Ho perso le parole, ma restano le emoji

emoji_sentenceAlessandra Corbetta

Dalla comparsa della faccina che ride del 1963, alle icone create nel 1990 dal giapponese Shigetaka Kurita per portare chiarezza emozionale ai messaggi di testo; così potrebbe essere sintetizzata la storia delle Emoji, zattere di salvataggio di molte conversazioni online, colorato ornamento e ridondante specifica delle stesse. Le Emoji sono definibili, infatti, come immagini semplici e sgargianti, rappresentanti stati d’animo, persone, animali o cose, che coadiuvano i soggetti nella realizzazione di messaggi di testo (che di testo, in realtà, deficiono sempre più) nelle moderne applicazioni comunicative aventi una componente messaggistica (sono quindi ovunque).

Facebook, per esempio, nella primavera del 2013, ha introdotto la possibilità di aggiungere Emoji-post agli stati espressi in forma testuale e Zuckerberg sta ora testando in Spagna e Irlanda sei nuove Reactions da aggiungersi all’ormai celeberrimo pollice alzato: oltre al mi piace, saranno presenti l’amore, le risate, la felicità, lo stupore, la tristezza e la rabbia. Whatsapp, nella sua versione beta 2.12.161, ha introdotto addirittura la possibilità di colorare, con sei diverse sfumature, la carnagione di individui e di parti del loro corpo, in un’ottica di formale lungimiranza multietnica (con plauso del pubblico, che ha però riservato la sua standing ovation all’inserimento del dito medio alzato).

Due annotazioni di superficie prima di procedere a una valutazione critica del fenomeno in oggetto. Innanzitutto le Emoji si conformano perfettamente a quel processo di visualizzazione in cui la società odierna tende a incanalare ogni lembo della sua struttura culturale, sociale e umana insieme: le rappresentazioni visive a cui le Emoji danno vita combaciano, meglio delle bocche dei due innamorati di Hayez, con le aspettative e le richieste dei suoi utilizzatori. In seconda battuta, la semplificazione insita palesemente in queste icone del riduttivismo moderno rimanda a quella forma di pensiero e di modalità comunicativa promossa dagli strumenti tecnologici in cui le Emoji dimorano; trovare, magari su Instagram, un disegnino con gli Archeologi di De Chirico, per indicare il viaggio verso la sfera metafisica dell’uomo, farebbe quasi sorridere (quantomeno per l’effetto straniante che produrrebbero di fianco ad hashtag come #soleneabbiamo?).

Al di là di casi isolati di sperimentazione culturale tramite Emoji, come la riscrittura mediante le faccine del capolavoro di Melville re-intitolato Emoji Dick, le icone di cui sovrabbondano le nostre conversazioni scritte quotidiane parlano molto del sostrato intellettivo e umano della nostra società. Traspare, infatti, in maniera cristallina l’attitudine a propendere/far propendere verso la bella vita, ricca di cocktails, smalto per unghie e costumi da bagno e la volontà di conversare/far conversare relativamente ad argomenti neutri come le condizioni metereologiche, le festività designate dal calendario o, tema dei temi, il cibo (il causativo a indicare l’esistenza di un pilota esterno che detta, bisbigliando, il contenuto dei messaggi).

Le emozioni esprimibili sono codificate e stigmatizzate e, per di più, le icone che le rappresentano vengono utilizzate in maniera spropositata: accompagnano frasi in cui il solo testo basterebbe a filtrare il senso del messaggio oppure sostituiscono il messaggio stesso, con brachilogica frettolosità. Addirittura vengono usate come risposta ipersintetica a messaggi testuali più complessi, per aggirare il dovere di “dire qualcosa” di profondo o articolato e l’offesa di molti è grande quando non trovano un’Emoji al termine o all’interno di vocali e consonanti.

