Dissonanze americane

Alessandro Casiccia

Notoriamente, la letteratura può aiutare a cogliere il lato profondo di certe svolte della Storia immaginandole come possibilità del passato, narrandole come fossero reali e vicine in certo modo a quelle realmente accadute. Ciò sembra particolarmente evidente nella narrativa americana, specie considerando il tratto che va dall’era fordista ai giorni nostri. Il complotto contro l’America può costituire un esempio e offrire un’occasione. Scritto nei primi anni duemila ma ambientato nel 1940, il romanzo di Philip Roth è fra le opere che in modo più abile e sottile svelano alcune relazioni apparentemente paradossali tra gli Stati Uniti, patria della democrazia, e le dittature di estrema destra trionfanti allora in Europa. Ogni accostamento con l’esito delle presidenziali americane alla fine del 2016 (come già segnalato qui, a caldo) è addirittura scontato. Pensiamo all’influenza avuta in quella campagna elettorale da un ammiratore di Evola, d’Annunzio, Guénon, Mussolini stesso. Si parla di Steve Bannon naturalmente, ora uscito di scena e divenuto critico, così parrebbe, nei confronti di quel Donald Trump di cui era stato autorevole consigliere. Pensiamo anche alla riapparizione dello slogan “America first” che tre quarti di secolo fa, nel momento più acuto della Seconda Guerra Mondiale, era stato lanciato da esponenti isolazionisti, anti-rooseveltiani e filofascisti contro l’imminente possibile entrata in guerra degli Stati Uniti,

L’elezione dell’attuale presidente non poteva non ridestare l’interesse per molti altri romanzi distopici, dove tempo prima era stata descritta una deriva nazionalista e razzista dell’Unione. Si può pensare a opere come quella di Philip K.Dick La svastica sul sole; ma ancor più a Tutti gli uomini del re di Robert Penn Warren e a Da noi non può succedere di Sinclair Lewis. Pur appartenendo a quel filone narrativo, il romanzo “allostorico” di Roth si distingue per vari aspetti. Il germe della deriva nazista sembra più sottile, più interno. Inoltre, lo svolgimento dei fatti nella finzione è meno “alternativo” rispetto al corso reale della Storia. Lungo tale corso, viene immaginata una “deviazione”. Inizia un vero incubo, certamente, che però si protrae per un paio d’anni scarsi; poi le vicende narrate si riallineano a quanto in quegli anni era realmente avvenuto.

Grande scrittura ma anche documento sociologico. Come Pastorale americana o altri romanzi di Roth, The Plot Against America è ambientato a Newark, capitale del New Jersey. Solo il fiume Hudson separa da Manhattan quello stato. Ma, nel quartiere dove vivono i Roth, i tratti culturali della comunità ebraica appaiono meno caratterizzati rispetto a quelli del Lower East Side o di altri distretti yiddish di New York City. E ciò rende ancor più estendibile il senso di tutta la vicenda.

Anche se la trama è piuttosto conosciuta, alcuni cenni possono aiutare a ricollocarla. Siamo nel 1940. Parigi è ormai caduta. L’Europa continentale è in mano al nazi-fascismo; e sul suo lato orientale, Hitler non ha ancora violato il patto con l’Unione Sovietica. L’Inghilterra, che rappresenta l’ultimo baluardo di un mondo libero, appare sull’orlo della sconfitta. Alle elezioni presidenziali, Roosevelt si presenta per il suo terzo mandato. Fin qui, tutto come nella realtà. A questo punto però qualcosa cambia. I repubblicani candidano il leggendario aviatore Charles Lindbergh, che vince le elezioni. Il suo successo è in buona misura dovuto alle dichiarazioni contro l’entrata in guerra. Le quali però sono dovute all’ideologia filo-nazifascista che permea il nuovo governo. Inizia un periodo oscuro e angosciante, specie per le famiglie ebraiche come i Roth. Che attraverseranno momenti drammatici ma troveranno solidarietà anche in personaggi fuori dal loro stesso ambiente.

Rispetto ai grandi eventi effettivamente accaduti sulla scena mondiale la vicenda narrata presenta, come si è detto, temporanee modifiche, “variazioni sul tema”; cui seguirà un rientro nel corso storico reale, ma solo verso la fine. Ai primi d’ottobre del 1942, Lindbergh in volo scompare misteriosamente. Solo più tardi si avrà una spiegazione, ma nel frattempo viene riaperta la campagna elettorale e Roosevelt questa volta viene eletto per il suo terzo mandato. Con qualche mese di differenza rispetto alla realtà storica, si va rapidamente al riallineamento: il Giappone attacca Pearl Harbour e l’America entra in guerra.

Per inciso dobbiamo ricordare che negli ultimi decenni del Novecento, e anche nei primi anni del Duemila, a contestare gli interventi militari americani nel mondo, erano stati i movimenti pacifisti e antimperialisti. Ma decenni prima, negli anni Quaranta dello stesso secolo, era esistito un altro anti-interventismo, di segno enormemente diverso: quello di molti repubblicani isolazionisti; fra essi Lindbergh, che tra l’altro aveva realmente dichiarato le proprie simpatie per il Terzo Reich. Analoga posizione era stata a quel tempo assunta da altre personalità come Charles E. Coughlin, prete cattolico fortemente antisemita che da Detroit, capitale del Michigan, trasmetteva un programma settimanale diffuso in tutti gli Stati, dove tra l’altro F.D. Roosevelt era accusato di “comunismo”. Ma attenzione: Detroit era soprattutto il regno di Henry Ford, il grande uomo d’industria, antisemita a sua volta, che nel romanzo Lindbergh sceglie come ministro dell’interno.

È ora il momento di uscire del tutto dal romanzo, aprendo alcune considerazioni proprio su Ford e sull’era del fordismo: a partire da quella sua storica capitale, che fu sede della più grande produzione automobilistica e patria di rivoluzioni industriali, di grandi innovazioni organizzative, di produzioni per un mercato di massa. Il sistema tayloristico di organizzazione scientifica del lavoro, era stato sviluppato dalla linea fordista operando un inglobamento del lavoro nel processo di produzione. E non solo del lavoro, ma anche della vita stessa. Quel processo si sarebbe molti decenni dopo capovolto in un’azione escludente, per effetto della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni: di tutti quei processi che dovevano segnare la fine di un mondo e confluire nella crisi economica culminata poi tra la fine del novecento e l’inizio del nuovo millennio.

