Se Politica, Economia e Giustizia si nutrissero d’ Arte. Intervista ad Alessandro Bergonzoni

Manuela Gandini

Seduto al bar Magenta, coda di cavallo argento, occhi buoni, volto scavato da un’immane quantità di parole - (parole/paesaggio, parole/forma, parole/gesto) – c’è Alessandro Bergonzoni. Nel suo ultimo spettacolo, “Trascendi e Sali”, per i primi minuti si vedono le gambe dal ginocchio in giù, solo quelle. Ancora una volta Bergonzoni sposta il punto di vista, spiazzandosi e spiazzandoci, perché si presenta su un trabattello che ne nasconde in parte il corpo. Parla e parla, quando scenderà? Di lui giunge solo la voce. L’incontro tra realtà e parola, tra coscienza e arte, tra me e lui, tra lui e un padre, tra realtà e fiction, è il tema questa conversazione della quale riporto alcuni spezzoni.

Il palco esistenziale di Bergonzoni è ampio, appartiene alla vastità. Le sue performance – a teatro, al museo, in strada, al bar – sono sempre accompagnate da attori visibili ma immobili (scenografie) o invisibili e dinamici (spiriti e spiritelli), animati e menomati, in forma di disegno, scultura, installazione oppure incarnati nel suono inconfondibile della sua voce corporea. Le opere/installazioni, profondamente sovra-umanistiche, hanno spesso a che vedere con il contesto, con la realtà circostante e con la profondità del nostro essere e del nostro ignorare. Affondano in quella che viene sbrigativamente liquidata come cronaca o attualità ma che invece contiene innumerevoli vite, storie e destini incrociati.

Ed ecco che Bergonzoni è là, nel solco tracciato da Joseph Beuys, mentre tesse visioni che intrecciano politica giustizia sanità economia con l’arte e la poesia in relazione agli altri regni della terra.

Dall’arte alla realtà? Cos’è reale e cosa fake?

Al convegno su Joyce a Dublino abbiamo discusso a il concetto di verità, che ho ribattezzato “cadaverità”. La cadaverità è la verità morta, è la vera morte, è la morte della verità. Il tema si lega a me e al lavoro sul corpo della parola scolpita ancor prima dell’azione. Mi parte dall’abbinamento tra simbolo e concretezza, dall’idea che sta tra verità e invenzione. Se con cadaverità si crede che la parola abbia voluto giocare sul senso, che sia vero che c’è un morto in questo momento anche se io e te non lo vediamo, in questo attimo comunque c’è morte, e la verità sembra nascosta.

Tutela dei beni: Corpi nel (c)reato ad arte (il valore di un’opera in persona)” è una performance museale. E’ stata sin ora realizzata alla Pinacoteca di Bologna e di Brera, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, alla Galleria Estense di Modena e agli Uffizi a Firenze.

La tua presenza ancora una volta spiazzante - perché di spalle e perché attraverso l’oralità della parola antica e delle nuove relazioni di senso - è sullo sfondo di una grande macchia. Una macchia che cambia di intensità e rimane indelebilmente impressa nel nostro paese e nella nostra psiche. Una macchia a lento rilascio che rivela l’identità di un uomo, che come ogni essere umano è (dovrebbe essere) concepito come opera d’arte ma che è stato trattato dalle istituzioni come rifiuto da espellere. A Firenze hai dichiarato: “Dopo il Rinascimento fonderemo un nuovo movimento artistico: Il Risarcimento”. Cosa fa allora Bergonzoni?

Possiamo e dobbiamo restituire l’energia che avevamo, per noi e per l’altro. Occorre andare oltre l’umanesimo, che non serve più, non basta ancora. Si tratta di un sovraumanesimo vero e proprio nato per risarcire le vite tolte, la storia uccisa, l’esistenza violata, i corpi offesi. Ci costituiremo sia arte civile che arte lesa, che scolpisce le sue statue a colpi di pistola.

Guardo ciò che viene sempre letto come cronaca, addirittura attualità, come tema politico o di giustizia o tema di violazione dei diritti, quindi civico. Quando muore un ragazzo occorre legare il tema di quel reality, di quella realtà, legare il tema della tutela di un quadro, Cimabue e Giotto come ho fatto agli Uffizi, a quello umano. Bisogna tutelare la visione, l’idea di un viso, un corpo che dovrebbe essere valorizzato preservato, come con la temperatura di un museo, i gradi, la luce. Come i quadri che vengono protetti e difesi al massimo per non offendere l’arte, che è di tutti e di tutto.

