Il nuovo crepuscolo. Appunti presi in Italia 2013-2017

Massimo Filippi

L’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti, L’intellettuale riluttante, arricchisce un percorso filosofico di lungo corso offrendo un corpo a quella visione teorica a cui circa 35 anni fa, insieme a Gianni Vattimo, ha dato il nome di pensiero debole. Questo corpo o, se si preferisce, l’operatore di tale postura riflessiva è appunto l’intellettuale riluttante, definito come un «intellettuale critico e autocritico [...] che si collochi all’interno dei dispositivi di potere e vi svolga – per dir così – un lavoro ai fianchi denunciando le chiusure senza mai gettare la spugna», un intellettuale capace di smarcarsi contemporaneamente dai due mali che attraversano il tempo presente: la «rassegnazione» da un lato e il «consenso quasi automatico» dall’altro. Secondo Rovatti, nonostante non goda di ottima salute e sia anzi da considerare alla stregua di una specie in via di estinzione, di tale figura intellettuale ne abbiamo «un gran bisogno», tenuto conto che «l’intellettuale universale, quello che pensava e parlava a nome dell’umanità, è ormai morto e sepolto», che «l’intellettuale “organico”, di gramsciana memoria, [è] oggi sempre di più privo di fondamenti» e che «l’intellettuale specifico [...] è inevitabilmente un tecnico o un politico del sapere». Rovatti non indulge nelle lamentazioni intorno alla perdita di efficacia di queste tre incarnazioni dell’intellettualità, al contempo troppo pretenziose e poco critiche, e si impegna invece a rivitalizzare quella riluttante, quella cioè di chi, senza cedere «alle sirene neocapitaliste», «decide di stare nelle istituzioni, scomode e perfino orribili che siano, e lì resistere, opporsi, dire di no, “riluttare” anche al suo stesso ruolo e alle sue eventuali competenze specifiche».

L’intellettuale riluttante è un libro performativo, un libro che, analizzando con esitazione alcuni degli snodi, molari o molecolari che siano, dell’attualità italiana, produce, pagina dopo pagina, le caratteristiche materiali dell’“oggetto” di cui sta parlando. Preso atto del degrado politico e sociale in cui siamo immersi e del fatto che «non c’è più un’onda collettiva» in grado di autorizzarne e sostenerne gli interventi («un’asfissia culturale che toglie il respiro»; «una società di sordi che stanno disimparando a riflettere»), l’intellettuale riluttante non cessa, pur consapevole della sua solitudine, di infondere «un’etica minima», «un’etica della pausa e della riflessione», dentro il tessuto collettivo. Etica interminabile, quindi, che corrisponde alla costruzione, malgrado tutto, di una «fragile trama di gesti e relazioni» in grado di «esercitare un’effettiva azione politica» e di «ingaggiare una battaglia a tutto campo contro la semplificazione», con lo scopo principale di mettere in scacco, per mezzo di un dubitare metodologico, il «clamoroso trucco» del «pensiero binario», trucco in grado di trasformare il «problema della verità» in una «quasi preistorica» quanto violenta contrapposizione tra un presunto vero e un presunto falso. L’intellettuale riluttante, insomma, sa che la verità è sempre un regime di verità (per dirla con Foucault) e che i fatti sono sempre fattoidi (per dirla con Timothy Morton), che la verità non si dà, ma si fa, essendo, che ci piaccia o meno, «sempre mobilizzata entro una pratica di costruzione». E a partire da qui si dovrebbe operare non tanto per smascherare le fake news quanto piuttosto per mettere in guardia contro gli abusi della verità, di cui le cosiddette “bufale” non sono ciò a cui questa verità «gonfiata, esasperata» e dogmatizzata si oppone ma, né più né meno, una delle sue manifestazioni occulte ma non per questo meno deleterie.