Oggi Detroit, dopo tanti decenni di semi abbandono e di degrado sociale e urbano, sta divenendo oggetto di una super-gentrificazione, che però lascia fuori il superstite proletariato e non risolve i problemi di fondo. Forse sottolineando ancor più i drammi di chi resta escluso. Il declino strutturale e occupazionale della grande industria è stato imputato al globalismo neoliberista delle élites manageriali e finanziarie e il voto operaio per Trump è sembrato attribuibile alla sommaria condanna di quelle élites da parte del candidato presidente; oltre che alla speranza da lui suscitata, con illusorie promesse, in una politica di reindustrializzazione. Chi s’interroga su quel voto non dovrebbe comunque dimenticare certi peculiari caratteri del proletariato americano bianco che in parte lo differenziano da quello europeo: la mancanza di riferimenti politici in primo luogo; poi un pregiudizio razziale a tratti riaffiorante e riconducibile all’uso tardo-ottocentesco di forza-lavoro ex–schiava come “esercito di riserva” per la rottura di molti scioperi. A ciò alcuni storici aggiungono un superstite orgoglio puritano del lavoro, parzialmente poi assimilato anche da molti lavoratori non WASP.

La storia di chi originariamente aveva posto Detroit al centro di un dinamico mondo industriale, Henry Ford appunto, è stata segnata da sorprendenti dissonanze culturali e da contraddittori atteggiamenti politici. L’innalzamento del salario e la riduzione dell’orario furono misure cui gli altri attori in scena, come la GM e la Chrysler, reagirono inizialmente con sdegno, considerandole un tradimento delle posizioni padronali. Per Ford quelle misure dovevano costituire la condizione di un nuovo mercato di massa, cui però doveva accompagnarsi una razionalizzazione della vita economica e una moralizzazione della vita privata. Lo stesso proibizionismo peraltro rientrava in quella visione. E il rapporto con le organizzazioni sindacali assunse le forme di uno scontro durissimo. Nel 1932, ad esempio, le milizie private di Ford mitragliarono una manifestazione operaia causando morti e feriti. L’azienda aprirà infine trattative con l’UAW solo nel 1941.

Circa la vicinanza di Ford al nazi-fascismo, possiamo ricordare che un suo scritto fortemente antisemita, The International Jew, aveva preceduto e parzialmente ispirato il Mein Kampf. In seguito Ford fu anche decorato da Hitler con un’alta onorificenza. Non va tuttavia ignorato che il suo modello organizzativo venne attaccato non solo da sinistra, da critici del lavoro alienato, dell’asservimento razionale della vita stessa; o da coloro che (come Simone Weil) avevano sperimentato di persona la linea di montaggio. Venne infatti respinto anche da scrittori “rivoluzionari di destra” come Céline. E soprattutto da gran parte della stampa e della cultura del periodo fascista. Durante gli anni Trenta molti intellettuali italiani vedevano trionfare nel sistema fordista quel meccanicismo e quel materialismo che attribuivano alla modernità americana; e che accusavano di dissacrare un’allora diffusa visione idilliaca e “spirituale” dell’Italia e in certa misura dell’intera Europa.

Nello schierarsi di Ford contro Roosevelt potremmo poi cogliere un altro paradosso, considerando la fattuale funzionalità del suo sistema all’applicazione del New Deal, perlomeno nei suoi aspetti keynesiani: a partire dall’accento sul ruolo della domanda, reso possibile anche grazie alla politica di alti salari praticata nel fordismo. D’altra parte (ed ecco un ulteriore, apparente motivo di curiosità) va ricordato che le politiche d’intervento pubblico nell’economia avviate da Roosevelt (e realizzate come s’è visto anche con il contributo indiretto dell’antirooseveltiano Ford) destarono l’interesse di Mussolini, che il 24 aprile del 1933 scrisse a Roosevelt una lettera molto cordiale, dove esprimeva il suo interesse per l’avvio del piano d’intervento pubblico nell’economia, cui riteneva accostabili i primi provvedimenti concernenti le partecipazioni statali e l’istituzione dell’IRI. Non va dimenticato peraltro che nove anni prima (altra apparente “dissonanza”) l’Italia fascista era stata fra i primi stati a riconoscere l’Unione Sovietica. Ma non va neppure ignorato come Gramsci, recluso nelle carceri mussoliniane, avesse osservato la funzionalità del modello di sviluppo fordista al salvataggio, almeno temporaneo, del capitalismo insidiato dalla crisi e corroso dalle sue stesse interne contraddizioni. Sarebbe certo errato interpretare quelle note come una piatta apologia gramsciana del modello americano. Ma non meno errato sarebbe ignorare del tutto quel lato marxista del suo pensiero, che solo nella fase avanzata del capitalismo prevedeva maturassero le condizioni di un suo possibile superamento.

Alfadomenica # 1 – ottobre 2017

Di nuovo grazie ai molti lettori - iscritti e non al Cantiere di Alfabeta - che hanno risposto al nostro questionario. (Per quelli che ancora non lo hanno fatto, riproponiamo le domande in basso, sotto il sommario dell'Alfadomenica di oggi. Le risposte vanno mandate all'indirizzo redazione@alfabeta2.it). Cercando di riassumere in poche parole i commenti e i suggerimenti che ci avete mandato finora, potremmo dire che la grande maggioranza del nostro pubblico è favorevole alla totale gratuità del sito, ma non esclude un sostegno alla rivista, avanzando per questo suggerimenti e proposte, dalla vendita di ebook a una iniziativa di crowdfunding. Rifletteremo sulle diverse ipotesi, ricordando intanto che iscriversi all'associazione Alfabeta vuol dire anche contribuire alla vita della redazione. Resta aperto un interrogativo: perché siamo (forse, qualche volta) disposti a spendere per una rivista culturale di carta e non per una rivista culturale online?

Ed ecco il sommario del primo alfadomenica dell'ottobre 2017:

  • Silvia Cegolin, I prismi coreografici di Cindy Van Acker: Il magnetismo è quel fenomeno in cui un corpo dotato di particolari proprietà, genera una forza tale da attirare a sé altri corpi, venendo così a creare un campo magnetico in cui agiscono e operano determinate cariche elettriche. Questo concetto di attrazione/repulsione magnetica supera i confini del mondo scientifico e, aprendosi, giunge a toccare anche quel mondo umanistico in cui certe nozioni sembrano non trovare spazio. - Leggi:>
  • Alessandro Casiccia, Dissonanze americaneNotoriamente, la letteratura può aiutare a cogliere il lato profondo di certe svolte della Storia immaginandole come possibilità del passato, narrandole come fossero reali e vicine in certo modo a quelle realmente accadute. Ciò sembra particolarmente evidente nella narrativa americana, specie considerando il tratto che va dall’era fordista ai giorni nostri. Il complotto contro l’America può costituire un esempio e offrire un’occasione.  - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / This is not a clue : Nella scorsa rubrica abbiamo introdotto il gioco Guess the Artist. The Art Quiz Game, uscito da poco più di un mese presso l’editore inglese Laurence King PublishingScritto da Robert Shore (che ha condotto le ricerche storico-artistiche), il gioco ha il suo punto di forza negli inconfondibili disegni del duo Craig Redman e Karl Maier che hanno dedicato a 60 artisti - alcuni molto popolari, altri meno - altrettante carte, coloratissime - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Palle, palline: Si avvicina la stagione delle castagne, e dimentichiamo il migliaccio, il castagnaccio e passiamo alle pallottole. I marroni sono stati alimento primario della gente di montagna, risorse contro il razionamento bellico, oggetto di studio di pasticceri eleganti, sino all’idea francese di glassarli, e più arretriamo nel tempo più si riscontrano prove di gradimento. Lessati, arrostiti erano di famiglia ma si ritrovavano nelle strade vendute caldi in un cartoccio.  - Leggi:>

