolico e iper-integralista, poeta visionario e apocalittico, libellista reazionario e antisemita.

Il suo antisemitismo era raffinato ed escatologico, anche se riteneva che la simpatia per gli ebrei fosse una “turpitudine”. Per Bloy, gli ebrei erano un “accidente” della storia, la cui unica funzione è quella di essere stati una condizione del sacrificio di Cristo. La traduzione di un suo libello antisemita da parte di Adelphi (Dagli ebrei la salvezza, 1994) a suo tempo provocò forti polemiche sulla stampa e anche fratture e dimissioni nella casa editrice. Che papa Francesco abbia citato Bloy è dunque una chiara indicazione di rotta, come ha notato “Il foglio” il 16 marzo in prima pagina (è curioso che sia un giornale di destra a farlo, mentre sul “Manifesto” si scomoda lo Spirito Santo per salutare il nuovo papa). Una rotta che non sembra andare proprio in una direzione progressista e anti-fascista.

Quanto a Grillo, dopo le battute mai ritrattate sui “sacri confini della patria” minacciati dagli immigrati, ecco le parole sul poverello di Buenos Aires trapiantato in Vaticano. Niente di meglio per l’Italia che una bella decrescita, un po’ di povertà equamente distribuita, benedetta dall’acqua santa d’Oltretevere. Mentre il povero Bersani corre dietro al Movimento 5 stelle, Casaleggio e Grillo già pensano a quando governeranno da soli e quindi come accaparrarsi le simpatie del Vaticano, condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi governo in Italia.

Questo articolo è apparso il 18/03/2013 su manifestiamo.eu

Carnefici e spettatori

Dal numero 24 di alfabeta2, dal 7 novembre nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Alberto Burgio

La questione che sin dal titolo questo agile saggio critico pone è una delle più complesse fra quelle lasciate in eredità dal Novecento, «secolo armato» che, come Dal Lago annota, ha prodotto con le sue guerre più vittime di quelle causate da tutti conflitti precedenti. Carnefici e spettatori, quasi una citazione di un celebre studio di Raul Hilberg: e il problema riguarda soprattutto il ruolo dei secondi, posto che la funzione dei primi pare di per sé inequivocabile. Il libro snocciola un’enorme massa di interrogativi. Questo è un merito, benché non a tutte le domande sia data una compiuta risposta.

L’impressione è che l’autore abbia avvertito il bisogno di chiarire, intanto a se stesso, la nuova forma che i temi della sua ricerca, da anni incentrata sulla guerra, sono venuti assumendo nel corso dell’ultimo decennio (a partire dalle «guerre democratiche» contro l’Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein), man mano che l’impiego delle armi da parte dei paesi occidentali veniva definendosi in base a un nuovo paradigma ideologico, politico e giuridico. Come se si trattasse ora di prendere congedo da un insieme di ipotesi per avviare il disegno di un nuovo quadro di riferimento.

Qui è possibile appena nominare alcuni di questi interrogativi, giusto per farsi un’idea della loro portata. Si tratta del rapporto tra guerra e cultura occidentale (del «fondamento bellico» di quest’ultima); del rapporto tra principi morali e concrete pratiche sociali (in relazione alla cui contraddittorietà Dal Lago parla di «dissonanza cognitiva»); degli effetti della secolarizzazione (del «ritirarsi della presa del sacro sulle istituzioni umane» che determina la sacralizzazione delle istituzioni laiche e la denegazione della loro crudeltà); delle conseguenze della metamorfosi novecentesca della guerra, a seguito della sua mondializzazione. E, soprattutto, della ricostruzione del processo di neutralizzazione e occultamento della guerra, connesso alla sua esternalizzazione (la guerra si combatte ormai in luoghi remoti, lontani dalla nostra quotidianità) e al suo divenire «una normale caratteristica delle società occidentali».

Il paradosso di questa progressiva «rimozione» (lemma ricorrente nel testo) è che essa culmina proprio quando la guerra diviene totale, pervasiva, illimitata. Dal Lago spiega, nelle sue pagine più riuscite, come invisibilità, afasia e indifferenza trionfino al cospetto di un fenomeno non circoscritto e quindi «indefinibile» e «inesprimibile»: un’intuizione che circola già nelle ultime riflessioni di Foucault, autore a lui caro, e che qui egli approfondisce. Che cosa ne emerge? Un fermo atto di accusa «intellettuale e morale» verso la complice indifferenza degli «spettatori», cioè dell’opinione pubblica, cioè di noi tutti, a cominciare dagli intellettuali democratici fautori delle «guerre umanitarie». Così torniamo al tema di apertura. Centrale resta la complicata questione di che cosa significhi essere spettatori nella «società dello spettacolo», e di quali responsabilità morali e politiche a questo ruolo si leghino.

LIBRO
Alessandro Dal Lago
Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà

Raffaello Cortina (2012), pp. 220
€ 13.50

Il complesso di Saviano (Non solo di Alessandro Dal Lago)

Andrea Cortellessa

 

Come dice Alessandro Dal Lago nel ripeterli a sua volta, troppo facile è citare il Galileo di Brecht, «sventurata la terra che ha bisogno di eroi». Ma tale sventura non si può certo imputare a coloro che come eroi vengono percepiti: e ai quali come tali, magari, tocca comportarsi. Sta di fatto che i primi sventurati sono proprio coloro il cui comportamento riceve mercede simile a quella toccata a Roberto Saviano. Al libro di Dal Lago, invece (Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, manifestolibri), sono arrise una visibilità mediatica altrettanto sproporzionata, cioè una strumentalizzazione altrettanto spregiudicata, di quella da lui stigmatizzata in Saviano. Leggi tutto "Il complesso di Saviano (Non solo di Alessandro Dal Lago)"