Le Emoji sono accattivanti nella loro semplicità, il loro text-appeal è innegabile, come anche la capacità di umanizzare gli scambi comunicativi: prendersela troppo con loro sarebbe fuori luogo; se non altro perché le icone in questione sono uno spaccato edotto di quella anatomo-politica tanto cara a Foucault, ovvero di quel processo in cui la socialità collettiva è costruita attraverso le pratiche e le abitudini individuali che vengono così prima costruite e poi perpetrate, per il mantenimento dello status quo voluto dal capitalismo trasparente (il pilota di cui sopra) che, alternando uno smile (finto) a un bacio (di Giuda), continua a dirigere le nostre esistenze, al fine di mantenerci in quello stato di quiescenza tanto dannoso per noi, quanto produttivo per lui.

Ma, appunto, l’Emoji con il dito medio alzato è stata introdotta. E rappresenta proprio quel dito medio che, senza bisogno di digitare nulla, potremmo alzare, dobbiamo alzare, contro chi ci vuole ridurre a una faccina che piange o che ride.

 

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Giovedi 5 novembre, alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston.

P come Periscope o come Panopticon?

Alessandra Corbetta

Nel primo decennio del 1600, precisamente nel 1609, Galileo Galilei mise a punto il primo telescopio refrattore, strumento in grado, come suggerisce anche la sua etimologia, di far vedere lontano, di mettere a fuoco ciò che è per natura distante dal nostro campo visivo. Nel 1600 si voleva guardare oltre.

Nel 2015 l’universo da scrutare è prossimo, vicinissimo, è la dietrologia del quotidiano; gli astri sono le celebrities, micro e macro. Dal 26 marzo del 2015 per la precisione, abbiamo a disposizione un nuovo modo per osservare in diretta piccoli spaccati di vita e per far vedere i nostri; l’invenzione si chiama questa volta Periscope ed è un’applicazione di Twitter appartenente alla categoria del mobile video streaming, disponibile inizialmente solo per Ios, ma ora anche per Android.

Il funzionamento è basilare: si scarica l’app gratuita, si realizza l’iscrizione collegando il proprio profilo Twitter e si abilita l’accesso a fotocamera e microfono. I Galilei si chiamano Kayvon Beykpour e Joe Bernstein. Sulla scia di Meerkat Periscope consente di realizzare video, che vengono caricati istantaneamente sulla piattaforma e possono essere visti (esclusivamente in modalità verticale) e commentati in diretta: agli utenti è consentito inviare cuoricini per esprimere il proprio apprezzamento, il tutto però solo usando l’app mobile. La visualizzazione, invece, è realizzabile anche dal desktop. Se si vuole circoscrivere l’interazione, è possibile attivare l’opzione “followers only” per ricevere messaggi solo da chi si segue. Il video può essere salvato sullo smartphone e il produttore può decidere di renderlo disponibile per le ventiquattro ore successive alla sua pubblicazione. Questo è Periscope, questo è il suo funzionamento.

Ma sarebbe come dire che appoggiando l’occhio alla lente del telescopio, l’apparecchio raccoglie la luce o altre radiazioni elettromagnetiche provenienti da un oggetto lontano e le concentra in un punto, producendone un'immagine ingrandita. Imprescindibile saperlo, ma poi cosa accade? Cosa accadrà con Periscope? Che significato avranno gli accadimenti?

Finora Periscope viene usato per mostrare il dietro le quinte di concerti, come fa Jovanotti, oppure per condividere il proprio viaggio in auto, come nel caso di Fiorello; si presta a trasmettere l'omelia della Messa della mattina di Pasqua, celebrata in Duomo dall'arcivescovo di Milano e a dar vita a “Riflessioni su Periscope”, quali quelle promosse da Rudy Zerbi. È il nuovo probabile trampolino di lancio per artisti semi-sconosciuti che accrescono le loro possibilità di essere notati. Ci mostra con cosa fanno colazione gli altri o cosa tengono nel frigorifero, come passano la pausa pranzo. Consente alle aziende di fornire al potenziale o consolidato acquirente la sensazione di essere davanti a qualcosa di unico, irripetibile.