Il questionario di Alfabeta: 

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Proiettili politici

Alessandro Casiccia

Huey Long

Giugno 2017 Alexandria (Virginia). Colpi d’arma da fuoco vengono esplosi ai bordi di un campo di baseball dove stanno allenandosi esponenti repubblicani. L’attentatore, ucciso dalla scorta, risulta un sostenitore di Sanders, il quale però condanna con sdegno ogni violenza di tal genere. Tra i feriti, Steve Scalise eletto in Louisiana presidente della commissione studi del partito e sostenitore tra i più accesi del “secondo emendamento”, che apre al generalizzato diritto di possedete armi.

Lo sparo ricorre nella storia americana. Nel mirino gente illustre. Non solo personaggi da film western o da detective story; ma uomini politici di primaria importanza, governatori, candidati alla Casa Bianca, presidenti. Il caso di Andrew Jackson, nel 1835, è il primo fra le decine di attentati non riusciti. E fra quelli invece riusciti, va naturalmente ricordato quello in cui perse la vita Abraham Lincoln nel 1865. Il novecento poi si apre con l’uccisione di William McKinley (1901), mentre nella seconda parte del secolo, abbiamo quelle di Malcom X, di Martin Luther King e dei due fratelli Kennedy. Fra i tentativi falliti vanno ricordati quello contro Ford, nel 1975 e quello contro Reagan nel 1981.

Una certa attenzione merita il caso di George Wallace, ferito il 15 maggio 1972 da alcuni colpi di revolver. Quattro volte governatore democratico dell’Alabama e successivamente candidato alle presidenziali, seppure con una lista indipendente, Wallace veniva giudicato dai suoi critici incline al razzismo e fascisteggiante. Si dichiarava però amico dell’operaio, del contadino, del piccolo borghese impoverito. E, naturalmente, nemico delle élite, specialmente di quelle intellettuali, universitarie, giornalistiche. Sotto quest’ultimo aspetto, parve possibile cogliere qualche tratto comune con l’attuale, discussa presidenza USA, seppure di opposto schieramento. Paralizzato in seguito alle ferite, George Wallace entrerà nella comunità dei Cristiani Rinati e chiederà perdono agli afro-americani per il suo passato segregazionista.

Le contraddizioni interne al Partito Democratico americano si riproducono nel tempo. Uno degli esempi possibili, saltando indietro di decenni, lo troviamo in un altro Wallace dai tratti però del tutto diversi. Democratico egli pure, membro dell’amministrazione Roosevelt, Henry Agard Wallace aveva raggiunto la carica di vice-presidente nel quadriennio ‘41-’45. Morto Roosevelt e finita la guerra, si era in seguito candidato alla presidenza (ma in una lista minore, il Progressive Party, non riconoscendosi nell’amministrazione Truman). Questo Wallace si era allora schierato con l’America operaia e proletaria, in termini però del tutto diversi rispetto a quanto avrebbe fatto l’altro Wallace tanti anni dopo. Al punto che venne da molti giudicato nell’immediato secondo dopoguerra, un filocomunista. (In realtà poteva dirsi piuttosto l’esponente di un “comunitarismo” diffuso a quel tempo negli stati del Midwest.)

Queste note potrebbero anche contribuire a ricordarci quanto spesso le vicissitudini del Partito Democratico, vengano interpretate al di qua dell’Atlantico come riguardanti una versione americana di ciò che in Europa le sinistre hanno rappresentato fino a tempi recenti. Ma la realtà è stata ed è diversa, a partire da quanto riguarda le organizzazioni e gli indirizzi elettorali dei colletti blu. Che in USA non hanno mai avuto riferimenti politici simili a quelli europei. E sul piano sindacale hanno in parte subìto e in parte riprodotto una molteplicità di riferimenti, spesso profondamente contrastanti. Sul perché negli Stati Uniti non ci fosse il socialismo sappiamo che già indagò Werner Sombart ai primi del novecento. Ma non va neppure dimenticata la varietà di movimenti sindacali (alcuni peraltro molto radicali) che in quel tempo nacquero e successivamente si estinsero.

Le contrastanti tendenze interne al Democratic Party risultano particolarmente evidenti negli Stati del Sud. Non si dovrebbe dimenticare che in quegli Stati il partito, pur quando assumeva posizioni per qualche aspetto progressiste e riformatrici, sostenne più volte rappresentanti che non nascondevano (lo abbiamo già visto) indirizzi discriminatori della popolazione nera. E tra gli anni venti e i trenta anche simpatie per il fascismo. Ma quest’ultimo punto è uno dei più complessi nella politica americana degli anni che seguirono la grande depressione e che avrebbe portato poi alla svolta dell’amministrazione Roosevelt.

Molti ritengono che l’esempio più significativo di tali controverse vicissitudini sia stato quello di Huey Long, governatore della Louisiana negli anni trenta. Qui lo ricordiamocomunque in quanto cadde vittima di un attentato. Vicenda dai contorni peraltro poco chiari: incerto il movente; soverchiante la sparatoria degli agenti di scorta; inspiegabile il reperimento, nell’autopsia, di un proiettile dal calibro non compatibile con l’arma dell’aggressore. Sulla personalità di Huey Long e i tratti caratterizzanti la sua storia, si è riaccesa nel 2017 l’attenzione della stampa e in genere dei media. Facendo ampio ricorso all’abusata espressione “populismo”, sono stati operati accostamenti e si son volute trovare analogie diverse: sul piano storico, con l’esperienza successiva di George Wallace (che già abbiamo visto) e ancor più con quella attuale di Donald Trump; sul piano letterario un riferimento ricorrente è con il romanzo di Sinclair Lewis It can’t happen here, tradotto una prima volta in Italia come Qui non è possibile e recentemente ristampato con il titolo Da noi non può succedere. La storia è quella di un politico carismatico e demagogico che riesce a raggiungere la presidenza promettendo di fare grande l’America varando grandi riforme sociali; e finisce con l’instaurare una dittatura personale incarcerando gli avversari e deformando l’”eccezione” americana.