Quale richiamo può essere più forte per i legami di uno Stato? Non il ministero dei beni culturali, ma il ministero di giustizia e degli interni, della salute e dell’istruzione, a tutela delle opere che ha al suo interno, in una galera, in un posto di polizia, dove queste opere d’arte (le persone arrestate) tendenzialmente come entrano dovrebbero uscire. Cosa è realtà? E’ stato provato il fatto che questa persona sia stata “fatta fuori” dal corpo dello stato. Ci sono le telecamere nei musei ma non nei luoghi di polizia. Oppure - nel caso di Franco Mastrogiovanni - le 84 ore del film di questa agonia, di questa persona che muore di stenti, muore di non-cibo e di non-acqua, la telecamera è stata messa quasi come un reality e fa vedere quanta mancanza di bellezza, di poesia e di arte (oltre che diritti inalienabili) hanno avuto colore che dovevano tutelare. Io parto da tutti questi fatti che sono apparentemente reali e cronachistici, dai quali muovo una mia azione che richiede a me il corpo, il silenzio e la “presa di posizione”. Quando un’idea prende corpo e quando un uomo prende posizione, acquista lui stesso una postura interna ed esterna che si mette in collegamento, in vibrazione, in onda, con quello che vuole rappresentare.

Nel tuo lavoro ricorrono il tema della morte, della funzione dell’arte e della comprensione.

Nel mio spettacolo propongo di fare un gruppo di adozione di genitori. Non adottare il figlio di qualcuno che è morto, ma adottare il genitore che ha perso un figlio. Vado da questo padre e cerco, con shock pre-traumatico, di cominciare a sentire la mancanza che lui sta vivendo. Questo confine “nonfine” segna il prendere posizione e prendere corpo. Ciò significa che hai molto più spazio per avvicinare l’altro. Non solo con la pietas, la tenerezza, la condivisione, ma la compenetrazione. Si potrebbe mettere un’inserzione sul giornale “genitore adottivo offresi” per andare nella camera del figlio che non c’è più e mettere via i suoi vestiti. Io sono padre.

Come si esplica questa intenzione empatica nella realtà?

Vorrei tradurre questa azione teorica. Ci sono vedove e orfani, ma qual è la definizione del padre che ha perduto un figlio? Nessuno ha dato un nome al padre che perde un figlio (più volte ormai l’ ho definito). Io sono il padre che perde il figlio e vengo da te, ogni padre che perde un figlio sono io. E’ un’incarnazione artistica, doverosa quasi, e mi verrebbe da dire connaturata. Se l’idea del reale deve diventare quello che per me rappresenta l ‘ “esistente”, vedo mio figlio e vedo la storia di un padre che perde un figlio, allora realmente comincio a fare una specie di connubio, compio un’unione sembiante – che potrebbe essere interpretata dal punto di vista psicanalitico – come relazione con la perdita, ma mi interessa meno.

Sei testimonial della Casa dei Risvegli di Bologna dove sono ricoverate le persone in coma, vai nelle carceri e negli ospedali a parlare con detenuti e pazienti. Anni fa, poco prima che morisse, hai portato all’Università la Bicocca di Milano, Giampiero Steccato, un uomo affetto dalla sindrome di Locked-in, che significa “sepolto nel proprio corpo”. Steccato, nonostante la costrizione all’immobilità totale, ha lottato sino all’ultimo. L’arte è per te il campo di battaglia della realtà?

Io parto da questi luoghi. Vado lì. Invitai Giampiero Steccato, che muoveva solo un mignolo e la palpebra, all’università di medicina e in più atenei. Quella vita mi porterà poi a realizzare un progetto che ho da tempo: un incontro con un carcerato uscito di galera dopo avere scontato la sua clausura e che voleva incontrare una persona uscita dal coma o da quella chiusura. Mi diceva: vorrei incontrare chi è stato chiuso dentro per motivi di danno e delinquenza come me e chi è stato chiuso dentro per motivi di salute, si è svegliato ed è uscito dal coma. Vorrei analizzare il tema della pena e del rispetto che la gente ha per chi s’è salvato la salute e chi invece è uscito dopo aver ucciso, rubato o spacciato, senza aver nulla di cui gioire. Quindi comunque sei fuori ma non c’è plauso, non c’è amore, mentre se una persona esce dal coma le commozioni sono forti. Allora tutto questo è reality. C’è un ponte che mi fa andare avanti e indietro tra realtà e irrealtà. C’è una lotta corpo a corpo che mi porta a dire facciamo l’impossibile. L’incredibile è il mio pennello, è la mia penna in questo momento, c’è una terra di nessuno, una “no men land” dove comunque non è impossibile creare anche arte. Cosa c’entra Aldovrandi e un genitore che piange un ragazzo ucciso dalle forze dell’ordine con un’opera d’arte? Il grande problema è appunto la mancanza d’arte, la mancanza di bellezza già avvenute in azioni che mancavano di questo collegamento costante, non senza entrare nelle decisioni politiche del doveroso “capolavorare” quotidiano. Parto da questi reality, da queste necessità, e poi viaggio continuando a fare la spola tra la realtà e le infinite possibilità delle realtà.

