Interférences #7 / Riscrizioni di mondo, un dispositivo poetico a 11 autori + 2

Andrea Inglese

wave1Il congegno di scritture che è stato qui approntato ha come scopo di mettere in questione le frontiere di ciò che chiamiamo poesia, non tanto con la pretesa di cancellarle semplicemente, ma per renderle semmai maggiormente mobili e porose, per spostarle altrove. È un piccolo esercizio pratico per pensare diversamente la poesia. Non è un caso che abbia deciso di presentarlo in questa rubrica, e non solo perché coinvolge autori francesi e francofoni, ma anche perché in ambito francese la riflessione sulle frontiere e lo statuto della pratica poetica sono state e continuano ad essere particolarmente importanti.

Il titolo Riscrizione di mondo sta a significare che il mondo non è solo oggetto delle scritture, delle scritture che lo registrano, rappresentano, descrivono, ma anche soggetto alle scritture, sottoposto alla loro autorità, modificato dai loro effetti di senso, il mondo è squadernato attraverso le scritture che lo rilevano e solcano. Questo fenomeno è quanto le scritture “scientifiche”, nel loro sorgere storico, mostrano, prima di essere organizzate in forma compiutamente disciplinare dalle istituzioni scientifiche. Esse creano un ambito di oggetti, eventi, scenari che prima del loro esercizio non erano visibili e dicibili, in quel modo. È quanto anche la pratica poetica può fare, situandosi instancabilmente nel punto di sorgenza in cui vocabolari e oggetti si fronteggiano prima di ogni adeguazione condivisa, disciplinare.

Il punto d’innesco sono tre brani in prosa di altrettanti scrittori “scienziati” attivi tra Ottocento e primo Novecento: John James Audubon, ornitologo statunitense di origine francese, Elisée Reclus geografo e Jean-Henri Fabre entomologo, entrambi francesi. Nessuno dei tre fu uno scienziato “professionista” come lo intendiamo oggi, ossia uno scienziato a tempo pieno. Audubon, oltre ad essere un ornitologo, fu un appassionato cacciatore, un esploratore e anche un artista, illustratore e pittore (suo il celebre The Birds of America, contenente 435 illustrazioni di uccelli americani da lui realizzate). Il brano scelto proviene dai Missouri River Journals del 1843. Reclus fu un attivista e teorico anarchico, partecipò alla Comune di Parigi e, dopo aver subito il carcere, fu esiliato dalla Francia. È l’autore della Nuova geografia Universale. Il suo brano proviene da Le Alpi del 1869. Fabre, che è considerato il padre dell'entomologia, realizzò gran parte della sua formazione come autodidatta, e il suo mestiere principale fu l’insegnamento della fisica nella scuola secondaria. Il brano è tratto da Ricordi di un entomologo, il volume del 1900.

Questi tre brani sono stati proposti a quattro poeti francofoni (il primo belga e gli altri tre francesi): Vincent Tholomé, Frédéric Forte, Liliane Giraudon e Suzanne Doppelt. Ognuno di loro ne ha scelto uno, per realizzare una libera riscrittura. A loro volta queste riscritture sono state proposte ad altrettanti autori italiani (Alessandra Cava, Renata Morresi, Andrea Raos, Vincenzo Ostuni), per un ulteriore riscrittura. In questo susseguirsi di trasformazioni, la scrittura scientifica è stata abolita, il suo sforzo di rendersi trasparente di fronte all’oggetto, è stato perturbato dal ritorno dell’opacità linguistica. Quelle descrizioni di mondo sono divenute supporto di proiezioni, sono state sfigurate e riconfigurate, disorganizzate e reinventate. Ma quest’operazione che sfigura e riconfigura ha preso vie differenti, ha assunto strategie testuali plurali, che corrispondono alle diverse maniere degli autori. Alcune vanno verso la destrutturazione grammaticale, altre verso la letteralità, altre verso un uso allegorico del vocabolario naturalistico. Ma questo movimento non testimonia solamente di un regredire dell’oggetto alla sua pura e tautologica enunciazione linguistica, come vorrebbe una certa poetica francese della litéralité. La lingua perde la sua trasparenza, ritorna ad essere opaca e quindi reale, fatto tra i fatti, ma non per questo cessa di rinviare al mondo, di costruire una tensione nei confronti di esso, di fronteggiarlo.

Per questo motivo il curatore del dispositivo testuale, ossia il sottoscritto, e Gianluca Codeghini, artista e musicista, abbiamo deciso di “installarlo” nel mondo, nello spazio fisico, dandogli realtà sonora e azione. I testi da cui siamo partiti vengono dal mondo, da un’osservazione del mondo, da una molteplicità di pratiche – in realtà – che accompagnano e preparano questa osservazione, e vogliamo che ritornino al mondo, sotto forma di oggetti sonori o di azioni performative. Questo percorso è iniziato durante le giornate di Ex.it materiali fuori contesto , edizione 2016, ad Albinea, e all’Ateliersì di Bologna , nel contesto di Bologna in Lettere 2016, con la collaborazione di Alessandra Cava.

Audubon → Tholomé → Cava

John James Audubon

A cui bisogna aggiungere otto bisonti nella corrente, un’antilope e un cervo. Quale ecatombe devono portare con sé queste piene improvvise! La ragione di un annegamento di tale entità non stupirebbe probabilmente colui che conoscesse le loro abitudini, ma sarà bene ricordarle per colui che le ignora.

A qualche centinaio di miglia più indietro, il fiume s’incastra tra alte falesie, delle quali molte si ergono quasi a picco e sono dunque molto difficili da scalare. Quando i bisonti saltano nell’acqua oppure cadono dall’una o dall’altra riva, attraversano facilmente il fiume a nuoto, ma quando essi raggiungono le pendici di queste vere e proprie muraglie, le infelici bestie si sfiniscono in vani tentativi di arrampicarvisi finché non rendono l’anima e vengono trascinate dalle correnti fangose. Se ne sono pure visti i cadaveri à Saint Louis, gonfi e putrefatti.

La cosa più straordinaria in questa storia di bisonti annegati è che gli Indiani sono costantemente in agguato sulle rive e che, qualunque sia lo stato di decomposizione della carne (a condizione che la gobba contenga del grasso), essi nuotano fino ai cadaveri, li issano sulla sponda e li tagliano in pezzi. Dopodiché fanno cuocere e mangiano questa carne abominevole e così fino al midollo delle ossa.

A volte, il grado di putrefazione era talmente avanzato che di pelame non ce n’era più!