Dal romanzo si trassero un’opera teatrale nel 1936, e un Film TV nel 1968. Ma ispirato alla vicenda di Long fu anche il romanzo di Robert Penn Warren Tutti gli uomini del re: da cui un film di Robert Rossen nel 1949 e uno di Steven Zaillian nel 2006. Si narra l’ascesa e la caduta di un politico che prima diviene governatore di uno stato del sud e aumenta la sua popolarità sollevando dalla miseria i diseredati ma poi viene trascinato in un vortice di compromessi e corruzione da cui nessuno potrà salvarlo. E finisce assassinato. (Il titolo viene da una filastrocca per bambini introdotta da Lewis Carrol nella seconda storia di Alice.)

E’ probabile però che le elaborazioni letterarie e cinematografiche della parabola Huey Long non ne abbiano realmente colto il senso. Ma soprattutto impropri oltremodo sono gli attuali accostamenti a Trump. Le riforme introdotte nei primi anni trenta dal governatore della Louisiana riguardarono l’occupazione, la sicurezza sociale, la progressività del prelievo fiscale, la ridistribuzione della ricchezza (Share our wealth fu denominato un suo programma). La sanità, e l’istruzione divennero gratuite. E poterono trarne vantaggio non solo i bianchi disagiati ma anche gli afroamericani. Quest’ultimo punto fu quello che irritò i membri del Ku Klux Klan, normalmente favorevoli, nel Sud, al Partito Democratico. Quanto ciò possa poi contribuire a far più luce sull’attentato è impossibile dirlo. Troppo tempo è passato. Forse l’atteggiamento pesantemente critico di parte del mondo intellettuale e politico su esperienze di quel tipo è anche riconducibile al classico tema dell’intervento pubblico nell’economia. Presenza che da un lato stava per attuarsi in misura seppur limitata nel corso del New Deal, ma d’altro lato appariva (e soprattutto oggi appare) difficilmente compatibile con le versioni convenzionali della cultura puritana. Ma ancor più incompatibile con l’ “antistatalismo” neoliberista pervicacemente dominante. Nonostante tutto.

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Ambiguità e contraddizioni del nazionalismo in Francia

Alessandro Casiccia

Paris, deutsche Soldaten vor dem Moulin RougeLe elezioni parlamentari francesi assegneranno al Front National, se non una rivincita rispetto alle presidenziali, almeno una rappresentanza ben maggiore di quella ottenuta nelle passate legislature. Tra i limiti che difficilmente potrà superare avranno certo rilevanza le diverse anime e le contraddittorie nature dello spirito nazionale nella storia della Francia: dal nazionalismo cattolico al patriottismo laico e repubblicano. Aver scelto un esponente gollista come candidato primo ministro rappresenta il tentativo di superare tali contraddizioni da parte di Marine Le Pen. La quale però, va ricordato, al tempo del primo turno aveva criticato le aperture di Papa Bergoglio sul problema immigrazione, avvicinandosi così a talune posizioni dei cattolici più conservatori. E qualche giorno prima aveva negato la responsabilità della Francia riguardo ai tragici avvenimenti del Vel d’Hiv nel 1942, durante l’occupazione tedesca di Parigi. Ovvero il rastrellamento di 13.000 cittadini ebrei destinati ai campi di sterminio. Mancava di ricordare che quel rastrellamento era avvenuto con il complice aiuto del governo di Vichy.

Dichiarazioni di quel genere erano volte forse a ricuperare voti nella vecchia destra del Front National, turbata dai molti cambiamenti operati dalla leader rispetto alla linea del padre. Tempo prima, l’elettorato di destra tradizionale, seguace di Jean-Marie, aveva accolto con smarrimento la rottura operata dalla figlia; e ancor più le varie innovazioni di programma che essa stava introducendo negli ultimi anni: innovazioni riguardanti la difesa dello Stato Sociale, il contrasto alla tirannia del capitale finanziario e altre prospettive rivolte a catturare possibili consensi di elettori di sinistra delusi dagli indirizzi economico-politici dei loro rappresentanti.

Dunque, pur rientrando nel numero dei partiti e movimenti “neo-nazionalisti”, il caso del Front National deve essere tuttavia considerato nella sua specificità. Occorre comunque non dimenticare i tratti peculiari del nazionalismo nella storia della Francia. E ricordare il carattere molto particolare che in quella storia ha più volte assunto il rapporto fra destra e sinistra: dal tardo ottocento fino ai giorni nostri. In quel rapporto, taluni punti di contatto parvero spesso superare, seppure temporaneamente, i punti di contrapposizione. E sorprendentemente presentarsi, non tanto nelle posizioni moderate di entrambi in fronti, quanto piuttosto in quelle radicali. Dove socialismo e nazionalismo assunsero forme estreme. Mentre un patriottismo laico e repubblicano poté trovarsi a confronto (ma talvolta anche in ambiguo rapporto) con più antiche tradizioni identitarie.

Quel confronto fu presente nei drammatici anni quaranta del novecento e in particolare durante l’occupazione tedesca: quando il mondo dei sindacati e dei partiti (così come una parte considerevole della cultura e dell’arte) si trovarono, almeno inizialmente, in spazi mutevoli o non chiaramente definiti sotto il profilo politico. Si potrebbe ricordare, ad esempio, la vicenda di Jacques Doriot, dirigente comunista poi passato alla collaborazione filo-nazista. O quello di Hubert Lagardelle, dirigente socialista di formazione marxista, divenuto ministro nel governo Petain. O anche l’analogo approdo a Vichy di Marcel Déat, socialista di destra e campione di antisemitismo.

Nella Parigi occupata, mentre la gente comune stringeva la cinghia, Jean Cocteau celebrava lo scultore nazista Arno Breker. Alla prima di Les Mouches, Jean-Paul Sartre conosceva Albert Camus. Uscivano film di Marcel Carnet e Sacha Guitry. Ernst Jünger ufficiale della Wehrmacht, visitava Braque e Picasso. Nei locali pieni di militari in divisa cantavano Charles Trenet, Edith Piaf, Maurice Chevalier. Le Corbusier scriveva su riviste collabo. E così pure Fernand Léger, Raoul Dufy, Arthur Honegger.

A dire il vero, certe paradossali ambiguità andrebbero collocate nella loro peculiarità storica. Nel giugno del 1940, l’Europa continentale è ormai controllata dalla Germania. E l’Inghilterra appare isolata e sul punto di cedere. Sembra, insomma, che la Seconda Guerra Mondiale sia vicina a concludersi; e ciò potrebbe forse spiegare molti comportamenti di quel momento, senza necessariamente giustificarli. Solo un anno più tardi avrà inizio l’ Operazione Barbarossa, l’aggressione hitleriana all’URSS che indignerà i comunisti europei e li mobiliterà in modo più deciso. Durante quell’anno però, tra la metà del 1940 e quella del 1941, non solo gli Stati Uniti sono ancora neutrali, ma la Germania hitleriana e l’Unione Sovietica staliniana sono ancora legate dal patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov. Patto accolto un anno prima anche da alcuni partiti ufficialmente a sinistra, come il Partito Comunista Francese e dagli uomini di cultura che in esso militavano. Come il poeta surrealista Louis Aragon, direttore di “Ce soir”. Degno d’interesse, fra l’altro, è il rapporto di contrastata amicizia tra Aragon e altri intellettuali quasi coetanei. Come André Malraux, eroe della guerra civile spagnola, poi della seconda guerra mondiale e della Resistenza (e vari anni dopo ministro gollista). O come lo scrittore dandy Drieu La Rochelle: inizialmente aderente, come Aragon, al movimento Dada, ma in seguito simpatizzante con il fascismo e gli occupanti e infine suicida alla fine del conflitto. Potremmo aggiungere che tanto Malraux quanto Aragon avevano riconosciuto un debito culturale nei confronti di Maurice Barrès, personaggio fondamentale nella formazione di quel socialismo “rivoluzionario” ma nazionalista, i cui contorni vennero in anni recenti ridisegnati dallo storico Zeev Sternhell, che vi individuò le radici del fascismo.