Qual è l’estensione sociale del tuo lavoro?

L’estensione sociale viene quasi additata come un cambio di passo. Mi viene detto che io, che non ero mai stato politico, lo sono diventato. La gente usa gli strumenti che ha nella propria officina, non riesce a pensare che il tema politico non può più esimere dal tema poetico, perché chi sconta una pena di vent’anni in una cella di 4 x 4 per 12 detenuti ha a che fare con tutto: l’architettura, il colore, il design, lo spazio lo spirito, l’anima e non solo più l’amministrazione e le sue gestioni economico politiche. Quando vado ad allestire una mostra site-specific devo capire che posto è. Semplicemente cerco di vestire il sociale o di svelare, di rendere nuda la politica per far vedere quanta arte ci sarebbe, quanta pelle ha la politica ma non la usa, ne tocca solo alcune parti quelle burocratiche o legislative. L’economia è un gesto anche artistico perché se tu scomponi delle regole di import export, denaro e armi, stai compiendo un gesto che chiamo non l’atto materiale ma “latto materno”. Stai mettendo al mondo qualcosa che avrà di certo delle deformazioni. Devi studiare come stai generando. Sembra quasi che qualcuno che mette al mondo un’idea economica metaforicamente beva e fumi durante la gestazione (ed è risaputo che se una donna in cinta beve o fuma tutto il giorno creerà problemi al feto). I piloti d’aereo vengono controllati continuamente perché portano 150 passeggeri a volta, ma ci sono persone che portano milioni di passeggeri, che sono le nazioni, e non sono sottoposti ad alcun controllo psicologico comportamentale per verificare attitudini o capacità magari compromesse.

Come Donald Trump?

E noi cosa facciamo? Disegnamo la sua icona, i suoi capelli, il suo colore, il suo rosso, questi occhi questa figura, queste mani. Quasi lo iconizziamo. Se l’artista deve fare anche questa disanima va bene il mondo della caricatura. Il tema artistico chiede un altro spostamento, un diverso passo in altro.

Tratto spesso il tema della morte, è una costante. Da anni pensavo ad una istallazione chiamata “Monumento al cielo “e cioè una torre invisibile alta fino a chi, larga fino a quando e profonda fino a dove, per commemorare e ricordare, ma senza dover vedere un obelisco un muro o altro : tutto deve essere captato sentito vissuto non sempre solo guardato. Mi dico: ma la morte è reale o irreale? Noi vediamo questi bambini morire in spiaggia ma che cos’è reale? Cos’è virtuale? Se quei corpi non te li indossi non succede niente.

C’è una terza via sul tema di cosa possiamo fare per prendere corpo per fare prendere corpo a queste storie: cominciare noi con gesti quotidiani, dalla mattina alla sera, non avendo negli occhi ciò che abbiamo visto ma nel corpo ciò che è il loro movimento, e lo ripeto ormai ossessivamente. Quando noi ci laviamo sentire il loro odore, quando noi ci vestiamo sentire la loro nudità, quando afferriamo una sedia per spostarla afferrare la loro prensilità, quando s’aggrappano a qualcosa per dire “non mi lasciare”. In questo andare e venire dalla realtà e dalle realtà chiedo che ne venga fuori un’altra, di reality, che non è solo virtuale, che non sia solo delle proteste; io in piazza scenderò sempre finché la politica non risolve, ma c’è un’altra postazione metafisica poetica e artistica dalla quale lavorare: quella dell’attore di controllo. Devo cominciare a vedere tutto quello che posso rilevare captare. Ecco un lavoro grosso da fare. Da una mostra a un’altra, da un libro all’altro, da uno spettacolo all’altro.

Si tratta di responsabilizzare le persone?