Traduzione di Alessandra Cava

Vincent Tholomé

Ieri, eravamo nello studio di Mi, Im e io, era mattina, finestre spalancate, c’era vento, che sollevava dal cranio di Mi una ciocca di capelli stopposi, Mi seduto bello rigido al tavolo ingombro di scartoffie debitamente stampigliate, intestate, accuratamente disposte in piccoli mucchi, o che fanno finta di esserlo, non un foglio sciolto che oltrepassi i ranghi o svolazzi per il tavolo, dal momento che Mi prende cura, come sempre, di posare su ogni mucchio un portacenere in rame rosso a forma di stella proveniente dalle colonie e dalle loro miniere a cielo aperto, dove migliaia di braccia muovono e smuovono, manipolano martelli pneumatici 15 ore al giorno, nel frastuono infernale, trasportando secchi di fango da evacuare, da scaricare altrove, nella savana inondata o nel fiume che trascina 1000 cadaveri di bufali e capre, pance all’aria e gonfi, vorticanti su se stessi secondo la forte corrente, le rapide e i mulinelli, imbarcati dal monsone, si direbbe, fino alla foce, l’oceano, poi l’America, Mi, seduto bello dritto al tavolo e infagottato nella camicia beige scuro, rimbrottandoci, non so perché, rimproverandoci d’impedirgli, a lui, MI, di vivere altrove, una vita semplice e felice, vicino al fiume Missouri o Mississippi, oppure sulle rive del Volga, lontano dal nostro fiume Lualaba e delle sue acque trascinanti 8000 cadaveri all’ora di ovini e caprini, caduti dalle falesie, travolti dai fanghi, le inondazioni, i flussi delle terre molli, che sfiancano gli individui più robusti identicamente agli altri, rovinando la loro pelle e il loro pelame, trascinandoli sempre più lontano dalle rive, dai luoghi di vita e di nascita, Mi, a voce bassa, che ci ricorda delle cose, ma cosa?, in un grande monologo inaudibile, finestre spalancate, lasciando entrare la città e i suoi rumori, un piccolo vento fresco e malizioso, che solleva una ad una, a vicenda, le ciocche leggere che ornano il cranio di Mi, piccole scintille avide di volo, ho pensato beffardo prima di uscire, di lasciare Im senza stringergli la mano, di ritornare al mondo salutare, al fiume, ai suoi pescatori che issano sulle rive le loro barche, conchiglie di noce con vele rettangolari, piccoli pezzi di tessuto non molto più grande di una tovaglia o di un set da tavola, che tagliano in pezzi, proprio loro, i pesci, facendoli cuocere, mangiando la loro carne abominevole questo fino alle lische, felici di essere tornati, di averla, una volta di più, scampata, ma per quanto tempo ancora? rispetto ai cargo, rischiando ogni notte l’incidente, l’urto definitivo contro gli scafi ciechi delle petroliere che portano altrove, nelle lontananze, il loro carico di bidoni d’olio impilati, di benzina o di gasolio, che solcano il fiume senza attenzione, perdendosi a volete nei meandri o incagliandosi, shazam!, in un banco di sabbia, nel bel mezzo dei coccodrilli, delle grandi belve, e degli ippopotami , ho pensato.

Traduzione di Andrea Inglese

Alessandra Cava

ieri eravamo io e, eravamo io, ed eravamo io, appena visibili a causa del turbinio delle carte debitamente stampigliate, quale ecatombe, le finestre straordinariamente aperte al mattino, le ciocche pallide dirette verso il soffitto, poi di nuovo sulla testa, nel venticello sfacciato, cercando senza successo di costruire delle torri, impilando i fogli, catturandoli col peso dei posacenere, ai quali bisognerebbe aggiungere, ho pensato, una quantità di bisonti, antilopi e cervi sul filo dell’acqua, non facendo fatica, questi, a passare attraverso i fiumi o i mari, bufali o capre che siano, il ventre in superficie e gonfiato, mulinanti su se stessi a piacere della corrente forte, delle rapide e dei vortici, portati via dai venti al di là dei confini, nel silenzio infernale, fino alla foce, e io, io e io, seduto ben dritto al mio tavolo, accusando loro, di impedire, a noi, di vivere altrove una vita semplice e felice, lontano da questi fiumi sui quali sfilano carcasse di ovini e caprini, caduti dalle falesie, trascinati dai fanghi, dal flusso delle terre molli, tentando invano di arrampicarsi - li abbiamo anche visti, seduti ben dritti al nostro tavolo, o facendo finta di esserlo, noi, lo schermo grande aperto in un monologo assordante, lasciando la città e i suoi rumori, loro, quelli più forti come tutti gli altri, disperdersi sempre più lontano dalle loro vie, la ragione del loro annegamento in così grande numero non potendo stupire quelli che conoscono le nostre abitudini, ricordando qualcosa, ma cosa?, avendone visto i cadaveri, prima di chiudere le finestre, fino alle spine, fino al midollo, le piene improvvise che sfiniscono la loro pelle e li spingono sempre più vicini al luogo della loro nascita.

Reclus → Forte → Morresi

Élisée Reclus

Le valanghe invernali nubiformi o valanghe di neve asciutta sono le più temute dagli abitanti delle Alpi, non soltanto per le devastazioni dirette che provocano, ma anche a causa delle trombe d’aria che a volte le accompagnano.

Quando dei nuovi strati di fiocchi non aderiscono ancora del tutto alle vecchie nevi che ricoprono, o quando la massa, troppo imponente, manca di punti d’appoggio, i venti tempestosi che passano sugli alti valloni possono tutto d’un tratto far precipitare l’intera massa; sarebbe a volte sufficiente il passaggio di un camoscio, la caduta di un ramo o una semplice eco, per rompere l’equilibrio instabile della coltre superiore.

Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite; poi, laddove la pendenza del suolo favorisce la sua avanzata, si precipita con un movimento sempre più rapido. Incessantemente ingrossata dagli altri strati di neve, e dai detriti, le pietre, i cespugli che trascina con sé, passa al di sopra di cornici e corridoi, frantuma gli alberi, rade gli chalet che si trovano sul suo passaggio, e simile a un pezzo di montagna che crolla, si tuffa a valle per risalire sul versante opposto.

Attorno alla valanga la neve asciutta si solleva in ampi vortici, l’aria compressa lateralmente dalla massa che si abbatte, muggisce a destra e a sinistra in vere e proprie trombe d’aria che scuotono le rocce e sradicano gli alberi, trascinandoli poi con sé per scagliarli sui versanti opposti.

Traduzione Andrea Inglese

Frédéric Forte

forte DEF PICCOLO

LA VALANGA DI IERI

nuda sotto il rene avanza, dispone il più morbido

degli abiti delle Alpi

..........................(ci si mente all’uso)

............dire le vesti attraverso la pagina

............gli strati

............dove lei, fiocco, non ha punto corno

 

x neve antica copre il bersaglio nudo…

punto d’appoggio, il vento infuria

passa sui talloni o d’un colpo

cita la massa intera :

lui (ff) ha fede, saggio d’un me caduto d’un [e]c_o

................L’ECO

............................libero, sporco di sudore

 

« Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite »

 

là dove il nesto osa il suo passo,

lei recita un movimento

incessante, rosato dai tocchi:

..................neve e detriti, pietra arrossata

..................che lei taglia da sopra nicchie e corridoi

spezza gli alberi, rade gli chalet

spesso intralcia il suo collo

e sembra un monte che scola, costeggia inghiottito

o sale il versante opposto

 

giro d’avallo, fa neve

.............polvere, linfa in vortice

(l’aria rimata trama per maschera)

doccia vitale cade

che conta questo treno

..................................sciabola la poesia la

..................................lancia sui versi posti

Traduzione Alessandra Cava

Renata Morresi

Le valanghe MORRESI corto

Fabre → Giraudon → Raos

Jean-Henri Fabre

È il feroce Scarite [gigante – Scarites giga], l’audace assassino, che interrogheremo per primo sulla morte simulata.

Provocare il suo stato d’inerzia è faccenda delle più semplici: lo manipolo un istante, lo rigiro tra le dita, ancora meglio, lo lascio cadere sul tavolo, a due o tre riprese, da un’altezza esigua. Una volta ricevuto lo choc, e ripetuto se necessario, metto l’insetto sul dorso.

È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta. (…) La posa inerte ha persistenza molto variabile nella stessa giornata, nelle stesse condizioni atmosferiche e con lo stesso soggetto, senza che io possa chiarire le cause che l’abbreviano o la prolungano.

Si sondano le influenze esterne, così numerose e a volte così deboli, che qui intervengono; si scrutano soprattutto le intime impressioni dell’animale, ma sono queste segreti impenetrabili.

Limitiamoci alla registrazione dei risultati. L’immobilità è mantenuta abbastanza spesso per una cinquantina di minuti; ma in alcuni casi può anche superare l’ora. Se nulla disturba l’insetto, se lo copro con una campana di vetro, al riparo dalle mosche, visitatrici importune nella stagione calda in cui opero, l’inerzia è perfetta: non il minimo tremito né dei tarsi, né dei palpi, né delle antenne. È davvero, in tutta la sua inerzia, il simulacro della morte.