Nel suoi libri Sternhell, non solo sottolinea le curiose contaminazioni ideologiche di quel periodo, ma mostra come l’ambivalente rapporto – nella cultura francese - tra ciò che chiamiamo “destra” e ciò che chiamiamo “sinistra” abbia origine già tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento.

Tra le radici ottocentesche di una destra nazionalista in Francia va ricordato il boulangismo, cioè il contributo di Jean-Marie Boulanger, cui va aggiunto il Parti Social National di Pierre Biety nel cui programma si delineavano prospettive corporativiste. Resta inteso che durante quel secolo un posto significativo avevano ricoperto le opere di Pierre-Joseph Proudhon, sulla cui tradizione verrà poi a svilupparsi, nel passaggio tra ottocento e novecento, il pensiero di Georges Sorel. Cui a suo modo attingerà il Mussolini rivoluzionario nel suo passaggio dal socialismo al fascismo.

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circuito-elettrico copiaUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo (fra le altre cose) dello spettacolo teatrale che ha segnato gli ultimi vent'anni, della verifica dei saperi a scuola, dell'ambiguità delle fake news (di cui parleremo a voce il 25 maggio in una tavola rotonda presso il centro culturale Moby Dick a Roma). Vi aspettiamo!

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Speciale Presidenziali in Francia

emmanuel-macronProponiamo oggi due interventi sulle presidenziali francesi. Torneremo sul tema nei prossimi giorni.

Nello Speciale:

  • Franco Berardi Bifo, Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista
  • Alessandro Casiccia, Superamento della destra e della sinistra?

 

Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista

Franco Berardi Bifo

Sembra inevitabile di questi tempi scegliere tra schiavismo e fascismo. Lo schiavismo neoliberale ha vinto in Francia fermando (temporaneamente) l’avanzata del fascismo, e pare che dobbiamo esserne contenti. La vittoria di Emmanuel Macron permetterà di allentare lo strangolamento che ha asfissiato i lavoratori dell’Unione Europea? Credo piuttosto che la vittoria di questo estremista liberista sia destinata a intensificare in Francia l’offensiva anti-sociale, l’impoverimento dei lavoratori, la precarizzazione.

Emmanuel Macron si è presentato sulla scena promettendo di licenziare 120.000 impiegati pubblici, e ha ottenuto il sostegno di François Fillon, il quale, per parte sua, mentre intascava un milione di euro intestati alla moglie Penelope, prometteva di licenziarne 500.000. Macron ha promesso di portare a termine le riforme timidamente abbozzate dal governo Hollande, e di rivedere la loi el Khomri così da rendere più fluida la precarizzazione del lavoro che negli anni scorsi non è stata imposta fino in fondo per le resistenze della società. Macron, che si è formato culturalmente all’interno del sistema bancario, ha un compito: sfondare la resistenza della società francese per piegarla definitivamente all’ordine finanziario.

Naturalmente la vittoria di Marine Le Pen avrebbe aperto le porte dell’inferno provocando a tempi brevissimi il crollo di quel che resta dell’Unione Europea, e dunque è stato inevitabile piegarsi al ricatto.

Ma non mi illudo su un asse franco-tedesco che giunga salvifico dopo la probabile vittoria socialdemocratica in Germania. Non dovremmo dimenticare che furono proprio i socialdemocratici tedeschi ad avviare l’offensiva europea contro il salario, ai tempi di Schroeder e della legge Hartz. Saranno loro a rovesciare la tendenza, ora che l’Unione è sul punto del collasso terminale? Può darsi, ma non accadrà in assenza di un movimento anti-schiavista europeo.

Se siamo stati costretti a scegliere tra brutalità razzista e aggressività neoliberista è anche perché non siamo riusciti a costruire alcun movimento europeo contro la dittatura finanziaria.

Dal 2005 ci siamo infilati in una trappola. In quell’anno francesi e olandesi furono chiamati a prendere posizione in un referendum sul trattato costituzionale che poneva al centro la piena subordinazione del lavoro: a larga maggioranza francesi e olandesi votarono NO al ricatto neoliberale. La sinistra riformista iniziò da quel momento a perdere la rappresentanza elettorale della classe operaia, ma anche le componenti di sinistra critica che provenivano dai movimenti, in quell’occasione subirono il ricatto e diedero indicazione di scegliere lo schiavismo liberista contro la regressione nazionalista. In questo modo la rappresentanza dei lavoratori venne lasciata interamente alla destra, che oggi è maggioritaria nel voto operaio.

Anche se il voto del 2005 aveva detto no alla precarizzazione, la macchina neoliberale non si è fermata, e l’aggressione finanziaria è proceduta sotto l’etichetta: “riforme”: aumento dei carichi di lavoro, aumento della disoccupazione e riduzione dei salari, rapina finanziaria e smantellamento del welfare. È da queste tendenze che è cresciuta l’ondata nazionalista e razzista. Macron si è presentato sulla scena proclamando strenua fedeltà alle “riforme”, e ha vinto perché non c’era alternativa al buio definitivo. L’Europa procede entro le linee di devastazione decise dal sistema finanziario. Non mi pare che ci sia ragione di rallegrarsi.

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Superamento della sinistra e della destra?

Alessandro Casiccia

La vittoria di En Marche! al ballottaggio e l’uscita di scena dei partiti più classici, non deve distogliere l’attenzione dal Front National. Alle ormai imminenti legislative, esso affermerà comunque una sua presenza; che potrà riguardare le sue tematiche più demagogiche come l’immigrazione, o come i rapporti con l’UE; ma forse ancor più la condizione della classe lavoratrice. Rompendo col padre, Marine aveva assunto posizioni di difesa riguardo a vari aspetti dello stato sociale. Quindi, pur se il Fronte rientra nel numero dei partiti e dei movimenti “neo-nazionalisti”, la linea politica che persegue deve essere considerata nella sua specificità.