La responsabilità non basta, dovrebbe essere natura. Se non c’è poetica non c’è etica. E se parlassimo anche d ‘amore e del suo intriso? È così impensabile?

Quanta poetica ci può essere nella testa del corpo sociale che non legge un libro e si affida interamente ai social, ai commercial e ai talk show?

Pompei c’era, i corpi c’erano. Io dico: “penso spesso, penso spesso”.Qualcuno può dire “ sottigliezze” invece no si tratta proprio di spessore. Noi abbiamo coperto le nostre capacità poetiche, sovrumane. Coperte totalmente, ma quando vengono fuori gli eroismi? cosa sono gli atti di eroismo? Quel francese algerino che ha salvato una ragazza da un incendio scalando tre piani di una casa. Dov’era sepolta questa poesia? E’ nato eroe? Che scuole ha fatto? Si tratta di disseppellire la poetica perché è speleologia, un ritrovato. Col ritrovato s’intende un’idea, una scoperta. Devi scoprire quello che tu hai coperto, scavando antecedentemente al crollo, appunto tra le”macerie prima”(titolo di una mia mostra del 2011) .Cosa diventa sociale? La politica ha lavorato di copertura, e lo continua a fare neanche tanto subdolamente. Distraiti, dice, ti costruisco tutta la materia che crea su di te uno spessore pneumatico per cui tu non ricordi e non vedi più niente di “vero”. Se avevi bontà (questo termine desueto e frusto a cui preferisco energia) sopra ti metto l’ambiguità mia , in tal maniera che anche la polvere (polveritá?) della mia mancanza copra la tua potenza. Cos’è l’atto eroico? L’uomo si butta e non pensa di morire, basta l’idea che noi e la natura possiamo congiungerci in bellezza per salvare.

Molti looked-in hanno detto “io sto bene così, sento l’aria sulla pelle, sento la voce dei miei nipoti, cosa posso volere di più dalla vita?”. Quello che voglio raccontare è che c’è una potenza artistica in corpi, in luoghi, in odori e situazioni che noi consideriamo indegni e invivibili. Allora, l’arte deve (secondo me), o comunque può, raccontare questo. Cerco di farlo da tempo anche con una mano di surrealtà e di mistero ì. Facendo appunto la spola. Non riesco a stare assolutamente nella vita reale nella paura di perdere un figlio, ma non riesco assolutamente nemmeno a stare soltanto nel mio ambito di scrittore, di poeta e di artista, in quell’ “l’attimo in cui”. Da lì devo “occorrere”, tornare immediatamente alla realtà. In queste condizioni - di riduzione ed estensione, alto basso, paura coraggio, sporco e pulito - sei a contatto costantemente con la morte viva degli altri, oltre ad accompagnarli per motivi nati sociali ma adesso passati ad essere anche ben altro. Quando nello spettacolo dico: se muoio tenetemi la mano ma buttate il resto, lì c’è la risata; ..... ti tengo soltanto una mano? per capire quanto pesa una mano la dovremmo staccare dal resto appunto per sapere per esempio la portata di una carezza anche mancata . Ecco cosa mi muove :cambiare la dimensione la visione. Per chiudere il tema di prima: un padre non può sopportare di perdere un figlio? Mi sposto, e dico “arrivo, siamo due”. O davvero dovrebbe morire mio figlio perché io connubi con te? Questa unione karmica universale può avvenire. Davvero devo avere un tumore per accompagnarti nella fase terminale? Io devo avere la stessa tua genetica o posso crearne una? Una genetica artistica poetica che è quella da dove io parto che è il” reality” fisica-chimica e ci cambia anche la pelle e tutto il resto (la grande meta: la metamorfosi). Compenetrazione. Tutto questo sta convergendo, come fosse un richiamo spazio-temporale pluridimensionale, sta arrivando all’unione delle cose, non più alla separazione.

E qui credo esistano, e non solo, segreto e sacro. Perché continuare ad averne paura di tutto ciò, quando possiamo esserne universo?

Alessandro Bergonzoni: Lavorare col sangue

Manuela Gandini

Con il cappellaccio sopra le liane argentee, appare in tutto il suo essere. Comincia il monologo surreale, continuo, surriscaldato. Le parole rotolano le une sulle altre e, con la loro cadenza bolognese, si staccano dalla bocca di Alessandro Bergonzoni, prendono vita e corpo in un teatro invisibile.