Infine, il finto defunto resuscita. I tarsi tremolano, gli anteriori per primi; i palpi e le antenne oscillano lentamente, è il preludio del risveglio. Le zampe ora gesticolano. L’animale si curva un po’ sulla sua vita stretta, si inarca sulla testa e sul dorso, si rigira. Eccolo che zampetta e fila via, pronto a ridiventare morto apparente se rinnovo la mia tattica di choc.

Traduzione di Alessandra Cava

Lilian Giraudon

È la scontrosa Lascite (do-mina – littera) l’insospettata omicida che, per finire, con cautela studieremo in merito all’orgasmo simulato. Di offrire un sembiante di desiderio sarebbe capace anche un bambino: la si sfiora un secondo, la si gira tra le lenzuola, l’attimo dopo la si getta a terra, due o tre volte, su un tappeto. Rinnovata questa tattica secondo la temperatura e il momento della stagione, alla fine si mette la creatura sulla pancia. Eccoci: la simulatrice non dorme più, come elettrizzata (…) L’orgasmo orchestrato è tuttavia di intensità variabile secondo il ciclo della luna, la temperatura esterna e anche con lo stesso esemplare, senza che si riesca a capire cosa provochi la sua durata o la sua interruzione. Stilare una lista dei suoni ambientali che circolano nell’aria, così musicali per quanto fiochi, può rendere l’eccitazione sopportabile. Non dimenticate che penetrare sessualmente le parti intime della bestia vi farebbe correre un rischio mortale. Limitatevi dunque con gli occhi a fissare i risultati. Il tremito agita il corpo umido a volte per più di trenta minuti; per certi soggetti può durare anche oltre. Se niente disturba la femmina e se al riparo dagli onischi –anch’essi abitanti della camera nella stagione in cui opero – la copro di escrementi, l’orgasmo è totale: fremiti lungo il ventre, dai seni fino alla bocca. Si può osservare con grande esattezza, in tutto il suo caos, lo spettacolo della piccola morte… È a quel punto che la macchina del godimento si ferma. Gambe e braccia si immobilizzano. Lentamente il corpo si drizza, gli occhi vi trovano nella penombra. La bestia si piega un poco prima di scagliarsi in avanti. Si inarca, fauci spalancate, puntando alla gola. Eccola che conficca le zanne e vi dissangua come maiali per riprendere subito dopo la sua postura di orgasmo, in attesa che qualcun altro rinnovi la tattica.

Jacqueline Henriette Favre

Traduzione di Andrea Raos

Andrea Raos

È la socievole Lascite (do-mina – littera) la notoria genitrice che, per esordire, senza indugio trascureremo in merito all’apatia reale. Di sottrarre una reale repulsione non sarebbe capace nessun adulto: la si tiene distante a lungo, la si lascia immobile sul letto, molte ore dopo la si accompagna dolcemente verso il soffitto, una volta, contro il lampadario. Gesto inconsulto compiuto una sola volta, in un momento a caso del giorno e dell'anno, fin da subito il non nato sarà sulla schiena. Distanti: l'ortonimo è già sveglio, del tutto intontito. (...) L'apatia reale è di conseguenza regolare e indifferente al moto del sole, all'atmosfera stabile dell'ambiente chiuso e soprattutto, con diversi soggetti, è del tutto chiaro che non dipende dal finire subito e dal continuare. Cancellare i colori esterni immobili a terra, stridenti perché intensissimi, per forza di cose nega questa odiosa indifferenza. Ricorda sempre che mantenersi sessualmente lontano dalle parti esterne della pietra ti darà la vita. Tuttavia spingiti a odorarne le premesse. L'immobilità strazia il vuoto secco sempre per meno di un minuto: per nessuno dura mai di più. Quando tutto aggredisce il maschio e sotto attacco dalle scolopendre, sempre lontane per tutto l'anno della tua inattività, lo ripulisco dal cibo, l'apatia è incompleta: strazi di lombi, nuca e spina dorsale. Non si nota, nel caos, il segreto della grande nascita... Ma già da prima l'organismo del dolore si era messo in moto. Radici e rami si agitano. Rapida la pietra si affloscia, l'odorato ci perde nella luce. La pianta si piega a fondo dopo essersi tirata indietro. Si racchiude, opercoli stretti, ritraendosi dagli alluci. Non la noti strappare le radici ed iniettarti linfa come scimmia pur avendo appena prima negato la tua contorsione di apatia, indifferente a chi non tornerà mai più.

Fabre → Doppelt → Ostuni

Suzanne Doppelt

Uno spettro continuo

La tarma diventa nera per sfuggire ai predatori, lo Scarite lo è già, così nero come un uccello del malaugurio che conosce tutti i trucchi, fare il morto per esempio, fisso come il fasmide fa il fuscello su un tappeto di muschio, senza capo né coda o la farfalla la foglia secca, l’animale è un vegetale invertito. È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, sdraiata sul dorso, un dorso così duro come un’armatura, la mosca guarda il mondo al rovescio e le sue cause prime prima d’essere trascinata via ma basta un po’ di cenere, una vera mossa magica, affinché essa ritorni all’istante, un fantasma in tutto e per tutto simile, di taglia e di aspetto. Lo stesso vale per colui che ogni notte torna in vita, inservibile simulacro, il morto-vivente che ritrova il suo letto al canto del gallo, la coscienza stinta e il dente ben affilato oppure colui che va su di un filo, l’occhio elettrico tra il giorno e la notte, una vera macchina di precisione, perché nel sonno non trova riposo. È il caso dell’anguilla e di qualche animale superiore, morta, la sua pupilla si apre e si chiude otto, dieci, sedici giorni dopo, una gran bella danza macabra cento volte all’ora sotto l’influsso della luce. Poi è sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, stesa sotto la sua ombra portata, semiscolorita, senza occhi e senza orecchie e così mite come un’immagine.

Vincenzo Ostuni

Riscritture testi Ostuni1

*

Riscritture testi Ostuni2

*

Riscritture testi Ostuni3

 

riscrizione alfabeta

***

lampadina1Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo di lavoro, di fake news, di soldi, di scuola. E vi aspettiamo!

Entra nel cantiere di Alfabeta2

Una poesia / 14 Alessandra Cava

Alessandra Cava (1984): autrice di rsvp (Polìmata - ex[t]ratione, 2011), ha partecipato alla scrittura e alla traduzione collettiva di Le Moulin 14 – 19 luglio 2014 (Benway Series). Apparizioni su: «il verri», «Alfabeta 2», «Semicerchio»; in rete su: «Poetarum Silva», «blanc de ta nuque», «Le parole e le cose», «L’Ulisse». Rassegne e laboratori: RicercaBO (Bologna, 2009), Poesia Totale / In voce (Roma, 2010), Poesia13 (Rieti, 2013), Generazione Y (Roma, 2014).