Macro live streaming da una parte, micro live streaming dall’altra, per riprendere la dicotomia tematizzata da Giovanni Boccia Artieri. Una comunità connessa che guarda e commenta una comunità connessa; una social tv avente come palinsesto le vite dei soggetti. Ha detto Mario Morcellini, pro-rettore alla Comunicazione dell'Università La Sapienza: "Se la tv era considerata una finestra sul mondo, con Periscope è come avere le pareti della propria vita in trasparenza". E l’ha detto con entusiasmo.

P di Periscope o di Panopticon? Apertura al mondo, informazione, ludicità, indebolimento delle barriere pubblico/privato, esibizionismo, generazione di contenuti dal basso, condivisione, commento: Periscope porta di nuovo a galla tutta una serie di tematiche irrisolte (e forse non risolvibili) proprie di ogni innovazione tecnologica. Torna tematizzare la centralità conferita alla visione e al visivo, ma per le conseguenze non positive della centralità di questo visivo, non produce nessun filmato esplicativo. Un nuovo tassello per una comunità di visione sempre più grande, sempre più cieca. Ma per fortuna esiste ancora il telescopio.

Le leggi del desiderio

Alessandra Corbetta

Non sarà annoverato tra i capolavori della cinematografia italiana, ma il nuovo film di Silvio Muccino Le leggi del desiderio, nelle sale dal 26 febbraio, porta sotto i riflettori un tema che necessiterebbe, invece, di essere passato in rassegna dalla riflessione contemporanea tout court.

Nell’epoca delle passioni tristi, per riprendere la celebre espressione di Miguel Benasayag, cosa significa desiderare? O meglio, desiderare è ancora possibile? Il verbo desiderare, di derivazione latina, può assumere due significati contrapposti, ma ugualmente legittimi, in base alla valutazione del de: “fissare attentamente le stelle”, se viene inteso come intensivo; “distogliere gli occhi dalle stelle”, nella sua accezione di allontanamento.

Attivo e passivo dunque, com’è infatti il desiderio che ci attrae, ci attira, ci mette in tensione verso qualcosa ma che, allo stesso tempo, ci seduce, ci rende inermi. Desiderio che per essere tale necessita di attesa, di inventiva, di creazione, di mobilitazione cerebrale ed emotiva, di apertura all’altro per non trasformarsi in mero godimento, rapido, fine a se stesso, non riempitivo, egoista.

Giovanni Canton, carismatico trainer motivazionale impersonato con efficacia dallo stesso Muccino, sembra conoscere le leggi che lo governano, leggi che se messe in pratica possono condurre al raggiungimento dei traguardi personali di ognuno, siano essi relativi al potere, al lusso, al denaro o perfino all’amore. Le leggi del desiderio, appunto. Muccino tematizza e schematizza così la figura del life coach che, guru o ciarlatano che sia, costringe a ragionare sull’applicazione dello scientismo, oggi dictat imperante in ogni sfera dell’agire umano, anche al campo del desiderare.

Niente isola sperduta di Saramago, niente utopia, nessuna incertezza ma solo metodo, rigore, impegno, cosicché a ogni causa il suo effetto e a ogni problema la sua soluzione. E poi le fasi, spiegate da Canton alla lavagna: prima il modellamento, il rispecchiamento dopo, la convinzione, ed ecco il desiderio prendere le sembianze della realtà.

Non conta sperare, pregare, sognare, immaginare, aspettare, osservare; ciò che importa è l’implementazione delle norme e il perseguimento ottimale del modello preimpostato, pregno di determinismo. È ancora possibile desiderare? Desiderare senza soluzioni preconfezionate, senza la certezza che il desiderio si avveri, desiderare come capita, come viene, cambiando magari, in corsa, l’oggetto del desiderio?