Sono gli attori protagonisti, i padroni della scena, i rivelatori. Alla fine dello spettacolo, dopo i saluti in camerino e la cena, Bergonzoni continua a creare. E loro, le parole, seguitano incuranti il loro corso “a rotta di collo”. Escono in forma scritta, orale, accennate, incise, disegnate, senza freni. Si impongono nella materia, su legni, disegni tecnici, avanzi tipografici, chiodi, cemento, ferri, e poi si riversano fittissime in decine di quaderni.

L’amorte è l’ultimo libro di Bergonzoni. È un libro estremo di poesia, una scalata su vette che rovesciano il senso comune e mostrano il limite delle nostre rel(azioni) con le persone e le cose, con la malattia e l’imprevisto, con lo smottamento delle placide certezze. Qui l’aria è pericolosamente rarefatta: un precipizio, un libro inizio-fine, amore-morte, a morte! Un libro sull’impermanenza, il suo primo libro di poesia. Attraversiamo un segmento di molteplici micro-quotidianità con una comicità serissima strizza-budella.

Mi accompagni in bagno?/Non puoi andarci da solo?/Mi sto preparando per quando sarò paralizzato …/Mi accompagni o no?/No, mi sto preparando per quando sarò sorda.

La migrazione tra una disciplina e l’altra ha per Bergonzoni tempi brevissimi, è simultanea. Non ci sono muri, ci sono piuttosto frammenti di muro dei quali si serve per realizzare installazioni. Tutto avviene in tempo reale, organicamente, nello spazio della vastità, della vacuità e dell’invisibile. Il teatro è il luogo dell’arte e l’arte è il luogo della poesia e “La Casa dei Risvegli” di Bologna – una struttura che si occupa delle Gravi Cerebrolesioni Acquisite (GCA) cioè delle persone in coma - alla quale Bergonzoni è legato, è il luogo della vita che contiene la morte, l’arte, l’amore, la parola, il silenzio.

Perché, afferma: “La poesia va applicata, raccontata, nei luoghi della sofferenza. Bisogna lavorare col sangue non con le grammatiche”. È così che adopera le parole: come oggetti solidi, azioni pratiche. Ne rompe la semantica per reinventare panorami cripto-domestici da gettare nell’arena della fisicità. Usa l’arte per penetrare nell’essenza della malattia, della patologia sociale. Per svelare le credenze che inquinano e frenano il flusso della vita collettiva e individuale.

Ci saranno incidenti immortali/per cambiar connotati alla certezza,/di ferale bellezza/e che resteranno uguali/all’immediatezza./Tornare indietro dalle cose successe,/non è detto che risucceda,/forse alle onde/ e poi e poi./ Adesso è uno di quei poi./ Il mare si ritira,/ ma è per pensare./ Non è più né un diritto/né un’ombra/ è un margine.

In quel margine - dove stiamo ammassati per difenderci dalla folla di avarizie con cui si vuotano granai e possibilità - lo ritroviamo nella sua anti-spettacolarità. Bergonzoni – che non è l’autore ma l’autorizzato – ha le maniche rimboccate e le braccia alzate contro il cicaleccio della vita-talk-show e la rappresentazione edulcorata della stessa. Anche per lui l’arte è un’arma e la rivoluzione non è di piazza (almeno non subito di piazza) perché non può esservi cambiamento se non cambia prima la condizione interiore, se non cambiano i codici morali, etici e linguistici dal basso.

E la strada de L’amorte continua tra un braccio rotto della morte, la paralisi, la bambina dai capelli, i soldati da morire, la trincea fatta di figli. Brevi, brevissimi versi surreali ci accompagnano sin lì: Come ci metteremo/da morti?/A disposizione./Un’idea, la più pallida.

Alessandro Bergonzoni
L'amorte
Garzanti (2013), pp. 168
€ 12.00

Orbi(ta) della Terra

Tiziana Migliore

Undici allunaggi possibili è l’esemplificazione di un odierno sbarco sulla Luna, ambientato in un palazzo veneziano barocco, Ca' Zenobio, dal 1850 sede di un Collegio Armeno. Del mondo in cui viviamo, che retaggi lasceremmo sulla Luna? L’equipaggio dell’Apollo 11, per commemorare la prima discesa, ha installato sulla crosta lunare una targa d’acciaio: «qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità». Era un segnale di supremazia americana, in guerra fredda, che favoriva il rientro sulla Terra. Le polemiche sulla veridicità dello sbarco ne marcano il valore.