 

entra, questa è la campagna, si dice, qui intorno, si dice, c’era tutta campagna, si dice, una volta, anche, procedendo necessariamente per tornanti, scomparendo dentro i punti all’orizzonte, era tutta sconfinata: tutta questa sconfinata, scontornata, ripristinata campagna puoi tu adesso viaggiarla, abbassando lo sguardo quando campagna non è, incantandoti quando all’improvviso, proprio davanti ai tuoi occhi: guarda, dunque, un po’ di verdura, azzurra, naturale, un po’ lontana.

il giardino è un frutteto, è un orto, è corretto, passa il dito sul limite tra quello e il grigio del muro, e sopra ancora, è concluso, tra il cielo e la tela, sotto al braccio che coglie ciliegie, la stoffa si scuote.

niente fa ombra, tu sei sul portone, impossibile entrare, ora prova di nuovo:

alfadomenica #3 marzo 2016

Su alfadomenica di oggi

  • Franco Beltrametti, parole in transito - Prosegue, per l’alacre spinta di Anna Ruchat che presiede a Riva San Vitale la Fondazione a lui intitolata), la riscoperta di Franco Beltrametti (1937-1995): personaggio sino a questo momento defilato ma di grande suggestione, e in molti sensi tipico, di quell’«arcipelago di poeti» che, alla conclusione dei lavori del Gruppo 63, dispersero le loro vite-opera in una raggiera di direzioni diverse. Leggi >
  • Una poesia / 14 Alessandra Cava - entra, questa è la campagna, si dice, qui intorno, si dice, c’era tutta campagna, si dice, una volta, anche, procedendo necessariamente per tornanti, scomparendo dentro i punti all’orizzonte, era tutta sconfinata: tutta questa sconfinata, scontornata, ripristinata campagna puoi tu adesso viaggiarla, abbassando lo sguardo quando campagna non è, incantandoti quando all’improvviso, proprio davanti ai tuoi occhi: guarda, dunque, un po’ di verdura, azzurra, naturale, un po’ lontana. Leggi >
  • Semaforo - Coincidenza - Emozione - Zeigeist - Leggi >

Antologia della poesia italiana ultima

La Russia di Charms al metro Barrikadnaja
Elisa Alicudi

Nessuno riconosce più la vecchia Elisaveta Bam, è un’attrice caduta nelle acque del disgelo,
è il giornale impilato a ogni angolo con le foto della Reuters,
lei lo monta, si accovaccia, poi riparte.
La vita al metro Barrikadnaja è la stessa. La vecchia Elizaveta Bam la attraversa,
sfiora il marmo rosso, scorrono i suoi passi a manovella, il mantello storto, le rughe di gesso.
E inferma, dentro un’ombra identica ogni ora in ogni punto,
sente odore di altre scarpe calpestare la sua testa e la saliva pulsare sul cemento della capitale.
Aveva aspirazioni Elisaveta Bam, aveva forse talento?
Annuiscono le amiche, ma è mancato l’impresario a strapparla dal vagone sempre uguale.
Avesse un giorno provato a vivere su altre scale. Ma la vita, Elizaveta, è la stessa.
Lo sguardo punta al tacco, alla scala che trascina lì dove la bava è ingiallita, s’è seccata.
E le suole consumano i colori, ripassano i binari, niente più di questo.
Era lì, non è successo. La vecchia Elisaveta sa che vivere non è una parola transitiva.
Lo sa che sarà liquidata a proprie spese, su due piedi, coi viveri in dispensa.

Elisa Alicudi vive a Torino, dove collabora alle attività di sparajurij e alle sue propaggini editoriali, tra le quali la rivista Atti Impuri. Suoi testi sono usciti su Absolutepoetry, Alfafabeta2, Poetarum Silva e nell’antologia Paesaggio 013 a cura di Tommaso Ottonieri (Caratteri mobili, Bari, 2012).

Nel bosco degli Apus Apus
Mariasole Ariot

Apus Apus: "una sua peculiarità è quella di avere il femore direttamente collegato alla zampa tanto che il nome scientifico deriva dalla locuzione greca "senza piedi". Questa sua caratteristica fa sì che non tocchi mai il suolo in tutta la sua vita; infatti se disgraziatamente si posasse a terra, la ridotta funzionalità delle zampe non gli consentirebbe di riprendere il volo." Quindi dorme in piedi.

Il corpo urta sugli spigoli non per eccesso di ossa ma per un compendio di niente. Mi accorgo della grande solitudine del cielo, di questo filo tirato tra un muro e l’altro per appendere gli impiccati.

Ce ne stiamo lì a guardare, ogni mattina, come fossimo un pubblico in fila al concerto o alle poste, ci spintoniamo per guardare il massacro.

Io vivo, lui non vive, io non vivo. Lui si ritrae nella cantina. Io mi affaccio. Lui vede il bulbo, io vedo il fiore. Lui mi pettina i capelli con il rastrello, io preparo la camomilla.

Quanto manca al primordiale? Amare ha un nome proprio. Io ho perduto il mio.

***

All’ora dei sei pasti ci scambiavamo di posto. Ero nella cricca delle ribelli, mi piaceva fare la parte contraria delle sante: assistevo ai baci delle donne, le loro lingue nei bagni, i giochini all’uncinetto, le mani tra le gambe sotto i tavoli imbanditi e i carrelli del pane e delle flebo, poi scendevo al piano inferiore dell’inferno, ché lì c’era posto per gli invisibili - e io mi sedevo sulle gambe degli internati, avevano tutti le facce incarnite.

Quello spavento non era rassicurante, ma tra i tre mondi a disposizione, quello era l’unico più vicino al sonno. I sensi si scambiavano riconoscenza, Claire mi chiedeva: posso mostrarti un suono? Posso cantarti tutta? Sono il tuo mare?

No, Claire, tu non sei il mio mare.

Eravamo tutti condannati alla verità.

***

Sono le otto del mattino e un pianeta come un sole sopra un sole è comparso alla finestra. L’occhio che si estende mi incolla al vetro, lecco la cornea per vederci meglio, mi avvicino per capire se è la storia della terra che ci siamo raccontati per millenni.

La voce dice: hai sbagliato: ripeti: hai sbagliato. Puoi fare le magie con gli occhi, spostare gli oggetti, farti mangiare dai morti, catturare l’immagine del cielo. Ma c’è un punto intoccabile che continua ad urlare, che cade come resina sugli occhi. La mia nudità è su quel sole che posso vedere solo io e solo sono io, un riflesso di un pianeta che non può cadere e continua a cadere ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni piccolo frammento di tempo.

Madre, la mia pancia è vuota. I miei pianeti sono vuoti. La lampada che mi hai regalato non ha mai emesso luce.

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) Ha pubblicato La Bella e la Bestia in AAVV, Di là dal bosco (Milano, Le voci della luna 2012), Simmetrie degli spazi vuoti (Milano, Arcipelago 2013). Sue poesie e prose sono apparse su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Gammm, Metromorfosi Infocritica. Finalista alla XVI edizione del premio Poesia di Strada (Macerata, 2013), ha composto musica e testo del brano “Inversione” per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri e collabora alla rivista scientifica lo Squaderno - Explorations in space and society. A settembre 2014 entra a far parte della redazione di Nazione indiana. Suona il pianoforte, fotografa e dipinge.

12:27
Gabriele Belletti

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pavimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, ombra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, Verona, Cierre Grafica, 2010

Gabriele Belletti è originario di Santarcangelo di Romagna, dal 2011 vive a Nantes. Dopo la laurea in Filosofia (Estetica) presso l’Università di Bologna, ha studiato Epistemologia a Firenze e, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della Filosofia e della Storia, ha esercitato la professione nei licei italiani. Ha pubblicato articoli su rivista (Chroniques italiennes, Il lettore di provincia, Poetiche, Rivista di studi italiani) concernenti la poesia italiana del Novecento e l’estetica anceschiana. Dopo aver partecipato all’edizione del 2008 di RicercaBo, ha pubblicato due plaquettes di poesia: Condominio (Collana Opera Prima, Verona, Cierre Grafica, 2010) e Beaujoire (in AA.VV., Paesaggio_013, Bari, Caratteri Mobili, 2013). È attualmente iscritto al Dottorato di ricerca in Lingua e Letteratura italiana presso l’Université de Nantes (in cotutela con l’Università di Firenze).

divided by zero, ultima
Daniele Bellomi

dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruirsi
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunga dalla pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

(2014)

Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza e lavora a Milano. Nell’A.A. 2012-2013 si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. È co-fondatore (insieme a Manuel Micaletto) del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non narrative su «GAMMM») e La testa (poesie, autoprodotto) per plan de clivage. Ha anche curato la riduzione a testo del DVD Reading-Lezione all’Accademia di Brera di Biagio Cepollaro. Suoi testi sono apparsi online su Poesia da fare, Niederngasse, GAMMM, Nazione Indiana, lettere grosse, Poetarum Silva, Rebstein, Critica Impura e Carte nel vento; in rivista su il verri (n°50, 2012), Trivio (n°1, 2013) e, prossimamente, su L’Ulisse. Ha partecipato alle edizioni 2013 e 2014 del convegno EX.IT. _ materiali fuori contesto, dedicato alla scrittura di ricerca e tenutosi presso la biblioteca di Albinea: suoi testi sono inclusi nel volume antologico della manifestazione, edito dalla tipografia La Colornese. Finalista per la sezione Raccolta Inedita al Premio Lorenzo Montano 2012 e vincitore del Premio Opera Prima 2013, grazie al quale pubblica la sua prima raccolta di poesie, Ripartizione della volta (2009-2012), co-edita da Anterem Edizioni e Cierre Grafica. Il suo prossimo libro dove mente il fiume (poesie 2012-2014) è in uscita a gennaio 2015 per le Edizioni Prufrock Spa.