Muccino, che per dare spazio alla tradizionale storia d’amore, con tanto di corsa finale all’aeroporto, mette per un attimo da parte la questione, sembra però, in ultima battuta, rispondere in maniera affermativa al quesito. Canton, l’esperto motivatore degli animi umani, ammette l’impossibilità di far piegare le leggi del desiderio a quelle del metodo scientifico, riafferma l’importanza dell’auto-direzione di contro agli accattivanti tentativi di etero-direzionamento da lui stesso sostenuti, riscopre in prima persona l’insondabile complessità dell’essere umano che può ancora desiderare a patto che rammenti a se stesso di essere umano.

Le leggi del desiderio, al di là del romanticismo da piacevole commedia italiana, ci ricorda, come dice la voce fuori campo a inizio proiezione, che “il desiderio è ciò che muove il mondo”; ma Muccino ci ricorda anche che il mondo si muove sotto la spinta di un desiderio istintivo, passionale sul quale la scienza non può che limitarsi a dare consigli.

Generativi di tutto il mondo, unitevi!

Alessandra Corbetta

Sarà che sono quattro mani unite anche nella vita; sarà che sono due menti profonde e pragmatiche allo stesso tempo; sarà che di speranza concreta ce n’è davvero bisogno; ma con questo manifesto per la società dei liberi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi invogliano davvero a cambiare le cose. E lo fanno già partendo dal titolo: perché a Generativi di tutto il mondo unitevi! non sarebbe necessario aggiungere altro.

Una riesamina attenta, lucida, puntale del concetto di libertà per comprenderne il senso e allontanare dal non-senso con cui, invece, il più delle volte il termine viene evocato; un non accontentarsi delle cose così come sono e prendere coscienza del fatto che può esistere un modo migliore e meno superficiale di essere liberi, un modo che non si deve per nessuna ragione al mondo smettere di cercare.

La libertà, da sempre scopo e fine di ogni azione umana e grande amore di ogni popolo, richiede vigilanza perché è impegnativa e necessita di essere valutata come progetto sociale tout-court, considerando l’insita natura relazionale che possiede. La libertà non può più venire ridotta a mero consumo: essa deve necessariamente essere condotta fuori dal circuito potenza-volontà di potenza in cui l’abbiamo intrappolata e in cui noi siamo finiti preda di quello che Bateson definisce “doppio legame”, ovvero un meccanismo in cui l’individuo deve essere se stesso e allo stesso tempo aperto a tutte le possibilità, dove deve scegliere e contestualmente non credere a niente, in cui deve godere ma anche performare.

Ciò perché una libertà del tutto privata di qualsiasi punto di riferimento finirebbe per autocondannarsi all’annichilimento, come ben evidenziano Benasayag e Schmit quando asseriscono che “là dove è tutto possibile, nulla esiste”; una libertà di questo tipo altro non farebbe se non infilarsi e infilarci ancora di più in quel dannoso circolo di differenziazione che non fa differenza, in quel regime delle equivalenze dove ogni cosa viene ridotta a essere banale punto di vista, dove niente conta davvero se non per un istante talmente breve da non essere nemmeno degno di nota, dove – affermano con forza Magatti e Giaccardi - “siamo pieni di cose, di esperienze, di relazioni, ma perfettamente vuoti e soli”.

Una libertà mancante di senso del futuro, ripiegata su se stessa, che risucchia e annulla l’altro non può essere vera libertà; da qui la sfida di liberarla, di renderla libera in modo autentico; di più: di farla essere generativa. La generatività allora come soluzione, forse impegnativa, probabilmente ardua ma rigogliosa, dal profumo utopistico, dal sapore denso. Generatività che al contrario del consumo non incorpora ma escorpora, che non prende ma dà; generatività come ciò che è in grado di mettere al mondo, di dar vita, di far essere.

Generatività che ci crede, che si impegna, che sa sperare, che esce dalla logica del “tutto subito”, che intraprende e attende, che eccede senza eccesso, cha dà valore e crea valore, che fa crescere, che aiuta, che tende la mano, che costruisce, che ci ricorda che la persona “viene sempre e comunque prima e dopo” e che la singolarità e l’unicità sono ben altro di una sommatoria di scelte tra opzioni precostituite all’interno di gamme già date.