Viceversa, nei loro allunaggi, gli artisti della mostra di Ca' Zenobio – 11 e in 11 stanze, come il numero della fortunata missione – depositano resti che sembrano sopravvissuti a un’estinzione del pianeta. Il visitatore, accedendo al percorso, è l’umano superstite. L’edificio originario, con crepe al pavimento, ha una mise en abîme di stanze attigua a un salone in stile barocco. Per la vertigine dello sbarco è bastato chiuderne le finestre e sbrecciarne qua e là le pareti. L’allunaggio vuole un’opera con un’atmosfera intorno, isolata per lo spettatore.

Idea e cura del progetto espositivo sono di Martina Cavallarin, direttrice dell’Associazione Scatola bianca, che contamina intervento creativo e quotidiano attraverso il concetto di «opera non d’arte», objet trouvé degli appunti di Duchamp nella Boîte blanche. In effetti, nessuno dei lavori è una rappresentazione né richiama topoi dell’immaginario sulla luna (Ariosto, Keplero, Verne, Wells, Méliès, Asimov, Calvino…). Il motivo conduttore non è il virtuosismo nel figurare l’incredibile, ma la manifestazione, da un luogo eterotopico, di stati d’animo sugli stati di cose terrestri.

Gianni Moretti, La seconda stanza (2012)

In un ormeggio senza ritorno gli 11 artisti affidano alla Luna reliquie da salvare: di denuncia politica, testimonianza millenaria, ironia sul sentimento nostalgico dell’infanzia del mondo o dell’età dell’infanzia. La luna è un confidente: «E tu certo comprendi / Il perché delle cose, e vedi il frutto / Del mattin, della sera / Del tacito, infinito andar del tempo» (Leopardi, Canto notturno…, 1830). Si dà del tu alla luna, nostra orbita. Alcune installazioni avvertono del transito a un diverso livello di realtà e percezione sensoriale: La seconda stanza, di Gianni Moretti, è una gabbia di campanellini che si allarma al passaggio dalla sala d’ingresso del percorso. Eric Winarto immagina i colori lunari con un’enorme macchia blu invisibile alla luce, dantesca Blacklight Selva. Ester Maria Negretti, tramite monoliti intrisi di basse frequenze sonore, rende la difficoltà dell’ascolto (Dialogo tra sordi), mentre Tamara Repetto respinge la minaccia dell’Anosmia con un’installazione olfattivo-sonora.

Alessandro Bergonzoni, TELI DEI RESUSCITANTI PER SVENTOLAR BANDIERA BIANCA, RITROVATI SOTTOSUOLO (2012)

Per Alessandro Bergonzoni incombe sulla Luna la risalita di reperti di ere diverse (TELI DEI RESUSCITANTI PER SVENTOLAR BANDIERA BIANCA, RITROVATI SOTTOSUOLO). I loro utenti sono svaniti, ma essi, come divinità, appaiono e ne documentano le forme di vita. Sul pavimento si vedono due teli bianchi, uno sotto un cumulo di terra, l’altro su cui poggiano gli oggetti emersi. L’artista-archeologo li ha numerati sul posto e inventariati alla rinfusa nella lavagna a muro. È necessario lo spettatore per ricostruire le associazioni: IX – «cocci di vaso dei primi di noi»; XI, «testa di bisonte rimasta di sasso»; XXI, «materia grigia» – evidentemente dispersa; XXXII, «ricordati di bruciare» – è un tizzone; XXIV, «contenitore per (chiedersi) cosa?» – cassetta arrugginita, forse un’allusione alla Scatola bianca di Duchamp. Sono esempi non di una congerie di reperti, ma del fior fiore dell’umanità, dal punto di vista di un enunciante che fa condividere, in modo enigmistico, una parodia sull’ansia della memoria: I, «fra Davide e Golia» – è un sasso; XVI, «frantumi di brame» – pezzi di specchio. Le legende stesse sono occorrenze di una società federata nell’aere perennius. Così, alle due parti smembrate di un attrezzo di ferro corrisponde, nella lavagna, la sentenza V: «ormai l’unione non fa più la forza». Ormai, quando? La tecnica dello spudaiogeloion interroga la prassi della conservazione e ne addita gli eccessi. Sventola bandiera bianca.