Discendenza
Carlo Carabba

Quel che rimane della vita sono
i fatti, eventi registrati
se importanti.
Quello che non rimane sono i sensi
esterni e interni
nascosti dai sepolcri e dall'oblio
di quanti non conosco,
perché lontani morti o nascituri.
E anche dei miei cari non immagino
l'infanzia quando non l'ho conosciuta,
non penserà a mio nonno mio nipote,
se mai ne avrò, che io
non ho pensato al nonno di mio nonno.
Se vivo è per amori
dimenticati e amplessi ripetuti -
risplensero davvero bianchi i soli
sopra i miei cari estinti.
Da un letto di ospedale
mia nonna ha chiamato sua madre
nel sonno e mi ha svegliato.
(Le sono andato accanto
non ce l'ho fatta a dirle
"tutto va bene, nonna, guarirai".)
Di me resterà traccia
a lungo nei registri
delle burocrazie statali,
lascerò un segno quasi eterno
nel ciclo dell'azoto. Ma quanto avrò provato
andrà perduto quando
non ci saranno quelli
che su di me hanno pianto - e io su loro.
Succederà lo stesso
ai frutti smemorati del mio seme
ai loro frutti e ancor
la notte il buio e il freddo
e il sole
di giorno ancora il sole.
Un giorno sarò morto e intanto vivo.

Carlo Carabba è nato a Roma nel 1980. Laureato in storia della filosofia, ha pubblicato i suoi versi su numerose riviste, in alcune antologie (tra cui La generazione entrante, Ladolfi 2011) e nelle raccolte Gli anni della pioggia (peQuod 2008, premio Mondello per l'opera prima) e Canti dell'abbandono (Mondadori 2011, premio Carducci e premio Palmi). Caporedattore di Nuovi Argomenti dal 2009 all'inizio del 2014, ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Riformista e Il Venerdì di Repubblica. Attualmente lavora nell'editoria.

Alessandra Cava

se uno prende a un certo punto la luce che c’è
e poi la fa come quella che sta di là nell’altra
città se il marciapiede del grande viale è come
la bassa marea e il ritaglio dei tetti fa uguale
rilievo a passarci lo sguardo allora svolta nel
vicolo e sta adesso dove prima ha figurato
il fondalino è azzurro molto brillante
il sale qualche varietà di vento tutto si sposta
a seconda del tempo ad esempio i villeggianti
con le stagioni le sedie a sdraio se è notte
il treno quando è l’ora ma adesso si sta fermi
si rilasciano le corde si prende il sole è uno
il momento nella punta delle V affilate
le cabine di legno in fila sul mare
il ripiano dove si mettono gli oggettini le
bomboniere gli angeli trasparenti tutto è
soprammobile (dovrebbe muoversi e invece proprio
non fa neanche un suono) tutto è così evidente è
rilevato col giallo fluorescente
quello è come questo dicono e anche esattamente

Alessandra Cava (1984) ha vissuto a Grottammare, Siena, Bologna, Parigi. È dottoranda in Studi Teatrali alla Sorbonne Nouvelle. La sua prima raccolta, rsvp (2011) è pubblicata nella collana ex[t]ratione di Polìmata. Ha partecipato alla scrittura e alla traduzione collettiva di Le Moulin 14 – 19 luglio 2014 (Benway Series 2014).

Sara Davidovics

C’è un’ombra. È una lingua lunghissima, un twister, un apriscatole. Uno svuota tasche. Una coperta d’angora.
Sotto le dita dei piedi una scala a chiocciola. Una gocciolina, una gaffe. Parentesi graffa.
Le nostre teste arrivano fin qui.
Una giraffa, un’antenna, una farfalla, un’ape regina, una fiaccola. Portami in cima. Alla costola. Toccami.
Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie. Il tallone entra tutto in un tondo.
Attardati.
Non è nostro, non è di pietra questo gradino, un magnete nella mia mano, un pigiama a righe.
Attardati.
Sarai l’ultimo a salire.

C’è un cane con il pelo giallo e un buco al centro, c’è del vetro e uno zoo di latta. Tric-trac tracollo.
C’è un granchio sul letto, due dita di latte, una fetta di torta un confetto blu ti metto un adesivo sulla bocca diventi una Z
e il corpo non si compie mai del tutto. L’acqua è fredda e tu sei il Nord.
Hai costruito un recinto, uno scalpello. Ora tocchi le mie fratture. Avrai due istrici nel cappello e tre civette sul comò.

Tu sei la Z con lo 0 dentro. Tu sei il Nord.
Mi guardi.

Non v’è del tempo che la sua ora che la sua miriade d’altri luoghi quando si scompose nella miriade di tempi. Immobile. Toccami con quelle tue dita asciutte, attendimi sulla soglia, io che continuo a crescere

(Quando giungerà per questo nostro corpo il moto e il corpo tornerà nella sua forma

Il lupo ha la bocca grande e due occhi gialli. Io dormo nella sua pancia come una mollica. Sono l’osso di pane sepolto sotto la zolla. Un astro che cammina, cammina quando larga è la strada e stretta è la via.
Io mangio una mela ogni giorno e il giorno a Nord non dura che un morso, io che mastico, io che ho la bocca piena.

Tu che tocchi le unghie, te le peli, io tutte le vertebre stese in una mano, io in fila, io ritta sulle due zampe.
Tu che guardi la notte, io che la notte non posso guardarti. Tu che tocchi le mie fratture, io ritta sulle tue zampe.

Io che la notte non cresco, io che sparisco

* * * * * * * * * * * *
* * * * * * * * * * * * *
* * * * * * * * * * * *

da OZ - Viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda

Sara Davidovics (Roma, 1981) è poeta, performer e artista intermediale. La sua ricerca ruota attorno al concetto di scrittura come sovrapposizione cognitiva tra immaginazione, memoria e dati di realtà. Il luogo indagato è sempre quello della soglia, dell’interstizio e della relazione tra i segni. La sua pratica artistica è legata al concetto della disseminazione. Utilizza materiali poveri, spesso “recuperati” (sassi, frammenti di ceramica, biglie, indumenti) o intervenendo direttamente nell’ambiente con installazioni ed happening. È autrice di scritture lineari e visuali, video-poesie, partiture per voce, libri-oggetto. Tra le sue principali pubblicazioni: Corrente (Zona, 2006); D’Acque (Galleria E. Mazzoli, 2007); Corticale (Onyx, 2010).