Non a caso il generare opera in una prospettiva deponente e transitiva, facendo proprie le attività del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del partorire; per ognuna di queste declinazioni, attraverso cui la generatività si esplica e si concretizza, Magatti e Giaccardi forniscono una spiegazione che, partendo dall’etimologia dei termini presi in considerazione, ne scava il significato profondo unendo all’assunto teorico e concettuale, quello pragmatico e fattuale, cosicché niente possa rimanere solo una bella parola o un discorso accattivante ma tutto prenda la forma di un’iniziativa possibile, pronta a partire, desiderosa di prendere piede.

La straordinarietà del manifesto, che non solo dovrebbe essere letto da tutti ma su cui soprattutto tutti dovremmo riflettere, sta nella contemplazione della concatenazione della miriade di elementi che entrano in gioco quando si tenta di proporre una soluzione a un problema che, per inciso, non è la conquista del Parco delle Vittorie del Monopoli, bensì quello della nostra libertà, degli altri, della società, dell’anima, del cosmo che abitiamo.

Magatti e Giaccardi l’hanno fatto con studio, indagine, perizia, passione e fede; con loro quindi possiamo – anzi dobbiamo - dire, "attorno a un nuovo immaginario della libertà: generativi di tutto il mondo, unitevi!”

Mauro Magatti - Chiara Giaccardi
Generativi di tutto il mondo, unitevi! Manifesto per la società dei liberi
Feltrinelli (2014), pp. 148
11,00

 

Generazione Shuffle

Alessandra Corbetta

Onesta. Così potrebbe essere definita, senza troppo tergiversare, la descrizione che Sebastiano Benasso fa dell’odierna generazione trentenne nel suo Generazione Shuffle, saggio uscito per Aracne, che pone sotto i riflettori un tema fondamentale, ma spesso non considerato tale, quale quello dell’evoluzione che il significato di essere giovani ha assunto all’interno della nostra società e che oggi più che mai, di fronte a tassi di disoccupazione giovanile sempre più elevati e troppo spesso imputati in maniera univoca allo scarso impegno della categoria, andrebbe letto o riletto.

Lo Shuffle è una funzione dell’i-Pod che consente la formazione e riproduzione di sequenze musicali casuali a partire dai brani che sono stati scaricati; l’uso del termine vuole, quindi, simboleggiare il carattere aleatorio e solo in parte prevedibile delle traiettorie biografiche e di costruzione identitaria dei trentenni di oggi.

Fino a che questi, seguendo il ragionamento proposto da Benasso, continueranno a essere analizzati e giudicati in ambito sociologico sulla base delle cosiddette categorie zombie che prevedono, nella fattispecie, il raggiungimento dello status di adultità dopo il superamento di alcune tappe obbligatorie, (conseguimento di un titolo di studio o acquisizione di una capacità tecnica, ottenimento di un’occupazione stabile, abbandono del nucleo familiare originario e costruzione di uno nuovo), allora essi seguiteranno a essere etichettati come immaturi, incompetenti, perdenti. Geni avariati? Pigrizia innata? Fragilità incorporata?

Certo che no; ma la sensazione è sovente quella che si abbia a che fare con una generazione sbagliata a prescindere, con una generazione mancante a priori di qualcosa. E il fatto che sembri, però, contestualmente godere di tutti gli agi possibili, rende questa incapacità di sfruttarli a pieno ancora più gravosa.Come se, in altre parole, i trentenni di oggi avessero tutte le carte in regola per vincere ma a causa del loro pavido entusiasmo e lasco impegno fossero destinati alla sconfitta.