AuroraMeccanica, Come bere un bicchiere d’acqua (2012)

Con un’opera che è analisi critica di un atto mistificatorio, AuroraMeccanica esorta a interpretare l’uso dei media e a correggerlo, se è il caso (Come bere un bicchiere d’acqua). Un filmato riprende in loop la sequenza TV del 2011 in cui Yasuhiro Sonoda, deputato giapponese, beve dell’acqua dai reattori di Fukushima per trasmettere la notizia che non è più contaminata. Al centro dello spazio espositivo un bicchiere su un tavolo proietta un’ombra mobile, che corrisponde alle variazioni di emissione radioattiva rilevate a Fukushima. Francesco Bocchini fabbrica una Giostra a cavalli di 5 metri, che ruota sullo sfondo delle musiche a 16 giri del Don Giovanni. Un’«opera buffa», con liste serie di maestri sulla piatta del carosello, co-testo sbarcato sul satellite: Simone Martini, Taddeo Gaddi... Ritmi visivi di rotazione e ritmi dell’ascolto vanno a velocità diverse. Quando il motore dell’arte corre per un tempo che tura se stesso.

LA MOSTRA
Undici allunaggi possibili
a cura di Martina Cavallarin
Palazzo Zenobio per l'Arte, Ca Zenobio, Dorsoduro 2596 Venezia
Sino al 26 luglio

Nonuraniomabenaltro – Il linguaggio ATAP

Alessandro Bergonzoni

Dire «fare».
Baciare lettere.
Testamento.
La lingua non è che una eredità.
«Lasciata» dal pensiero, che quindi «si è messa» con un altro (vedi il rapporto abbandono/Stato di abbandono).
Un mare divisorio tra dire e fare: un tradire.
Infatti tra dire «economie» e «nazioni», tra dire «crisi» e «fallimento», c’è una differenza (di tradimento).

Premesso che non mi avrete mai al capezzale dei neonati neologismi, né mi scorgerete in nessun modo a par-odiare lo slang dei governi di turno, (perchè lascio quel trastullarsi vagando da cul de sac, ai parenti della Satira con la bravura maiuscola). Io amo di più, ma non so quanto ricambiato, auscultare se sotto ai «parlari» scorrono fiumi. Se esistono caverne anse ed ansie, oppure cunicoli torti e ragioni, che non si vedono ma sono, che non si conoscono ma esistono.

I temi sono i «sempre», e vivono nei soliti «dovunque»: l’amministrare, il pagare, il dare, l’avere, il debito, il privato o, come dire, la politica.
Ecco: come dire? Chi lasciare che lo dica sempre allo stesso modo? Come dire «come dire»? Forma estetica linguaggio parola? O tradire la solita aspettativa, sposando un’altra aspettativa? E se il solito linguaggio lo si tradisse con un ATAP? Altro Traduttore d’Ascolto Personale?

Non si trova in giro: è dentro di noi, tutti. Per alcuni è dentro ma in giro, per altri è collegato e funzionerebbe già. Basterebbe azionare l’orecchio che traduce: dal poco al molto, dal cittadino all’essere, dalla comunicazione alla conoscenza, dal misero al sovrumano, dallo stitico all’artistico, dal solamente al sole, dall’etico al poetico. Lo possiamo fare solo noi che ascoltiamo, sfiniti dal sentire quel così, dal subire quel come. Allora adesso ti traduco!

Si può tradurre la paura tradurre l’efficienza, il lavoro, il dolore, l’amore, la terra, il popolo, l’esperienza, la povertà, la dignità, il capitale, il capitato, il capito, l’ignoto e la sua essenza, lo gnoto e la sua scienza, l’incline al bellico, la pace preterintenzionale, la ricostruzione, l’ostruzione, il patriottico, il sinottico, la persona, la tal persona, il suo rispetto, rispetto al rispetto di altri, le libertà, il risparmio, la pena, la morale, la ribellione, la ri-bellezza, l’astensione, la propensione, il povero, il misero, il metteranno e il metteremo: metteremo in pratica un nuovo sistema audio-mentale, leggeremo diversamente il trito per salvarci dal ritrito. Muteremo il solito dire, cambiandolo durante l’ascolto.

Bisogna diventare Autori dell’Udito.
E chi chiede: «Tradurre in cosa?», non ha intuìto che già dentro tutto l’elencato v’è l’intùito, l’incredibile, l’inaudito (ancorché non esperito), ma arricchito, e non impoverito. Chiamiamolo Nonuraniomabenaltro.