La Francia è uno dei paesi in cui storicamente si è presentata sotto forme diverse una collocazione non nettamente definita del discorso politico. Considerando oggi la dispersione della classe operaia nell’era globale insieme all’attuale incertezza economica delle classi medie, quella indeterminatezza potrebbe veder prevalere un nazionalismo radicale. O all’opposto rendere più viva la discussione intorno al tema della convergenza verso il centro, quale possibile, forzata scelta dell’elettore medio, ferito dalla globalizzazione ma timoroso di mutamenti potenzialmente catastrofici. (Come quelli che potrebbe produrre una rottura con l’Europa.)

Per riesaminare simili alternative occorrerebbe fra l’altro ricordare che negli studi politologici della seconda metà del novecento, il tema del voto veniva spesso affrontato ricorrendo al paradigma della “scelta razionale”, considerando quindi il modello dell’elettore mediano, il suo possibile coincidere di con l’elettore medio, il suo ruolo quale destinatario di messaggi politici, nonché le strategie che un partito può assumere nella competizione politica. E ovviamente sorgeva anche il dibattito sul voto “utile” cui l’elettore in talune circostanze si ritiene costretto. (Il successo di Macron potrebbe costituirne un esempio.)

Ma ormai sappiamo che il risultato di ogni elezione può suscitare sorpresa. Già alla fine del Settecento Condorcet, con il suo “paradosso” (tema poi ripreso nel secolo XX da Arrow e Black) avvertiva che una votazione spesso conduce a esiti non facilmente prevedibili. Dove la preferenza della maggioranza può risultare incoerente oltre misura con le precedenti opzioni dei singoli votanti. Vari sistemi elettorali sono stati escogitati per affrontare i suddetti problemi: nel caso francese, l’uninominale maggioritario a doppio turno. Differente peraltro dal criterio che guiderà le prossime legislative.

Ma indipendentemente da ciò va ricordato che lo stesso impianto teorico, sia delle previsioni sia delle analisi riguardanti le elezioni avvenute, può risultare oggi debole in quanto fondato in buona misura, come si è notato, sull’assunto di una scelta lucida e ponderata da parte del cittadino. Il punto è che oggi, di fronte alle derive devastanti della crisi, al crescere dell’incertezza, della “paura”, della sofferenza per l’esclusione sociale, i modelli fondati sulla coerenza dell’attore razionale parrebbero perdere rilevanza e lasciare il campo ad analisi riguardanti invece le emozioni come reale impulso a una scelta di voto. Da un lato il risentimento, dall’altro la paura.

Tra la considerazione di tale spazio emozionale e il riconoscimento di quanto invece possono tuttora valere indirizzi razionali di scelta, prende corpo il tema di una opzione politica di “centro” come possibile via per rispondere a timori, risolvere indecisioni, sfuggire a esiti considerati peggiori. Ma tale opzione non è che uno dei modi in cui un altro appello, ritenuto ancor più generale e “attuale”, viene tematizzato e diffuso: il distacco dalle ben note identità politiche, ovvero la destra e la sinistra. Un distacco che non manca certo di precedenti storici, soprattutto in Francia.

Occorre allora distinguere tra due diversi modi in cui tale dichiarato superamento tende a presentarsi attualmente.

Un tipo di superamento almeno dichiarato, dell’opposizione destra-sinistra riguarda le proposte politiche assumenti la possibile la fattuale coincidenza di linee estreme, polarizzate, fra loro radicalmente contrapposte per convenzionale disposizione “ideologica”. Tale coincidenza può riguardare provvedimenti essenziali, come ad esempio la difesa di conquiste sociali. Ma l’inevitabile esito è l’affermazione di uno dei due poli estremi: e sappiamo che in genere il polo sarà quello della destra radicale, nazionalista, escludente.

Esiste poi un altro tipo di superamento della contrapposizione in questione: ed è quello che assume, non la coincidenza sopra descritta ma la confluenza ragionevole verso un partito o una coalizione che si caratterizzi per posizioni moderate (e non troppo definite). Ed è questa una presa di distanza tra gli estremi che conduce tendenzialmente verso l’area “di centro”. Osservando il quadro della Francia odierna, mentre nell’offerta politica di Marine Le Pen sembra possa individuarsi la linea che abbiamo denominato coincidenza, la linea della confluenzainvece parrebbe riconoscibile nell’indirizzo politico di Macron: moderazione, normalità, osservanza quanto possibile delle direttive comunitarie, quindi controllo del bilancio, riduzione della spesa pubblica. Gran parte di quelle politiche si erano rivelate controfattuali, come sappiamo. E avevano alimentato varie forme di euroscetticismo, tra cui quella del Fronte. Si tratta di vedere ora se, in quale modo e in quale misura, il moderato Macron saprà trovare un difficile equilibrio tra le politiche comunitarie e le esigenze dei cittadini.

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Speciale Francia 2017

Nello Speciale:

  • Alessandro Casiccia,  Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista
  • Salvatore Palidda, La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista

Alessandro Casiccia

marine-le-pen-Con l’esito della corsa alla Casa Bianca e l’avvicinarsi delle elezioni in Francia, era naturale che l’opinione pubblica focalizzasse la propria attenzione sull’emergere di movimenti comunemente detti “populisti”, ma meglio denominabili “neo-nazionalisti”. Entro questo scenario, assume in Francia un ruolo rilevante, il Front National. Il caso deve essere tuttavia considerato nella sua specificità. Occorre non dimenticare i tratti peculiari del nazionalismo nelle vicende della Repubblica francese. E riflettere, al tempo stesso, sul tanto dibattuto distacco dell’attuale leader dal proprio padre. Se per alcuni osservatori quel distacco costituisce una frattura reale e profonda, per altri invece non rappresenta che un temporaneo camuffamento. E questa seconda ipotesi parrebbe trovare riscontro nelle dichiarazioni di Marine Le Pen a favore dei poliziotti dopo l’odiosa violenza da essi compiuta a danno di un giovane di colore nei primi giorni di febbraio. Resta fermo comunque che occorrerà tener conto anche del carattere molto particolare che nella storia francese ha più volte assunto il rapporto fra destra e sinistra (dal tardo ottocento, al periodo dell’occupazione, fin poi ai giorni nostri). Guardando a quel rapporto però i punti di contatto parvero spesso presentarsi non tanto nelle posizioni moderate di entrambi in fronti, quanto piuttosto in quelle radicali. E ciò parrebbe riproporsi ai nostri giorni in forme nuove. E non solo in Francia. Il che, considerando anche l’attuale rovina delle classi medie, potrebbe contribuire a rendere vieppiù discutibile il classico tema della “corsa al centro” come tattica vincente nei confronti elettorali. Tale “corsa” viene ora lanciata dal concorrente centrista Macron, facendo leva su un superamento delle opposte tensioni. Ma non si dimentichi che per un curioso paradosso proprio nella tradizione francese la prospettiva “né destra né sinistra” caratterizzò a suo tempo movimenti tendenzialmente fascisti.