La ricerca condotta con solerzia e massima accuratezza metodologica da Benasso ribalta questa prospettiva di analisi, mettendoci di fronte a una realtà forse più reale che riconosce nella metafora yo-yo e nei casi di situational living non deviazioni erronee da un percorso corretto, bensì dinamiche possibili all’interno di un contesto evidentemente mutato, nel quale l’elemento sopra ogni altro caratteristico è la crisi del senso.

Il venir meno dei mastodontici modelli di riferimento, che continuano però a porsi come termini imperanti di paragone, insieme a uno spazio di libertà potenzialmente infinito hanno condotto a uno smarrimento del soggetto, che impossibilitato a stabilire aprioristicamente il suo percorso di vita, si trova costretto a rileggerlo a posteriori, dando un significato a ogni scelta operata e cadendo ineluttabilmente nell’esclamazione “ah se avessi detto, ah se avessi fatto!”. Dietro l’angolo, poi, l’obbligo quasi morale di massimizzare ogni relazione o contatto, di cogliere qualsiasi opportunità, di sviluppare tutto ciò che assomigli a un talento in attesa della tanto agognata svolta.

L’esposizione alla crisi del senso conduce, dunque, a una rilettura critica del proprio percorso di vita al fine di rinvenire in esso forme di coerenza, così sintetizza Benasso, che possano fungere da indice del processo di costruzione identitaria e che conducano i giovani all’espletamento delle più svariate strategie adattive, poste in essere con la necessità e la speranza di dimenarsi quanto meglio possibile all’interno dell’ambiente sociale tout-court.

La presenza, dunque, di shifter, swimmer, sinker, sticker, settler e switcher, ovvero di soggetti che con modalità differenti si attivano per costruirsi nel nostro orizzonte di riferimento, non deve essere annoverata come il risultato di una perniciosa epidemia sociale imputabile a giovani ormai contagiati, bensì come l’assetto a cui modificazioni economiche, sociali, cronologiche, tecnologiche ed esistenziali hanno condotto con naturalezza inevitabile.

Sebbene la sociologia, stando con Bourdieu, continui a rimanere “un punto di vista su un punto di vista”, grazie a Benasso ne abbiamo un altro, meno catastrofista, meno illusorio, certamente più obiettivo dal quale partire per rileggere, ancora una volta, la storia di quello che accade intorno a noi, dentro di noi.

Sebastiano Benasso
Generazione Shuffle
Traiettorie biografiche tra reversibilità e progetto
Aracne (2013), pp. 244
€ 16,00

Il flop del Grande Fratello

Alessandra Corbetta

Da poche settimane il Grande Fratello è tornato a far capolino nelle nostre case. In attesa di vedere come andrà quest’ultima edizione, sebbene i dati in termini di ascolti siano già tutt’altro che confortanti, potrebbe essere curioso e utile indagare le cause alla base del flop della dodicesima edizione e, più in generale, le ragioni che hanno portato il reality in questione dall’essere punta di diamante del palinsesto Mediaset a programma necessitante di chiusura anticipata.

Si è trattato solo di un cambiamento delle preferenze televisive del pubblico italiano? Oppure il flop è dipeso da un’erronea scelta del cast, come sostenne il vicepresidente di Mediaset per spiegare la chiusura precoce della porta rossa? O, forse, esistono implicazioni più profonde alla base di questo avvenimento?

Si tenga conto che già la categoria ‘reality’, in cui il GF viene fatto rientrare, ci conduce in una dimensione altra rispetto a quella di un qualsiasi show televisivo. Da una parte, infatti, si annuncia allo spettatore che ciò che andrà a vedere è qualcosa di reale, inteso come qualcosa che normalmente accade nella vita quotidiana; in secondo luogo la realtà, nel senso di affermazione e prova d’esistenza, è tale solo laddove è possibile vederla, toccarla, per così dire, con mano; dunque, il reality è reale perché c’è, si vede e reali sono i suoi concorrenti poiché ci sono e sono monitorabili, in continuazione.