La primavera romana di Bergonzoni:
Lunedì 26 marzo Alessandro Bergonzoni sarà al Teatro Valle Occupato per un incontro aperto con il pubblico alle ore 21. Martedì
27 invece incontro con gli studenti a Roma3 (Facoltà di Lettere e Filosofia, via Ostiense 234) alle ore 15 in aula 16. E dal 28 al 31 marzo l'appuntamento è con «Urge» il nuovo spettacolo di e con Alessandro Bergonzoni all'Auditorium, Sala Petrassi ore 21.

Nessi caustici della coscienza bergonzoniana

Manuela Gandini

Potrei riassumere Nessi, l’ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni, con La rete di Indra: una folgorante allegoria buddista sull’interdipendenza di tutti gli esseri e di tutte le cose. “Si dice che nel cielo di Indra esista una rete di perle disposta in modo tale che, osservandone una, si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo, ogni oggetto del mondo, non è semplicemente se stesso ma contiene ogni altro oggetto e, in effetti, è ogni altra cosa”.

Tutto inizia al buio, un buio che dura alcuni minuti a sipario chiuso. La voce narrante vi costringe entro un angusto pertugio nel quale siete prigionieri, potenzialmente vittime di una fuga di gas. Nonostante le strampalate istruzioni di un amico all’esterno non riuscite a uscire. Lo spazio è strettissimo. Le parole di Bergonzoni disegnano la scena che si fa sempre più surreale e buia. Una surrealtà così estrema e minimalista che farebbe decidere al vecchio Andrè Breton di espellere l’attore dal gruppo surrealista.

Il battitore solitario, sicuro dell’assoluta necessità che le persone acquisiscano urgentemente consapevolezza di sé e dei propri rapporti col mondo, si cala in uno spettacolo ancora più duro e irriducibile dei precedenti. Le parole scorrono liquide sulla scena. È un bagno nella dilatazione semantica delle nostre microrealtà frammentate: “un’autopsia sul pensiero e sulle azioni”. Quando si apre il sipario e s’accendono le luci, è protagonista la Morte, con i suoi fumi e miasmi, con il suo ingombro e la sua lunga spaventosa ombra. E, mentre avanza sovrana e lenta, con lei avanza un’incubatrice. Lo spettacolo è un gioco di continui di rimbalzi tra la morte, la vecchiaia, la malattia e la nascita.

Mi accompagni in bagno?/Non puoi andarci da solo?/Mi sto preparando per quando sarò paralizzato …/Mi accompagni o no?/No, mi sto preparando per quando sarò sorda.

Le quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte, inerenti a tutti gli esseri viventi, delle quali parlava Shakyamuni, sono portate sulla scena e visualizzate attraverso la parola generatrice di mondi. Mondi precisi, mondi al di qua, mondi che fanno “Nesso”. E, dai nessi linguistici, psicologici e fisici occorre ripartire. Ripristinare il senso di comunità, includere anziché escludere. Creare all’interno anziché distruggere all’esterno. Assumersi la responsabilità anziché fottersene. “Sei pronto a vivere, a nascere, a unire i fili dell’esistenza? Collega non è più solo un sostantivo: è un verbo! Siamo tutti collegati”.

Nella Rete di Indra, le linee orizzontali rappresentano lo spazio, quelle verticali il tempo e ogni intersezione è illuminata dalla perla, perché tutto è con-nesso. Non possiamo più prescindere - sembra dire Bergonzoni, frequentatore di carceri, di asili e di case dei risvegli – dall’accogliere l’altro, dal rivoluzionare violentemente la nostra accidia, i nostri limiti e le nostre credenze. “Dobbiamo lavorare su noi stessi, sull’arte e sulla poetica, se lo facessimo, un certo governare e delinquere non esisterebbe. Dobbiamo stare attenti ai nostri geniocidi, quelli che uccidono la parte più geniale di noi stessi, la legge poetica”.

Sulla scena, gli altri tre attori muti, sono tre incubatrici. Le mani di Bergonzoni, sono infilate in una di queste e, di quando in quando, sfogliano un quaderno, (una vita?) mentre le storie fluiscono. Una sala parto, un cerchio sospeso, il buio. La scenografia di “Nessi”, come quella di “Urge” - il suo penultimo spettacolo - è essenziale, fatta con opere (le sue) disposte secondo un rigoroso spazio concettuale. Nascita e morte, ben visibili, rimangono alla fine appese al braccio di Bergonzoni mentre conclude lo spettacolo. Una fascia nera da un lato e bianca dall’altro, sollecita il pensiero di quanti muoiono e quanti nascono in questo momento.

Alessandro Bergonzoni Nessi, in scena al Teatro Elfo Puccini sino al 14 giugno.