Con questa attrezzatura teorica, Rovatti affronta i temi più disparati – dalla piaga dei preti pedofili alla crisi dell’insegnamento (soprattutto umanistico), dall’evoluzione della psichiatria post-basagliana alle querelle sul decoro urbano, dal proliferare dell’«egolatria» alla discussione sullo ius soli, dalle molestie sessuali alla sistematica manipolazione dei concorsi universitari, dagli sgomberi all’obbligatorietà delle vaccinazioni, per citarne solo alcuni), che hanno attraversato, in maniera più o meno carsica, la società italiana nel corso del 2017. L’intellettuale organico si compone, infatti, di 44 folgoranti “editoriali” apparsi lo scorso anno sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, in cui, con grande perizia dissettoria e impareggiabile pazienza, spesso partendo dall’osservazione di dettagli minuti o da fatti di cronaca apparentemente insignificanti, Rovatti intesse un affresco di quello che siamo e che stiamo diventando, ribadendo con insistenza, indipendentemente dall’evento che ha innescato la sua riflessione, che «la regola non nasce come qualcosa di esterno che funziona come una legge, ma si genera dal rapporto che abbiamo con noi stessi e con gli altri» e che «la normalità va criticata proprio come incentivo alla normalizzazione», «all’intransigenza verso ogni diversità». Non a caso, allora, una delle questioni politiche affrontate da Rovatti in più punti – quasi certamente la questione politica attuale più urgente –, è quella delle migrazioni e del loro controllo ogni giorno sempre più osceno e sconcertante. Ed è qui, forse più che altrove, che la figura dell’intellettuale riluttante si staglia con tutta la sua dirompente forza critica, laddove, contro le proposte e le esternazioni becere e degradanti dei politici caserecci e casaleggici, esprime senza mezzi termini che cosa si debba intendere per «salvare le vite» – non solo «evitare la morte», ma anche prendersi cura di tali esistenze dopo i naufragi o le operazioni di recupero in mare – e per «integrazione» – un processo che non dovrebbe riguardare solo “loro”, ma che dovrebbe comportare anche «una “nostra” trasformazione».

La questione migratoria è al centro di Blind killer di Alessandro Dal Lago, che da anni, a partire proprio da Il pensiero debole, intrattiene un intenso sodalizio intellettuale con Rovatti, con il quale ha pubblicato libri a quattro mani e con il quale collabora nella redazione di “aut aut”. Anche in questo caso, il libro è per gran parte composto da brevi quanto intensi editoriali apparsi sulle pagine de il manifesto, «dall’ottobre del 2013, quando davanti alle coste di Lampedusa annegarono circa 400 migranti, al novembre 2017». E anche in questo caso, abbiamo a che fare con una versione dell’intellettuale riluttante che, rispolverando figure attualmente cadute nel dimenticatoio, potremmo chiamare intellettuale militante. Dal Lago, infatti, posizionandosi rigorosamente dalla parte di vittime situate, mostra che nel caso delle migrazioni sono all’opera due mali in qualche modo limitrofi a quelli segnalati da Rovatti: da un lato, l’«indifferenza» e dall’altro l’«ipocrisia del “politicamente corretto”». Non solo: nella puntigliosa ricostruzione, giorno dopo giorno, della tragedia in atto, analizza e decostruisce il regime di verità che rende possibili indifferenza e ipocrisia che, a loro volta, si sono concretizzate – senza contare le immani sofferenze di chi al Mediterraneo non è neppure arrivato o di chi è stato rispedito nei lager esternalizzati in Libia dalle “potenze europee” – nella spaventosa contabilità di «30.000 morti in mare, e forse più, in meno di dieci anni» – «che si tratti di genocidio è fuori discussione».

Un regime di verità, quello egemone, che possiede l’inusitata capacità di produrre e di rendere credibili narrazioni “ribaltate”, in cui si vagheggia di presunte invasioni apocalittiche, in cui chi soccorre in mare diventa complice degli scafisti, in cui ci si racconta che «più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare i migranti», in cui «si vorrebbero distinguere i rifugiati dai migranti, come se, oggi, povertà e guerra non fossero realtà strettamente implicate», in cui migrante è diventato sinonimo di «delinquente», se non addirittura di «terrorista», in cui la retorica degli “aiutiamoli a casa loro” è diventata patrimonio comune e trasversale della quasi totalità delle varie forze politiche, in cui «non uno in Europa, dico non uno, che si sforz[i] di immaginare una soluzione diversa dal pattugliamento, dall’internamento, dai fili spinati», in cui «le vittime diventano [...] carnefici delle supposte identità nazionali». In cui, in breve, «la realtà della strage in mare di trentamila esseri umani [...] viene minimizzata, metabolizzata, trattata come una sorta di fatalità oggettiva» alla stregua di un fenomeno naturale («una mucillagine infettiva»), normalizzando sotto forma di leggi di natura quelle che sono regole dettate da una «ferocia compunta», da un «cinismo terrificante» da parte di «pazzi consigliati da incompetenti».