Tommaso Di Dio

Di mattina, raddrizzano i tavoli
al bar del parco. Poi, i piccioni a terra
vanno per le briciole e gli scarsi resti
delle colazioni fra le panche e le bianche
pietre della ghiaia. L'oscuro
tra loro e noi, l'ombra
che divide i gesti e fraziona
le sagome e le specie, nel fogliame
sbregato da primavera. E ora dopo marzo
aprile giugno; e ora nell'estate
che ci smagrisce col suo calore e cancella
ogni segno, ogni differenza. Cosa schianta
questa gioia di tetti e moltitudini, albero
paracarro cane volto città; cosa sono
le lacrime
di queste bestie che non piangono.

da Tua e di tutti, Lietocolle-Pordenonelegge, 2014

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 alcune sue poesie sono state pubblicate in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge.

11
Roberta Durante

ero ferma immobile
quasi crocifissa
l'unico movimento dentro
il mondo che scorreva dal collo al piede
senza forza di gravità

28

quel posto predisponeva tutti all'attesa:
il gatto si leccava
io giocherellavo coi capelli
le margherite a centrotavola si strappavano i petali
da Club dei visionari

Roberta Durante nasce a Treviso nel 1989. Pubblica la raccolta Girini (Edifizioni d’If) in seguito alla vittoria del premio Mazzacurati-Russo, Club dei visionari (DiFelice Edizioni) segnalato al premio Anna Osti, Balena (Prufrock SPA). Sue poesie sono udibili sul sito del poeta Gabriele Frasca .

Avvento
Gabriele Gabbia

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza di ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato di un calco.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia, e ivi vive e lavora. È diplomato in discipline artistiche ed è iscritto alla facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Verona. Sue poesie e/o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites. Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani, premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che si è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita». Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).

Sergio Garau

IDRAULICO 37enne cerca TUBO vecchio e rotto, max 30anni, in ghisa, rame, piombo, 30euro. FOTO PORNO cerca ORGASMO, a fini di lucro, maschile/femminile, a 0,001euro. PELO cerca SCOPA e PALETTA. PELO cerca STROFINACCIO. PELO cerca SACCHETTO. PELO cerca LAMETTA. PELO cerca CERETTA, a 4euro50. FOTO PORNO cerca OCCHIO chiaro/scuro possibilmente da 18 o 21 anni in su con esperienza di navigazione lubrificazione funzionante ciglia e palpebre opzionali sesso accessorio a 0,00001euro. PERIFERICA cerca COMANDO, per 0,0000002euro. CASSONETTO, mai preso fuoco, accetta RIFIUTO INDIFFERENZIATO, a 0,003euro, al pezzo. TIMBRO dell'ufficio anagrafe di ANAGNI, 2euro a serata, 0,50euro all'ora, per rapporti rigorosamente eterosessuali, OFFRESI. TIMBRO dell'ufficio anagrafe di ANACAPRI a 10cent all'ora, in meno, OFFRESI. AMICIZIA ventennale con birra e pizza cadenza bisettimanale, stessa città, occasionali confronti sui problemi propri nelle sfere lavorative, familiari, amorose, amicali, sessuali, d'hobbistica e intrattenimento, 25000euro. FIGLIO, OFFRESI, per 18 anni con possibilità prolungamento a 35, base d'asta 70000euro. CATALOGO LEGO in ucraino 1998, a fini collezionistici museali performance/installativi artistici collage in spazi bimbo di centri commerciali catene internazionali o anali OFFRESI, a 14euro. EMOZIONE, 3euro piccola, 10 media, 300 grande, 700 extra. DROGA, effetto conciliante, confortante, confezione da 6, 30euro, dipendenza medio-alta. SCHELETRO, scadenza 2081, 800000euro. COMBINAZIONE di TASTI, 0,0000000000000000000001euro. COLORE cerca CAPELLI. COLORE cerca PARETE. COLORE cerca ABSIDE. 40, 200, 2milioni e mezzo. ARMA cerca CARNE umana o animale in cui piantarsi affondare, 8euro al chilo. SPERMA cerca USCITA a 0,00005 o 10000euro. MANO cerca CULO per 800euro al mese dipendente 300 part-time e in collaborazione rimborso spese. OCCHIO cerca PELLE CULO TETTE CAZZO FIGA 900 intera 50 vecchia 1000 trasparente 1000e3 rossa 300 nera 900 bianca. UN SECONDO 480 0,0000euro 30000. ARMA cerca SCHERMO bianco o rosso nero al sangue per 7euro l'

Sergio Garau (Sardegna, 1982) dal 2001 prende parte a poetry slam, festival di poesia e videopoesia in una ventina di paesi tra Europa e America. Dal 2010 scrive ed esegue lo spettacolo collettivo IO game over con musicisti, videoartisti e programmatori. Anima laboratori di poesia e performance. Lavora per la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) e per la rivista Atti Impuri (www.attimpuri.it). È uno sparajurij.

Franca Mancinelli

Le tasche finte non le sopporti. Il loro assomigliare così tanto a quelle vere. Lì, sul petto, o nei calzoni, all’apparenza, a forma di. Ingannano fino all’ultimo, quando ti accorgi che non possono, non sono fatte per lasciare entrare nulla. Non ci credi, ritenti, pensi siano molto piccole, poco capienti, ma senti bene la cucitura, come respinge: non puoi, proprio non puoi. Devi portarti addosso questa disonestà, questa nascosta mancanza che irretisce anche i tuoi gesti, i tuoi modi di fare. Anche tu come loro, anche tu.

inedito

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con Poesia e con altre riviste e periodici letterari.

Simona Menicocci

in questa porzione di mare
tutte le parti del corpo
fanno parte dell’acqua
fanno acqua
da tutte le parti del corpo
ora l’acqua è un materiale pesante
non ci sono corpi che sanno
non ci sono corpi che sono
nuotare sani
come un pesce
(in fondo)
la differenza
è che ci sono delle somiglianze
i corpi non vengono / restano
a galla
la lingua non dice / si contiene
in bocca / nella gola
(in fondo)
ogni parola nella sua ritenzione
se non c’è possibilità di uscire
non bisogna parlare
della possibilità di uscire
la lingua è un pezzo di corpo
ogni corpo è un pezzo di un altro corpo
nessun corpo può essere isolato
nel mare non esistono isole
ora parlano
perché si sono sciolti
(in fondo)
non tutti pensano
i pesci non hanno mai paura
che la terra manchi
sotto i piedi
il corpo pensa / parla
i pesci non parlano
questo comporta un aumento
del peso corporeo e una distanza
a seconda della quantità
ogni suono corrisponde ha
un fenomeno corrispondente
per esempio nel mare non si sente nulla
ma il silenzio non esiste l’assenza
di suono è un’incapacità
o una mancanza
di esercizio
ora il mare è pieno di pe
restano non perché sono
ma perché fanno
in fondo
quando un corpo
liquido in un corpo liquido
come dargli torto

Simona Menicocci (1985) ha pubblicato per La Camera Verde Incidenti e provvisori (2012) e Posture Delay (2013). Collabora al collettivo eexxiitt.blogspot.com. Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui L’Ulisse, Nazione Indiana, alfabeta2. Ha partecipato a Poesia totale - In voce (Roma, dicembre 2010), alla quinta edizione di RicercaBo - laboratorio di nuove scritture (Bologna, novembre 2012), alla prima edizione di Ex.it - Materiali fuori Contesto (Albinea, aprile 2013), nel cui volume antologico sono presenti alcuni testi dal progetto Saturazioni. È tra i curatori della seconda edizione di Ex-it – Materiali fuori Contesto (Albinea, ottobre 2014). Per la serie i Fogli Benway è appena uscito il suo testo: Il mare è pieno di pesci (2014).