Da queste due congetture, come da due rigagnoli d’acqua non ben definiti e dal corso tortuoso, discende il fiume conclusivo per cui il reality è la vetrina della nostra realtà sociale, un frammento veritiero di un universo ben più ampio che però, tra le mura di una casa, trova una rappresentazione ottimale. Da qui l’espressione usata e abusata di reality come specchio della realtà: il patto che il reality ci porta a fare è quello di credere che ciò che andremo a vedere e sul quale ci viene addirittura lasciato un potere decisionale, è uno spaccato, seppur piccolo, di quello che siamo portati a pensare sia la normalità vissuta tra le mura domestiche.

Come in un contratto ingannevole però, dove le clausole più importanti sono scritte con caratteri microscopici, al momento della stipulazione del contratto tra società e reality, non viene fatta menzione, sebbene sia da considerarsi parte integrante della posta in gioco, che i concorrenti vengono selezionati sulla base di certi requisiti, di un’idea iniziale degli autori che vogliono far emergere un aspetto piuttosto che un altro e che le vicissitudini a cui daranno vita i protagonisti seguiranno, in verità, un fil rouge già tracciato.

Eppure, tale meccanismo ha funzionato perfettamente per diversi anni. Vedere persone recluse dentro una casa svolgere azioni apparentemente abituali, poterle seguire su varie piattaforme e con tempistiche differenti e poter incidere sul loro percorso di gioco è parso, per varie edizioni, qualcosa di stupefacente e accattivante.

In un mondo scosso da avvenimenti troppo grandi e disastrosi per poterne reggere l’impatto, mondo finito anch’esso, per intero, sotto le macerie universali delle Twin Towers, il GF diventa un modo, innanzitutto, per distogliere lo sguardo da se stessi e da una storia che intanto si scrive da sola; e guardare un po’ gli altri, quegli altri però simili a noi, come per avere la conferma che poi, in fondo, la barca è la stessa e che il mare non è così tempestoso. In un orologio che inizia a scandire sempre più velocemente i suoi rintocchi, il GF acquieta i ritmi, rilassa, conforta; la sua strettamente codificata naturalezza piace, le sue telecamere soddisfano quell’innato senso di curiosità tipico dell’uomo, la sua popolarità lo trasforma in un nuovo argomento di conversazione sul quale tutti, come per le condizioni meteorologiche, possono dire la loro.

Dietro alla simpatia per l’uno o l’altro personaggio è più facile esprimere se stessi, raccontarsi, prendere posizione perché in prima fila non ci siamo noi ma i reclusi; con il televoto facciamo valere la nostra opinione perché lì ci è dato farlo; con il pensiero torniamo a sperare che anche se siamo persone normali, il sogno di gloria possa ancora avverarsi. A distanza di dieci anni siamo ancora noi, ancora alle prese con la nostra realtà; una realtà nella quale abbiamo ancora lo stesso bisogno di capire chi siamo, di definire la nostra identità, di guardare fuori per vederci dentro, di osservare gli altri per scoprire noi stessi; una realtà che non trova più, però, risposte soddisfacenti nel GF ma prova a cercarle altrove, in Facebook e nei Social Network in primis.

Del resto, e rubo gli interrogativi a Farci, “nel momento in cui aggiorniamo su Facebook la nostra situazione sentimentale, raccontiamo in terza persona le nostre esperienze quotidiane alla cerchia degli amici che ci leggono, o aderiamo ad una gruppo di discussione che ha come oggetto una emozione o uno stato d’animo, siamo davvero così diversi dal personaggio di un reality che esterna le proprie emozioni oggettivate come merci in vetrina dentro la stanza di un confessionale?

Non scorre, forse, al fondo di quella medesima ansia da confessione che caratterizza piattaforme espressive come reality show e social network, lo stesso vocabolario sentimentale, quella stessa strategia di gestione pubblica dei sentimenti che sta trasformando il nostro io in un fatto pubblico ed emotivo?” Se la risposta alle domande iniziali appare ormai evidente, lasciamo a queste finali il tempo per rifletterci sopra ancora un poco.