Riluttando, dicendo no, resistendo a questa retorica indifferente-ipocrita, Dal Lago la smonta pezzo a pezzo per provare a raccontare un altro regime di verità che, recuperando le istanze di quella politica trasformativa che, soprattutto nella seconda metà del Novecento, ha cercato di rendersi egemone, prima di essere repressa e digerita dal sistema neocapitalista, è riassumibile in poche e inequivocabili parole: «La loro sofferenza è la nostra vergogna». Una vergogna che ha attraversato negli ultimi decenni ogni schieramento politico, anche di “sinistra”, e che ha visto tra i suoi paladini non solo Salvini, Di Maio e Grillo (di cui Dal Lago riporta fedelmente le agghiaccianti dichiarazioni rilasciate ben prima della nascita contrattuale del governo gialloverde), ma anche, tra i molti altri, Renzi, Gentiloni e Minniti, per risalire fino alla tristemente famosa legge “Turco-Napolitano” da cui, per filiazione diretta, si è originata la “Bossi-Fini” con tutto ciò che ne è seguito e continua a seguirne. Una vergogna che ci riguarda tutti e tutte, «perché – come afferma Dal Lago – se il nostro paese si rende responsabile di crimini contro l’umanità e noi stiamo zitti, anche noi siamo corresponsabili».

Parlare di regime di verità non significa affermare che la verità non esiste, abbandonandosi ad un relativismo senza scampo, ma che non esiste più una sinistra degna di questo nome, assumendo così una postura ostinatamente resistente. Significa impegnarsi nella ricostruzione di un’etica minima che, senza timidezze e senza rincorrere gli avversari sul loro stesso terreno, affermi a chiare lettere che «le migrazioni contemporanee non sono fatte di “flussi” [...] e altre misere astrazioni delle scienze sociali», ma di «centinaia di migliaia di esseri umani che intraprendono viaggi di migliaia di chilometri [...] per finire in mondi in cui, tutt’al più, sono tollerati se subordinati e invisibili», che non si migra «per sport o sete d’avventura», ma per cercare «un’esistenza migliore e più giusta», che «la nostra società iper-liberale è incapace di concepire [perfino] un minimo diritto alla mobilità e alla trasgressione delle frontiere» e che «i migranti fanno da parafulmine per tutta la frustrazione, la povertà e la desolazione» che il sistema neocoloniale diffonde anche in Occidente. Significa rilanciare le parole dell’esule Ilija Trojanow che in Dopo la fuga scrive: «Il vostro patrimonio non è mai stato in pericolo quanto la mia vita».

Pur partendo da una prospettiva concentrata principalmente sul nostro paese, Rovatti e Dal Lago non perdono di vista la pericolosità globale della miseria intellettuale che ci avvolge. Dal Lago afferma: «Ogni grave conflitto è preceduto da questo incupirsi sempre inconsapevole, ma dilagante, dell’opinione pubblica», a cui Rovatti fa eco, sostenendo: «Certo, oggi sta tirando un vento di destra che avrà anche conseguenze politiche a breve, tuttavia la parola “fascismo” dice troppo poco». In effetti, come ci ricorda Enzo Traverso in una lunga intervista pubblicata l’anno scorso con il titolo I nuovi volti del fascismo, l’attuale condizione postfascista coniuga «l’eredità del fascismo classico» con «l’introduzione di nuovi elementi che non appartengono alla sua tradizione». Ciò che è accaduto e sta accadendo dopo il 4 marzo conferma quanto previsto in “tempi non sospetti” da Rovatti e Dal Lago. Spesso ci dimentichiamo che uno dei prodotti più “apprezzati” del Made in Italy è l’inusitata capacità nostrana di inventare, testare ed esportare costrutti politici devastanti, dal fascismo al governo dei tycoon. Oggi stiamo sperimentando una nuova alchimia politica retta da una triade caratterizzata da un miscuglio esplosivo di ferocia, incompetenza e ipocrisia indifferente e dotata anch’essa, al pari di quelle che l’hanno preceduta, della potenzialità di diffondersi a macchia d’olio. È tempo di riluttare prima che – ancora una volta seppure con un diverso volto – sia troppo tardi.

Pier Aldo Rovatti

L’intellettuale riluttante

 Elèuthera 2018

pp. 170, euro

Alessandro Dal Lago

Blind killer. L’Europa e la strage dei migranti

manifestolibri 2018

pp. 155

euro 15