MAS MACHT FREI
Manuel Micaletto

natale che vigi in me come una legge morale
festività vs festa
divano vs divertimento
nonna vs mondo
io mi comunico di te come della tristezza
va osservato che sei un campione
in una disciplina che è proprio la disciplina
sei il mio eroe quando spazzi via
gli aperitivi dalla faccia del pianeta
e mi prende una gratitudine
che non ha a che fare col desiderio
ma con la giustizia
ok sbrigàti i convenevoli veniamo a noi
natale oltre alla mia più viva commozione
voglio ripagarti in un altro modo
cioè come saprai sul tuo conto ancora permangono
certe difficoltà teoriche che se permetti
mi perito di sciogliere: c'è subbuglio nella comunità scientifica
quando si tratta di collocare le tue prime avvisaglie
in quella dimensione che tu abiti, vale a dire non lo spazio
ma l'arredamento: io penso che tu succedi, ragionevolmente, più o meno
all'altezza del videoregistratore, infatti hai questa simpatia
innata per la tecnologia ma senza esagerare:
tuo luogo d'elezione è, se bene ho inteso, l'orario
con le stanghette a comporre i numeri, che galleggia
in quel liquore cieco dei cristalli liquidi:
lì comincia la tua vita misteriosa, e pian piano ti imponi come un decreto superiore
nel buio di per sempre, nel comunque salone:
ti leghi allora a queste molecole oscure che reagiscono
devo dire molto bene, con educazione, e sposano volentieri
la tua causa di natale (certo risulti facilitato sia dall'ottima reputazione
sia dalla buona causa sia per quella nota professionalità):
quando stringi alleanza col televisore diventa poi un gioco
consolidare il dominio, edificare la tua civiltà
natale che dilaghi come un team juventus
quando il mondo si mostra per quel complesso sistema
di edifici e attraversamenti pedonali
incaricato delle luminarie
natale sei forte con i fari rossi di posizione
che non rivelano il traffico ma la tradizione
di una fiat punto che rifiuta l'estetica
optando invece per la grammatica nuova
delle luci che impazzano
finalmente sottratte al segnale:
la cinque porte di tutti noi, natale
natale sei grande perché in te tutto si fa più consueto
perché sei l'opposto della sorpresa, perché nonostante quei pregiudizi
sui regali l'importante è veramente il pensiero
e tu sei l'unica stagione dell'intelligenza, l'unico tempo del capire
quando le merci scompaiono dagli scaffali e ancora appaiono
in un respawn forsennato da last stage
è in un sentimento di single player, in un'ansia di boss finale
che mi parli, e la tua parola è la tua difficoltà.
soprattutto sei quel match cruciale
vigilia vs attesa
dove l'attesa sta nell'apparire progressivo dell'oggetto
mentre la vigilia è la sua scomparsa a ritroso, lenta e inesorabile
come tu solo sai (cioè vince la vigilia a mani rasoterra)
natale come una distanza immedicata, una galassia impossibile
dai led invii notizie del fade-out che in me
ribadisce il suo pattern: così è un dialogo che mi nega
nella vigilia di tutte le cose

Manuel Micaletto è una vera forza. Eccelle nelle discipline: mario kart, pokémon, advance wars. Ritiene che la FIAT MULTIPLA sia l'unica astronave mai prodotta (ed immessa negli umani commerci, peraltro). Cofondatore del blog/progetto plan de clivage (poesia, prosa non-narrativa, asemic writing), fa parte dell'ensemble di eexxiitt. Nel 2012, Il piombo a specchio. Nello stesso anno: Lorenzo Montano per la prosa. E: ha partecipato a RicercaBo. Sue cose sono comparse su il verri, Nuovi Argomenti, nell'antologia di scritture sperimentali EX.IT 2013 e in rete su Gammm, Nazione Indiana, letteregrosse, Blanc de ta nuque. Moltissime altre sono scomparse.

Fabio Orecchini

a svellere trame di rami con crani
frane tènere come cancrene d'uomo
muti incauti s’addentrano i cani
scavando in dentro, il cedimento
mani su mani, rimami, rimani
questo infinito tenère

testo inedito tratto da TerraeMotus

Fabio Orecchini Suoi testi, opere visive e note critiche alle sue opere sono pubblicate su quotidiani, riviste, antologie e siti letterari. Ha presentato le sue opere in tutti i migliori Festival italiani di poesia e in teatri come il Teatro Valle Occupato e il Teatro India di Roma e il Teatro Basaglia di Trieste. Nel 2010 ha pubblicato Dismissione (Polimata, collana diretta da I.Schiavone, post-fazione di A.Inglese), recentemente ripubblicato da Luca Sossella editore (libro+cd), con una post-fazione di G. Frasca e un concept album omonimo realizzato dal quintetto di teatro-canzone d'avanguardia Pane. Èstato promotore del movimento culturale Calpestare l'oblio, curando inoltre l’antologia omonima edita da Cattedrale. Come regista ha realizzato [A]livePoetry, un progetto di videoarte e documentazione dedicato ai poeti contemporanei (E.Pagliarani e G.Mesa tra gli altri). Nel recente passato ha fondato una web-tv, ha ideato e organizzato Estemporanea, festival di poesia e musica contemporanea, ed è stato curatore e conduttore di un programma radiofonico di scritture antagoniste.

Angelo Petrelli

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è l’oggetto
[ l’affezione il tormento:
nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso
[ l’arcipelago neonato
e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ]
che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba
sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire
piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica
categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio
del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;
oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –
colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!
O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –
come vollero in effetti salendo al tuo ingegno
le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare
sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel
[ in tenui cipressi romani
di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi il busto
il collo la mela macerata la meta invernale distrazione
coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:
O. che sei morte a maggior ragione per te ho inventato
quest’atlante senza coscienza – voglio dire – ritrova
la Tua tristezza dettane il passo così come sembra:
questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto
da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:
su questo intendo soffermarmi, sul tempo
con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,
e che di certo non regge tutte le masse gettate
nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone
il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

da Molokh, peQuod, 2008

Angelo A. Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive e lavora a Lecce. Il suo esordio letterario risale al 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice). Nel settembre dello stesso anno ha fondato L’Alter Ego, periodico indipendente d’estetica e cultura letteraria, promosso in totale autonomia sul territorio salentino sino all’ottobre del 2007. Ha pubblicato, nel marzo 2008, il poema Molokh (PeQuod). È autore di una monografia, al momento inedita, su Emil M. Cioran e di uno scritto polemico sulla figura di Antonio Leonardo Verri pubblicato in Krill (quadrimestrale - maggio 2010). Ha collaborato altresì con la pagina cultura del Nuovo Quotidiano di Puglia; altri interventi critici sono apparsi su riviste come Allegoria (Palumbo editore), Atelier (Edizioni Atelier), L’immaginazione (Manni editore) e il lit-blog nazioneindiana.com.

Rive strane
Jonida Prifti

Sono una falena schiacciata al muro
dietro un salto, senza tono.
Il trillo indaga il sole,
la roccia come un colpo sordo
cade,
salvo il mare.
...e si fschiano in onde prolungate
destinate al risucchio
come una bianca rosa.
Partono due pensieri in fla
l'altro aspetta di lato, con fretta sculaccia l'asino.
Avanti urbano schianto,
giù le rampe, arriviamo.
Logorroico canto
lascia gli sterpi dove c'è palo,
le travi son foglie di marzo quanto il cazzo di maggio.
Miraggi di lune capovolte, o di miopie visioni?
… ma dormi, nessuno d'amore viola,
le nubi o il vento, forse fermano le voci, il mare no.
Spaccato il cielo colpisce la schiena:
parei al vento
prati di lamiera
senza il flo non conduce.
Aspettami sui letti di sabbia,
offuscherò gli occhi.
Le diane alle dita trascinano colori verso deserti.

Binari in velocità. Transiti di paesaggi.
Far fnta di andare per tornare nello stesso numero diviso.
Quarantacinque minuti senza batter fato. Per chi?
In arrivo il culo scattante. Lecco il lucido labbra al ciliegio.
Di fronte il culo attende a me.
Rimango dove sono, con la valigia compatta al marmo.
Il vento attraversa i capelli assolati, di sabbie la pelle. Dove vai?
Trentaminuti ancora. Son stufa di restare qui ma non voglio alzarmi.