Il partito oggi guidato da Marine Le Pen sembra confrontarsi con alcune questioni cruciali. L’immigrazione è una di queste: non solo perché non facile da gestire in assenza, al riguardo, di programmi europei coerenti, ma anche perché il fenomeno viene messo in rapporto, da una parte considerevole dell’opinione pubblica, con l’irruzione del terrorismo marcato “stato islamico”; irruzione particolarmente tragica proprio in Francia, come appare guardando agli eventi degli ultimi due anni.

Ma sarebbe assurdo ignorare quanto il fenomeno migratorio sia percepibile da una parte considerevole dell’elettorato tradizionalmente di sinistra come pressione competitiva nel mercato del lavoro. Non manca la possibile lettura del fenomeno quale “esercito industriale di riserva” utilizzabile programmaticamente da parte della classe capitalistica, grazie allo sgretolamento dei confini nazionali. Giustificabile o meno, una certa drammatizzazione del fenomeno migratorio pare presentarsi anche in altre linee politiche. Ad esempio, con la candidatura alle primarie di François Fillon, ora messa nuovamente in difficoltà per l’emergere dei noti scandali.

Un altro punto che appare oggetto di discussione è il ruolo dell’Unione Europea. Le cui politiche vengono in genere percepite, da un lato come un tentativo di limitare o controllare taluni effetti della globalizzazione, d’altro lato invece (e qui già si erano manifestate posizioni radicali di opposti segni) come un aspetto del processo globalizzante stesso, perlomeno in quanto la sua azione riduce i poteri sovrani degli stati membri; e accentua, almeno fra essi, la liberalizzazione degli scambi.

Anche sotto questo aspetto, la linea di Marine Le Pen merita attenzione in quanto, pur dichiarandosi europeista sotto il profilo culturale, esprime scetticismo e critica riguardo all’azione politica dell’Unione. Nell’ indirizzo da lei impresso al Fronte, emerge una riaffermazione dello stato-nazione, accompagnata dal progetto di un forte controllo pubblico sull’economia: aspetto, quest’ultimo, che segna una differenza marcata rispetto alle posizioni del padre. E così pure rispetto ad apparentemente simili posizioni neo-nazionaliste in altri paesi a sviluppo maturo; compresa quella rappresentata ora dalla Casa Bianca, nonostante il plauso formale di Marine Le Pen all’inaspettato successo di Trump.

A ciò si aggiunge, nella linea della leader del Fronte, una dichiarata sfiducia riguardo alle attuali élites della politica; e ancor più a quelle dell’economia finanziaria. A completare il profilo “socialista” che la nuova leader mostra (quasi a riempire il vuoto della sinistra politica), potrebbero ricordarsi le sue dichiarazioni a favore dei diritti dei lavoratori, di un fisco progressivo, del Welfare State, e contro il libero mercato globalizzato. Un atteggiamento critico nei confronti del grande capitale privato, e della crescente diseguaglianza parrebbe insomma delineare l’attuale indirizzo del Fronte. E non manca chi ritiene che un analogo atteggiamento avrebbe potuto (se assunto tempestivamente) ridare vita e seguito a molte linee politiche di sinistra, oggi in declino. L’entrata in scena, sia pur tardiva, di un candidato socialista radicale come Hamon potrebbe forse ridisegnare la scena, pur senza mutare il corso delle prossime elezioni.

È pure da tener presente che la dichiarata sfiducia nelle élites genericamente intese costituisce un tratto caratterizzante di molte posizioni demagogiche oggi presenti nel mondo; non esclusa quella espressa da Trump con frettolosa e paradossale demagogia durante la sua campagna per la Casa Bianca. In quella campagna erano oggetto di denuncia anche i poteri dell’alta finanza; rappresentanti della quale però, una volta ottenuto il successo elettorale da parte del tycoon, sono stati da lui chiamati a far parte della compagine governativa in posizioni strategicamente decisive. Del resto andrebbe sempre tenuto presente lo stretto rapporto fra il grande patrimonialismo immobiliare (di cui Trump è un rilevante esponente) e il mondo bancario.

In linea generale, la convinzione che lo sgretolarsi dei confini e delle barriere sia imputabile in buona misura alle élites cosmopolite del potere economico-finanziario, alimenta diversi movimenti neo-nazionalisti. Che tali movimenti poi si ergano anche a difesa di un’identità (linguistica, religiosa, “etnica”) e che soprattutto oggi tale difesa possa esprimersi attraverso la drammatizzazione sopra accennata delle ondate migratorie, tutto ciò acuisce la differenza rispetto a orientamenti propriamente definibili “di sinistra radicale”, pur non meno critici nei riguardi delle élite del potere, oltre che dell’attuale assetto economico-politico mondiale e dell’incontrollabilità del libero mercato senza confini e senza regole.

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La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Salvatore Palidda

Il recente stupro col manganello del minorenne Théo per mano di quattro poliziotti durante un controllo è l’ultimo di una serie di fatti ad avere suscitato rivolta e sdegno in Francia, dopo la morte, pochi mesi prima, del giovane Adama Traoré, che tentava di sfuggire al controllo di polizia perché non aveva con sé la carta d’identità e aveva già sperimentato la violenza che si può subire in tali casi.

“Adama viene buttato a terra da tre gendarmi con tutto il loro peso. I poliziotti notano che la loro preda lamenta di non poter respirare e lo sbattono sul loro furgone dove perde conoscenza. Anziché condurlo all’ospedale, lo portano nella loro caserma. Il 19 luglio 2016, verso le 17,45, Adama Traoré sparisce tra le mani delle forze dell’ordine. Secondo la versione ufficiale, il decesso avviene alle 19,05. Ma nulla è detto alla famiglia. Avendo saputo che Adama «ha avuto una crisi», i familiari cercano sue tracce negli ospedali. Invano. Verso le 21, chiamando il pronto intervento (sapeurs-pompiers) apprendono che è trattenuto alla gendarmeria. La madre d’Adama, va quindi chiedere del figlio alla caserma; le rispondono «sta molto bene». Allora, aspetta lì con altri familiari. Alle 23,30 i gendarmi annunciano la morte d’Adama, cioè quattro ore e mezza dopo la constatazione ufficiale del decesso” (dal testo dell’appello di centinaia di artisti, sportivi e altri ).

Da oltre trent’anni i giovani delle banlieues francesi sono oggetto di continue umiliazioni, abusi, violenze vigliacche e persino torture da parte di agenti della polizia e della gendarmeria. La “giustificazione” di tale accanimento è stata legittimata da destra e sinistra, da buona parte dell’opinione pubblica e anche da parte della stessa popolazione delle periferie come necessaria repressione di “vandalismi primitivi”, di inciviltà intollerabili di “feccia” (racaille ebbe a definirla Sarkozy) che distruggeva le belle cose che lo stato paternalista-pastorale creava in tali territori per il bene di tutti. Le cosiddette rivolte dei giovani delle banlieues (discendenti dei lavoratori francesi e di origine immigrata) erano infatti descritte come azioni nichiliste o da lumpenproletariat. Ricercatori in scienze politiche e sociali, urbanisti e altri esperti ne hanno proposto diverse analisi (utile in proposito la bibliografia di Laurent Mucchielli ), spesso senza arrivare a suggerimenti utili e comunque restando sempre poco ascoltati dalle autorità pubbliche, salvo per le trovate buone per la demagogia elettorale. Così, i partiti politici hanno oscillato tra ammortizzatori sociali e l’escalation della tolleranza zero.

Com’era prevedibile, le rivolte delle banlieues non hanno mai smesso di riprodursi a causa di due principali fatti: 1) l’aggravamento continuo della disoccupazione, della precarizzazione, della discriminazione razzista e l’aumento come pseudo alternative del lavoro nero oppure dello spaccio, delle attività illecite, tutte conseguenze sempre più nefaste della deriva neoliberista; 2) la continua scelta della gestione violenta del disagio, dei malesseri e dei problemi sociali proprio perché la deriva neoliberista della destra e anche della sinistra – in Francia come altrove – ha avallato la fine delle politiche e pratiche di integrazione economica e sociale.

Così da più di trent’anni la polizia francese è stata legittimata e incitata verso la deriva razzista che, come scrivono Rigouste e altri, ricorda le pratiche violente del colonialismo ( De la question sociale à la question raciale? Représenter la société française , a cura di D. e E. Fassin, La Découverte). I criminologi e gli esperti di polizia, salvo qualche rara eccezione, hanno continuato nella loro attitudine reverenziale verso la polizia. E nei ranghi di questa si sono imposti i zelanti sostenitori delle modalità muscolose accompagnati da fascisti lepenisti e neo-colonialisti («figli» dei feroci nemici dell’Algeria indipendente).

Una tale riproduzione delle violenze ha provocato il cronicizzarsi dell’impotenza e dell’odio da parte dei giovani e di parte della popolazione delle banlieues . Il discredito e l’immagine insudiciata della polizia e dello Stato hanno indotto alla costernazione, allo sconforto e alle proteste sempre più associazioni, personalità e cittadini che ancora credono nella possibilità di salvare la République democratica dell’ égalité, fraternité et solidarité. Ma, l’impotenza sembra prevalere. Come per confermare le loro abituali pratiche, alla fine della manifestazione del 18 febbraio a Parigi, in piazza della Repubblica, 4 o 5 poliziotti insieme, varie volte non hanno esitato a trascinare per terra dei manifestanti colpendoli ripetutamente a manganellate sulla testa e dappertutto (vedi le immagini). Assai grottesca appare allora la coesistenza del tentativo di «pacificazione» del presidente della Repubblica Hollande che va a trovare Théo in ospedale mentre la gerarchia della polizia comunica che lo stupro di questo ragazzo è stato solo un «fatto accidentale» e dopo dirige ancora violenze a République il 18 febbraio.

In effetti, la gerarchia della polizia, con il sostegno della maggioranza dei politici di destra e di sinistra, sembra ben ancorata all’idea che la police repose sur le désordre (la polizia si basa sul disordine). Come sottolinea Hélène Huillet, è qui che sta la «ragione» della deriva dell’attuale congiuntura. E ciò perché alcuna proposta e dinamica politica sembra essere in grado di portare la polizia e in generale il governo della sicurezza verso la gestione pacifica del disordine così come verso un governo dei malesseri e problemi economici e sociali secondo lo spirito dell’égalité, fraternité et solidarité.

A dispetto di alcune diagnosi e pronostici sulla crisi del neoliberismo, questo continua a dominare, alimenta e si nutre dei successi della destra più ignobile negli Stati Uniti come altrove. A ciò corrisponde il continuum delle guerre e di una gestione della sicurezza secondo modalità militar-poliziesche di tipo neocoloniale all’interno stesso dei paesi dominanti. Non è un caso se negli Stati Uniti come in Francia la polizia massacra sempre più giovani neri o figli di immigrati, così come è probabile che avverrà anche in Inghilterra, visto l’orientamento dopo il Brexit.

La crisi dell’assimilazionismo in Francia e in altri paesi e la nuova etnicizzazione e razzializzazione degli immigrati e dei loro discendenti è ben spiegabile. Non si tratta di inattesi revival o rigurgiti d’integrismi pseudo-religiosi, e in parte anche “laici”(J.F. Bayart, Les fondamentalistes de l'identité. Laïcisme versus djihadisme. Karthala, 2016) o di “populismi”. Questi non sono che la strumentalizzazione delle conseguenze della destrutturazione economica, sociale, culturale e politica, dello smantellamento del welfare, delle conquiste democratiche. Si tratta quindi della conseguenza ben prevedibile del successo neoliberista che produce innanzitutto una violenta destrutturazione permanente, così come le guerre permanenti, la proliferazione delle insicurezze che gli imprenditori della ‘distrazione di massa’ attribuiscono a false cause e al nemico di turno o di comodo occultando le loro responsabilità. Chi provoca immigrazioni disperate? Chi provoca la riproduzione delle guerre, così come delle rivolte delle banlieues? Chi alimenta i terrorismi?

Questa congiuntura non può non indurre al pessimismo. Tuttavia, forse la sola strada percorribile è il tenace tentativo di costruire ex novo dal basso una gestione pacifica dei malesseri e problemi sociali associandovi tutte le persone, di tutte le professioni, rimaste ancora ancorate alla difesa della res publica; si tratta allora di affrontare innanzitutto le vere insicurezze di cui soffre la maggioranza della popolazione, dai rischi di diffusione delle malattie oncologiche a causa dell’inquinamento (anche da sostanze e rifiuti tossici per mancanza di risanamento e di effettiva prevenzione), ai disastri ambientali, dalla diffusione delle economie sommerse alle neo-schiavitù. Intanto il 23 febbraio i liceali di ben 16 licei di Parigi hanno abbandonato le aule e sono scesi in piazza per “vendicare Théo”; così era scritto nello striscione di testa di una manifestazione non autorizzata nonostante le minacce strombazzate dalle autorità di polizia persino con manifesti affissi dappertutto nelle scuole e l’appoggio a queste da parte di diversi presidi e docenti. Una manifestazione molto dura con toni estremi e senza quella paura che invece sembra mal nascosta nei ranghi della polizia perché non è la prima volta che i liceali parigini non esitano a passare alle modalità estreme ben oltre i cosiddetti casseurs abituali. Dai 14 ai 18 anni hanno la vita davanti e non vogliono viverla come pecore bastonate, impaurite e silenti. Loro sono certo i soggetti sociali che non si piegano e indicano che resistere si può.

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