Prospettive di futuri nobili, spartizioni,erosioni.
Corrodi la mia carne,
onda funesta,
sbatti contro quei corpi neri al sole,
impavidi di notte in abbracci spettrali.

Di buche le rocce sotto il mondo colpi affranti.
Lui senza verbo, muto nella sedia sfuma in cerchi maschi, cavalieri, righelli di spade
saltano sulle pupille. Lontananze in transito sulle rive strane.

Jonida Prifti, poetessa, performer e studiosa di letteratura contemporanea, classe 1982 (Berat Albania). Fra le pubblicazioni ricordiamo: Çengel (Ogopogo 2008), l’audiolibro Ajenk (Transeuropa edizioni, 2011), Paesaggio 013 (Caratteri Mobili 2013), il saggio Patrizia Vicinelli. La poesia e l'azione (Onyx 2014). Nel 2012 è stata selezionata per il premio Franco Cavallo, ai fini di una pubblicazione collettiva dei partecipanti al premio dal titolo La Poesia: luogo delle differenze. Ha partecipato a vari festival di poesia tra cui Romapoesia, Bolzano Poesia, Poesiatotale, Ammaro amore, PoEtiche etc. Nel 2012 ha presentato il suo video-poema Ajenk alla rassegna Independent Film Show (Napoli). Ha fatto parte del comitato organizzativo della mostra Patrizia Vicinelli. Una parola incorreggibile tenutasi al MLAC della Sapienza dal 10 aprile al 6 maggio 2014. Con il musicista Stefano di Trapani ha formato il duo di poetronica Acchiappashpirt esibendosi in tutta Italia e in Europa. Nel 2012 hanno pubblicato un cd con l'etichetta Ozky e – Sound. Sono stati ospiti all’ultima edizione dei festival Colour Out Of Space e Secret Anarchy Garden negli UK. Con la stessa etichetta ha pubblicato il cd Res, un progetto di poesia sonora insieme al musicista albanese Ilir Lluka. Si è esibita con il regista Khavn De La Cruz e il musicista Mike Cooper, sulle immagini del film "Kalakala" di De la Cruz, in occasione di Across Asia Film Festival negli spazi del MAXXI Museo di Roma (Giugno 2014 ). Dal 2012 è cantante nella band musicale Shesh.

Atlante minore
Ivan Schiavone

randagio sotto il sole della mutazione va l’uomo
intermittenza d’esserci tra continuità di non essere
coscienza perturbante la linearità dell’ottuso
particola divisa vaga d’appartenere all’uno
(osserva il nutrimento, osserva la deiezione
pensa al processo di composizione dell’assimilato,
alla decomposizione dell’espulso in combinazioni nuove) (oppure pensa
alla modificazione universale insita in ogni gesto,
al regesto incalcolabile della causa e dell’effetto,
all’uragano e alla farfalla, all’implicita responsabilità insita nell’atto)
- Williams scrive in Paterson: “il divorzio è
il segno della conoscenza in questo nostro tempo” –
era già inscritta, nell’incisione rupestre,
la tavoletta Dispilio, l’abjad, il cuneiforme e l’alfabeto punico,
la mappa arcaica di Çatal Hüyük e la roccia dei campi a Bedolina,
Varanasi, Alessandria, Atene, Roma, i non luoghi, gli slums, le megalopoli,
il recinto, la cella, l’individuo, lo schermo, il tablet, la schizofrenia? etc. etc. – era già inscritta
la divisione e il divorzio?
se il loro motto è divide et impera
che il nostro dunque sia solve et coagula - quando morì il pappagallo
non facevano che piangere
la figlia piccola allora li apostrofò dicendogli: “se uno è morto
è morto e non si può fare niente e se continuate a piangere
andrò a caccia di un nuovo pappagallo e se avrà un altro colore
lo dipingerò del colore del pappagallo morto e se avrà un altro nome
glielo cambierò con quello del primo – se ogni verità
(ma potremmo anche dire ogni esperienza reale)
è tale unicamente all’interno dell’orizzonte linguistico che l’ha formulata
(il resto è imperialismo culturale) l’asserzione appena enunciata non suonerà
come una contraddizione in termini? – Roma 21/12/2013
al C.I.E di Ponte Galeria otto migranti si cuciono le labbra
con un ago forgiato con la testa metallica di un accendino e il filo di un materasso

Ivan Schiavone (Roma 1983). Ha pubblicato le raccolte poetiche: Enuegz (Onyx, Roma 2010), Strutture (Oèdipus, Salerno/Milano 2011), Cassandra, un paesaggio (Oèdipus, Salerno/Milano 2014). Ha fondato e diretto la collana di poesia ex[t]ratione per le edizioni Polìmata. Cura la rassegna di poesia contemporanea Giardini d’Inverno.

Fabio Teti

immagini anche quelle come con le
ali i piraña, ridanno ora sfondati, dei vetri,
un getto di soldi per questo per molto
nascondere la stanza quella lorda nell’ascolto
dato agli indici o una permuta, invece, dei dati
qui se il dubbio nello spazio è dello spazio, seguìto
è un ragno oltre lo schermo vede i cavi
poi la polvere, l’incàvo
lì sarebbero le lampade
infilate, le chimiche, nell’ano,
le spaccate sulla pelle:
il fosforo che
brucia

Fabio Teti è nato a Castel di Sangro (AQ) il 17/12/1985. Attualmente, vive e lavora a Roma. È stato redattore di gammm.org e puntocritico.eu. Di eexxiitt.blogspot.com lo è ancora. Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui Semicerchio, Nazione indiana, L’Ulisse, lettere grosse, Allegoria, Sud, alfabeta2, l’immaginazione e, in traduzione inglese, sul Journal of Italian Translation e nell’antologia on line FreeVerse – Contemporary Italian Poetry. Nel 2013 ha pubblicato, nelle pagine di Ex.It 2013. Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno), le prose di Sotto peggiori paragrafi e, per La Camera Verde di Roma, b t w b h (frasi per la redistribuzione del sensibile), da cui è tratto il testo qui presentato. Lo stesso è stato esposto, nel maggio di quest’anno, al MACRO di Roma, nell’ambito della mostra collettiva se il dubbio nello spazio è dello spazio, a cura di Nemanja Cvijanović e Maria Adele Del Vecchio.

Tutto fa brodo nel mondo del porno
Julian Zhara

Maturato minuscolo, maiuscolo matto,
misura la criniera di un vacuo sospetto
addormento nell’uscio, dominio astratto
dell’ammontare contagioso di un letto
disfatto, l’apparato collettivo,
il sistema abrogato, giusto, anomalo,
assuefatto di aiuti,
mi hai reso l’indulto, occulto
per niente all’ideologia del detto
già prima, prima di entrare.
Aiuto!
Non aiutatelo ma fatelo ammanettare
dai vostri figli patrioti,
idioti ma forzuti.
L’indignazione a te, a me la rabbia,
auriga del modo.
Ma dov’è modo, l’oltremodo è straniero,
accettato se comunque vi gira intorno,
a me conviene non analizzarlo,
tutto fa brodo nel mondo del porno.
Arguti astemi, vecchiume incallito,
maturati in orrenda unifonia,
da medio borghese il medio dito,
più estremo l’atto, più impura la via.

Julian Zhara nato a Durazzo (Albania) il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni. Ha all’attivo una plaquette In apnea (Granviale, 2009). Ha organizzato varie manifestazioni poetiche tra le quali il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno a Venezia con la rivista Blare Out dove cura una rubrica di poesia. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video artist Enrico Sambenini per il progetto Dune con cui è arrivato tra i finalisti del Premio Dubito. Le poesie sono state pubblicate nell’antologia L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2014). Attualmente vive, lavora e scrive a Venezia.